AZIENDE IN (S)VENDITA

La stanchezza e la disillusione albergano decisamente nella generazione degli imprenditori che sono a cavallo tra coloro che hanno vissuto dapprima la guerra mondiale e poi il boom economico (e che spesso hanno fondato l’azienda di famiglia) e i loro figli, che invece sono nati negli anni ‘80 e ‘90, tra mille agi e ricchezze, con la possibilità di girare il mondo e imparare le lingue straniere e in totale familiarità con i computer, con la nuova sfera digitale e con il mondo incantato dei social network. La pandemia ha procurato ingenti perdite, tristezza e delusione, agli ex “baby-boomers” che avevano sognato l’Europa unita, una maggior adesione dell’Italia agli standard internazionali, e più di ogni altra cosa avevano sognato di aver costruito solide certezze per le generazioni a venire.

 

LO SCORAMENTO DI UN’INTERA GENERAZIONE

Soprattutto il virus ha portato allo scoramento un’intera classe di persone che sino all’anno precedente magari stavano sperando in un nuovo salto dimensionale della loro piccola e media azienda, nell’internazionalizzazione del proprio business, nello sbarco in Borsa, e nella possibilità di accumulare un tesoretto per la vecchiaia. Il virus in un solo semestre ha spesso strappato loro non soltanto qualche membro della famiglia, ma anche la dignità e l’orgoglio. Ha talvolta azzerato l’orologio della storia riportandoli indietro di un ventennio o più, e facendoli chiedersi se hanno ancora voglia di lottare come prima.

Ma più ancora il Covid li ha portati a chiedersi se anche stavolta ce la potranno fare, dal momento che l’ambiente sociale, burocratico e istituzionale che nel nostro Paese circonda le imprese è oggettivamente assai peggiorato. E se la risposta dovesse essere negativa allora essi rischiererebbero di sommare alla delusione di una vita (l’azienda quasi al tappeto) un’ulteriore e più cocente delusione, quella di scoprire di non essere più capaci come prima di farcela “a prescindere” (ovviamente non in assoluto, bensì con riferimento alle superiori difficoltà).

LA DIFFICOLTÀ OGGETTIVA DELLE IMPRESE IN ITALIA

Questa lunga premessa non ha la pretesa di un’analisi sociologica della classe media imprenditoriale italiana, ma sicuramente nasce dal riscontro quotidiano con decine e decine di storie famigliari e industriali assai tese, di situazioni di grande incertezza. E da quel riscontro emerge spesso la voglia di farla finita con il nuotare controcorrente, con le tasse che salgono invece di scendere, con un mercato di sbocco sempre meno italiano e con un confronto sempre più teso con dipendenti, collaboratori e consulenti, anche loro rimasti a mezz’acqua a cercare di tirare avanti tra la Cassa Integrazione che non arriva, clienti e fornitori che non pagano o non consegnano, è sempre più precarietà economica.

La premessa però mi sembrava doverosa per spiegare come mai molti di questi imprenditori di prima e seconda generazione hanno la fortissima tentazione di vendere tutto (se ci dovessero riuscire) a fondi, concorrenti e stranieri. Oppure quella di chiudere baracca e far saltare il banco, di chiedere a banche e fornitori un concordato preventivo o la ristrutturazione dei debiti, e ancor più di invocare l’insolvenza ovvero una transazione tombale nei confronti dell’Erario, il vero molosso che resta quatto e furtivo ad attendere che le acque si calmino per tornare a colpire ancora, con le sue 31 milioni di cartelle esattoriali che attendono soltanto il via dalla politica, dal governo e dalle istituzioni per raggiungere le loro case già ai primi giorni del nuovo anno.

MA SONO IN VENDITA ANCHE LE AZIENDE MIGLIORI

Eppure, senza arrivare a parlare delle devastazioni aziendali che si riscontrano nel turismo, tra gli hotel, i ristoranti e gli snack bar, non ci sono soltanto le aziende andate in sostanziale crisi, o addirittura a un passo dal baratro. Ci sono anche quelle che vanno bene oppure ancor meglio, come i produttori di beni di prima necessità, di generi e manufatti alimentari, i fornitori di prodotti digitali, di servizi per le connessioni digitali, le telecomunicazioni, l’informatica e le riparazioni in genere, e soprattutto di presìdi medici e farmaceutici, di articoli per il primo soccorso e sinanco i produttori di piccoli apparecchi per l’auto-diagnosi, la rilevazione della temperatura corporea, della,saturazione dell’ossigeno nel sangue e la misura della sua pressione. Poi ci sono quelle che non sono andate né bene né male, ma che comunque si leccano le ferite procurate dai due-tre mesi di lockdown e dal calo dei consumi.

Ebbene anche e soprattutto tra molte di queste imprese albergano migliaia di piccoli e medi operatori economici che non vedono l’ora di farla finita, di approfittare del fatto che hanno potuto “passare ‘a nuttata” per realizzare un valore d’impresa magari addirittura accresciuto, per incassare e mettersi a riposo, contemplando con distacco lo spettacolo di varia umanità, che affolla l’ambiente del business all’alba della possibile ripresa.

I motivi per questi ultimi sono ancora più palesi, rispetto a quelli -assai ovvi- di ha visto la propria azienda andare in ginocchio: la concorrenza internazionale infatti mon demorde, anzi accelera. Il fisco italiano rischia di farsi ancora più vorace con il salto quantico del debito pubblico, con l’imminente cambio di governo, con l’incombere dell’era-Biden e di con le minacce di rinnovato rigorismo brandite dagli altri paesi dell’unione europea.

LA RECESSIONE NON È FINITA

E soprattutto molti di loro sanno che è in arrivo una nuova stagione di rallentamento degli investimenti, di stretta del credito, di deflazione e di peggioramento dei tempi e delle speranze di incasso, d’involuzione del mercato interno, giunto quasi all’autarchia, al fai da te e all’autarchia, non soltanto per difficoltà oggettive, ma anche e a maggior ragione per l’incertezza che regna sovrana, un’incertezza che induce al risparmio anche chi deve tirare a campare, nel dubbio di non poter far studiare i propri figli, non poter provvedere alle proprie cure mediche o a quelle dei famigliari.

L’ambiente economico italiano appare insomma (anche per l’anno a venire) assai deteriorato, e in particolare risulta tale più quello atteso o percepito dall’uomo della strada che non quello realmente riflesso da dati, previsioni scientifiche e statistiche. È naturale che tutti coloro che lo percepiscono così difficile vogliano prepararsi per il peggio: capitalizzandosi ulteriormente nel migliore dei casi, o cercando di accumulare liquidità e riserve all’estero, oppure sperando aggregarsi in fretta con uno o più concorrenti e clienti, o infine di vendere tutto al primo che arriva e fuggire all’estero.

Queste sono le premesse per una stagione economica sicuramente difficile all’arrivo del nuovo anno, ma anche gravida di importanti novità. Queste sono le premesse perché si realizzino -nell’anno che verrà- diverse migliaia di fusioni, acquisizioni, accorpamenti, cessioni di rami d’azienda, di cespiti immobiliari, di marchi non più sfruttati e di attività sostanzialmente al palo.

L’ARRIVO DEI “NUOVI PADRONI”

Sono le premesse perché nuovi e più acuti speculatori arrivino sul mercato interno a fare man bassa, ad acquistare crediti deteriorati, attività che hanno richiesto procedure concorsuali, infrastrutture più o meno fatiscenti e, più ancora di tutto il resto, ad assumere personale specializzato, reclutare talenti e laureandi, e a comperare per pochi quattrini magazzini, empori e alberghi in crisi, ville al mare e in montagna.

Non sono pazzi, anzi la sanno più lunga, perché nessuna crisi è per sempre, nessun malgoverno resta in piedi all’infinito, nessun membro dell’unione continentale potrà restare compresso troppo a lungo. Ma per poter scommettere sull’oscillazione del pendolo bisogna avere le spalle grosse, la capacità di attendere, la possibilità di diversificare internazionalmente il rischio, e la credibilità necessaria per accedere senza problemi al mercato dei capitali.

Tutte cose che spesso non sono alla portata dei nostri imprenditori, troppo spesso rimasti in passato nella piccola dimensione in nome di un apparente benessere procurato dall’acquisto di Porche o Ferrari, della villa al mare, dello yacht in Sardegna, dell’appartamento a New York, Londra o Parigi. Per le imprese che invece hanno potuto realizzare il “salto della quaglia” e hanno potuto tirar fuori il collo oltre le nebbie della crisi, che hanno raggiunto dimensioni e organizzazione adeguate, il momento appare assolutamente dorato!

I RICCHI OGGI SONO PIÙ RICCHI

Per questi ultimi abbondano i capitali (in Borsa e tra gli investitori professionali) pronti a rifornire le loro imprese, i finanziamenti non costano più nulla, i mercati di sbocco americani e asiatici tirano di nuovo, i valori delle loro imprese sono addirittura cresciuti, le nuove iper-tecnologie promettono guadagni strabilianti e le stock-option attirano le menti migliori per maneggiarle con cura e trarne sicuro profitto.

Persino i vaccini oltralpe sembrano più vicini che a casa nostra a debellare l’infezione del secolo, mentre qui ci si chiede se quelli somministrati da una difficoltosa macchina statale avranno rispettato la catena del freddo, funzioneranno davvero, se ce ne saranno abbastanza e con quanto ritardo saranno finalmente (per chi ci crede) disponibili.

Ma anche per chi non ci crede (o è preoccupato per i possibili danni collaterali che può arrecare) il vaccino costituirà ugualmente un toccasana economico, perché -per quanto imperfetto e potenzialmente pericoloso possa essere- se la sua diffusione di massa permetterà di nuovo alla gente di uscire di casa, produrre, guadagnare, consumare e comperare, avrà avuto almeno questo effetto positivo. E c’è da scommetterci che da noi arriverà a tale effetto un bel po’ in ritardo rispetto al resto del mondo.

Ecco perché gli imprenditori (soprattutto quelli che sono stati più fortunati in questo periodo di contagi) non vedono l’ora di vendere agli stranieri! Fino a quando non cambierà davvero qualcosa nel nostro Paese le imprese piccole continueranno a soffrire, a non poter sfruttare le loro capacità e le loro innovazioni e a doversi indebitare e aggregare magari forzosamente, non foss’altro che per riuscire a pagare le tasse e ad evitare guai giudiziari ai loro titolari…

Stefano di Tommaso




LE BORSE SONO SOPRAVVALUTATE?

Un ampio dibattito sul futuro dell’economia sta prendendo piede in questi giorni in cui si cerca di buttarsi alle spalle le devastazioni economiche generate dal Covid e si guarda con speranza ed apprensione all’avvicinarsi del nuovo anno: sono giustificati gli attuali livelli dei principali indici riguardanti i listini azionari?

I GRANDI DILEMMI

Viviamo in momenti travagliati, in cui chi governa il mondo, l’economia, la moneta e le finanze altrui si trova a fronteggiare scelte difficili e a partecipare a dibattiti che promuovono grandi dilemmi. Vediamone alcuni:

  • fanno bene le banche centrali ad inondare ancora di liquidità i mercati finanziari proprio mentre la “congestione dei risparmi” (il cosiddetto “savings glut”) genera un rialzo innaturale dei corsi azionari a causa del fatto che ci sono in giro più quattrini che opportunità di investimento?
  • fanno bene i gestori dei fondi che investono i risparmi della gente ad accettare rendimenti negativi sui titoli obbligazionari e valutazioni stratosferici quelli azionari? O dovrebbero restarsene alla larga dai mercati finanziari sintanto che non si rimettano i piedi sulla terra?
  • e fanno bene i governi a preparare ingenti programmi di spesa pubblica allo scopo di rilanciare l’economia anche se -per farlo- accrescono il loro indebitamento oltre la soglia della sostenibilità contando sulla monetizzazione di quest’ultimo? Cosa che, in periodi ancora una volta caratterizzati da spinte deflattive e da una bassissima velocità di circolazione della moneta, non sembra generare svalutazioni monetarie immediate.

LA “MODERN MONETARY THEORY”E LA (MANCATA)SPECULAZIONE

I teorici della Modern Monetary Theory (MMT: moderna teoria della moneta) rispondono di si, dal momento che in tempi di tassi negativi la sostenibilità del debito non è in discussione e nemmeno lo è (per il momento) la credibilità delle istituzioni e delle autorità monetarie. Soprattutto coloro che sostengono le altre teorie economiche, cioè quasi tutte quelle che la hanno preceduta, rischiano di avere oggi ben pochi argomenti per andare in direzione opposta, date le circostanze.

Ma c’è un’altra categoria di soggetti che sostiene di si: gli (ex) speculatori! Nessuno di essi ha le spalle abbastanza forti da sfidare al ribasso i budget trilionari delle banche centrali! In altre parole nessuno può andare avanti abbastanza a lungo per scoprire il “bluff” dell’eccesso di quantità di moneta in circolazione (sempre che ce ne sia davvero in eccesso).

LA RINNOVATA VOLATILITÀ

D’altra parte l’interconnessione, la digitalizzazione, la conseguente fulminea velocità di reazione dei mercati finanziari e la (quasi) libera circolazione dei (grandi) capitali hanno fatto sì che il mondo sia caduto in una profondissima recessione in pochi mesi di tempo e potrebbe far sì che ne esca (quasi) altrettanto velocemente. Se così fosse appunto nessuno oserebbe speculare al ribasso nell’imminenza di una possibile ripresa economica globale. Se non per brevissimi periodi di tempo.

Ed è esattamente ciò che sta succedendo: i mercati vanno avanti a strattoni, sulla scia di questo o quell’annuncio, questo o quello slogan, questo o quel timore o entusiasmo, come si è visto per l’arrivo dei vaccini o per i rischi di nuovi shock petroliferi e da scarsità delle derrate alimentari.

LE NUOVE TECNOLOGIE SOSTENGONO LE SPERANZE

Ma l’innovazione tecnologica continua a correre e a segnare radicalmente il mutamento del nostro stile di vita, il miglioramento delle cure per la salute, la velocità di circolazione delle idee e della scienza, la disponibilità di cibo e la possibilità di contrastare con decisione le grandi minacce che affliggono l’umanità: la deriva ambientale ed ecologica, la possibilità di nuovi conflitti armati, di grandi rivolte popolari e sociali, il rischio di nuove guerre di religione e di nuove ondate terroristiche, il rischio di scarsità delle risorse naturali, dell’acqua potabile e di energia a buon mercato (in questo momento anzi nessuno pone nelle proprie previsioni scenari apocalittici).

Non solo: la possibilità per una qualsiasi “startup” di aggregare digitalmente e virtualmente fattori di produzione sparsi in giro per il mondo, tecnologie e competenze diffuse, canali commerciali virtuali che si creano (e si distruggono), e con la velocità di un lampo, può far sperare che l’industria si rinnovi velocemente, e che di conseguenza i margini aziendali riprenderanno a migliorare. Può far sperare che alcune nuove iniziative imprenditoriali diventeranno grandi in un batter d’occhio e che il coraggio e la determinazione nel portare avanti le innovazioni possa generare (molta) ricchezza ben prima di registrare (scarsi) profitti.

IL RINNOVAMENTO INNALZA LE QUOTAZIONI

Se così fosse allora farebbero bene gli investitori a prepararsi a convivere con ulteriori sopravvalutazioni di aziende iper-tecnologiche con buone prospettive, con rendimenti e generazione di cassa (quasi) inesistenti e con ulteriori sostanziali aspettative di crescita della ricchezza del pianeta, sebbene spalmate nel lungo e lunghissimo termine. Se ci si vuol credere è quel che oggi sta succedendo con il titolo Tesla, salito di quasi il 700% da inizio anno dopo soli cinque trimestri in cui ha potuto segnare un utile e con una prospettiva di crescita del fatturato pari al 50% nel solo 2021.

E farebbero bene gli investitori a comportarsi di conseguenza all’altra tesi che adesso essi sostengono: e cioè che il futuro del mondo -e di conseguenza i migliori profitti- risiedono soprattutto in tutti quegli angoli della Terra dove ancora esistono povertà, emarginazione e risorse naturali ancora da sfruttare. In una parola: nei Paesi (cosiddetti) emergenti.

Farebbero bene ipotizzando ciò che non è tuttavia alla lunga mai ipotizzabile: e cioè che non arriveranno più altre grandi guerre, carestie, epidemie, rivolte sociali e svalutazioni monetarie. Ma come diceva John Mainard Keynes nel lungo periodo siamo tutti morti!

MA LE CATASTROFI ARRIVANO UGUALMENTE

L’attuale congiuntura economica ci ricorda sicuramente che gli eventi catastrofici prima o poi arrivano e anche che non avvisano nessuno prima di bussare alla porta della storia. La pandemia e la recessione globale che stiamo vivendo sono infatti arrivate in modalità subitanee ed in circostanze imprevedibili. Hanno falciato milioni di vite umane e hanno impresso un’accelerazione all’evoluzione degli eventi che sino a ieri risultavano inimmaginabili.

E pur tuttavia i mercati finanziari hanno reagito negativamente all’arrivo della crisi ma poi, in piena recessione globale, sono assurti a nuovi massimi, come se la questione fosse già stata archiviata. Hanno avuto timore per le iper-valutazioni dei colossi tecnologici ma poi hanno continuato a comprarne i titoli ben più dei cosiddetti titoli “value” (cioè con sostanziali valori fondamentali patrimoniali e di generazione di cassa), una categoria che appartiene oramai più alla (storia della) filosofia che non alla realtà dei fatti.

 

 

LA DIVERGENZA DEI MOLTIPLICATORI DI VALORE

E, se proprio volessimo crederci, una giustificazione razionale ci sarebbe: se l’attuale pandemia ha agito da potente acceleratore degli eventi, allora tutte quelle aziende che si sono posizionate sullo sfruttamento di tecnologie del futuro potrebbero ritrovarsi nel presente più presto di quanto si ritenesse in precedenza. Una conseguenza pratica di ciò è la forte divergenza dei moltiplicatori di valore tra i diversi settori economici: quelli della “old economy” restano bassi mentre quelli più innovativi e con maggiori prospettive di crescita sono alle stelle. Ma esiste anche la legge di gravità, che alla fine di ogni meraviglioso volo nell’aere riporta inesorabilmente a terra ciò che si era levato in precedenza. E dunque anche chi non crede troppo a tutte le meravigliose tecnologie del futuro potrebbe alla lunga aver ragione.

Dunque a cosa dobbiamo credere? Ai disfattisti armati di sano buon senso (ma oggi profondamente antistorici) o ai visionari che hanno scommesso sulle biotecnologie, l’intelligenza artificiale e le energie da fonti innovative e rinnovabili e sino ad oggi se ne sono riempite le tasche?

MA SE NESSUNO PUÒ PREVEDERE IL FUTURO CHE ACCELERA…

La verità è che nessuno può affermare di conoscerne la risposta, ma è ancor più vero che ogni teoria, nel lungo termine, può risultare corretta, così come un orologio rotto può segnare due volte al giorno l’ora esatta. L’unica, ingombrante verità è che non esistono più i trend di lungo periodo né le giustificazioni razionali per scommetterci sopra. L’accelerazione della civiltà umana porta chi investe a dover seguire delle tendenze che possono durare anche pochissimo tempo. E sbaglierebbe se non lo facesse. Ma sbaglierebbe anche se volesse persistere nel lungo termine sulle proprie convinzioni, quali che esse siano.

…ALLORA BISOGNA PUNTARE SUL BREVE TERMINE!

E poi se al momento le banche centrali continuano a immettere liquidità sui mercati ci sono almeno altrettante probabilità che crescano di valore quanto quelle che le loro quotazioni si sgonfino, ma anche che la loro volatilità continui a restare elevata, proprio in funzione dell’impossibilità di contrastare le masse di liquidità che arrivano a ondate.

La disconnessione con la realtà della strada non potrebbe essere maggiore per i mercati finanziari. Ma anche la divergenza tra ricchezza (che continua ad accrescersi) e povertà (che aumenta anch’essa) non è forse mai stata così elevata. Lo aveva anticipato l’economista Thomas Piketty in un bestseller (“Il capitale nel XXI secolo”, 2014, Bompiani Editore) sollevando un vespaio di polemiche, ma ora sta succedendo davvero.

I mercati finanziari si limitano a prenderne cinicamente atto. Ma non potrebbero fare diversamente: non starebbe a loro ergersi a censori. E finchè la politica e la cultura umana non riporteranno le lancette della storia alla democrazia e alla volontà collettiva di contrastare le grandi disuguaglianze, non si può pensare che lo facciano i mercati finanziari.

Stefano di Tommaso




VIZI PRIVATI NELLE PUBBLICHE VIRTÙ

La notizia è da far rabbrividire: l’Istituto di Finanza Internazionale (l’associazione mondiale delle maggiori banche commerciali, diretta emanazione dei grandi poteri che governano l’economia globale) ha annunciato che il debito globale (privato più pubblico) alla fine di questo catastrofico anno arriverà a sfiorare i 280 trilioni di dollari (250mila miliardi di euro), cioè ben oltre le quattro volte (432%) il prodotto mondiale lordo.

 

DEBITI CHE NESSUNO RIMBORSERÀ

Ovviamente tutti si chiedono se mai una tal mole di debiti verrà rimborsata, ben sapendo che i debiti pubblici sono principalmente effetto dei disavanzi correnti e che pertanto l’unica speranza (almeno per questi ultimi) è che vengano in buona parte “monetizzati” cioè acquistati dalle stesse banche centrali che battono moneta, annacquando il valore intrinseco di quest’ultima.

La prospettiva di per sé non può certo lasciare tranquilli i piccoli risparmiatori, i quali sanno bene che, prima o poi, in un modo o nell’altro, saranno loro a pagare il conto della grande abbuffata.

LA GRANDE ABBUFFATA

Ma ancora peggiore rischia di risultare la “risposta coordinata” che il “World Economic Forum” (cioè il congresso globale dell’Economia: un’altra emanazione dei poteri forti che tengo oggi in pugno i destini dell’umanità) vorrebbe cercare di imporre alla politica e alle istituzioni, vale a dire: il “Great Reset” (che potremmo tradurre come la “grande ripartenza” o il “grande ripristino”).

Cosa potrebbe significare questa grande ripartenza è facile intuirlo: dal momento che l’economia mondiale ha subìto uno choc paragonabile a quello dell’ultima guerra mondiale e che per uscirne servono molti quattrini (leggi: altri debiti pubblici), il World Economic Forum si propone di “orientare” tale piano globale per la ripresa economica nella direzione più lucrosa per i suoi ispiratori.

La “roadmap per la ripresa” a parole dovrebbe ispirarsi ai migliori intenti possibili, quali il progresso economico dell’umanità, il controllo delle minacce per l’ambiente, nuove infrastrutture pubbliche e il decollo della digitalizzazione del mondo. Nei fatti tutti restano pronti a mettere sopra le mani a un bel pacchetto di miliardi (ad esempio quelli del mitologico “recovery fund” europeo) che, ancora una volta, pagherà Pantalone (leggasi: gli stati nazionali i quali a loro volta ruberannomrisorse ai risparmiatori delle generazioni future), per fare affari d’oro in occasione della nuova “grande abbuffata”.

Ecco ad esempio cosa si aspettano per il 2021 i grandi gestori dei patrimoni:

È proprio così che bisogna denominare questo “great reset” : “grande abbuffata” se si vuol dare un nome realistico al florilegio di buoni intenti che ammanta i grandi interessi che si scatenano al riguardo. Intendiamoci: qualcosa il mondo dovrà pur fare, lo sappiamo. Restare a guardare la devastazione economica (e sociale) che ha lasciato questa infezione da supervirus sarebbe anche peggio, ma garanzie di effettivo allineamento degli interessi superiori dell’umanità a quelli delle grandi famiglie che governano la finanza globale non ce ne sono! Anzi!

 

I GRANDI INTERESSI DIETRO AGLI INTERVENTI PUBBLICI

Il rischio concreto che si intravede è infatti quello di un rinnovato interventismo statale nell’economia di prossimi anni, dietro al quale non potranno non celarsi squallidi interessi di parte. Ne vogliamo un esempio? Si pensi alle priorità che si stanno esaminando per l’utilizzo in Italia del denaro che dovrebbe provenire dal recovery fund:

Leggete bene: ben 550 miliardi per la “ripresa e resilienza dell’economia” (qualcuno può tradurre?) e soli 9,4 miliardi per il “programma europeo per la sanità” (aiuto! cos’è?). E da questo punto di vista, intendiamoci, tutto il mondo è paese! Dietro ai grandi incentivi per le energie da fonte rinnovabile si celano strabilianti “fregature” come quella dell’attuale bolletta elettrica per il cittadino medio: 150 euro di cui 50 per consumi elettrici e 100 euro per “altri oneri”! Chi ha guadagnato con i meravigliosi incentivi per i campi fotovoltaici (che oggi sono già in buona parte esauriti)? La famiglia dell’operaio o del piccolo commerciante? Niente affatto.

Il rischio insomma è che dietro al nuovo interventismo nell’economia ci siano importanti interessi di parte e che ci si possa allontanare sempre di più dal rispetto per la democrazia economica, per la parità delle regole del gioco, per il risparmio privato e -in definitiva- dal rispetto per il diritto all’autodeterminazione dell’individuo.

IL MONDO NON HA BISOGNO DEL “GREAT RESET”

La maggioranza delle imprese del settore privato è già al lavoro per adeguarsi ad un futuro che sembra comunque orientato alla più avanzata digitalizzazione, allo sviluppo delle nuove tecnologie e agli investimenti per migliorare l’efficienza. Il settore pubblico dovrebbe occuparsi di più della previdenza sociale, della sanità e della sicurezza dei cittadini, possibilmente sgravandoli dei mille oneri che oggi sono a carico di chi si ostina a tenere in piedi la propria impresa, anzi favorendone la crescita, l’internazionalizzazione e la formazione di chi ci lavora.

Una volta insomma erano i grandi capitalisti a chiedere un mercato più libero dagli interessi della politica (che si proponeva finalità di sostegno alle classi più disagiate tassando la rendita finanziaria). Oggi siamo quasi all’opposto: soprattutto a casa nostra sono i lavoratori autonomi, i piccoli imprenditori e i micro-proprietari di immobili quelli più tassati mentre le grandi multinazionali sono libere invece di andare a pagare una piccolissima aliquota di tasse in qualche paradiso fiscale come l’irlanda del nord o l’olanda! Figuriamoci cosa significherà l’ulteriore debito pubblico per coloro che più facilmente sono presi di mira!

Stefano di Tommaso

 




IL CREPUSCOLO DELLE BANCHE

Chi l’ha detto (e scritto) che il 2021 sarà l’anno della svolta? Praticamente proprio tutti: mai come questa volta il consenso generale degli analisti e accademici è sicuro che la ripresa economica arriverà già nel prossimo futuro! E da alcuni punti di vista è difficile affermare l’opposto: dopo un calo che non si vedeva dall’ultima guerra mondiale affermare che ci sarà un rimbalzo è facile come rubare in chiesa. Succede anche ai gatti morti che precipitano da altezze adeguate.

 

Ma questo non significa che non registreremo anche l’onda lunga dei fallimenti e della devastazione provocata dallo tsunami appena passato, anzi! Più la ricrescita sarà impetuosa, maggiore sarà l’evidenza dei danni e dei danneggiati e dell’aumento delle disparità di questi ultimi rispetto alle imprese e ai settori che potranno affermare di averla fatta franca, cioè quelli più innovativi e quelli più tradizionali (come la sanità, la farmaceutica e l’alimentare).

C’è poi una categoria di mezzo tra le due estremità del sistema economico, che è quella degli intermediari finanziari: spesso innovativi e fortemente digitalizzati, ma anche altrettanto fortemente esposti ai disastri intervenuti nell’economia reale. Con un piede (quello fortunato) nella spirale positiva della grande liquidità che affluisce loro e, anche loro tramite, ai mercati finanziari, ma con l’altro azzoppati dalle inevitabili insolvenze di molti operatori tradizionali e di piccola/media dimensione, soprattutto in Europa e, nell’ambito di questa, soprattutto alle latitudini più basse, dove i viaggi, il turismo, e i servizi (ristorazione in primis) costituiscono buona parte dell’ossatura dell’economia locale.

LE RAGIONI DEI TIMORI

Le banche insomma, non potranno gioire più di tanto dell’accelerazione della ripresa economica prossima ventura, se non troveranno modalità particolarmente agili per gettare alle ortiche le posizioni in perdita accumulate con la pandemia. E anche laddove ne saranno mirabilmente capaci, dovranno fare i conti con un mercato dei capitali sempre più agguerrito nel disintermediarle, con una redditività degli impieghi limitata dai tassi d’interesse più bassi di sempre, con la progressiva riduzione delle commissioni applicabili alla clientela derivante dall’avanzare delle monete e delle tecnologie digitali, e con la necessità di consolidare il settore (almeno in ambito europeo) per trovare la forza di capitale adeguata alle sfide cui sono sottoposte.

A dirlo non è il primo improvvisato bensì addirittura Moody’s, la più nota tra le Agenzie di Rating internazionali. Le quotazioni borsistiche del settore non potevano rimanerne immuni! Per non contare l’ambiente poco favorevole in cui si muovono gli istituti europei.

LO ZAMPINO DELLA LOTTA POLITICA EUROPEA…

Ad esempio gli ostacoli al P.E.P.P. (acronimo di Pandemic Emergency Purchase Programme: una misura di ulteriore intervento monetario posta in essere in aiuto al sistema a metà marzo dalla BCE per €750 milioni e incrementata a €1350 milioni all’inizio dello scorso Giugno) che la Germania intende porre onde “moralizzare” l’intervento della Banca Centrale (ma lo sanno oramai tutti che le vere motivazioni sono quelle di esercitare controllo ed egemonia su chi ne avrebbe più bisogno), così come tutti sanno che la ripresa non sarà né rapina né lineare, anche perché il virus non è ancora stato debellato e non ci sono certezze su quando la pandemia potrebbe concludersi.

… E I VINCOLI POSTI DALLA VIGILANZA

Tra l’altro gli allarmi lanciati dalla Vigilanza sulle banche lasciano poche speranze a quei banchieri che volessero tentare la strada di chiedere nuove risorse al mercato dei capitali: il divieto di distribuzione dei dividendi e la necessità di stanziare ulteriori riserve a fronte dei rischi che incombono lascia ben pochi spazi alle aspettative di guadagno per gli investitori che volessero scommetterci ugualmente, sperando che il risiko delle fusioni e acquisizioni possa generare ancora per un lungo periodo buoni profitti (com’è successo negli ultimi mesi).

MA CONTINUANO LE FUSIONI & ACQUISIZIONI

In effetti quel risiko continuerà praticamente per certo e, con una capitalizzazione media di borsa loro al di sotto della pari con i mezzi propri rilevati dalla contabilità (e verificati attentamente dalla Vigilanza), uno spazio di guadagno ci sarebbe eccome, almeno per gli istituti più penalizzati dai timori generali. Unicredit ad esempio capitalizza in borsa meno di un terzo dei mezzi propri quando invece Intesa Sanpaolo (che è corsa più velocemente sulla strada delle acquisizioni) arriva quasi al 60%.

La sensazione tuttavia è che la festa delle rivalutazioni che conseguono alle fusioni e acquisizioni bancarie sia forse già finita, o quantomeno si sia chiaramente interrotta, nonostante lo scenario macro per le borse valori risulti piuttosto positivo per la maggioranza dei commentatori.

INCERTEZZE E OPPORTUNITÀ

L’incertezza del quadro regolamentare, la lotta politica per l’egemonia nell’unione europea, l’eccessiva rivalutazione della Moneta Unica rispetto al Dollaro degli Stati Uniti (dove la Federal Reserve è stata indubbiamente più veloce e più generosa) hanno congiurato per rendere più basse le loro quotazioni azionarie e più fosche le prospettive della loro clientela, sebbene l’ondata di accorpamenti, tagli dei costi e ulteriori investimenti nella digitalizzazione più spinta non potrà che proseguire con indubbi benefici di sistema.

Il comparto delle banche è insomma ad un crocevia strategico -tra incertezze e opportunità- che getta lunghe ombre sulle prospettive di redditività e generazione di ricchezza che può esprimere, pur risultando speculativamente molto interessante per gli ampi divari esistenti tra le quotazioni di borsa delle principali banche e la consistenza dei loro mezzi propri, divari che potrebbero ridursi mano mano che il settore arriverà ad un consolidamento continentale.


Ci sono cioè ragioni per starne alla larga, ma anche ragioni per scommetterci, ma è pur sempre vero che -una volta che la tempesta si sarà placata- i soggetti che ne usciranno vivi (emagari anche rafforzati) rassomiglieranno sempre meno a quelli che erano prima di esserne stati investiti.

Stefano di Tommaso