L’ECONOMIA GLOBALE CORRE, NONOSTANTE TUTTO

Negli ultimi mesi le vicende relative alla mancata discesa dell’inflazione e alla risalita dei tassi d’interesse sono state fonte di apprensione per i mercati finanziari, dal momento che avrebbero potuto provocare un crollo delle borse (dati anche i massimi storici raggiunti) e forti perdite in conto capitale per quei sottoscrittori di titoli di stato che volessero rivendere oggi i loro titoli a reddito fisso.

In effetti le quotazioni dei bond a lungo termine sono scese, i relativi rendimenti sono cresciuti e il costo del denaro per le imprese è tornato a crescere, ma l’allarme inflazione al momento sembra essere stato sovrastimato e, soprattutto, le borse sono rimaste intorno ai loro massimi, nonostante il maggior costo dell’energia, l’inflazione, la spesa per guerre e armamenti e le continue incertezze relative ai possibili ritorni degl’investimenti nell’intelligenza artificiale.
IL RITORNO DEI “BOND VIGILANTES”
Il ferragosto di fuoco che si sarebbe potuto temere dunque si è svolto in un’atmosfera surreale di relativa calma. E soprattutto le prospettive per l’autunno non sembrano al momento così negative. Eppure di mostri all’orizzonte ne sono apparsi parecchi: dal più significativo che è il rialzo del prezzo del petrolio (che può significare ulteriore inflazione dei prezzi), alla riscossa dei “bond vigilantes” (gli investitori che auspicano una forte salita dei tassi d’interesse a lungo termine in risposta all’inflazione fuori controllo i quali hanno causato un deciso rialzo dei rendimenti a lungo termine), fino all’interventismo quasi senza precedenti del segretario al tesoro americano Scott Bessent il quale ha imbracciato l’artiglieria per combattere la speculazione sui tassi d’interesse e ottenere quantomeno che i rendimenti a lungo termine dei titoli di stato non salgano troppo (manovra che probabilmente riuscirà a dissuadere la speculazione dal proseguire sul sell-off di titoli pubblici americani).

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE FA CONCORRENZA AI TITOLI PUBBLICI
Tuttavia i titoli di stato americani sono andati sotto pressione non soltanto per i timori di inflazione bensì anche per la concorrenza esercitata dai grandi operatori dell’intelligenza artificiale che stanno emettendo obbligazioni per finanziare i giganteschi investimenti loro necessari. Cosa che ovviamente mette pressione sui rendimenti dal momento che rispetto ai titoli di stato devono remunerare meglio i sottoscrittori. L’Intelligenza Artificiale inoltre continua ad alimentare i dibattiti sul fronte più importante: quello del suo possibile contributo alla riduzione del tasso di inflazione ovvero viceversa del rischio che essa lo alimenti ulteriormente.
Negli ultimi vent’anni la tecnologia è stata un alleato silenzioso delle banche centrali nella lotta all’inflazione: i prezzi di computer, smartphone, tablet e altra elettronica di consumo sono sempre scesi grazie ai miglioramenti di efficienza dei loro produttori. Ora però forse il boom dell’IA sta forse capovolgendo questa dinamica, contribuendo a farne innalzare i prezzi a causa del rimpatrio di molte produzioni che in precedenza nei paesi poveri godevano di costi minori di manodopera, ma anche a causa della relativa scarsità di microprocessori appartenenti alle ultime generazioni, del maggior costo dell’energia e della nuova, maggior propensione alla spesa dei consumatori occidentali (parzialmente dovuta all’effetto-ricchezza che hanno generato i record delle quotazioni borsistiche). Questo anche perché i benefici di produttività dell’IA arriveranno nel tempo, mentre i suoi costi si stanno scaricando sull’economia già adesso.
L’INFLAZIONE RESTA UNA MINACCIA…
L’inflazione -e i tassi d’interesse- insomma sono minacciati dalla medesima rivoluzione tecnologica che promette maggior produttività del lavoro e dunque costi più bassi. E dall’inflazione dipenderà la sorte dei tassi d’interesse a lungo termine. Sul fronte di questi ultimi peraltro la questione del dove andranno è fortemente controversa: è vero che la principale delle banche centrali (quella americana: la “FED”) non ha aumentato i tassi, ma ha comunque lasciato che i rendimenti a lungo salissero, nonostante la politica fiscale espansiva di quasi tutti i governi occidentali e la stragrande liquidità in circolazione. D’altra parte se in tutto l’Occidente le politiche fiscali continuano la loro espansione, non si vede come sarà possibile limitare l’immissione di nuova liquidità sui mercati e questa non potrà non alimentare l’inflazione.
…MA I TASSI D’INTERESSE AMERICANI NON SALIRANNO TROPPO
Dunque da un lato ci sono i pessimisti che sostengono che il tesoro americano con un debito pubblico che ha superato i 40 trilioni di dollari andrà in crisi se i tassi continueranno a salire (e il debito privato è circa il doppio di quello pubblico), dall’altro i più anziani ammoniscono sul fatto che nessuno speculatore ha mai vinto una battaglia contro le istituzioni americane e se il tesoro americano ha deciso di intervenire allora i tassi non potranno salire ulteriormente. La grande sfida del debito pubblico come sempre in questi casi si gioca sul fronte dello sviluppo economico dell’intero Occidente: se continuerà a correre allora il debito non sarà un problema insormontabile, mentre se si arresterà allora l’eccesso di indebitamento diverrà un macigno che incombe.

In ogni caso al momento i tassi d’interesse sono in rialzo e questo determina problemi alla tenuta dei livelli record cui sono giunti tutti i principali listini borsistici occidentali, per due grandi motivi: se i tassi salgono le valutazioni di molte grandi aziende quotate in borsa iniziano a divenire troppo elevate e, in secondo luogo: se i tassi continuano a crescere anche il costo del denaro fa un balzo in avanti e le imprese meno solide rischiano di divenire insolventi, gli immobili si svalutano e i costi per l’economia legati al settore finanziario divengono prevalenti su quelli industriali. C’è un limite a questo anche se, per il momento, le istituzioni finanziarie (che in Europa popolano in misura rilevante gli indici borsistici) continuano a guadagnare bene.
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MA I PROFITTI DELLE GRANDI IMPRESE NON ACCENNANO A RIDURSI
Altrettanto bene peraltro sino ad oggi sono andati i profitti del settore industriale e benissimo stanno andando quelli delle grandi multinazionali della tecnologia. È difficile perciò immaginare crolli delle borse quando i profitti delle imprese quotate continuano a macinare nuovi record!

Casomai ciò che si paventa è una possibile crisi di fiducia degli investitori, in particolare adesso che sta per iniziare il mese di Settembre, un periodo dell’anno particolarmente sfavorevole alle borse valori. Forse anche per questo stiamo vedendo che, nonostante i rendimenti crescenti, le quotazioni dell’oro e dei Bitcoin corrono di più, cosa che farebbe pensare alla prevalenza dei timori di inflazione e “de-basement” del contenuto di valore delle principali divise di conto valutario.

Dunque il prezzo dell’oro sta ricordando un rischio reale e concreto — non tanto “il sistema finanziario Usa crolla domani”, quanto un dubbio crescente sul fatto che l’America (dove risiede il 75% di tutte le attività finanziarie globali) riesca a restare a galla indipendentemente dalle problematiche fiscali e di debito record. Il mercato ha già dimostrato (con lo shock dello scorso gennaio) che questo timore può sia esplodere che sgonfiarsi rapidamente a seconda dei segnali istituzionali. E il rischio di fondo resta quello di una potente svalutazione del Dollaro americano.

Ciò nonostante “crisi” resta una parola grossa perché i dati recenti vanno nella direzione opposta ai timori di un collasso di fiducia generalizzato: il Fmi registra che la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali è salita leggermente nel primo trimestre 2026, al 57,1% dal 56,4% del trimestre precedente. Il che non è esattamente il segnale di una fuga perché evidentemente mentre alcune banche centrali diversificano verso l’oro, i capitali privati esteri continuano ad acquistare asset americani e anche a livello globale i segnali di sviluppo sono molto incoraggianti.
IL QUADRO DI FONDO RESTA INCERTO MA POSITIVO
Quello che non è possibile stimare è il rischio di nuove, improvvise crisi di natura geopolitica, dal momento che resta in corso quella che papa Francesco aveva definito “la terza guerra mondiale a pezzi”, e che un’escalation nelle tensioni tra i due blocchi del mondo (i BRICS e la NATO) resta sempre possibile, con conseguenze al momento imprevedibili. I mercati hanno deciso che, visto che non riescono a stimare questo rischio, non lo considerano affatto. E dunque, nonostante un autunno che potrà apparire per molti versi incerto, il quadro di fondo resta positivo non solo per l’economia ma anche per i mercati finanziari. Sempre che non arrivino nuovi “cigni neri” all’orizzonte.

Stefano di Tommaso