LA RIPRESA È GIÀ ALLE SPALLE ?

Segnali di ripresa dell’economia nazionale e di tutta quella europea arrivano un po’ da ogni dove in questi giorni e contribuiscono a migliorare le aspettative degli operatori economici, ancora fortemente provati dagli esiti del prolungato e ripetuto “lockdown”. L’Italia in particolare sta riprendendo fiato non soltanto al sud per il turismo trainato dai connazionali che non vanno all’estero, ma anche al nord, dove a farla da padrona ci sono soprattutto le imprese esportatrici delle cosiddette “4emme e 4effe”.
Anche l’indice PMI europeo lascia pensare che ce la stiamo mettendo tutta per riprenderci, ma le statistiche guardano soltanto il passato, rilevando una prima parte dell’anno in corso indubbiamente andata molto bene. Qualche considerazione di prudenza è invece d’obbligo per il prossimo futuro, in particolare per i mercati finanziari.

 

LA CLASSIFICA DELLA FONDAZIONE EDISON

La Fondazione Edison ha provveduto a stilare una sorta di classifica tra le principali economie mondiali, relativamente agli otto settori industriali qui citati:

Le quattro “F”: Fashion, Furniture, Food&Wine, Ferrari (cioè auto e moto sportive).

Le quattro “M” : Machinery, Metal products, Medicaments, Motor Yachts.

La classifica qui sotto riportata vede la Cina protagonista globale assoluta in questi settori (anche perché nel 2020 aveva ripreso a funzionare molto prima degli altri paesi e ha poco subìto la seconda ondata pandemica) ma al secondo posto c’è l’Italia, protagonista nelle produzioni più pregiate e a maggior valore aggiunto, e viene addirittura prima della Germania (che nel 2020 ha avuto meno morti e meno blocchi alla produzione delle merci).

La bilancia commerciale relativa ai settori industriali delle quattro effe e quattro emme per il primo trimestre del 2021 segna poi un ulteriore progresso del nostro paese, con 36,2 miliardi di attivo commerciale per il nostro Paese (se moltiplicato per 4 farebbero 145 miliardi di avanzo commerciale tendenziale nell’anno in corso) contro i 168,1 della Cina (che farebbero un avanzo tendenziale di 672 miliardi in totale nell’anno).

Occorre infine notare che le 4f+4m lasciano fuori dalla classifica molte altre attività economiche in cui l’Italia eccelle (e dove registra altri avanzi commerciali), a partire dalle attività di costruzioni generali fino alle specialità chimiche e alla cosmetica. Un bel risultato insomma rispetto alle drammatiche indicazioni degli economisti emesse negli anni precedenti, i quali davano per spacciata l’industria nazionale.

L’INDICE P.M.I.

L’industria insomma anche per quest’anno promette di portare buoni risultati alla bilancia commerciale dell’Europa (e auspicabilmente anche del nostro Paese) e ciò viene ulteriormente certificato dall’ultima rilevazione “flash” dell’indice P.M.I. (Purchasing Manager’s Index) che lo conferma: a Luglio esso indica una crescita economica in corso su base mensile al ritmo più alto che si è registrato da oltre un ventennio a questa parte. L’indice ha segnato per Luglio il valore cumulato di 60,6 per l’intera Eurozona, in rialzo rispetto al valore di 59,5 di Giugno.

Gli indici PMI costituiscono un indicatore economico rilevato mensilmente molto significativo dell’andamento dell’economia poiché è basato su rapporti e sondaggi raccolti dall’ “Institute for Supply Management” che per elaborarlo contatta ogni mese i responsabili degli acquisti, ovvero coloro che ordinano materiali e servizi destinati alla produzione aziendale, recapitando loro un questionario mensile ed elaborandone le risposte che riceve. La richiesta viene inviata ad alcune centinaia di imprese private di ogni settore dell’economia per ogni paese del mondo.

Per quanto riguarda l’Eurozona, gli indici PMI vengono rilasciati dall’istituto IHS Markit per ciascuna delle singole economie e relativamente al blocco complessivo dei Paesi dell’Unione. Come spesso accade anche per altri indici, sono talvolta rilasciati in versioni differenti (generalmente 2) in cui la prima, detta anche versione “flash”, che rappresenta una “stima” (e che generalmente tende ad essere la più impattante sui mercati finanziari) e la seconda volta in una versione “rivista” e più precisa.

A seconda della fiducia nell’andamento del mercato e dei relativi prezzi, i responsabili degli acquisti (talvolta sono gli imprenditori stessi) essi si orientano nei loro ordini e, rispondendo al questionario dell’ISM, forniscono un quadro molto aggiornato delle aspettative diffuse tra le imprese. Le domande poste includono il numero dei nuovi ordini, della produzione del settore, delle consegne dei fornitori, delle merci in magazzino e i dati relativi all’occupazione. Le risposte vengono ponderate e forniscono un punteggio medio sul PMI mensile. Un punteggio superiore a 50 indica una crescita del settore, inferiore a 50 indica una decrescita, mentre un punteggio pari a 50 indica che la situazione è rimasta identica al mese precedente. Il valore rilevato di quasi 61 punti non soltanto è tra i più alti registrati, ma è anche molto superiore a quello medio di 50, indicando con ciò una forte fiducia degli operatori per il prossimo futuro.

A livello settoriale il PMI dei servizi europei è salito parecchio a luglio toccando il livello (che non si vedeva da 15 anni) di 60,4 punti contro i 58,3 punti di Giugno, mentre quello manifatturiero ha rintracciato leggermente con 62,6 punti contro il record di 63,4 di giugno, anche a causa dei tempi e delle difficoltà registrate nelle filiere globali di fornitura di materiali e semilavorati. Record per la Germania, dove l’indice complessivo è arrivato a Luglio a 62,5 contro i 60,1 punti del mese precedente, mentre a sorpresa fa molta fatica la ricrescita economica delle imprese in Francia, con un 56,8 complessivo contro i 57,4 punti di Giugno.

In difficoltà anche l’economia britannica, probabilmente a causa delle nuove ondate di contagio, con una rilevazione di 57,7 punti, in discesa rispetto ai 62,2 di Giugno. Per l’Italia invece io non sono riuscito a trovare alcuna indicazione (ed è strano perché è necessariamente noto se è stata diffusa la media europea), ma il buon senso porta a pensare che evidentemente la rilevazione “flash” (come sopra definita) sarà probabilmente una via di mezzo tra quella tedesca e quella francese.

LE PROSPETTIVE DI CRESCITA

Secondo le fonti ufficiali la crescita economica per il nostro Paese sarà del 4,7% nel 2021 e del 4,6% nel 2022, con un più modesto 2,1% previsto per il 2023. Il ministro Franco invece proietta la crescita del Prodotto Interno Lordo (P.I.L.) Italia del 2021 “oltre il +5%” ma non cita né fonti ufficiali né il paragone con la ben più importante decrescita subìta l’anno precedente (-8,9%). Ma la variante Delta del Covid e le nuove misure restrittive che i vari Paesi dell’Unione stanno tornando a introdurre potrebbero guastare la festa per i successi relativi alla prima parte dell’anno in corso. Inutile dire perciò che, con i nuvoloni che si addensano all’orizzonte, quel +5% del PIL resterà probabilmente solo una bella speranza.

C’è però da far notare che se il P.I.L. italiano non crescerà tanto quanto vogliono farci credere, invece l’industria nazionale può fare meglio. Anche perché storicamente mostra forte interdipendenza con quella tedesca di cui è spesso fornitrice o concorrente: se le prospettive della Germania non sono malvagie, allora probabilmente anche le imprese manifatturiere italiane se la caveranno. Anche per questo si prevede che la disoccupazione terminerà l’anno 2021 con una discesa all’ 8,1% complessivo (ma ricordiamoci che è calcolata sul rapporto tra coloro che cercano lavoro e il totale della forza lavoro, non corrisponde dunque al totale complessivo degli inoccupati che è molto più alto), e dovrebbe flettere ancora al 7,8% nel 2022 e al 7,5% l’anno dopo.

L’inflazione stimata a fine 2021 è stata simbolicamente rivista all’1,9% (ma è una media ISTAT, cioè molto edulcorata) e poi di nuovo in lieve ribasso (all’1,5%) l’anno dopo. Questo è quindi un dato che probabilmente verrà presto corretto all’insù dalle future rilevazioni.

Al di là perciò di quello che scrivono i ministri dei governi, gli istituti di statistica, gli economisti e le banche centrali, la sensazione oggi è quella di una rapida accelerazione del susseguirsi dei cicli economici in questo periodo storico. Dopo la lunga ondata di ricrescita economica globale che abbiamo visto negli anni 2010-2019 è seguìto un crollo al fulmicotone dell’output produttivo nella prima parte del 2020, poi un rapido rimbalzo tra la fine dell’anno e l’inizio del 2021 ma questo rischia tuttavia di esaurirsi quasi altrettanto in fretta. È lecito chiamare “cicli economici” tali grandi oscillazioni ? Difficile dirlo oggi, soprattutto con i rischi espliciti di dover ricadere sotto il peso di ulteriori ondate pandemiche e conseguenti nuove restrizioni alla libera circolazione.

COME POTRANNO REAGIRE I MERCATI?

Inutile dire che i mercati finanziari tendono ad anticipare decisamente gli andamenti dell’economia reale, come si può ben leggere nel grafico didascalico qui sotto riportato:

Se dunque siamo oggi già nella fase in cui sono le materie prime a crescere di prezzo, probabilmente ci stiamo avvicinando rapidamente al picco di periodo (il “ciclo” in corso dunque è estremamente veloce, come si può dedurre dal fatto che la rapidissima decrescita del P.I.L. mondiale 2020 è stata seguìta da un mero rimbalzo nel 2021 il quale sembra oggi già in corso di esaurimento).

E se ci avviciniamo troppo in fretta al massimo di periodo della crescita dell’economia reale, allora altrettanto probabilmente ci stiamo avviando verso una fase di instabilità per i mercati finanziari per la seconda parte dell’anno, perché questi ultimi non potranno che anticipare la fine della fase espansiva in corso.

Instabilità però non vuol dire declino, anzi: è possibile che per una serie di motivi già indicati nei miei articoli precedenti (ma soprattutto perché continuerà l’immissione globale di liquidità sui mercati) i listini azionari possano ancora guadagnare fino a fine anno qualche punto in media, nonostante l’economia reale possa non proseguire la sua crescita e nonostante l’accresciuta volatilità.

Ancor peggio si può dire però delle quotazioni dei titoli a reddito fisso: più probabilmente che non i listini azionari esse dovranno ritracciare parte del loro recente percorso di crescita perché le prospettive d’inflazione globali porteranno quasi di necessità ad una crescita dei tassi d’interesse. Si potrà perciò vedere nei prossimi mesi molta volatilità (che in certi casi potrebbe significare tempesta, ma anch’essa al massimo di breve periodo) e qualche calo per il comparto obbligazionario.

L’orizzonte visibile però si ferma probabilmente a fine anno, perché quel che succederà poi dipenderà molto dall’andamento dell’economia reale: tornerà a stagnare (nonostante l’inflazione dei prezzi) oppure a crescere nuovamente? I profitti delle imprese saranno cospicui? E in quali settori saranno migliori? I listini azionari dipendono certamente dall’andamento dei tassi di interesse e della liquidità in circolazione, ma anche e soprattutto dalle attese generali sui rendimenti delle società quotate e, ultimamente, sempre più anche dai loro dividendi. Che sino ad oggi non hanno deluso nessuno.

Stefano di Tommaso




LAMPI E TUONI DI MEZZA ESTATE

Mentre il numero di contagi da COVID torna nuovamente a crescere nel mondo fino a far ipotizzare una nuova grande ondata pandemica, le borse valori sono tornate a scendere, nonostante le apparenze di buone notizie per l’economia globale e di un’inflazione galoppante. Al tempo stesso i tassi di interesse a lungo termine sono addirittura in flessione. Come interpretare questi fatti così discordanti? Probabilmente in modo neutrale, sebbene questa sia soltanto l’incerta conclusione di una lunga serie di ragionamenti…

 

LA STAGNAZIONE È ALLE PORTE


Sebbene nessuno possa affermare certezze in una congiuntura così articolata anticipiamo qui la conferma dei sospetti già avanzati su queste colonne alla fine dello scorso mese di Giugno: siamo probabilmente sull’orlo di una rara combinazione di prospettive di stagnazione economica nel medio-lungo termine che, miscelate con quelle piuttosto evidenti di rialzo dei prezzi (e cioè di svalutazione monetaria) configurano il pericolo della “stagflazione”. Ovviamente questa di per sé è una prospettiva poco allettante.

Le premesse perché ciò avvenga ci sono tutte: lo shock da eccesso di domanda di beni e servizi, verificatosi dopo la cessazione delle restrizioni alla libera circolazione delle persone è stato accompagnato da una certa rigidità della loro offerta, dai numerosi effetti degli stimoli monetari messi da tempo in campo dalle banche centrali e dalla scarsa corrispondenza alle medesime di altrettante politiche fiscali espansive da parte dei governi dei principali paesi industrializzati.

La perversa combinazione che si è conseguentemente creata, di ritorno alla crescita della domanda, di relativa scarsità dell’offerta, contemporanea alle transizioni tecnologica ed ecologica in corso, con le ovvie tensioni sul fronte della disoccupazione che cresce e dello spiazzamento di interi comparti industriali dovuto alla necessità di ridurre le emissioni inquinanti, e dunque con le preoccupazioni per un incerto futuro per buona parte della popolazione attiva, ha fatto il resto.

E LE BORSE SCENDONO

I mercati finanziari non possono non prendere atto della difficile congiuntura economica e non possono che comportarsi di conseguenza, registrando ovvie incertezze per i posti di lavoro e dunque per le prospettive di reddito disponibile, ma anche quelle altrettanto ovvie di risalita dei prezzi, che hanno portato in apparente leggera crescita i consumi globali, ma al tempo stesso conteggiando correttamente i medesimi, al netto dell’inflazione attesa, a vederne l’andamento negativo.

Anche il mercato dei titoli a reddito fisso ha mostrato aspetti in apparenza contrastanti: da un lato la discesa dei rendimenti poteva far immaginare la possibilità di un ulteriore avanzamento dei corsi azionari, ma dall’altro lato il motivo per cui ciò sta avvenendo in realtà ne ha provocato l’arretramento, dal momento che la discesa dei tassi a lungo termine incorpora attese di sostanziale debolezza dell’economia nel lungo termine.

Nemmeno l’aspettativa di ulteriori miglioramenti dei profitti aziendali delle principali società quotate in borsa (che normalmente è una notizia positiva per i titoli delle medesime e dunque per i listini azionari) deve farci illudere: la lettura del fenomeno da parte della maggioranza degli analisti ed osservatori (il cosiddetto “consensus” di mercato) è purtroppo all’opposto.

PROFIT TAKING

La perversa combinazione dell’elevatissimo livello già raggiunto in precedenza dai listini borsistici (più che altro dovuto all’eccessiva liquidità in circolazione), ma in particolare per la sua articolazione che ha forse eccessivamente favorito il comparto tecnologico, del rischio percepito che tali profitti non possano continuare molto a lungo se il quadro economico complessivo volgerà al ribasso, e del fatto che tali profitti -una volta scontati dell’inflazione in arrivo- sono meno rosei, ha portato il “consensus” di mercato a porsi più domande che risposte e a prendere beneficio dei guadagni fino a ieri realizzati in attesa di miglior chiarezza circa le prospettive.

Occorre infatti tenere presente che a fine giugno 2021, dopo gli ultimi ribassi delle borse, l’indice globale complessivo risultava decisamente al rialzo rispetto all’inizio dell’anno (+ 13%).

L’INFLAZIONE SARÀ ANCHE TRANSITORIA, MA…

L’inflazione viene definita “transitoria” dalle banche centrali ma d’altra parte nessuno è davvero pronto a metterci la mano sul fuoco! Gli ultimi numeri disponibili parlano di una fiammata inflazionistica media dell’ultimo mese intorno allo 0,5%, pari a circa il 6% annuo. Anche se nei prossimi mesi tale cifra tornerà a scendere, non è escluso che il prezzo del petrolio resti intorno ai livelli già raggiunti (con la conseguente pressione inflazionistica che si propagherà a causa del rialzo del costo dell’energia) e che comunque -se anche i prezzi continueranno a crescere molto meno in futuro- difficilmente questi torneranno indietro rispetto ai livelli attuali. Se dunque l’economia americana davvero crescerà dell’8% quest’anno c’è il serio rischio che in termini reali tale numero strabiliante sia da limare di quasi due terzi!

Proviamo ora a paragonare il 4-6% di inflazione attesa in America (più bassa nel resto del mondo, ma ciò dipende anche dallo sfasamento temporale e dalle modalità di rilevazione dell’andamento dei prezzi) con il rendimento tendente allo zero dei titoli a reddito fisso con le migliori caratteristiche di “rating” (cioè con il minor rischio) e con i livelli intorno all’1,3% dei titoli di stato americani a 10 anni.

Quel ne salta fuori da tale comparazione è da un lato la percezione di un rendimento reale (cioè al netto dell’inflazione) fortemente negativo per l’anno in corso, ma dall’altro anche il fatto che il mercato finanziario non crede in una crescita economica significativa nei prossimi anni! In questa ottica l’attuale crescita economica potrebbe configurarsi come un mero rimbalzo tecnico, cui non seguirà una continuità dei principali indicatori dell’economia bensì addirittura forse il contrario: una nuova contrazione.

Ovviamente tali estrapolazioni vanno prese molto con le pinze, anzi a pensarci bene sarebbero quasi da rigettare, se comparate ad altre considerazioni, meno tragiche di quelle indotte dall’analisi dei prezzi sui mercati obbligazionari: l’eccessiva liquidità immessa dalle banche centrali ha sicuramente distorto le prospettive, riducendone al ribasso i rendimenti. Inoltre il mercato azionario scende più per il timore che i prezzi dei titoli tecnologici e bio-medicali abbiano corso troppo negli ultimi tempi (e per il fatto che la loro presenza stia divenendo maggioritaria nei listini borsistici) che non perché qualcuno si aspetti davvero un grande crollo delle quotazioni dei titoli azionari. Anzi: nessuno se lo aspetta davvero.

I MOTIVI DI OTTIMISMO

Gli analisti sanno che le banche centrali non potranno smettere facilmente di intervenire sui mercati comperando titoli a reddito fisso (e dunque limandone i rendimenti) per molti motivi: dalla necessità di sostenere i debiti pubblici a quella di mantenere una rotta costante in presenza di ancora grande disoccupazione e relativa debolezza dei prodotti interni lordi delle principali nazioni. E sanno che alle politiche di stimolo monetario dovranno accompagnarsi anche quelle fiscali delle nazioni, con i relativi investimenti pubblici e infrastrutturali, che controbilanceranno le potenziali tendenze negative del ciclo economico.

Gli analisti sanno anche che di conseguenza saranno principalmente i dividendi promessi dai titoli azionari a generare in futuro un reddito adeguato per i fondi pensione, piuttosto che le magrissime cedole, soprattutto al netto dell’inflazione. E sanno anche che il flusso costante di innovazioni tecnologiche e biomediche continuerà a indurre crescita economica e -probabilmente- ulteriori ribassi nei prezzi di beni e servizi che oggi non vengono ancora forniti in maniera completamente automatizzata: una cosa che può essere percepita come elemento deflattivo ma in realtà provoca un implicito miglioramento nella capaciti reddito dell’uomo della strada.

Gli analisti si aspettano inoltre una serie importante di investimenti -pubblici e privati- sul fronte delle energie rinnovabili, dell’ecologia e della transizione “verde” che indubbiamente porteranno uno stimolo positivo all’economia globale. E si aspettano che, di conseguenza, l’economia planetaria ridurrà in futuro la sua dipendenza dai combustibili di origine fossile e dall’andamento dei loro prezzi.

IL PROGRESSO È SOLTANTO TECNOLOGICO?

Anche i progressi tecnologici contribuiranno -nel lungo termine- a far scendere il prezzo delle cure mediche e dei trattamenti farmacologici, apportando miglioramenti impliciti al tenore di vita dell’umanità che probabilmente saranno difficilmente registrati dalle statistiche economiche.

Dunque le prospettive reali dell’economia non sono affatto così grigie, né quelle delle borse sono necessariamente in discesa per i prossimi mesi, anzi! L’ennesima ondata pandemica farà forse altri danni, alcuni dei quali non sono ancora stati correttamente previsti dagli economisti. Ed è altrettanto probabile che la grande incertezza generale possa alimentare nuova volatilità sui mercati finanziari. Ma questo non significa che gli stessi dovranno subire tracolli, anzi! È relativamente probabile che in media possano tornare al segno positivo da qui a fine 2021.

L’unica cosa che perciò è certa è l’odierna incertezza generale, unita ad una relativa instabilità di fondo e ad una maggiore difficoltà nell’interpretare correttamente l’andamento dei cicli economici e quello delle tendenze generali delle borse. Ma da qui ad affermare che perciò tutto andrà a rotoli ce ne passa…

Nel 1836 Giacomo Leopardi (La ginestra) dubitava con malinconico sarcasmo delle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità. Ma non era soltanto un suo scetticismo nella generale glorificazione del “progresso” come soluzione di tutti i problemi e portatore di universale felicità, bensì lucido realismo circa la condizione umana: il progresso incede nel bene e nel male, e con esso avanza nel tempo anche l’economia. E questo non significa necessariamente un maggior benessere ma con ogni probabilità nemmeno il contrario.

Stefano di Tommaso




L’INFLAZIONE PERSISTE (E I TASSI ALLA FINE RISALIRANNO)

La ripresa post-pandemica sta assumendo un sapore amaro per i cittadini di tutto il mondo, a partire da quelli americani: la rapida risalita dei prezzi di praticamente qualsiasi cosa fa ancora fatica ad essere incorporata dalle statistiche ma appare persistere ed estendersi a tutti i settori dell’economia.

IL PREZZO DELL’ENERGIA È L’ASSE DI TRASMISSIONE

Tra le motivazioni possiamo immaginare che un ruolo importante l’abbia avuto la rapida risalita dei prezzi dell’energia, ma anche la relativa rigidità dell’offerta di beni e servizi rispetto alla crescita della domanda e forse anche le aspettative di ulteriore domanda generate dai programmi di supporto sociale e di incremento della spesa e degli investimenti pubblici stanno letteralmente mandando a ferro e fuoco i mercati di sbocco di buona parte di ciò che non è prodotto in Asia.

Il ruolo delle aspettative tende sempre ad essere sottostimato perché difficilmente misurabile on parametri ufficiali e incontrovertibili, ma quel ruolo nel determinare l’andamento dei mercati è del pari incontrovertibile e, stavolta, quelle aspettative di ripresa e di ritorno alla crescita rischiano di creare molti più problemi di quanti ne possano risolvere configurando la possibilità di un’inflazione che prescinde quasi completamente dall’effettiva crescita dell’economia.

IL COSTO DEL LAVORO SALE PER MOTIVI TECNICI

La spirale potrebbe iniziare ad avvolgersi con la brusca risalita del costo del lavoro, soprattutto in quei comparti (come le tecnologie e in generale la manodopera digitalizzata e qualificata) la cui domanda rischia di superare di molte volte l’offerta. Il meccanismo è alimentato anche dal fatto che una parte della popolazione attiva risulta poco idonea per motivi di età, o poco qualificata o infine anche poco motivata, anche a causa dei sussidi alla disoccupazione e della necessità di maggiori cure mediche.

Il mondo anglosassone insomma sta vivendo un’inflazione (anche salariale) che rischia di riverberarsi globalmente sulla crescita complessiva dei prezzi dei fattori di produzione, persino in campi storicamente poco toccati dal fenomeno come l’agricoltura o le costruzioni.

Se è difficile sperare che tali tendenze non si estenderanno anche al continente europeo, possiamo iniziare a notare una significativa deriva in tal senso anche in Cina e in India, che da sole costituiscono più di metà della popolazione mondiale industrializzata. Anche perché il costo del petrolio e quello delle derrate alimentari cresce anche lì.

LA PAROLA ALLA FED

La parola però qualche giorno fa l’ha ripresa il governatore della Federal Reserve americana: l’inflazione è transitoria! Non preoccupatevi. Ovviamente dunque la FED non alzerà i tassi, né vorrà cambiare atteggiamento, almeno sino a quando la disoccupazione si sarà ristretta un altro po’, oppure sino a quando altri fatti (dopo i numerosi mesi in cui si registra un’inflazione media che in America ha superato il 5%) le avranno dato nuovamente torto. E scommesse contro la Banca Centrale più potente del mondo -si sa- sono una bella sfida. La FED vuole compiacere un’amministrazione Biden che deve finanziare ancora le grandi opere che ha promesso e che vuole risparmiare suo costo del denaro del maggior indebitamento che necessariamente andrà a fare per riuscirvi.

Ciò detto però i tassi praticati alle imprese stanno andando su ugualmente, almeno in Europa. Alla chetichella, quantomeno quelli praticati dalle banche e dai fondi che investono in obbligazioni. Mentre quelli dei titoli di stato a lungo termine restano ancora bassi.

Ma è più probabile che la ripresa tenga duro oltre il mero rimbalzo post-restrizioni pandemiche (in un mio precedente articolo c’è una disamina più puntuale al riguardo) che non che l’inflazione torni a languire intorno allo zero, come dovrebbe essere con gli attuali tassi d’interesse. Perciò la FED sbaglia, probabilmente sapendo di sbagliare. E chi deve fare i conti con i programmi d’investimento è meglio che si affretti!

Stefano di Tommaso




I MERCATI SI INTERROGANO

I mercati finanziari stanno mostrando negli ultimi giorni molto scetticismo a proposito della retorica politica e giornalistica sulla ripresa economica e lo fanno nell’unico modo loro consentito: con una correzione dei listini azionari. I corsi dei titoli a reddito fisso, conseguentemente, salgono e trascinano i rendimenti reali dei bond di miglior qualità in territorio negativo, cioè ben al di sotto delle stime del tasso di inflazione. Lo scenario dunque è quello tipico da trappola della liquidità: le banche centrali registrano una scarsa reattività dell’economia reale si loro interventi di politica monetaria e, al tempo stesso, fanno i conti con un’inflazione che è molto più certa della ripresa. La volatilità ne trae beneficio.

 

TIMORI DI RICADUTA

Il prodotto interno lordo di buona parte delle economie del mondo è senza dubbio tornato a salire nella prima parte del 2021, ma mentre la nuova domanda di gas, petrolio ed energie da fonti rinnovabili ha sicuramente scatenato una rincorsa al rialzo dei prezzi di beni e servizi che fa ben sperare per una risalita dei consumi, oggi invece, con le notizie che fioccano da tutto il mondo (Cina compresa), non ci sono certezze al riguardo della tenuta della ripresa economica complessiva. Le notizie riguardano soprattutto l’inflazione, la disoccupazione, gli investimenti e il rischio di ulteriori misure cautelari per contrastare una potenziale terza ondata pandemica.

Il mondo è insomma davanti a un grande dubbio: continuerà la ripresa economica riassorbendo occupazione e scetticismo oppure ciò che hanno mostrato le statistiche è soltanto un rimbalzo tecnico ancora lontano dal mostrare vigore e resistenza? La risposta, anticipiamolo pure, è probabile che sia positiva: continuerà quasi per certo, seppure non ai ritmi che esperti, politici e giornalisti hanno pronosticato frettolosamente fino a ieri.

GLI STIMOLI ALL’ECONOMIA

Per quale motivo però la crescita economica non sarà così vigorosa come potevamo aspettarcela? La risposta risiede principalmente nella scarsità di fiducia degli operatori e quindi nell’accresciuta prudenza che stanno mostrando incrementando la liquidità detenuta cautelarmente e comperando titoli che possano assicurare invece un reddito fisso. Reddito che rimane così basso (anche perché i corsi dei bond stanno crescendo) che quasi certamente mostrerà di essere stato negativo al netto dell’inflazione. Così facendo gli investitori sperano di ormeggiare in porti sicuri e al riparo dall’impennata di volatilità che le borse sembrano promettere per l’estate. Volatilità, si badi bene, non crolli repentini, ma che rischia ugualmente di travolgere i naviganti meno esperti.


Perché però le borse valori allora (oggi ancora ai massimi di sempre) non dovrebbero scendere se l’umore generale resta dubbioso? Le risposte sono ovviamente soltanto degli auspici, ma di motivi ce ne potrebbero essere eccome: Innanzitutto perché i profitti delle principali società quotate sembrano essere tutti in crescita nel corso dell’anno. Se ciò sarà confermato anche come dato medio tendenziale e le borse manterranno i medesimi livelli complessivi, allora è possibile che vedremo di fatto ridursi i moltiplicatori di valore (cosa rassicurante) ma non necessariamente le valutazioni assolute delle società quotate.

VOLATILITÀ MA NON CROLLI DELLE BORSE


Le borse non scenderanno nel loro complesso poi anche perché è difficile ritenere che le banche centrali smetteranno di pompare liquidità per timore dell’inflazione quando quest’ultima ha soltanto cominciato a fare capolino e viceversa l’economia reale sembra ancora lontana dal riprendere la corsa agli investimenti e alle assunzioni e, conseguentemente, di poter mostrare il medesimo livello dei consumi registrato prima della pandemia.

E se le banche centrali non prenderanno paura e non si fermeranno di colpo allora sarà difficile che investitori e risparmiatori continueranno senza limiti a comperare titoli a reddito fisso reale negativo. È più realistico pensare che ritorneranno invece con moderazione anche sui listini azionari.

Ma non è finita qui: il prezzo dell’energia sale perché la domanda è cresciuta più dell’offerta, ma quanto a lungo potrà durare? Prima o poi l’offerta di petrolio riguadagnerà vigore e agirà da calmiere sul prezzo del greggio. Anche il “green new deal” che promette di supportare forti investimenti in campo ambientale ed energetici, potrà anche venire ridimensionato nel prossimo futuro, ma è difficile pensare che verrà messo da parte e farà indubbiamente crescere la produzione di energia da fonti rinnovabili nonché il livello degli investimenti complessivi.

Altri stimoli all’economia proverranno ancora dalla trasformazione digitale, ben lungi dall’essersi esaurita, provocando anch’essa una mole di investimenti che non potrà non registrarsi tra gli indicatori dell’andamento industriale, tra l’altro fornendo ancora vigore a tutto il comparto dei titoli tecnologici. E dai grandi investimenti infrastrutturali annunciati un po’ in tutto il mondo, che prima o poi cominceranno a prendere corpo, sebbene non nella misura strombazzata dalla politica, perché di essi c’è forte necessità.

UNA GRANDE TRANSIZIONE È IN CORSO

Il risultato in termini di profitti aziendali prima ancora che in termini di ripresa economica perciò riteniamo che non potrà farsi attendere troppo, sebbene quest’ultima -più che prendere la forma di un grande nuovo ciclo espansivo- potrà assomiglierà invece ad un grande movimento di traslazione laterale verso un ambiente industriale profondamente diverso da quello attuale. Con tutti gli effetti collaterali che questo potrà comportare, limitando in ciò decisamente i suoi aspetti positivi.


Nemmeno i timori pandemici pensiamo che potranno far ricadere il mondo verso nuovi lockdown generalizzati, innanzitutto perché l’umanità ha imparato oggi a curare meglio le conseguenze da COVID limitandone la capacità di fare vittime, ma anche perché la diffusione dei vaccini continuerà a lungo. E sebbene questi ultimi siano soprattutto un grande business per le multinazionali farmaceutiche, qualche effetto positivo lo porteranno di sicuro.

Gli eventi che osserviamo nelle borse e sui mercati sono dunque quasi solo dei temporali estivi, a volte impetuosi ma anche passeggeri e probabilmente privi di grandi conseguenze che permangano nel tempo. Bisogna soltanto disporre di qualche riparo e di nervi saldi durante la sfuriata. Cosa che non potrà che alimentare la richiesta di valori immobiliari e beni rifugio, già di per sé sospinta dai timori d’inflazione. Mali minori rispetto ai rischi che il ciclo economico volga nuovamente al ribasso…

Stefano di Tommaso