VERSO UN SUPERCICLO DELL’ECONOMIA?

La ripresa che tutti aspettano per il 2021 potrebbe arrivare un po’ in ritardo ma, dati alla mano, tutti scommettono che alla fine arriverà. Il mondo ha carenza di vaccini, ma anche di infrastrutture, investimenti, materie prime, gas e petrolio, tassi d’interesse reali e beni rifugio. E potrebbe ricominciare presto a spendere a mani basse per tutto ciò, non appena la pandemia allenterà un po’ la stretta. E se ciò accadrà allora i profeti di sventura per la sorte delle borse potrebbero avere torto.

 

ASPETTANDO L’IMMUNITÀ DI GREGGE

La pandemia non accenna ancora a smettere di fare vittime. Persino nell’imperturbabile Cina la preoccupazione per nuovi focolai è evidente. Anche perché le mutazioni del virus stanno spiazzando tutte le previsioni. Ma fortunatamente i vaccini -seppure in forte ritardo- sembrano (per il momento) essere efficaci anche contro le principali mutazioni del virus. Il grafico del Financial Times qui riportato mostra il maggior numero di dosi già somministrate nel mondo. E come si può vedere l’Italia non è nemmeno citata.


Somministrandoli in deciso ritardo rispetto alla scadenza estiva è possibile che un’altra stagione turistica sia oramai compromessa e che l’Italia dovrà affrontare l’ennesimo anno difficile, in cui il sostegno europeo risulterà fondamentale anche solo perché lo Stato possa pagare le spese correnti e rifinanziare previdenza sociale, cassa integrazione e ristori, rinunciando auspicabilmente al vano tentativo di incassare solo spiccioli dai 40 milioni di cartelle esattoriali arretrate, scendendo in compenso guerra con l’intero popolo dei contribuenti.

Eppure entro la fine dell’anno corrente anche l’Italia potrebbe aver raggiunto una sorta di immunità di gregge: quel fatidico 70% della popolazione, sommando vaccinati e immunizzati da precedenti contagi. A quel punto anche da noi potrebbe arrivare una qualche ripresa di consumi e investimenti. Ma a livello internazionale questo succederà molto prima, a partire dal sud-est asiatico fino a buona parte del continente americano.

IL RUOLO DELLE BANCHE CENTRALI

Dopo un primo anno in cui l’economia mondiale ha dovuto accettare un deciso passo indietro (nonostante la popolazione globale sia invece cresciuta e le disuguaglianze pure, riducendo ulteriormente il reddito disponibile per la parte più povera dell’umanità), le banche centrali hanno provveduto abbondantemente a sopperire alla necessità di monetizzare i debiti pubblici, nonché a quella di rilanciare la crescita. Ciò ha portato i mercati finanziari di tutto il mondo ad affogare di liquidità, a far salire alle stelle le loro quotazioni e al tempo stesso a rischiare di accrescere la loro instabilità.


Anche il moltiplicarsi delle posizioni aperte su strumenti derivativi ha generato un grosso rischio sistemico cui nessuno sta seriamente prestando attenzione. Se poi vogliamo completare il quadro dei pericoli in corso non possiamo non segnalare che la sequela di insolvenze e fallimenti aziendali che inevitabilmente seguiranno una delle recessioni globali più profonde da un secolo a questa parte, costituisce inevitabilmente un ulteriore generatore di rischio, dal momento che il sistema bancario ne risulterà ancora una volta azzoppato e che l’eventuale sussulto che può derivarne sui mercati finanziari basterebbe da solo ad instaurare un panico simile a quello del 2008.


PERCHÉ LA CRISI DEI MERCATI FINANZIARI NON ARRIVERÀ

Eppure ad oggi nessuno si attende davvero una crisi finanziaria epocale, per due importanti motivi: perché la grande liquidità che sorregge i mercati potrebbe -con un po’ di fortuna e di buona volontà- trasformarsi in un’ondata di nuovi investimenti che a loro volta potrebbero alimentare la ripresa dell’occupazione e di conseguenza dell’economia, e perché quella stessa ripresa in alcune parti del mondo (Cina Giappone e sinanco U.S.A.) è già iniziata.

Gli Stati Uniti d’America hanno goduto di ristori di stato quasi istantanei e di una limitata segregazione sociale. Sono inoltre riusciti a somministrare vaccini ad una parte significativa della popolazione molto prima che in Europa e oggi possono già godere di un accenno di ripresa economica. Ma tutto questo i media non lo possono ancora sbandierare ai quattro venti perché ciò significherebbe lodare l’amministrazione Trump.

Degli strumenti di contrasto alla recessione come il “Recovery Fund” non stanno poi vedendo la luce soltanto in Europa ed anzi, in estremo oriente l’economia ha già ingranato (con forte spinta statalista) una ripresa industriale che, tra l’altro, risulterà fondamentale al resto del mondo e in particolare all’America, per soddisfare la ripresa della domanda dei consumi, affinché non parta un’inflazione dei prezzi fuori controllo.

L’AMERICA CORRE E IL RITARDO EUROPEO AUMENTERÀ

La ripresa americana potrebbe poi farsi sentire anche da noi, non appena ci potremo liberare dalle restrizioni alla libera circolazione delle persone e queste ricominceranno a viaggiare e a spendere, anche se in molti si attendono che il consumismo come l’abbiamo conosciuto fino al secondo decennio del ventunesimo secolo probabilmente non si rivedrà più.

Non che ci si possa attendere troppo dal vecchio continente: la contrapposizione delle nazioni che lo compongono (al di là dell’Unione imperfetta degli stati europei) nonché il profondo ritardo con il quale vengono prese le decisioni e lanciati gli stimoli alla ripresa del prodotto interno lordo non fanno ben sperare nell’immediato. Probabilmente il divario con l’America e l’Asia crescerà, così come la deflazione (o la minor inflazione) saranno ancora più evidenti verso la fine dell’anno dal momento che i popoli del nord-Europa frenano sulla monetizzare dei debiti dei paesi meridionali.

IL BITCOIN A 50 MILA DOLLARI NON CI È ARRIVATO PER CASO

Ma l’enorme incremento degli stimoli monetari qualche effetto dovrà pure mostrarlo, e lo si può già percepire dall’arrivo a quota 50 mila dollari del Bitcoin, dalla rincorsa dei prezzi dei beni rifugio e dalle prospettive di rialzo di petrolio e gas. Ed è possibile che proseguirà presto con l’aggiunta della corsa dei prezzi delle materie prime e delle derrate alimentari, man mano che la ripresa economica globale prenderà corpo.


Nell’attesa che il mondo civile torni a respirare all’aperto e i consumi possano riprendere vigore anche in Europa, gli idranti delle banche centrali sono pienamente in funzione e ci resteranno ancora abbastanza a lungo. E sono queste ultime le vere protagoniste all’origine di un possibile nuovo superciclo dell’economia.

UN SUPERCICLO DI CRESCITA E ABBONDANZA ?

Di conseguenza alla congestione di liquidità che affoga i mercati finanziari i tassi d’interesse continuano ad scendere al di sotto dello zero, i timori di svalutazione delle principali divise di conto valutario si moltiplicano, mentre le valutazioni aziendali continuano a crescere perché c’è più domanda di investimenti che opportunità ancora da cogliere.


Ma questa abbondanza alimenta inevitabilmente l’innovazione e le startup tecnologiche, contribuisce a finanziare le spese infrastrutturali e contribuisce a contrastare l’incremento di disuguaglianze sociali con abbondanti sussidi di stato a ceti sociali e popolazioni indigenti. Anzi: può contribuire all’elevazione delle masse, alla diffusione della conoscenza.

Peraltro della ripresa economica già in atto in Asia e America, alla fine dovrebbero beneficiare non soltanto i Paesi Emergenti, ma anche le esportazioni europee, sebbene ciò non si potrà tradurre così velocemente come in passato in una ripresa dei consumi, mentre con ogni probabilità la ripresa dell’export potrà alimentare la generazione di profitti (con ricavi in crescita e costi stagnanti) e, di conseguenza, un sostegno alle quotazioni dei titoli azionari. Se così sarà non ci sarà nessun crollo delle borse, nemmeno dopo la sbornia degli ultimi anni!

Nel grafico qui riportato una panoramica degli stimoli post Covid a livello globale:


DUNQUE DRAGHI PUÒ FARCELA, E I MERCATI PURE !

È in questo contesto globale (assai fortunato dunque) che si inserisce il tentativo di Draghi di far funzionare una delle coalizioni politiche più sgangherate che la storia della nostra repubblica ricordi. Se il Professore vorrà farsi rispettare dovrà riuscire nell’accelerazione della distribuzione di vaccini, dei ristori di stato alle attività bloccate e dei contributi europei agli investimenti. Un compito non facile ma nemmeno impossibile. E se ci riuscirà, terrà a quel punto sotto scacco le “istituzioni democratiche “ del nostro paese (o meglio impedirà loro di combinare altri disastri) consentendo un più ordinato riassetto complessivo.

A livello globale il fenomeno della maxi-ripresa economica potrebbe risultare molto più accentuato che a casa nostra e, se riuscisse a passare per la ripartenza dei grandi investimenti infrastrutturali di cui il mondo ha bisogno (colmare la carenza di cibo e assistenza medica, il divario digitale e la formazione professionale dei paesi ancora oggi arretrati), allora questa ripresa economica potrebbe anche durare molto a lungo.


SE LA GEOPOLITICA NON CI METTE LO ZAMPINO !

Naturalmente ciò sarà possibile in un mondo che resti sostanzialmente pacifico e privo di forti tensioni internazionali. Se arrivassero le quali lo scenario volgerebbe molto più decisamente a favore di un’inflazione galoppante e di un nuovo contenimento dei flussi commerciali internazionali.

Riuscire ad evitare quel genere di problemi è stavolta ancora più cruciale per le sorti dell’umanità ed è una condizione a dir poco necessaria affinché l’enorme bolla speculativa che ancora oggi sostiene le borse e i titoli a reddito fisso possa riuscire a non scoppiare. Se invece ciò accadesse, distruggerebbe non soltanto speranze e ricchezze di miliardi di individui, ma anche il sogno di tutti coloro che oggi contano sui propri risparmi per sostenere una vecchiaia auspicabilmente lunga e serena.


Stefano di Tommaso




L’EFFETTO DRAGHI A PIAZZA AFFARI

Tutti oggi parlano di Mario Draghi, non soltanto come del nuovo salvatore della patria, ma anche come l’unico capace di gestire delicatissimi equilibri per permettere al Bel Paese di scrollarsi di dosso la sua pessima nomea. Impresa al limite dell’impossibile ma tutti in realtà vogliono crederci, tanto per le qualità intrinseche dell’uomo quanto per la congiuntura, che potrebbe risultargli eccezionalmente favorevole. Le variabili economiche sono infatti tutte a suo favore e, con un po’ di fortuna, la Borsa di Milano può fare un bel po’ di strada.

 

Certo le sfide per chi siederà a Palazzo Chigi sono solenni e le difficoltà danno il capogiro, ma Piazza Affari sembra proprio volerci credere, al momento più per tatticismo che per effettiva scelta. In fondo non è così importante saperlo se alla fine le quotazioni del listino italiano saliranno. E probabilmente succederà, così come succederà probabilmente che lo spread tra i tassi italiani e quelli tedeschi scenderà ancora, ma sarà stata soltanto un’altra conferma che si tratta dell’uomo giusto al momento giusto, anche perché-tanto l’uomo quanto il momento- sono sembrati a tutti gli ultimi possibili.

IL LISTINO HA GIÀ FATTO IL PRIMO SCATTO IN AVANTI

In realtà lo spread BTP-Bund è già andato ai minimi storici (sotto all’1%) mentre il FTSE-MIB (acronimo di Financial Times Stock Exchange Milano Indice di Borsa cioè il paniere con le azioni quotate delle maggiori 40 società italiane) è già salito un bel po’: per l’esattezza nella prima settimana di Febbraio ha recuperato il 7%. Non poco considerato il fatto che la Borsa di Milano è sicuramente una di quelle che hanno reagito meno all’ultima impennata globale dei listini.


Ma se guardiamo appunto alle performances ventennali delle altre borse: ad esempio quella tedesca, quella francese o quella spagnola, dal 2000 ad oggi il FTSE-MIB ha sottoperformato rispettivamente dell’88% rispetto al DAX, del 73% rispetto al CAC40 e del 67% rispetto all’IBEX. Una vera enormità.

E per lo stesso motivo di strada da fare ne potrebbe avere ancora tanta! In realtà un elemento che ha fortemente penalizzato l’intera Europa e in particolare il nostro Paese è stato l’impatto più severo della pandemia sull’economia. Nel grafico che segue si può toccare con mano la più modesta ripresa del listino italiano e di quello britannico all’annuncio della pandemia (il nostro è stato il più colpito) e all’annuncio dei vaccini.

LA DIFFICOLTÀ DI CENTRARE GLI OBIETTIVI EUROPEI

In realtà la nomina di un grande calibro come Mario Draghi è strettamente legata al dramma che si stava consumando: una delle peggiori crisi politiche della storia d’Italia proprio mentre devono arrivare 209 miliardi di finanziamenti e contributi dall’Unione Europea, allo scopo di permetterle di recuperare l’enorme arretrato accumulato con le altre economie. La strada indicata dalla Commissione Europea è stata quella maestra: fare investimenti appropriati riordinando gli assetti istituzionali, amministrativi e giuridici.

E qui le cose si complicano non poco, dal momento che sarebbe stata indicate come condizioni necessarie le riforme della Pubblica Amministrazione e della Giustizia, due fronti sui quali si sono infrante tutte le speranze dei precedenti governi. E se nemmeno Draghi riuscirà nel “miracolo”, persino i fondi europei potrebbero mancare all’appello (o venire decurtati). Soprattutto in merito alla Giustizia, che negli ultimi decenni si è mostrata proprio resiliente a qualsiasi interferenza da parte di Governo e Parlamento.

MA L’ESTABLISHMENT HA DETTO SÌ

Potremmo discettare a lungo sulle effettive possibilità che ha Draghi di farcela. Sono partite molto complesse (e sicuramente molto lunghe), ma vogliamo invece concentrarci sulla sua maestrìa nel generare aspettative positive e sulle possibilità che la credibilità che gli viene attribuita possano già di per sé giovare all’innesco di una serie di circoli virtuosi.

Non è un caso che all’indomani dell’annuncio da parte di Mattarella sia arrivato l’endorsement (un sostegno esplicito alla sua credibilità) da parte del predecessore alla guida della Banca Centrale Europea: Christine Lagarde! Insomma l’Establishment ha espresso il suo “placet”.

DRAGHI POTREBBE FAR TORNARE IN ITALIA I CAPITALI STRANIERI

Il primo di quei circoli virtuosi può scattare in funzione dell’auspicabile inversione dei flussi finanziari netti nei confronti del nostro Paese. Se infatti ciò accadrà l’intero sistema bancario-finanziario nazionale se ne potrà giovare, contribuendo non poco a liberare risorse a loro volta essenziali per le altre grandi partite: quella delle infrastrutture in primis, ma anche la riforma fiscale e la semplificazione amministrativa.

Una maggior lubrificazione del mercato finanziario peraltro potrebbe risultare cruciale per innestare un secondo circolo virtuoso: quello del consolidamento del sistema bancario nazionale, ancora decisamente frammentato. Ma questo di per sé non sarebbe un grande problema se non fosse anche decisamente sotto-capitalizzato e per lo più gestito da non grandissimi talenti. Due motivi per i quali una delle banche maggiori, il Monte dei Paschi, deve cambiare il suo padrone (oggi è il partito democratico) e anche il manico. E per i quali molte piccole realtà devono accasarsi altrove rispetto alle fondazioni bancarie e alle vecchie giostre della politica.

I FATTORI CHE PORTEREBBERO IN ALTO IL LISTINO MILANESE

Il suddetto consolidamento potrebbe a sua volta far volare le valutazioni delle banche, uno dei settori economici più presenti tra i titoli quotati in Borsa a Milano. Anche da questo il nostro listino potrebbe trarre giovamento, così come da una serie di altre possibili congiunture positive:

  • La ripresa economica globale post-Covid
  • Gli investimenti che ne potrebbero conseguire
  • Il recupero del commercio internazionale
  • Il probabile rialzo dei prezzi delle materie prime e delle derrate alimentari
  • La conseguente ripresa degli investimenti anche nel settore energetico e, di conseguenza, nel vasto mondo delle energie da fonti rinnovabili.

Tutti fattori che potrebbero andare a giovamento soprattutto delle “Public Utilities” ma anche più in generale dei titoli a maggior capitalizzazione, con un probabile effetto-traino anche sugli altri titoli quotati.

MA PIÙ DI TUTTE CONTANO LE INFRASTRUTTURE

Tuttavia, come si è appena notato, la partita più importante per l’economia nazionale così come per i profitti delle società quotate in Borsa è di certo quella delle grandi infrastrutture. La medesima che resta più cara al resto d’Europa, sia perché deve fare altrettanto, che per il fatto che, qualora quella locomotiva su mettesse in moto, le aziende del resto del mondo investirebbero più a cuor leggero nel nostro Paese.

“Riaprire i cantieri” è stato per almeno gli ultimi due anni il motto della Lega, e forse anche per questo non ha mai rappresentato una vera priorità per i governi fatti senza di questa. Accanto a ciò peraltro è rimasta senza conclusione la grande partita delle Autostrade (che da sole di cantieri ne deve muovere parecchi), circa le quali il governo Conte è riuscito a non decidere un bel niente. Tra l’altro accanto alle vere e proprie infrastrutture, persino sulle numerosissime manutenzioni arretrate le Autostrade sono riuscite a fare lucrosi rinvii.

Per non parlare degl’importanti investimenti cui dare il “via” nel settore ferroviario (il treno è uno strumento di trasporto ecologico e cruciale per una penisola stretta e lunga come la nostra) e di quelli, ancora più strategici, nelle telecomunicazioni, dove si gioca buona parte del divario di sviluppo digitale del nostro Paese con il resto del continente. In questo campo non aver deciso nulla a proposito della separatezza della principale rete telefonica (quella di provenienza TELECOM) ha sicuramente ritardato cospicui investimenti, e con essi numerose ricadute positive, a partire dall’occupazione, fino all’innovazione tecnologica. Nel grafico qui sopra riportato il declino dell’economia italiana è più vistoso in termini relativi al resto del mondo.

MA COME SIAMO RIUSCITI A CADERE COSÌ IN BASSO?

Elencando le numerosissime “priorità” dell’agenda del Presidente Incaricato ci si chiede come abbiano fatto i suoi predecessori a lasciarle tutte così indietro. Forse è anche per questo che oggi le aspettative sono così alte: erano scese troppo in basso prima della nomina di Draghi.

Ma il tema politico è quantomeno rinviato alle future campagne elettorali, se Mario Draghi riuscirà a partire a casa qualche risultato in questi campi. E se vi riuscirà, anche il listino milanese ne gioirà, quasi a prescindere dall’andamento delle altre borse del mondo, dato il divario nelle quotazioni ancora tutto da colmare!

Stefano di Tommaso




DAVOS CELEBRA IL GRANDE “RESET”

Senza l’ abituale passerella di vip e leader del mondo il forum di Davos celebra, un po’ alla chetichella anche riguardo alla sua copertura mediatica (niente immagini glamour, niente colpi di scena e niente interviste hanno ridotto moltissimo la copertura dell’evento da parte dei “media”) il più importante dei temi socio-economici e politici dai tempi dell’ultima guerra mondiale: il Grande Reset! Ma mentre è chiaro che bisogna fare qualcosa, ciò che si farà davvero si guardano tutti dallo spiegarlo, dal momento che è ben chiaro che ci saranno delle pesanti conseguenze, di cui ovviamente nessuno parla.

 

LA PANDEMIA È STATA UN ACCELERATORE DEGLI EVENTI

Se la necessità di qualche cambiamento si sentiva già nell’aria, la pandemia ha sicuramente agito come un potente acceleratore degli eventi, costringendo l’umanità a drastiche modificazioni nello stile di vita, alcune delle quali destinate a restare per sempre.

Nel suo discorso introduttivo il fondatore del Forum, Klaus Schwab avverte che “le ricadute economiche e sociali della pandemia rischiano di portare a disordini, frammentazione e tensioni geopolitiche”.

Ma più che una previsione questa è già una constatazione, se si guarda ai numeri impressionanti che ne derivano: 90 milioni di nuovi poveri insieme alla recessione più grave da quella del 1929 e ancora chissà quanti morti oltre ai 2,2 milioni di poveretti che ci hanno già lasciato le penne (su un totale di 103 milioni di contagiati, con guarigioni complete soltanto nella metà dei casi).

IL BILANCIO DELLA PANDEMIA

Il nodo centrale del Forum più importante e più silenzioso della storia di Davos tuttavia non è la pandemia, bensì il “great reset” ovvero il grande azzeramento del corso della storia attuale, anch’esso -probabilmente- già una realtà in corso d’opera.

LA NECESSITÀ DEL CAMBIAMENTO

Da un certo punto di vista è divenuto necessità: il mondo avrebbe bisogno di un coordinamento tra le principali nazioni per invertire la rotta su una serie di contraddizioni che l’umanità non può continuare a sostenere se non vuol distruggere l’abitabilità del pianeta terra, arrivare al caos assoluto sui mercati finanziari e tornare al “tutti contro tutti” geopolitico, cioè tra un Paese e l’altro, un’etnia e l’altra, una religione e l’altra.

Sono almeno vent’anni che sentiamo dire che l’inquinamento da ossido di carbonio sta arrivando al “punto di non ritorno” e già ne avvertiamo numerose spiacevoli conseguenze, come la tropicalizzazione del clima (cioè la maggior violenza e la minor prevedibilità delle tempeste), lo scioglimento dei ghiacci e l’ innalzamento delle acque, la desertificazione di vaste aree del pianeta e l’estinzione conseguente di numerose razze animali e vegetali.

Per non parlare dell’eccesso di debito che affligge il mondo, e che sta cambiando drasticamente i connotati della finanza internazionale, con una tendenza che -senza grandi interventi- è destinata ad accrescere fuori misura la bolla speculativa dei mercati e di conseguenza la loro stabilità. Nel grafico qui accanto si è estrapolata la tendenza alla crescita drammatica del debito per il prossimo 2030, con particolare riguardo a quello pubblico (in verde) e a quello delle aziende (in viola).

D’altra parte ci sono però le vere -e altrettanto silenziose- protagoniste di questa tendenza, le banche centrali di tutto il pianeta (in particolare la federal reserve bank of america e la banca centrale europea) che stanno da tempo e senza tregua lavorando alla “monetizzazione” dei debiti pubblici, riacquistandolo, come si può leggere da questa statistica trovata in rete:


Il punto però è che gli interventi al Forum dei grandi leader del mondo, nel momento più truce della recente storia e di fronte alla necessità dei cambiamenti più radicali da parte dell’umanità, sono apparsi decisamente “leggeri”, nonché diversi e scoordinati tra loro, evidenziando una delle due possibilità: o che non c’è speranza nell’indurre le nazioni a coordinarsi tra loro per reagire al rischio imminente, oppure che la regia (sottobanco) c’è ma per qualche motivo non se ne può parlare apertamente.

COSA DICONO I GRANDI LEADERS POLITICI

Ecco una panoramica a volo d’uccello dei messaggi lanciati dai principali capi di stato:

  • Xi Jimping propone un mondo più multilaterale possibile, a patto che nessuno si permetta di dire alla Cina cosa deve o non deve fare;
  • Narendra Modi si è complimentato con sé stesso per la crescente importanza dell’India nell’economia globale affermando che il suo paese se l’è cavata molto bene nella lotta al virus (peccato che al numero di morti da questo dichiarato non creda proprio nessuno);
  • la presidentessa dell’Unione Europea Von der Leyen ne ha invece approfittato per ribadire la rivoluzione verde che porterà il vecchio continente a superare tutti nelle politiche che la riguardano, peccato che tra i più colpiti dalla,recessione pandemica sono proprio i paesi membri di questa unione, come dimostrano le recenti previsioni per il prodotto interno lordo del 2021 avanzate da Bloomberg. Una cosa giusta però la Ursula l’ha detta, peraltro in assonanza con
  • Emmanuel Macron: il mondo è stato soggiogato dallo strapotere delle grandi multinazionali della tecnologia (da Google a Microsoft, da Amazon a Netflix passando per Intel, AMD, eccetera) cosa che costituisce una minaccia per la democrazia e la diffusione della ricchezza. Il capitalismo cioè è a un bivio: o riesce a moltiplicare le opportunità per la gente o si avvita in un tetto oligopolismo che non potrà che generare pesanti tensioni sociali. Belle parole che però contrastano con le politiche che tutti i giorni quegli stessi leaders mettono in atto, a favore dei pochi vera ma ricchi e a sfavore di tutti gli altri.
  • Sulla stessa piega anche Putin, seriamente (e forse anche più sinceramente) preoccupato per la pericolosa china presa dallo strapotere delle grandi corporation tecnologiche sulle istituzioni politiche e sovranazionali, una cosa che può distruggere la stabilità sociale e politica dell’Occidente. La sua conclusione è stata peraltro realistica: non si potrà vincere contro i poteri economici più forti se non lo vorranno anche gli altri paesi del mondo!

Grandi slogan, come sempre nei forum internazionali, ma nessuno che si metta davvero a parlare delle conseguenze pratiche del grande reset, dal momento che i suoi principali artefici non sono eletti dal popolo (i banchieri centrali) e la loro mera elencazione risulterebbe un filino impopolare.

Ragion per cui nessuno si azzarda ad anticipare quel che succederà davvero, se non attraverso iperboli, come quelle (numerose) contenute nel video d’apertura dei lavori:

IL VIDEO INTRODUTTIVO DEL WORLD ECONOMIC FORUM

Se vogliamo poi parlare delle possibili conseguenze del grande azzeramento successivo alla pandemia, esse rischiano di sembrare troppo radicali per poterle esporre pubblicamente: si va infatti dalla scomparsa del denaro contante e completa finanziarizzazione dell’economia, al declino della proprietà privata della maggior parte dei beni fisici, sostituita dall’effimero possesso dei medesimi beni (sintantoché essi risultino utili), alla forte riduzione di buona parte delle libertà individuali (ovvero sempre più limitazioni normative a queste ultime, seppur spesso dettate da sacrosante motivazioni), mentre il reddito delle persone oramai non si dice più che dovrebbe essere equamente distribuito, dal momento che superiori esigenze di sicurezza, ambiente, stabilità finanziaria e prevenzione dell’evasione fiscale suggeriscono la più completa tracciabilità dei movimenti di denaro per tutti coloro che non possono viaggiare “sopra le nuvole” ed una conseguente forte concentrazione della ricchezza a favore di questi ultimi.

IL RISCHIO È CHE PREVALGANO I GRANDI INTERESSI

Quello appena tracciato appare dunque un quadro più realistico e meno favoleggiato del “grande azzeramento” cui stiamo andando incontro: sull’altare delle politiche di contenimento del debito, dell’inquinamento, della sicurezza della persona e dell’ordine pubblico, sul fronte della sicurezza dei pagamenti e su quello della prevenzione delle rivolte sociali (come ad esempio la manifestazione davanti al Campidoglio USA in realtà doveva essere), molte libertà individuali saranno ulteriormente compresse, in una sorta di distopico “grande fratello” che si occupa di tutti (salvo ovviamente di coloro che riescono a “volare più in alto”).

Le malattie del pianeta verranno forse almeno parzialmente contenute ma il loro più diretto interessato (l’umanità stessa) rischia di morire soffocato dall’eccesso di regole, controlli, prevenzioni e cautele.

Il grande reset può insomma nascondere minacce peggiori -per l’umanità- di quelle che andrebbe a sconfiggere, e sull’altare di un mondo “migliore” probabilmente anche le più banali forme di democrazia possono venire compresse. Una prospettiva ovviamente non proprio gradevole, sebbene -se si guarda alla storia dell’umanità- non sia poi così diverso da quel che d’altronde è quasi sempre accaduto.

Stefano di Tommaso

 




LA FAVOLA DI GAMESTOP

Le autorità di vigilanza delle principali borse mondiali non sono mai state così in allerta: non lo sono state per la crisi dei mutui sub prime e nemmeno per l’esorbitante crescita del debito globale, ma lo sono per l’impennata delle azioni di una (relativamente) piccola società quotata a Wall Street che esercisce negozi su strada che vendono videogiochi. Un business in sicuro declino non soltanto a causa della crescita dell’online, ma anche a causa della pandemia, che ha ridotto le possibilità per la gente di riversarsi nei negozi. Il declino di GameStop evidentemente ha attirato però l’attenzione di chi ne osservava l’eccessivo declino in borsa, contribuendo a provocarne la riscossa, con acquisti generalizzati, soprattutto da parte dei privati speculatori della notte tramite piattaforme di “trading online”.

 

LA PREMESSA

Le azioni di GameStop avevano visto decrescere forse un po’ troppo rapidamente il loro valore in borsa, probabilmente anche a causa di pesanti scommesse al ribasso operate dai grandi “Hedge Funds”. Il gioco di chi aveva deciso di specularci al ribasso in apparenza era semplice e diretto: se quel business era destinato al declino allora conveniva “shortare” (cioè vendere allo scoperto) quel titolo, ricoprendosi più avanti quando le sue quotazioni sarebbero tracollate.

Entro certi limiti la vendita allo scoperto dei titoli è considerata una pratica normale, soprattutto sulle borse anglosassoni, i cui regolatori vedono nella speculazione la possibilità per il mercato di prevenire ciò che sta accadendo, nonché di fornirgli liquidità. Quando anche un piccolo titolo (in termini di capitalizzazione di mercato) attira le scommesse degli speculatori in realtà vede esaltati i suoi volumi di scambio, cioè la liquidità intrinseca del titolo stesso, eccessi a parte.

L’ARRIVO DEI “DAY TRADERS”

E probabilmente è proprio ciò che è successo stavolta: il cieco cinismo della speculazione doveva forse averla fatta un po’ troppo grossa sul titolo GameStop, attirando l’attenzione di una categoria di piccoli e piccolissimi operatori che comperano e vendono tramite piattaforme di “trading online”, cioè spesso dal computer di casa propria. Una categoria non soltanto di operatori, ma anche sociale e politica evidentemente, per la propria potenza collettiva e per aver attirato così tanta attenzione da parte delle autorità di mercato.


E cosa hanno fatto questi operatori che spesso comprano e vendono tramite piattaforme quasi gratuite? Si sono passati la voce tramite i “social networks” magari all’inizio ricevendo la “dritta” da qualche analista di Wall Street e passandola di bocca in bocca, e hanno deciso di comperare tutti insieme massicciamente quel titolo, il medesimo che quasi tutti i grandi operatori stavano invece vendendo allo scoperto, ribaltandone l’andamento e provocando una delle maggiori impennate nelle quotazioni di borsa che la storia ricordi.

LE GIGANTESCHE PERDITE DEI GRANDI FONDI

Nelle prime tre settimane di gennaio le azioni di GameStop sono salite del 1200 per cento, e alcuni hedge funds come Melvin Capital hanno perso 2,3 miliardi di dollari mentre le perdite complessive dei grandi fondi su quel titolo avrebbero superato i 5 miliardi di dollari! Denaro che i day traders hanno guadagnato. Una redistribuzione della ricchezza dai grandi ai piccolissimi operatori mai vista sul mercato. E soltanto nell’ultima settimana il titolo ha guadagnato un altro +700% !


Il fenomeno non è divenuto solo macroscopico, ma ha costretto tutte le grandi case d’investimento (che evidentemente non se lo aspettavano) a fare marcia indietro: cioè a precipitarsi a ricomperare le azioni vendute allo scoperto, onde evitare di aggravare le loro perdite. Con ciò stimolando di fatto le ulteriori ascese del titolo in borsa.

QUALCHE PARALLELO CON LA TESLA

Una storia non troppo diversa da quella accaduta alla Tesla di Elon Musk: venduta allo scoperto dalle grandi case d’investimento è divenuta la favorita dei piccoli risparmiatori che evidentemente si erano passati la voce circa la possibilità di un ritorno all’utile. Il loro intervento è stato provvidenziale affinché la società non finisse a terra sul listino di Wall Street. Oggi è entrata nell’albero dei titoli più scambiati di New York ed ha finalmente consolidato le proprie quotazioni. Grazie forse a quella democrazia finanziaria che oggi rischia di essere sotto accusa.


Ma nel caso di GameStop ogni cosa è stata esagerata dalle circostanze: l’eccessivo rialzo, l’assenza di profitti, la presa di posizione di politici e grandi burocrati di stato: una manfrina infinita di commenti circa la “libertà finanziaria” ed altri concetti di chi si oppone alla concertazione tra i poteri politici e quelli finanziari!

In fondo in passato una storia del genere si era già vista molte volte prima di questa (si ricordi il film del 1983 denominato “Trading Places” con Dan Aykroid e Eddie Murfy) e forse sarebbe successo ancora, se non fossero intervenute le autorità di controllo a indagare e, nel frattempo, decretando lo stop alle contrattazioni del titolo in questione, reo apparentemente di essere cresciuto in borsa troppo in fretta (o di aver pestato i piedi di qualcuno che conta davvero).

LE PROTESTE DEI PICCOLI OPERATORI

Apriti cielo! Il popolo degli scommettitori notturni in borsa dal proprio computer è letteralmente sceso in rivolta, ricoprendo di insulti i regolatori di mercato e segnalando il sospetto di un atteggiamento “di favore” delle autorità nei confronti dei soli noti: i grandi operatori Wall Street, quasi gli unici danneggiati dalla vicenda.

Difficile infatti sospettare manovre illecite da parte di una marea di piccoli e piccolissimi risparmiatori. Anche il possibile reato di aggiotaggio (cioè di aver cospirato per movimentare artificialmente il titolo) sembra stemperarsi davanti ad i numeri della vastissima platea di micro-speculatori!

E IL BLOCCO DELLE CONTRATTAZIONI

Ma dallo scorso giovedì alcune note piattaforme di brokeraggio, come Charles Schwab, eToro ed ETrade, hanno cominciato a impedire la compravendita di azioni e altri prodotti di investimento di titoli come GameStop. Anche Robinhood, che è l’app di brokeraggio di gran lunga più usata dagli investitori amatoriali, cioè quelli che stanno provocando i grossi rivolgimenti sul mercato di questi giorni lo ha fatto, rendendo impossibile fare qualsiasi tipo di operazione, a parte vendere tutto (che è esattamente il contrario di quello che gli utenti vorrebbero fare).

La ragione ufficiale di questo blocco è che le piattaforme di brokeraggio, che sono quelle che effettivamente fanno a nome degli utenti l’acquisto di azioni e altri prodotti di investimento, devono depositare una certa quantità di denaro presso istituzioni finanziarie che si chiamano “camere di compensazione”, per limitare i rischi di default. Le fluttuazioni del mercato avrebbero aumentato a tal punto i rischi che il denaro versato non sarebbe bastato, e Robinhood e gli altri avrebbero dovuto depositarne altro prima di riprendere le transazioni. Al tempo stesso è stato notato che Robinhood ha tra i suoi principali investitori uno dei fondi di investimento che hanno perso miliardi nelle operazioni di questi giorni, la piattaforma è stata dunque accusata dai piccoli traders di aver impedito l’acquisto di azioni per ragioni di convenienza: alcuni utenti, perciò le hanno chiesto i danni e molti politici statunitensi hanno definito la situazione inaccettabile.

LE IMPLICAZIONI POLITICHE DELLA VICENDA

Anche soltanto quello stop imposto dalle autorità ha fatto in realtà una grossa cortesia ai grandi fondi che stavano perdendo quattrini sulle proprie posizioni allo scoperto, concedendo loro del tempo andare a cercare qualcun altro che potesse consegnargli fisicamente il titolo. Una cortesia decisamente sgradita ai “traders” online, che evidentemente sanno che la crescita in borsa di GameStop non può andare avanti indefinitamente.

Come finirà è difficile prevederlo, perché il dibattito politico che ne è derivato può far guadagnare nuova linfa all’intera vicenda, alla base della quale c’era una piattaforma di scambi in borsa il cui nome è tutto un programma: Robin Hood. Gran parte dei day trader sono infatti cresciuti acquistando o scambiando videogames nei negozi di GameStop: l’idea di interrompere il suo declino e far girare la ruota della fortuna a favore di questa impresa, dunque, li ha entusiasmati, facendoli sentire i Robin Hood della finanza!


Stefano di Tommaso