ORO E ARGENTO PUNTA DELL’ICEBERG DEI NUOVI ASSETTI GLOBALI

Con l’oro che arriva a toccare i 1900 dollari e l’argento che -rispetto ai minimi di Marzo- cresce di oltre il 70%, tutti i chiedono cosa sta succedendo: i metalli preziosi vanno a ruba perché l’inflazione è destinata a prendere la scena oppure la bolla speculativa che li riguarda è arrivata sul punto di scoppiare? Niente di tutto questo, probabilmente. Le ragioni storiche e contingenti per la corsa dei preziosi sembrano tutt’altro che effimere, mentre il mondo si affretta a trovare un nuovo assetto che, ovviamente, nessuno sino ad oggi è sembrato davvero in grado di prevedere.

 

PIÙ DOMANDA CHE OFFERTA

L’argento e gli altri metalli “nobili” non costituiscono soltanto una riserva di valore: sono anche una materia prima sempre più richiesta per usi industriali (l’argento è utilizzato ad esempio per il 52% in impieghi industriali contro il 10% dell’oro): il recente piano di ecosostenibilità dell’Unione Europea stimolerà l’uso dell’ argento nei pannelli solari, nei frigoriferi e nell’elettronica (serve per le reti 5G), oltre a quello del platino (nelle auto a idrogeno) e del palladio (per abbassare le emissioni nelle tradizionali auto a benzina). Il rame è destinato a beneficiare enormemente dell’atteso aumento delle vendite di veicoli elettrici.

C’è inoltre un fattore che aiuta indubitabilmente le quotazioni degli stessi metalli: sul fronte dell’estrazione dei medesimi, causa lockdown dovuti al Covid-19, l’offerta di metalli industriali e preziosi, già calante per effetto degli scarsi investimenti recenti, è stata ulteriormente limitata. Messico, Perù, Bolivia, Cile e Sudafrica sono tra i paesi più colpiti dal virus, che ha imposto gravi limitazioni allo sviluppo di progetti per le strutture minerarie in questi paesi.


LA LIQUIDITÀ NE SOSPINGE LE QUOTAZIONI

Dunque l’offerta di metalli preziosi è scesa mentre la domanda si è accresciuta, principalmente a causa della crescita della liquidità in circolazione.

Lo scorso lunedì mi trovavo a scrivere: “C’è tanta liquidità sul mercato che trova pochissime alternative all’investimento azionario ma che al tempo stesso deve confrontarsi con un periodo di decrescita infelice dell’economia e con una disoccupazione che, corrispondentemente, è destinata ad accrescersi ulteriormente anche perché lo sviluppo digitale comporta ben pochi nuovi posti di lavoro. Cosa che deprimerà probabilmente i consumi anche una volta terminata l’emergenza-virus e forse, alla lunga, anche i profitti aziendali. Se ciò accadrà sarà probabilmente la ragione principale per la quale le borse non solo non scenderanno, ma non saliranno nemmeno, dato che i multipli dei profitti sono già alle stelle.”

Se la liquidità sui mercati sale verticalmente non lo si deve soltanto alle politiche di stimoli monetari praticate dalle banche centrali: c’è anche lo sviluppo del debito che cresce in tutto il mondo, a partire da quello delle pubbliche amministrazioni per passare a quello aziendale e finire con quello individuale. Da quando Trump è divenuto presidente il debito pubblico americano è cresciuto del 12% circa, cioè di 3mila miliardi di dollari, arrivando a sfiorare i 26mila miliardi. Una crescita media del 3% all’anno nei 4 anni, in buona parte finanziata dalla Federal Reserve Bank of America (Fed).

Trump è però solo un comprimario nel Guinness americano dei primati del deficit, con Reagan che durante i suoi due incarichi ha incrementato il debito pubblico del 184% (ma allora le cifre in gioco erano basse) mentre Obama è riuscito a far crescere il debito di 8700 miliardi, cioè del 78% (quasi il 10% all’anno in 8 anni). Spesso un supporto significativo al collocamento del maggior debito (e non solo in America) è venuto dalle banche centrali che lo hanno acquistato, con il Giappone al primo posto dove quasi tutto lo straordinario debito pubblico (siamo intorno a 2 volte e mezza il prodotto interno lordo) è stato acquistato dalla Banca del Giappone.

Ma bisogna anche notare la Fed è andata molto oltre l’acquisto dei titoli di Stato di nuova emissione se nei soli ultimi tre mesi ha iniettato sul mercato americano una liquidità netta di 3.000 Mld, superiore all’intero debito pubblico italiano (che ha appena toccato i 2.500 Mld). In tutto il mondo si calcola che la base monetaria globale sia cresciuta di ben 8 trilioni di dollari. Cioè tutte le banche centrali del mondo stanno cooperando per combattere uno dei problemi peggiori legati alla recessione economica innescata dal coronavirus: l’abbassamento della velocità di circolazione della moneta e il conseguente rischio di deflazione, che innescherebbe un circolo vizioso di aspettative al ribasso.

Per prevenire il problema e stimolare investimenti pubblici e privati, le banche centrali sono intervenute ancora una volta massicciamente, tanto indirettamente con supporti all’erogazione di credito da parte del sistema bancario, quanto direttamente sul mercato a comperare titoli, con il risultato di immettere liquidità in abbondanza.

IL “DEBASEMENT” DELLE PRINCIPALI VALUTE DI CONTO

L’unico aspetto negativo è legato al “debasement” delle principali valute di conto, dal momento che la moltiplicazione della moneta sul mercato ha creato di fatto un’ “inflazione dei prezzi delle attività finanziarie” e ha abbassato fin sotto lo zero assoluto i tassi d’interesse, creando le premesse per scardinare il Dollaro e le altre principali divise monetarie dal loro ruolo di valute di riserva.


Quest’ultimo fattore ha giocato non poco nel successo di mercato di oro e argento: l’acquisto dei metalli preziosi storicamente è risultato vincente come riserva di valore nel lungo termine ma è, per definizione, privo di reddito. Ora se i mercati finanziari arrivano ad esprimere tassi d’interesse negativi per molte attività finanziarie, un’investimento come quello nei metalli preziosi che non ha reddito si configura come una soluzione migliore del reddito negativo!

Un altro fattore di attenzione nello scandagliare il successo tra gli investitori dei metalli preziosi riguarda il fatto che questi ultimi non hanno bandiera e non sono confinabili in un solo Paese. Dunque se io compro oro o altri preziosi non corro il rischio di vedere erosa la mia riserva di valore in funzione dell’andamento dell’economia dove ho investito.

Il combinato disposto dei due fattori sopra elencati ha fatto diventare molto appetibili i metalli preziosi e fornito un shock negativo all’andamento del Dollaro, il principale rivale dell’oro, il quale perde di appetibilità quale “riserva di ricchezza” e sembra destinato a continuare a svalutarsi anche nei confronti delle altre divise, rischiando di perdere anche il suo ruolo di valuta di riferimento per gli scambi internazionali.

LA “MANINA” SEGRETA DI CINA E RUSSIA

Il fenomeno è lento e imponente nei suoi numeri globali, ed è sostenuto dall’intervento congiunto di diverse economie asiatiche, tra le quali Cina e Russia, che hanno sospinto non poco i loro acquisti di riserve auree, per svincolarsi dal Dollaro e al tempo stesso per sostenere la forza delle rispettive valute: un altro fenomeno che ha giocato non poco nella crescita di prezzo di oro e argento.

Ciò che è in gioco è nientemeno che la supremazia -tecnologica e finanziaria- dell’Occidente, annegato in un eccesso di debito e nel declino morale e culturale delle proprie istituzioni (valute monetarie comprese) e sinanco della propria società civile.

Se questo è vero non deve stupire che le principali valute occidentali perdano progressivamente terreno nei confronti delle più genuine riserve di ricchezza che la storia ricordi: i metalli preziosi. E se non interverranno altri fattori a distorcere il quadro delineato, il processo di debasement delle principali divise occidentali (e dunque della riserva di valore incorporata dai metalli preziosi)sembra destinato, pur tra alti e bassi, a proseguire a lungo.

Stefano di Tommaso




I MERCATI SONO IN BOLLA SPECULATIVA PERMANENTE?

Il Nasdaq è alle stelle ma le sue oscillazioni fanno sempre più paura, dati i livelli raggiunti dalle quotazioni di buona parte dei titoli che vi sono quotati. È sostenibile nel tempo tutto questo? Probabilmente non lo è, anche se ciò non significa necessariamente che ci sarà un crollo dei listini azionari, anzi…

 


A chi continua a pensare di mantenere un approccio scientifico nell’analisi e selezione degli investimenti quanto segue non piacerà: i mercati finanziari si mostrano sempre più dissociati dall’andamento dell’economia reale e sta montando una bolla speculativa anche grazie ad una sorta di “gioco” di privati investitori che dipende sempre più dal trading online (dunque non professionale), dalle valutazioni stratosferiche che riguardano molti titoli “tecnologici” e dalla liquidità messa in circolo dalle banche centrali e grazie alle garanzie pubbliche.

LE PIATTAFORME DI TRADING ONLINE STANNO CAMBIANO TUTTO

In realtà la speculazione incide principalmente sulla volatilità delle borse ed è quest’ultima che potrebbe essere così tanto in crescita da oscurare o far dimenticare le tendenze di fondo che anzi, di questi tempi, sono quasi assenti. È una situazione perfetta per attirare i giovani (e talvolta meno giovani ma non meno inesperti) nuovi speculatori, esaltati dalle emozioni in grado di dare loro piattaforme per il “trading online” come RobinHood, Ameritrade e Charles Schwab, il cui traffico è cresciuto, dal periodo del Lockdown in poi, anche del 170%.

Avevamo già assistito negli ultimi anni a fenomeni come la “bondification”, cioè all’acquisto di titoli azionari (principalmente da parte di fondi pensioni e altri ex-investitori in titoli a reddito fisso) unicamente allo scopo di sperare di percepire un flusso di dividendi futuri che potesse sopperire alla quasi assenza di rendimenti dei titoli obbligazionari. Sembrava già una rivoluzione e, comunque, una tendenza che avrebbe sostenuto le quotazioni dei titoli azionari con nuovi flussi di denaro in arrivo.

Ma quel fenomeno è nulla al paragone con altri come la “gamification” dell’investimento azionario, cioè l’investimento azionario vissuto come in una sala giochi, cosa che lo sta trasformando in una sfida online sempre più estrema, come si è visto recentemente a proposito del titolo Tesla (automobili elettriche di concezione fortemente digitale), andato sugli scudi fino a pochi giorni fa per poi conoscere alti e bassi da montagne russe e, soprattutto, valutazioni implicite nelle quotazioni espresse dalla borsa che non trovano riscontro nella realtà degli utili futuri attesi.

IL CASO TESLA

Tesla oggi ha superato la capitalizzazione di borsa di tutti i colossi automobilistici suoi principali concorrenti (messi insieme).


Con la “gamification” i listini azionari sono divenuti il regno del “passaparola” e delle voci incontrollate, mentre l’assioma del comportamento razionale dei mercati ad opera degli investitori professionali è oramai un argomento che afferisce al passato storico. Nelle borse si è anche affermata la predominanza dei colossi cosiddetti “FAAMG” (Facebook, Amazon, Apple, Microsoft e Google) che attirano sempre più gli investitori nonostante gli elevati multipli per la loro grande capacità di fagocitare quasi tutti gli altri business, sebbene dalla sigla sia escluso un peso massimo come Netflix, arrivata sopra al 20.mo posto nella classifica delle più grandi soprattutto a causa di multipli dei profitti cresciuti moltissimo durante il “lockdown”.

LA RECESSIONE TAGLIERÀ I PROFITTI AZIENDALI?

In realtà, dopo l’arrivo della recessione indotta dalla pandemia, dopo il sempre più pervasivo intervento delle banche centrali nell’affossare definitivamente i tassi di interesse globali sotto lo zero e nell’immettere nuova moneta in circolazione, e soprattutto dopo che le nuove tecnologie digitali stanno rivoluzionando tanto il mondo dell’industria quanto le modalità di consumo da parte dell’umanità, non è per nulla facile prevedere dove andranno a finire i profitti aziendali. Anzi si sa per certo che per molte imprese essi sono già andati a zero e che per altre i risultati saranno a lungo negativi. Ma si sa anche che il mondo sta cambiando così tanto da rendere difficile comprendere quanto ancora potranno dominare il mondo gli attuali colossi digitali e se, per le imprese che oggi registrano ampi profitti, ci sarà ancora un futuro luminoso.

Ma intanto c’è qualcuno che fa affari d’oro, e le borse lo premiano


Molte imprese “digitali” stanno indubbiamente spiazzando le imprese appartenenti a molti settori tradizionali (si veda ad esempio il dominio dei grandi tour operators digitali sulle aziende alberghiere, accumulando valore implicito anche quando regalano a costo apparentemente pari a zero numerosi servizi online, in cambio di preziose informazioni sull’identità dei loro “clienti” e sulle preferenze di questi ultimi. Questa attività spesso viene esclusa dal calcolo del “prodotto interno lordo” che, per definizione, non recepisce le attività economiche svolte a titolo gratuito o barattate con informazioni e “profili-utente”, ma le borse registrano invece le crescite di valore. Questo in parte spiega la divaricazione del valore espresso dalle borse, in crescita soprattutto nel comparto dei titoli “digitali”, e l’andamento del prodotto interno lordo, in caduta verticale in buona parte del mondo a causa della pandemia.

LA DIGITALIZZAZIONE ECONOMICA RIDUCE I POSTI DI LAVORO


La digitalizzazione dell’economia è forse il motivo principale, assieme alla prospettiva di un lungo periodo di tassi d’interesse bassi o bassissimi, per cui nessuno si aspetta davvero nè un’elevata inflazione e neanche un nuovo crollo delle borse valori, quanto piuttosto un lungo periodo di volatilità e incertezza.

C’è tanta liquidità sul mercato che trova pochissime alternative all’investimento azionario ma che al tempo stesso deve confrontarsi con un periodo di decrescita infelice dell’economia e con una disoccupazione che, corrispondentemente, è destinata ad accrescersi ulteriormente anche perché lo sviluppo digitale comporta ben pochi nuovi posti di lavoro. Cosa che deprimerà probabilmente i consumi anche una volta terminata l’emergenza-virus e forse, alla lunga, anche i profitti aziendali. Se ciò accadrà sarà probabilmente la ragione principale per la quale le borse non solo non scenderanno, ma non saliranno nemmeno, dato che i multipli dei profitti sono già alle stelle.

MA LA VOLATILITÀ POTREBBE AUMENTARE

Una volta eliminate le ipotesi estreme (crollo rovinoso o grande apprezzamento delle borse valori) quel che resta per i prossimi mesi promette tuttavia di essere per i mercati finanziari tutt’altro che un mortorio, dal momento che la volatilità dei corsi azionari potrà conoscere nuovi massimi nella seconda metà dell’anno, movimentando non poco la speculazione sui listini in funzione della politica (sono in cantiere elezioni in molte nazioni del mondo), delle statistiche, che prima o poi torneranno a restituire un quadro più veritiero delle principali grandezze macro-economiche e, soprattutto, delle matricole dei listini azionari, alcune delle quali potrebbero rivelarsi come opportunità di investimento molto interessanti.

Stefano di Tommaso




LO SPETTRO DELLA “SECONDA ONDATA”

Mentre le borse asiatiche e quelle americane segnano nuovi massimi, la“seconda ondata” della pandemia da Covid-19 torna a gettare un’ombra sulle prospettive di ripresa economica. In molti paesi esteri infatti la recrudescenza del virus sta tornando a sollevare di nuovo scenari apocalittici di altre misure di distanziamento sociale e, con esse, di nuovo preoccupazioni per l’andamento congiunturale. I mercati finanziari non potranno far finta di niente, rischiando perciò di restare ondivaghi e incerti per tutta la seconda parte dell’anno.

 

Per una volta noi che viviamo a sud delle Alpi stiamo meglio che altrove: il virus a casa nostra sembra aver perduto buona parte della sua forza e oggi non miete quasi più nuove vittime. Ma oltre confine e, soprattutto, oltreoceano, la recrudescenza dei contagi che viene registrata lascia temere che anche noi Italiani torneremo a importarli. E allora addio a quel che resta della stagione turistica. Addio alla ripresa di sport e spettacoli. E addio alle speranze di risollevare in fretta la spiacevole situazione finanziaria che affligge il nostro Paese.

Ma soprattutto in caso di “seconda ondata” come ne affronteremo le conseguenze economiche? Con quali risorse? L’Italia da quasi un ventennio non dispone più di autonomia monetaria, e dallo scorso Marzo l’erario chiaramente sta riscuotendo assai poco come gettito fiscale. Non solo: la globalità dell’emergenza sanitaria ha indubbiamente ridotto le esportazioni e quasi azzerato l’afflusso di turisti.

Dunque il Paese si troverà decisamente a corto di risorse se l’Unione Europea non riuscirà a trovare presto un’intesa. Probabilmente non basterà prorogare lo stato di emergenza al governo in carica, se non troverà altro modo di sostenere le finanze degli italiani. Così come non gli riuscirà tanto facilmente a chiudere di nuovo fabbriche e locali pubblici in caso di nuova emergenza.

Quella dello scorso trimestre aveva mobilitato le istituzioni europee per erogare moneta (principalmente sotto forma di acquisti di titoli di stato) e soprattutto finanziamenti (buona parte dei quali non è poi davvero arrivato). E l’annuncio di quel flusso di denaro è bastato a suo tempo a dare tono ai mercati finanziari, a diminuire gli spread e a riportare alla fiducia gli investitori. Ma molti hanno già dimenticato che anche quando quei finanziamenti finalmente arriveranno, poi andranno anche restituiti e che ciò non sarà facile se nel frattempo non saranno stati fatti adeguati investimenti e non sarà arrivata una solida ripresa. Ciò vale tanto per i privati quanto per le imprese. E tanto in Italia come dall’altra parte del pianeta: è il mondo intero a ritrovarsi più indebitato dopo il virus.


Mentre il debito globale perciò sale a dismisura, sarebbe cosa buona se i finanziamenti europei in arrivo in Italia andassero principalmente ad alimentare le grandi opere infrastrutturali che ancora mancano, perché queste ultime non soltanto darebbero uno sprint alla ripresa, ma si ripagherebbero inoltre da sole.

Invece la sensazione è che -soprattutto in caso di seconda ondata- i finanziamenti europei risulteranno tanto insufficienti per volume quanto tardivi nell’erogazione, con la conseguenza che invece di agire quale volano della ripresa essi potrebbero a malapena servire a tamponare nuove falle del sistema sanitario e del welfare, ma senza far ripartire davvero lo sviluppo economico.


Le speranze di un rapido sollievo dalla disperazione dei mesi più tetri appena finita potrebbero in tal caso fare posto alla constatazione che la recessione economica potrebbe invece andare avanti parecchio a lungo. E per di più con pochi strumenti a nostra disposizione per contrastarla. La spaccatura in seno alle diverse anime dell’Unione Europea su come reagire alla recessione non potrebbe essere più profonda. E di conseguenza paesi come il nostro si troverebbero a fronteggiare una gran voglia di fuggire dall’ingessatura finanziaria che l’Europa ci comporta. E sarebbe un peccato perché l’ipotesi qui sotto riportata privilegiava il nostro Paese.


Eventuali nuove emergenze sanitarie (che per fortuna a casa nostra al momento non si intravedono) potrebbero dunque stroncare sul nascere la ripresa e di conseguenza azzoppare i listini di borsa. Questo Conte lo ha capito benissimo e sta cercando di mettere le mani avanti, prorogando ogni misura cautelare possibile e facendo pressing sulla Germania perché richiami all’ordine i cosiddetti “paesi frugali” (cioè egoisti). Anche la Merkel ha compreso l’antifona e sta facendo quel che può per evitare di affossare definitivamente l’intesa tra i membri dell’Unione.

Ma altri fattori potrebbero congiurare perché l’Italia non si risollevi. Come l’ondata di fallimenti e di altre procedure concorsuali (che sono appena cominciate) o come l’eccesso di rivalutazione dell’Euro sul Dollaro e sulle altre valute maggiori, che renderebbero ancor meno competitive le nostre esportazioni.

La stessa sopravvivenza di questo governo è oggi più che mai in discussione. E un eventuale governo di larghe intese in sostituzione di quello giallo-rosso sarebbe percepito da tutti come un pannicello caldo. Quasi inutile si fini della capacità di gestire una nuova crisi da Covid. Per non parlare dell’avvicinarsi della possibilità di nuove elezioni, che facilmente spalancherebbero la porta ad un ricambio delle maggioranze in parlamento.


Chi si trova a investire il proprio risparmio o quello degli altri non può però chiudere tutti e due gli occhi e sperare soltanto che non succeda. Proprio perché sui mercati le cose vanno ancora relativamente bene, bisogna tenerne conto e adottare le necessarie precauzioni. Limitando i rischi e mettendo in conto il fatto che un nuovo scoramento collettivo potrebbe essere all’orizzonte.

Questa ovviamente non è una buona notizia per la borsa e sinanco per i titoli a reddito fisso. Ma potrebbe risultare semplicemente in un prolungamento (magari a tutto l’autunno) della “traslazione laterale” dei mercati, una sorta di letargo, interrotto soltanto da ampie oscillazioni dovute alla volatilità endemica che deriva dall’incertezza di fondo.

Stefano di Tommaso




AVIDITÀ O TIMORE?

Le borse di tutto il mondo hanno appena avuto il loro miglior trimestre dal 1998 recuperando -in media- quasi del tutto le perdite dovute al Coronavirus. E questo nonostante l’economia reale non sia mai stata così malata come negli ultimi mesi: si prevede per il 2020 una recessione globale ben più dura di quella del 2008. Due estremi opposti che hanno mandato in tilt gli uffici studi di tutto il mondo! La recessione deve indurre a prudenza e selettività chiunque: industriali, investitori, banchieri, governi e risparmiatori. Eppure chi lo ha fatto ha perduto le performances favolose del miglior trimestre delle borse da 22 anni a questa parte. Chi ha ragione? E cosa succederà in futuro? Sarebbe corretto temere che l’eldorado borsistico non possa durare oppure è lecito attendersi che l’economia reale riprenderà presto vigore e bisogna comportarsi di conseguenza?

 


Per provare a rispondere a tale quesito iniziamo a prendere atto del fatto che le nazioni più importanti e più organizzate hanno deciso di mettere in campo tutte le loro forze in questo periodo per contrastare la recessione in corso, e ciò ha indubbiamente favorito le quotazioni di quei mercati finanziari dove è affluita la grande liquidità immessa dalle banche centrali e dove è stata operata una maggiore selezione verso i settori economici che hanno prospettive di crescita e verso le aziende più sane che sorpasseranno le altre.

Ecco dunque una prima risposta: alcune nazioni hanno reagito meglio e più velocemente alla crisi da distanziamento sociale e alcuni settori ne sono stati addirittura favoriti. Addirittura ci sono aziende (ad esempio nel farmaceutico e negli strumenti medicali) che hanno tratto profitto dalla situazione. Ma adesso, dopo la “riapertura” le aspettative sono alte e al tempo stesso le conseguenze pratiche della recessione economica globale diventeranno più tangibili (fallimenti, disoccupazione, rivolte sociali). Allora cosa succederà?

LA FORTE DIVARICAZIONE

La divaricazione delle sorti tra i diversi settori industriali si rispecchia anche nella diversa performance tra nazione e nazione e tra azienda e azienda. Il risultato di questo scompiglio, rapidissimo dal momento che è in atto solo dalla fine di febbraio, non potrà non influire sull’economia reale, perché il moltiplicarsi degli insoluti bancari lascerà a secco di risorse finanziarie molte attività meno dinamiche in un momento -quello della profonda recessione che stiamo attraversando- in cui la loro disponibilità sarebbe risultata più importante che mai. Ci saranno invece probabilmente ulteriori profitti per le imprese dei settori più attraenti ma questo genera un’inflazione delle loro valutazioni. In borsa ciò comporta ottime prestazioni dei listini ma anche volatilità e insicurezza. Non è ben chiaro dunque se in generale occorra essere ottimisti o pessimisti, se sia opportuno cavalcare la tendenza in corso verso le tecnologie e la sanità ovvero cercare le occasioni dimenticate perché vi è più valore da recuperare.

DATI CONTRASTANTI

Dal punto di vista generale anche le statistiche forniscono elementi contrastanti:

  • La recessione è appena iniziata e -per quanto ogni ciclo stia accelerando moltissimo rispetto al passato- essa svilupperà le sue conseguenze ancora in un periodo di almeno un semestre. Molte imprese dunque falliranno e molti posti di lavoro saranno perduti. Questi fatti a loro volta non potranno non avere un impatto negativo sui consumi e sugli investimenti, alimentando un circolo vizioso di discesa dei salari che bisognerebbe riuscire a contrastare.
  • La pandemia non sembra dare molta tregua a livello globale: la seconda ondata del virus ha già ripreso a fare vittime (anche se per fortuna non Italia) e lascia presumere che talune misure di prevenzione che hanno indubbiamente danneggiato produzione, consumi e investimenti andranno avanti ancora per mesi. La spesa sanitaria ovviamente si accrescerà così come i debiti pubblici con cui in buona parte è finanziata.
  • Le banche centrali di tutto il mondo con la crisi da virus hanno ripreso in grande stile i programmi di stimolo monetario per contrastare la caduta del moltiplicatore del credito e la riduzione della velocità di circolazione della moneta, ma soprattutto per comperare i titoli di stato che vengono emessi per pagare l’ulteriore spesa pubblica. Ciò ha indubbiamente ridotto sotto lo zero i tassi di interesse.
  • Alcuni governi nazionali hanno poi anche intrapreso ulteriori programmi di sostegno all’economia: hanno garantito finanziamenti e stanno avviando grandi opere infrastrutturali: tutte cose che da un lato rilanciano le aspettative delle imprese e che dall’altro lato generano distorsioni, ad esempio nell’ambito dell’Unione Europea.
  • La ripresa delle attività produttive, sebbene in regime di relativa sicurezza sanitaria e con alcune limitazioni, ha poi indubbiamente rilanciato i settori industriali più tecnologici e, sebbene ciò contribuisca alla ripresa economica, lo spettro del fallimento o della chiusura delle attività che non si sono fortemente digitalizzate si farà sempre più reale.

LA TRAPPOLA DELLA LIQUIDITÀ

L’incertezza ha spinto molti investitori a preferire la liquidità, ma nel farlo essi hanno mancato una forte crescita dei listini azionari. Ragione per cui oggi chi è rimasto sulla liquidità aspetta soltanto il momento giusto per rientrare in borsa.

Cosa se ne deduce dunque per le prospettive dei mercati finanziari? Ottimismo o pessimismo? Avidità o paura? I segnali sono, appunto, contrastanti e probabilmente i due sentimenti, lungi dall’essere contrapposti, saranno entrambi presenti, alimentando l’insicurezza dei mercati e la loro variabilità.

IL DIGITALE PROMUOVE NUOVI MODELLI DI BUSINESS

Da un lato infatti i processi scatenati dalla pandemia stanno accelerando il cambio dei connotati del capitalismo e delle logiche di mercato, inflazionando sempre più il valore delle imprese che esprimono prospettive tecnologiche nel lungo termine e togliendo invece importanza a quelle della “old economy” e alle industrie tradizionali, esaltando i vantaggi della grande dimensione aziendale e penalizzando parallelamente il compenso del lavoro umano, sostituito progressivamente dalle macchine e dall’intelligenza artificiale. La possibilità di fare tutto da remoto riduce inoltre le esigenze di spostamento ma esalta i servizi online e di consegna a domicilio, riducendo il valore degli spazi commerciali o costringendo a rivederne l’impostazione. La tendenza ad una rapida ripresa dopo il lockdown infine premia le aziende più appetibili per il mercato dei capitali: nei settori pro-ciclici (quelli che accelerano più della crescita economica) e in quelli fortemente tecnologici. Se le borse andranno perciò ancora più in alto (e non è detto, anzi) andranno ancora più in alto le valutazioni delle nuove applicazioni tecnologiche e nel settore della cura e prevenzione delle malattie.

Dall’altro lato questi cambiamenti costituiranno un incubo per le imprese più piccole, per quelle che faranno sempre più fatica a ottenere credito da un settore bancario che non potrà non subìre i danni delle insolvenze a catena e che per questo motivo ridurrà il volume dei prestiti erogati e per quelle imprese tradizionali che non scompariranno del tutto ma i cui margini risulteranno inevitabilmente compressi e i cui spazi di mercato verranno erosi dai nuovi modelli di business.

MA LE BANCHE CENTRALI FRENANO

Ancora una volta poi sarà fondamentale il ruolo delle banche centrali, cui è ancora una volta delegato il ruolo di fornire ai mercati la liquidità che non si crea dagli scarsi profitti. Ma se le banche di credito ordinario non potranno e non vorranno fare la loro parte nel supportare l’economia reale, saranno i mercati dei capitali a recepire la liquidità in eccesso sul sistema, con il rischio concreto di creare bolle speculative nei settori preferiti dagli investitori. Ovviamente le banche centrali questo lo comprendono molto bene e per questo motivo come si vede dai grafici riportati, al momento stanno tirando i remi in barca.


Anche a livello geografico la crisi giocherà un ruolo nell’accelerazione dei cambiamenti: se la maggior parte della liquidità sarà rivolta al mercato finanziario che più esprime le nuove tecnologie (quello americano) ci sarà una domanda di dollari e una sovraperformance delle borse americane rispetto a quelle europee. A questo proposito però è valida anche la teoria opposta: il dollaro non potrà che svalutarsi perché il suo potere d’acquisto cadrà parallelamente all’eccesso di moneta in circolazione, cosa che non potrà non alimentare alla fine un’inflazione dei prezzi.

Personalmente ritengo improbabile quest’ultimo scenario, perché la disoccupazione e la precarietà dei posti di lavoro implicheranno un tasso di risparmio più consistente che non in passato e dunque una ridotta propensione ai consumi. Ma ritengo altrettanto fondata la teoria secondo la quale l’eccesso di liquidità sui mercati non potrà che alimentare nel medio termine una crescita generalizzata dei prezzi degli altri assets rispetto a quelli che compongono il paniere su cui si calcola l’inflazione. Soprattutto quando, alla fine di questo periodo di incertezza, dovesse ristabilirsi una ripresa generalizzata.

IN ATTESA DI UN PERIODO “LATERALE” IN BORSA

Ma la ripresa potrebbe arrivare dopo un periodo relativamente piatto, come quello descritto, che potrebbe durare anche molti mesi e vedere ulteriori divaricazioni tra le performance settoriali, visto che lo scenario di tassi bassi e spostamento delle attività verso i nuovi modelli di business è appena iniziato e non terminerà così rapidamente. Potrebbe cioè manifestarsi relativamente presto ma non dappertutto: si può ipotizzare che l’invecchiamento della popolazione, le esigenze di contenere le rivolte sociali con il welfare, la necessità di salvaguardare i posti di lavoro e la riduzione del potere d’acquisto del salario disponibile, in certe nazioni renderanno parecchio vischiosa la transizione verso un mondo nuovo, mentre in altre nazioni quei fattori ostacoleranno meno.

L’investimento del risparmio quindi non potrà che seguire logiche di diversificazione globale e settoriale, per evitare di rimanere troppo esposta a rischi sistemici. Avidità e paura potrebbero infatti arrivare nel complesso a bilanciarsi, ma soltanto a livello globale. L’ultima volta che c’è stato uno svarione dei listini azionari (Febbraio) è successo più velocemente che mai prima nella storia delle borse. Così come la ripresa dei corsi (tra Marzo e Aprile): più lenta ma indubbiamente velocissima rispetto al passato.


Per i singoli settori e per le singolare imprese i cui titoli sono quotati, le acque è perciò probabile che restino relativamente agitate, perché gli investitori restano preoccupati e vigili, in attesa di percepire qualsiasi segnale, positivo o negativo, e di poter reagire rapidamente di conseguenza.

Stefano di Tommaso