SARANNO GLI INVESTIMENTI A FARE LA DIFFERENZA

Cosa sta succedendo sui mercati con l’arrivo della ripresa economica? E’ reale o immaginaria? L’inflazione devasterà i risparmi o contribuirà a stabilire un nuovo equilibrio? L’uscita dalla pandemia provoca come sempre opportunità e minacce. E l’esito della sfida sarà costituito da qualità e quantità degli investimenti che saremo capaci di sviluppare.

 

I CICLI DELLE BORSE SONO SFASATI CON L’ECONOMIA

Fa sempre un certo effetto notare come i cicli delle borse siano spesso praticamente agli antipodi rispetto a quelli dell’economia reale: siamo stati sino a ieri per un anno intero in forte precarietà dell’economia reale ma i listini delle borse crescevano come non ci fosse un domani.

Ora che invece finalmente la pandemia arretra e la crescita economica globale sembra essersi consolidata e persino in Europa si parla di un forte rimbalzo del prodotto interno lordo (P.I.L.), le borse tendono al ribasso, sebbene in misura moderata.

I tassi d’interesse, sebbene oggi tendano al rialzo, sino ancora sotto ai minimi storici e le valutazioni delle società quotate restano decisamente elevate, soprattutto in America, come si può vedere dall’andamento dell’indice C.A.P.E. (cyclically adjusted price-earnings multiple, che compara le quotazioni alla media dei profitti reali degli ultimi dieci anni) elaborato dal premio Nobel Robert Schiller:

Il punto è che se oggi la crisi economica appare superata, allora la creazione di liquidità da parte delle banche centrali dovrà essere arrestata. E se si ridurrà la liquidità in eccesso che ha sorretto i listini delle borse oltre le leggi della gravità, allora anche tassi d’interesse non potranno che riprendere a salire e le valutazioni d’azienda saranno meno generose.

LA LIQUIDITÀ IN CIRCOLAZIONE È ECCESSIVA

Ma davvero il ritorno alla crescita economica globale è stabilmente acquisito? Per il momento i segnali macro sono positivi, anche se meno di come si poteva pensare. Ed è vero che di conseguenza le banche centrali non potranno che chiudere i rubinetti? Non vi sono certezze al riguardo, né segnali chiari da parte delle autorità monetarie (anzi: fino a ieri hanno affermato l’esatto opposto) ma a volte sono sufficienti le aspettative degli operatori per generare effetti sui mercati.

D’altro canto bisogna ricordarsi che la percezione di liquidità in eccesso non dipende soltanto dalla quantità di moneta complessivamente disponibile, ma anche dalla velocità di circolazione della stessa. Velocità che, con il ritorno dell’inflazione e con il rialzo dei P.I.L., dovrebbe necessariamente aumentare, controbilanciando l’eventuale “tapering” (riduzione) della liquidità che dovessero decidere di operare le banche centrali.

I FATTORI DI TURBOLENZA DELLE BORSE

Nessuno dunque si aspetta davvero un crollo dei mercati, ma (almeno in America) una “tosatura” probabilmente si, a causa della coincidenza di diversi fattori:

  • i tassi e l’inflazione in risalita,
  • la pandemia che non è ancora debellata,
  • la stagione turistica estiva oramai compromessa,
  • la scarsa cooperazione tra i membri dell’Unione Europea per procedere speditamente sui vaccini e sui fondi del ”Next Generation EU”,
  • i venti di guerra in medio oriente e
  • la forte risalita dei prezzi delle materie prime (che potrebbe danneggiare i margini industriali).

A ben guardare le borse, dopo gli eccessi visti fino si primi di maggio, sembrano più che altro entrate in una nuova fase di decisa turbolenza che, favorita dall’incertezza e dall’inflazione, rischia di permanere ancora a lungo e non aiuta la crescita ulteriore dei listini, anzi la penalizza. E più la turbolenza cresce, meno è facile individuare la tendenza di fondo dei mercati. Ma le borse sono lontane dall’aver innestato una spirale negativa che possa anche lontanamente rassomigliare a quella del marzo 2020!


MA NULLA È COME SEMBRA, NEMMENO L’INFLAZIONE

Persino l’inflazione non è così certo che tornerà a consumare decisamente (come oggi appare) il valore reale di risparmi, attività finanziarie e valute di conto. Il prezzo del petrolio ad esempio è raddoppiato in un anno ma il fatto è che molti prezzi di riferimento sui quali calcolare gli scostamenti un anno fa erano appena precipitati ai minimi storici di sempre e quindi la sensazione di una ventata inflazionistica di stampo argentino di questi giorni (soprattutto oltreoceano, dove anche la ripresa economica di è più consolidata), potrebbe risultare nei prossimi mesi fortemente ridimensionata, quando i prezzi di un anno prima con i quali confrontare i rincari saranno quelli di giugno o luglio 2020 e non di marzo o aprile 2020.

Tutto potrebbe congiurare insomma per l’inversione delle principali tendenze osservate nell’ultimo mese (borse giù, inflazione e PIL sù), ma in realtà esistono molti motivi per i quali si può affermare che piuttosto che invertirsi, tali tendenze risulteranno probabilmente soltanto più moderate. A partire da quella del rialzo dei prezzi e dei tassi d’interesse, sino a quella della crescita economica, passando per delle probabili manovre di moderazione degli effetti eccessivi della creazione di liquidità da parte dei regolatori di mercato. Manovre di “tapering” di fatto, che in America sono già in corso anche se poco strombazzate.


La Federal Reserve Bank of America fa bene a disinnescare la componente speculativa della domanda con massicce vendite di titoli sul mercato aperto. In Europa invece non ce n’è bisogno perché ci vorrà altro tempo per registrare una concreta ripresa: il primo trimestre 2021 ha dato segnali contrastanti per il P.I.L.

DOPO IL “RIMBALZO” COSA ACCADRÀ ?


Comunque vada il ritorno alla crescita stabile e duratura dell’economia reale porterà con sé necessariamente un po’ di inflazione (quantomeno per la crescita del prezzo dell’energia), ma potrà anche favorire la ripresa degli investimenti produttivi e tecnologici, oltre a quelli infrastrutturali dove il ritardo accumulato era maggiore. Anzi è molto probabile che la vera partita l’Europa se la giocherà sugli investimenti, pubblici e privati, produttivi e tecnologici, infrastrutturali e in attività immateriali.


Sarà dunque probabilmente soltanto l’intensità gli investimenti a decretare la durata della “bonanza” che ci si aspetta possa raggiungere il suo apice intorno alla fine dell’anno in corso. Poi il rimbalzo tecnico si sarà esaurito e torneranno a contare soprattutto i “fondamentali”. Le imprese che avranno trovato il modo di coprire grandi e intelligenti investimenti resteranno competitive e redditizie, le altre probabilmente chiuderanno prima di quando ci si aspetta perché, con l’arrivo dell’inflazione strutturale, non riusciranno a trasferire al loro mercato gli incrementi dei prezzi dei fattori di produzione.

Gli investimenti perciò faranno la differenza, a livello di divise di conto ed aree valutarie, come a livello di distretti industriali e singole imprese. Questo è probabilmente il momento migliore per metterli in atto, prima che l’ “output gap” (cioè la differenza tra il prodotto lordo attuale e quello potenziale) si riduca a zero (cosa che succederà a causa della ripresa e dell’inflazione).

È IL MOMENTO DI AGIRE !

Oggi le risorse finanziarie, per chi le cerca davvero, si trovano. E quelle liquide si possono ancora investire con profitto. Le opportunità di collaborazione, aggregazioni, acquisizioni e ricapitalizzazione sono molte, tanto per le nazioni quanto per le imprese e i privati. Il momento insomma è propizio per agire. Bisogna “solo” pianificare subito le iniziative e perseguirle con molta oculatezza. Ma questa grande opportunità non può durare in eterno e la finestra offerta dal rimbalzo post-pandemico si richiuderà necessariamente molto presto. Quando ciò avverrà qualcuno potrebbe non essere più in affari, mentre l’inflazione avrà iniziato a erodere il valore delle risorse liquide. Qualcuno ne avrà approfittato per fare il grande salto. Qualcuno avrà perduto l’occasione.

I cicli economici ci insegnano che sono destinati a ripetersi senza fine, ma la storia economica ci insegna anche che al termine di ciascuno dei suoi cicli niente è come prima. E come se non bastasse la concorrenza per aggiudicarsi le risorse disponibili, ci sarà anche l’inflazione a rimescolare le carte e a ridurre il valore dei debiti in essere. Probabilmente sarà anche l’unico rimedio possibile, insieme a quello della crescita economica, per porre riparo agli eccessi di indebitamento di questi anni.

Stefano di Tommaso




L’INFLAZIONE SPEGNERA’​ LE BORSE ?

Quasi tutti concordano sulla possibilità che la fiammata d’inflazione in arrivo possa risultare passeggera, dal momento che per poter durare a lungo l’inflazione dovrebbe essere sostenuta da un ritorno importante alla crescita economica delle principali economie del mondo, arrivando a far prevalere la domanda sull’offerta di beni e servizi. Per lo stesso motivo le banche centrali continuano imperterrite ad erogare i loro incentivi monetari (cioè sino a quando non vi saranno segnali concreti di stabile ritorno alla crescita economica) e, di conseguenza, continuano a non lasciar crescere i tassi d’interesse a lungo termine.

 


L’INFLAZIONE IN ARRIVO SEMBRA SOTTOSTIMATA

Ma quanto è credibile che la ripresa economica globale possa risultare effimera? Ci sono indicazioni contrastanti in proposito i quali lasciano il dubbio che stiamo semplicemente assistendo al rimbalzo delle aspettative. E ci sono altri fattori che potrebbero ugualmente far crescere eccessivamente i prezzi su tutta la filiera produttiva (dalle materie prime ai prodotti finiti) anche laddove le condizioni economiche complessive non dovessero migliorare significativamente, come il prezzo dell’energia, che si diffonde nel mondo istantaneamente.


È chiaro che uno scenario di “stagflazione” (stagnazione più inflazione) risulterebbe in uno dei fiaschi peggiori possibili per le banche centrali occidentali. Scriviamo questo anche perché ci sono dati relativamente poco lusinghieri circa la solidità del ritorno alla crescita economica, quali il mancato ritorno alla piena occupazione e una relativa scarsità degli investimenti produttivi.

D’altra parte se qualcosa sembra davvero essersi materializzata in pochi mesi (sebbene non si sappia quanto possa durare) questa è l’inflazione dei prezzi: praticamente non c’è materia prima o genere di prima necessità alimentare che non abbia in corso un rincaro. Per non parlare dei prezzi di petrolio ed energia, ove c’è anche parecchia speculazione e forti interessi ad una loro risalita. Dunque l’inflazione sarà anche provvisoria, ma in America ha già sfondato abbondantemente quel muro psicologico del 2% che le banche centrali si erano date come obiettivo (arrivando al 4,2% in media con punte settoriali del 10+%) e nel resto del mondo rischia di essere solo questione di tempo perché accada lo stesso.

QUANTO DURERÀ ?

Resta perciò da verificare se anche la crescita economica sia tornata vigorosa ovvero assistiamo soltanto ad un rimbalzo tecnico dopo la caduta dei consumi dello scorso anno. E qui la faccenda si fa più complicata, dal momento che le misure ancora in vigore di restrizione alla libera circolazione delle persone sembrano sul punto di essere rimosse, ma in buona parte del mondo non lo sono ancora.


E poi la pandemia ha indubbiamente accelerato i processi di trasformazione digitale dell’economia e nessuno può sapere davvero in questo momento che fine faranno tutti i lavoratori e le imprese che sono rimasti ai margini di tali cambiamenti, nemmeno negli U.S.A. Dunque il rischio di stagflazione rimane più che mai vivo perché importanti studi dimostrano che c’è una forte vischiosità temporale tra il momento in cui le nuove tecnologie buttano fuori mercato le attività economiche basate su quelle vecchie e il momento in cui le prime generano ricchezza, profitti, crescita e occupazione.

COME IMPATTERÀ SUI PROFITTI ?

Ma se anche la ripresa mostrasse di poter continuare oltre il rimbalzo “tecnico”, la vera domanda che interessa ai mercati finanziari riguarda i margini di profitto: con l’arrivo dell’inflazione essi cresceranno o decresceranno? Se si trattasse soltanto di trasferire i maggiori prezzi dalle materie prime verso i clienti finali sarebbe più probabile che i profitti subissero delle battute d’arresto, quantomeno per le vischiosità intrinseche nella filiera produttiva che non riesce istantaneamente a trasferire i rincari delle materie prime nei prezzi dei prodotti finiti.

Ma se accanto all’inflazione si manifestasse anche una non troppo temporanea crescita economica ecco che la domanda di beni e servizi supererebbe stabilmente la loro offerta e che quindi anche i profitti delle imprese potrebbero tornare a correre più che proporzionalmente, ingrassando indirettamente i valori d’azienda e dunque il tono generale dei listini azionari. Una vera e robusta crescita economica globale insomma (anche al netto del rialzo dei tassi d’interesse che si porterebbe inevitabilmente dietro), potrebbe far bene alle quotazioni delle borse valori.

L’OTTIMISMO SUPERA IL PESSIMISMO

Il mondo sembra volerci credere, non foss’altro che perché la domanda di financial assets (titoli) supera di gran lunga l’offerta a causa della liquidità globale che continua a crescere. È chiaro che ogni volta che gli indici di borsa si avvicinano alle quotazioni massime qualcuno pretende di realizzare le plusvalenze e liquida alcune posizioni. Ma come andrà davvero non lo si può dedurre dalle correzioni in corso, dal momento che l’enorme liquidità dei mercati ne amplifica la volatilità dei corsi.


E -nel dubbio- di segnali positivi ce ne sono almeno quanti quelli negativi. E di voglia di soffermarsi su questi ultimi ce n’è sempre meno. Ma l’inevitabile volatilità in arrivo nei prossimi mesi renderà il “gioco” in borsa assai arduo che in passato per i più deboli di cuore. È piuttosto probabile che scenari globali alla “Goldilocks” (la bambola dai riccioli d’oro che preferisce situazioni stabili e intermedie) faremo fatica a vederne ancora, mentre la tendenza al rialzo dei prezzi e quella di tensione sui tassi d’interesse reali (cioè al netto dell’inflazione) consigliano caldamente gli investimenti in beni dell’economia reale aziende industriali ed immobili e, più ancora, di affidarsi ad operatori professionali piuttosto che fare da soli.

Stefano di Tommaso




L’AMERICA SI SCOPRE FRAGILE

L’altro ieri un attacco informatico all’infrastruttura “colonial pipeline” (di proprietà privata come del resto quasi tutto in America) che trasporta la maggior parte del carburante lungo la dorsale atlantica degli Stati Uniti ha di fatto reso inutilizzabile la condotta e lasciato fermi milioni di automobilisti e autotrasportatori che sono rimasti a secco. I suoi tubi trasportavano ogni giorno 3 milioni di barili (477 milioni di litri) di carburante, dal Texas fino a New York.

 

I “cyber-terroristi” che hanno chiesto il riscatto sono stati identificati ed erano già noti alle autorità pubbliche per altri ricatti informatici, ma stavolta sono immediatamente stati identificati come “infiltrati dei russi”, tanto per gettare altra benzina sul fuoco della guerra di religione che l’amministrazione Biden sta portando avanti contro la Federazione Russa, rea di non piegarsi ai dictat della grande finanza.

Inutile dire che -come ai tempi del Russiagate di Trump (mai provato, anzi!) anche stavolta saranno soltanto illazioni, per adombrare una minaccia nemica ed esorcizzare ciò che invece appare come un grosso problema per tutto il mondo occidentale: la grande assenza delle autorità pubbliche e di reti di protezione intelligenti nella gestione della sicurezza nazionale e nella prevenzione dei disastri !

Perché la condotta è divenuta così importante da paralizzare i trasporti americani non appena interrompe le sue forniture? Perché i depositi e le raffinerie locali che prima erano disseminati su tutto il territorio hanno pian piano chiuso i battenti per necessità di mercato, cioè perché non erano abbastanza efficienti dal punto di vista dei costi distributivi. Nessuno però si era mai preoccupato di cosa sarebbe potuto accadere in questi casi.

La questione rimanda (è lo stesso Biden a ricordarlo) alla necessità di forti investimenti infrastrutturali, di cui si parla da decenni ma che sono sempre stati rimandati (o sabotati politicamente) sino al momento in cui non si è compreso che stava diventando troppo tardi. Danni accidentali del “neo-liberismo” si dirà, ma non ce la caviamo con qualche frase fatta: occorre risvegliare le coscienze , che invece fino ad oggi sono volutamente state fatte addormentare, persino quando si sono contati i voti postali dei morti.

È probabile oggi che la risposta del Presidente sarà tutta orientata all’utilizzo della forza militare nonché dei servizi segreti per riuscire a sviare l’attenzione dal vero problema sollevato da questo evento: può questo sistema iper-capitalistico funzionare bene ai fini del benessere delle popolazioni civili? Può riuscire ad evitare guerre, carestie e disastri ambientali senza cercare soltanto di lucrarvi un ulteriore guadagno?

È del tutto evidente che la risposta non può essere positiva. Ma è altrettanto probabile che si cercherà di porsi nemmeno la domanda. Non è politicamente corretto. Ecco però che si pone allora oggi una questione ben più fondamentale: cosa è politicamente corretto? Soltanto quello che ci propinano i mezzi di (dis)informazione di massa ?

Ognuno risponda secondo coscienza e non secondo mera convenienza…


Stefano di Tommaso




IL TRIONFO DELLA FINANZA ALLA BASE DELLA RIPRESA

Il 2021 non è ancora classificabile come l’anno della vittoria sulla pandemia globale (si pensi al caso indiano che rischia di estendersi anche altrove) ma è sicuramente riconoscibile come l’anno della ripresa economica dopo lo shock legato ai lockdown! Lo dimostrano non soltanto la ripresa dei consumi ma anche la forte dinamica di fusioni e acquisizioni che sta attraversando il pianeta. E la necessità di alimentarle con molto capitale e molta intelligenza.

 


IL BOOM DELLE FUSIONI E ACQUISIZIONI ERA NELL’ARIA

Non che non lo avessimo ampiamente previsto già alla fine dello scorso anno, ma il fenomeno va ampliandosi progressivamente man mano che gli effetti della ripresa arrivano a farsi sentire. Una ripresa fortemente sbilanciata verso taluni settori industriali e invece avara di benefìci verso molti altri, che sta fingendo soprattutto da acceleratore dei cambiamenti economici, climatici, sanitari e sociali del pianeta.

Il grande vincitore della competizione tra i comparti dell’economia nel 2021 è senza dubbio quello della finanza, in ogni sua forma: dalle banche alle borse valori, passando dalle fintech (piattaforme tecnologiche di affari finanziari) alle SPAC (società-veicolo di investimenti quotate in borsa prima ancora che investano) e sinanco al crowdfunding (sottoscrizione online di piccole quote del capitale di società in forte crescita).

LA FINANZA LUBRIFICA LA RIPRESA…

Ma la finanza -si sa- è lo specchio del resto dell’economia, sebbene tenda a precedere i cambiamenti e talvolta a farli addirittura accadere. La finanza è una funzione delle tendenze socio-economiche, delle previsioni e delle aspettative, persino quando sono errate. Tuttavia la finanza è divenuto negli ultimi anni il regno del “bengodi” da quando le banche centrali hanno aperto i rubinetti senza più alcuna voglia di ricordarsene gli effetti.

Ed è così che l’enorme massa di liquidità che le banche centrali hanno regalato ai mercati finanziari sta indubbiamente fungendo da acceleratore degli eventi, spingendo anche le aziende più recalcitranti ad aggregare o aggregarsi con altre aziende, siano esse partner o concorrenti, fornitrici o distributrici, fino a cambiare sostanzialmente pelle e natura dei loro business ma con una logica prevalente: incrementare il valore per i propri azionisti, a costo di lasciare per strada masse intere di lavoratori, grandi tradizioni artigiane e industriali, e persino negozi ed empori di ogni sorta, vittime dell’onda montante del commercio elettronico.

Tutto ciò sarà di conseguenza il trionfo del private equity, delle quotazioni in borsa e delle banche d’affari, dal momento che i servizi finanziari saranno una componente fondamentale di tale trasformazione. Con una crescita della domanda che supererà di molto quella della loro offerta.


…PERSINO IN ITALIA !

Persino in Italia, dove tutto accade più lentamente, quantomeno a causa della sonnecchiante burocrazia, nel primo trimestre del 2021 il volume delle fusioni e acquisizioni è cresciuto, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, del 161%. La sottocapitalizzazione delle imprese, la scarsità di credito ordinario e la necessità di investire pesantemente (ttte variabili strettamente legate alla finanza) hanno indubbiamente giocato un ruolo centrale in questo vero e proprio boom di operazioni!

Ma le motivazioni di questo fenomeno non finiscono affatto qui: la necessità di adeguarsi alle normative e alle tendenze sulla sostenibilità del contesto ambientale, l’accentuarsi della concorrenza internazionale, i danni al conto economico derivanti dalla serrata di molti esercizi pubblici e il ricambio generazionale (con la profonda modificazione delle priorità -si pensi alla salute- e delle abitudini dei consumatori) hanno fatto il resto.

LE INSOLVENZE SMUOVERANNO LE PMI


In molti casi le operazioni straordinarie derivano dalla necessità di tamponare le perdite e le insolvenze, che in Italia restano spesso al vertice delle priorità aziendali, almeno per le imprese medie e piccole. Ci sarà un incremento delle procedure concorsuali e ci saranno ulteriori licenziamenti ma il falò delle attività obsolete potrà generare anche nuove iniziative perché è spesso dalle necessità che nascono le virtù.

LA GLOBALIZZAZIONE SPINGERÀ LE PIÙ GRANDI

Per le imprese di maggiori dimensioni la priorità assoluta sembra invece essere la crescita fuori confine, di qui una forte spinta alle acquisizioni all’estero da parte di imprese italiane. Con buona pace -anzi talvolta con il supporto- delle pubbliche autorità, come nel caso della borsa italiana o delle telecomunicazioni. La necessità di raggiungere una dimensione idonea a fronteggiare la concorrenza internazionale e quella di controbilanciare il forte calo dei consumi nel nostro Paese hanno indubbiamente favorito la migrazione di molte grandi imprese italiane, le quali addirittura hanno spesso potuto scegliere di pagare là tasse in altri paesi dell’Unione Europea, senza dover sottostare ad alcun correttivo da parte del nostro governo.

IL “NEXT GENERATION EU”

L’arrivo (si spera, dal momento che i tempi continuano a slittare) dei fondi “Next Generation EU) potrebbe inoltre aggiungere altra benzina sul fuoco, anche se per riuscire ad osservare il loro effetto sulla ripresa della spesa per consumi dovremo forse attendere il 2022. Ma il loro impatto maggiore si dovrebbe vedere già prima sugli investimenti produttivi, soprattutto quelli legati alla digitalizzazione, alla prevenzione dei rischi e all’efficienza nei costi di produzione.

LA FINE DELLA CASSA INTEGRAZIONE GUADAGNI

Infine un effetto interessante della pandemia: che fine farà quel milione Ie oltre) di posti di lavoro di persone oggi in cassa integrazione guadagni, surrettiziamente tenuti in piedi per evitare emergenze sociali? È nelle cose che l’assistenzialismo di stato non possa durare in eterno e che molti di essi non rientreranno mai più nelle imprese dalle quali sono usciti. ma è altrettanto probabile che almeno una parte di quel grande numero di lavoratori e impiegati possa “rimettersi in gioco” investendo sulla propria attività, generando nuove iniziative e alimentando quel ciclo di micro-investimenti e consumi che derivano dalla nascita di nuove imprese.

L’accrescimento delle masse monetarie in circolazione e la presumibile maggior velocità della loro circolazione non potrà che riportare in alto i tassi d’interesse e i volumi dei finanziamenti erogati. Questo fenomeno favorirà peraltro anche di riflesso il settore bancario e finanziario e potrà portare maggior ricchezza percepita, dunque anche la ripresa dei consumi.

TURISMO GIÙ E COSTRUZIONI SÙ

Ma nel nostro Paese a far da contraltare ci sarà una presumibile scarsità di afflusso di turisti e la necessità di spendere cifre molto più alte del passato per la digitalizzazione (anche domestica) e la sanità, anche privata. Ciò significa che i risparmi e la spesa per consumi durevoli dovrebbero superare ampiamente i consumi correnti, accentuando il divario crescente tra settori tradizionali del “Made in Italy” (moda-tessile-arredamento-accessori-lusso) che difficilmente potranno godere subito della ripresa e quelli dell’informatica, della mobilità eco-sostenibile, della prevenzione infortuni e della formazione continua, buona parte dei quali accentueranno le importazioni e sbilanceranno le partite correnti.

L’unico settore industriale di matrice prettamente interna che invece dovrebbe segnare una decisa ripartenza -anche grazie ai numerosi incentivi pubblici- è quello delle costruzioni, dei riassetti immobiliari, delle grandi opere infrastrutturali e della mobilità locale e nazionale, dal momento che era rimasto decisamente indietro e decisamente colpito dalle restrizioni sociali.

IL VIRUS SVECCHIERÀ L’ITALIA

L’Italia rischia dunque di uscire piuttosto malconcia dalla crisi pandemica, ma in una cosa il virus avrà avuto un effetto decisamente positivo per il nostro Paese: lo svecchiamento forzoso che ne deriverà. E chissà che alla lunga non ne possa beneficiare anche la nazione?

 

Stefano di Tommaso