L’ISOLA FELICE DELLE TECNOLOGIE

Nel bel mezzo della recessione più singolare che la storia ricordi gli analisti continuano a porsi una domanda che prevale su tutte le altre: come sta cambiando il mondo? E quanto è forte il cambiamento? C’è chi dice che (quasi) tutto alla fine tornerà come prima, ma noi non lo crediamo: ci sono sempre maggiori evidenze del fatto che la pandemia ha accelerato il cambiamento della vita dell’uomo e, di conseguenza, dell’economia e dei mercati. E quando ci si chiede se la recessione finirà presto, bisognerebbe farlo per ogni singolo settore industriale. Perché le loro sorti saranno molto differenziate.

LA PANDEMIA HA ACCELERATO IL CAMBIAMENTO

Che la crisi da distanziamento sociale stia cambiando i connotati della nostra società civile è un fatto oramai largamente assodato, anche laddove la vita quotidiana non ne evidenzi con decisione le peculiarità. Lo si può percepire solo in parte direttamente, attraverso la nostra maggior attenzione ai sistemi digitali, tanto per l’istruzione, l’intrattenimento e gli altri aspetti della vita sociale, quanto per la nostra vita lavorativa, che forse è cambiata anch’essa ancor più radicalmente.

Ma soprattutto lo si può percepire indirettamente dall’andamento degli affari, che vanno a gonfie vele per tutti i settori dove prevalgono le innovazioni, le tecnologie scientifiche e quelle digitali (dunque dai presidi igienico-sanitari fino all’elettronica di consumo) e malissimo per tutti gli altri. La crisi economica di una società civile ancora profondamente sotto choc per gli effetti della pandemia morde non poco, dunque, ma non per tutti.

I SETTORI CHE CI HANNO GUADAGNATO

Se da un lato perciò la pandemia (con i timori di una sua seconda ondata) sta forzando la modificazione delle nostre vite quotidiane, limitando persino buona parte delle libertà democratiche e radicalizzando gli scontri sociali e politici, dall’altro lato esiste una terra felice, un paradiso artificiale che non ci tiene nemmeno troppo a mettersi in mostra, costituito dalle attività fortemente tecnologiche, dalla produzione di apparati innovativi di ogni genere sino alla più remota applicazione delle nuove scienze, servizi online e produzione di boccette per la sanificazione delle mani compresi, che invece prospera e cresce.

In questa fantastica isola felice che ha beneficiato del lockdown e delle più recenti tendenze salutistiche, i fatturati salgono, i margini ancor di più e la domanda supera sistematicamente l’offerta. Persino i settori dei trasporti, della logistica e dei servizi a domicilio, che più tradizionali non potrebbero essere, ne hanno parzialmente beneficiato, perché trainati dalla crescita selvaggia del commercio elettronico, dalla discesa del costo dell’energia e dei carburanti, e dal trovare meno ostacoli sulle reti autostradali e ferroviarie. Così come ne hanno beneficiato non soltanto i mostri sacri dell’innovazione e della ricerca scientifica, ma sinanco le industrie che producono filtri e mascherine, che appartengono più alla chimica e al tessile che non a quelli dell’innovazione vera e propria.

La vera domanda dunque non è quanto durerà la crisi economica, ma come cambierà le nostre esistenze, abitudini, preferenze, percezioni e sinanco i nostri valori culturali e sociali. Posto che sta diventando palese che essi ne saranno radicalmente modificati. Non c’è troppo da stupirsene, dal momento che l’economia è sempre stata una scienza sociale, ma quello che invece non può che stranire è la velocità delle modificazioni, che in passato si misuravano con le generazioni e poi con i decenni, e oggi si toccano con mano da un anno all’altro.

Se esiste dunque un’isola apparentemente felice -quella dei business scientifici e tecnologici- almeno per quanto riguarda le sue misurazioni contabili e finanziarie, questa a ben guardarla più da vicino è a sua volta in preda a forti fermenti, sconvolta dalla frenesia delle innovazioni che si susseguono e devastata dalla rapidissima obsolescenza dei suoi fondamenti. È il futuro che avanza, ma che spesso e volentieri travolge e sconvolge al tempo stesso.

E l’America che vediamo in questi giorni in televisione, da sempre la patria di ogni frontiera scientifica e tecnologica, ne rappresenta oggi anche tutti i limiti e i difetti, con le sue svolte radicaliste, le sue estreme tensioni sociali, con l’enorme ricchezza che le tecnologie hanno trasferito a coloro che ne sono stati lambìti e con le grandi questioni che esse sollevano.

I MERCATI LO HANNO CAPITO PRIMA DEGLI ALTRI

Senza fare questa lunghissima premessa sarebbe stato impossibile provare a interpretare l’andamento dei mercati finanziari, apparentemente imprevedibili ed erratici più che mai, in realtà fortemente condizionati da tutto ciò.

Non è un caso che di tutte le borse è oggi il Nasdaq l’indiscussa regina. Non è un caso che a Wall Street siano quasi solo le aziende tecnologiche quelli che guadagnano terreno. E non è nemmeno un caso che tra questi siano forte vincenti i primi cinque o sei titoli azionari del settore (i cosiddetti “over the top” perché sfruttano gli investimenti fatti dagli altri e profittano più di tutti gli altri della loro leadership indiscussa) con distanze siderali da tutti gli altri. C’è ad esempio un fenomeno di mercato come Netflix che capitalizza “solo” 200 miliardi di dollari e che esprime un moltiplicatore degli utili attesi pari a 90 volte, ma che ha sistematicamente surclassato il suo indice di riferimento (il Nasdaq).

L’intero comparto “high tech” è diventato il più importante di Wall Street e pesa sulla sua capitalizzazione complessiva per il 27%, ma i primi cinque titoli per quotati, tutti tecnologici e “over the top” hanno raggiunto da soli un valore pari a oltre un quinto dell’intero indice azionario SP500. Vent’anni fa, nel pieno della bolla della new economy, assommavano a poco più della metà. I titoli sono Apple (1560 miliardi di $), Microsoft (1500), Amazon (1360), Alphabet (cioè Google: 970) e Facebook (660).


E non è infine un caso che anche in tutto il resto del mondo siano quasi soltanto le iniziative più innovative a guadagnare il consenso degli investitori (questi ultimi sempre più globalizzati) sinanco in fase di quotazione. Gli investitori preferiscono comperare matricole sane e orientate al futuro che non i giganti del passato.

E se sono questi ultimi i veri vincitori della lotteria del Covid, è sensato ritenere che tale tendenza continuerà nel tempo? O è piuttosto una moda del momento? Succede quasi sempre che ogni nuova moda generi degli eccessi, da cui il mondo poi nel tempo rientra. Così come succede spesso che le novità affascinino, talvolta abbaglino e talaltra deludano le immense aspettative che hanno generato. È quindi plausibile che ciò sia vero anche stavolta.

LO SPETTRO DELLA DEFLAZIONE

Ma vista da un’altra ottica la situazione, per quanto drogata, presenta caratteristiche strutturali e mostri cambiamenti addirittura epocali. I titoli a reddito fisso sono cresciuti così tanto di valore perché i tassi sono scesi sotto zero. E rischiano di rimanerci a lungo, a meno di nuove fiammate inflazionistiche che ad oggi non si vedono.

Se così fosse, per quanto depurata dagli eccessi, la tendenza di fondo non cambierà così facilmente. In un mondo in cui il resto dell’economia -quella parte tradizionale e non digitale che oggi è sotto schiaffo- segna il passo e rischia di segnarlo a lungo, sono le tendenze di lungo periodo a contare davvero.


I tassi d’interesse sotto zero indicano la messa in congelatore di molte tra le attività economiche tradizionali. La deflazione sottostante a molti dei prezzi di beni e servizi di tipo industriale classico indicano un eccesso di offerta sulla domanda che non è destinato a breve a riassorbirsi, dal momento che i redditi medi scendono invece che salire. Ciò che cresce invece a doppia cifra è la parte più impalpabile dell’economia digitale, quella della condivisione e del baratto informazioni/servizi. Per il prodotto interno lordo non esiste, ma per la finanza è fondamentale! Così come lo è per il nostro stile di vita. Che continuerà a cambiare trainato da queste tendenze.

LA VITTORIA DELL’ECONOMIA DI CARTA

I valori azionari riflettono questi cambiamenti molto meglio di ogni possibile statistica. E infinitamente meglio di ogni teoria economica. Così come sono soprattutto le nuove generazioni a percepirli prima delle altre, e in maniera più pervasiva. Anche in questo i mercati finanziari sono anni luce avanti a quella che in passato veniva chiamata “economia reale” in contrapposizione con “l’economia di carta” della finanza.

Certo, gli interventi delle banche centrali hanno contribuito non poco alla salute dei mercati finanziari ma hanno sovvertito le loro leggi naturali. Oggi che la carta non serve più a scrivere e che il mondo digitale ha sorpassato quello industriale (troppo spesso rimasto al palo) si è rovesciato il mondo: è l’industria produttiva quella che rischia di perdere il contatto con la realtà (producendo più di quanto venderà), non i mercati finanziari, che riflettono e registrano più velocemente che mai le variazioni della vita reale, sempre più basata sulla salute e sulle nuove tecnologie.

Stefano di Tommaso




ITALIA: ECONOMIA A PICCO E VOLATILITÀ IN VISTA, MA LE MATRICOLE DI BORSA DOVREBBERO DARE SODDISFAZIONE

Se la borsa italiana ha reagito piuttosto male all’emergenza COVID, rispetto alla borsa delle borse, quella americana di Wall Street, il confronto tra le rispettive economie reali non potrebbe essere più impietoso. I grafici parlano chiaro: non è un caso che la ripresa dei corsi della Borsa di Milano sia stata significativamente inferiore a quella d’oltreoceano.

 

Dal momento che sul nostro listino principale ci sono soltanto 242 titoli quotati, mi sono permesso di paragonare l’indice delle principali 500 società quotate a Wall Street con l’indice di tutte le 242 quotate al MTA. Il divario, soprattutto dopo la ripresa dal crollo, appare evidente dai grafici qui riportati:

 

Ma l’Italia non è soltanto immersa nell’Unione Europea e nella sua divisa unica, (e l’Unione si stima che vedrà il proprio prodotto interno lordo contrarsi di oltre il 10% nel 2020). L’Italia è anche il Paese che meno ha supportato le imprese nella loro ripresa dell’attività, mancando completamente il bersaglio di fornire liquidità, semplificazione e defiscalizzazione di oneri sociali. L’attuale governo, ossessionato dal compiacere il nord Europa nel non aggravare troppo la situazione debitoria, non è nemmeno riuscito nell’obiettivo dichiarato -secondario in tempi di profonda recessione- di ridurre il carico fiscale e contributivo, nonostante una sorta di “liberi tutti” da parte dei capi-bastone del patto di stabilità europeo!

L’ITALIA È MALATA GRAVEMENTE DI RECESSIONE

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: non soltanto la recessione galoppa ad un ritmo che, nel migliore dei casi, sarà vicino al -13% su base annua, ma soprattutto è la spesa degli Italiani che si è inchiodata. I dati di Confcommercio segnalano ad Aprile una riduzione dei consumi del 47% e a Maggio una di quasi il 30% (entrambe su base annua). Il risultato è che nel secondo trimestre 2020 il prodotto interno lordo è stimato ridursi del 22% circa su base annua.

 

Se ci aggiungiamo che la risorgenza del virus (seconda ondata, quella che da noi non ha ancora colpito ma altrove sta già facendo molte vittime) sta cancellando ogni residua speranza della stagione turistica di riprendere quota, è evidente che sono “fritte” tutte le imprese italiane che non esportano (e comunque verso un’economia globale che quest’anno dovrebbe fare -5%, il che vuol dire -8% se rapportata alla crescita demografica).

Sono numeri che si ricordano solo in tempo di guerra. E non è detto sia finita, perché non si sa quanti danni all’economia potrebbe ancora arrecare la seconda ondata della pandemia, già presente altrove nel mondo. Ma soprattutto questi dati si confrontano con un immobilismo della Commissione Europea da primato, che non lascia ben sperare. E tutto questo mentre invece la Germania (autonomamente) e soprattutto l’America e l’Asia stanno lavorando alacremente per elaborare risposte importanti alla crisi economica in atto!

Altro mal di testa per l’intera Europa (a parte la risorgenza della pandemia) è ovviamente la debolezza del Dollaro, che rischia di penalizzare ulteriormente le esportazioni, particolarmente importanti per l’economia tedesca ma la penalizzazione della competitività delle esportazioni rischia di danneggiare soprattutto quelle italiane, caratterizzate in media da una politica di prezzo più basso se comparato ale produzioni tedesche.

LA DEBOLEZZA DEL DOLLARO NON AIUTA

Un modo per contrastare la rivalutazione dell’Euro sul Dollaro ci sarebbe: un’accelerazione delle facilitazioni monetarie della BCE, che ovviamente ne indebolirebbero le quotazioni. Ma non soltanto i paesi germanici ne sono sempre stati allergici, bensì c’è anche il rischio che senza adeguate politiche fiscali governative la maggiore liquidità percolerebbe assai poco fino all’economia reale, stazionando piuttosto sui conti bancari a causa della difficoltà per le imprese (senza adeguate garanzie di stato) a contrarre nuovi debiti.

L’altro versante dove la liquidità dei mercati potrebbe riposare è quello dei titoli borsistici ma, in presenza di pessimi risultati economici delle imprese quotate, è probabile che tanta più liquidità verrà pompata dalle banche centrali, quanto più la volatilità dei corsi ne potrebbe risultare aumentata.

LA BUONA NOTIZIA DELL’INDICE IFO

È in questo panorama che la buona notizia della risalita dell’indice tedesco di fiducia dei responsabili degli acquisti (salito a 86,2 punti da 79,7 a maggio e oltre il consensus fissato a 85) è rimasta annegata: l’eurozona rischia di essere semplicemente un passo indietro rispetto all’avanzata della seconda ondata del virus e gli investitori che fanno liquidità sulle borse, prevalentemente internazionali, lo sanno già.

Ovviamente esistono anche considerazioni che vanno in senso opposto alle brutte notizie: le borse dell’intera Europa e in particolare quella italiana hanno ancora spazio per recuperare quota rispetto alle altre borse del resto del mondo, o per perderne di meno in caso di una nuova, brusca frenata dei listini a livello globale. L’argomento è ancora più valido se si pensa che il grosso del nostro listino è ancora prevalentemente composto da titoli bancari e dell’industria “old economy”. Dunque c’è molto denaro a disposizione per le matricole in arrivo, soprattutto se queste, come dovrebbe essere, appartengono a settori vagamente innovativi o ad aziende fortemente propulsive.

CONCLUSIONI

L’ottimismo sui mercati pertanto non dovrebbe pertanto affievolirsi del tutto, quantomeno a causa dell’abbondanza di liquidità che continuerà a inondare i saloni delle contrattazioni borsistiche, magari generando forti ondate speculative ma senza che si possano prevedere grandi crolli. Salvo il fatto eventuale che la nuova ondata di contagi possa costituire un pericolo così grave da riportare il mondo ancora una volta indietro nella storia, costringendo tutti a rivedere al ribasso i propri programmi, e le proprie speranze.

Però c’è solo il dubbio, la certezza invece proprio no: la speranza è concreta che la seconda ondata possa risultare molto meno letale della prima, e che persino il lockdown -se mai tornasse ad essere necessario- sarebbe meno invasivo: qualcosa avremo pur imparato dal trimestre precedente!

Stefano di Tommaso

 




SE I TASSI VANNO SOTTO ZERO ANCHE IN AMERICA

Sembrava una questione di principio: i tassi di interesse non potranno mai divenire negativi! L’America se n’era fatta una ragione e, poiché i tassi negativi sono contro-intuitivi, tutto sommato nessuno se n’era dispiaciuto. Ma era invece solo questione di tempo: con le banche centrali che continuano a pompare denaro e l’America che lo attrae con i suoi scoppiettanti mercati finanziari, che i tassi sarebbero andati sotto lo zero anche oltreoceano era ampiamente prevedibile. Ma quali sono le implicazioni di quel che succede? Che l’ottimismo finanziario aumenta, e che le perdite (o i mancati profitti) del 2020 non interessano più a nessuno! Così come l’andamento dell’economia reale…

 

SE I GOVERNI CHIEDONO QUATTRINI A CHI GLIELI PRESTA…

Lo scorso venerdì il rendimento dei titoli di stato americani a 10 anni è sceso a -0,6%, un record che non veniva toccato da molti anni e il superamento di una soglia psicologica importante. Tra l’altro i rendimenti negativi fanno diventare l’oro più interessante che mai, dal momento che il suo unico difetto è sempre stato quello di non avere rendimenti. Perciò quando il mondo va sottosopra i mancati rendimenti (che come tali non diventano negativi) si tramutano in un pregio non trascurabile. E se l’oro sale, allora vuol dire che il valore della moneta (con cui è misurato quel valore) scende. Cioè si svaluta, tanto quanto un automobile usata.


INFLAZIONE O DEFLAZIONE?

La svalutazione della moneta potrebbe significare che i prezzi dei principali beni e servizi sono destinati a salire, ma non è esattamente né diffusamente così: dipende. Dipende dalle leggi di domanda e offerta: se la domanda è scarsa anche i prezzi scendono. O se i prezzi scendono tanto quanto scende il mezzo di misura con cui vengono fatti, i prezzi dei beni rimangono intatti. È la cosiddetta deflazione dei prezzi di molti beni e servizi, che va a braccetto con la svalutazione perché l’economia è in crisi e dunque dell’inflazione dei prezzi (principalmente alimentari) ci sono poche tracce.


E se i rendimenti reali vanno a zero ma non c’è quasi inflazione, allora i tassi che scontano i flussi di cassa futuri sono anch’essi a zero, portando verso l’alto il valore della sommatoria di quei flussi futuri! Insomma i mercati applaudono e crescono, soprattutto in America, dove nessuno si aspetta che il lockdown possa generare conseguenze negative nel lungo termine.

MA L’AMERICA È DIVERSA

Ma l’America non è uguale al resto del mondo: quasi soltanto lì infatti questi fenomeni, invece di gettare nello sconforto operatori economici e risparmiatori, suonano bene! Sì perché oltreoceano tutti confidano nella capacità del tessuto produttivo di riprendersi in tempo perché l’economia reale possa seguire l’andamento positivo dei mercati finanziari. Mentre nella vecchia Europa l’obsolescenza industriale, l’elevatissima spesa assistenziale è una disoccupazione galoppante lasciano molto meno fiduciosi gli investitori. Soprattutto perché da queste parti tutti sanno che i denari stampati dalla Banca Centrale Europea non saranno infiniti, e quelli attuali fanno fatica a permeare l’economia reale.


Il divario tra le due realtà: quella reale è quella di carta (delle borse e della finanza), ma anche il divario tra le due economie: quella americana e quella europea, sono dunque destinati a crescere? La risposta non ce l’ha nessuno, ma il rischio è concreto. Sebbene l’abbondanza di liquidità sui mercati finanziari qualche effetto positivo lo genera di sicuro: le imprese che appaiono più interessanti per gli investitori (quelle medicali, innovative e digitali) raccolgono quattrini come se piovesse! E con questi finanziano gli investimenti in ricerca e sviluppo delle imprese più innovative. Quelle che infatti abbondano negli USA.

L’OTTIMISMO DEI MERCATI FINANZIARI

L’ottimismo insomma è diffuso sui mercati, così come la struttura dei tassi permette di dare ben poca importanza al calo dei profitti atteso per quest’anno: se i gli interessi sono bassissimi, l’orizzonte finanziario degli investitori è molto lungo. E nel lungo termine saranno quasi solo le imprese che oggi appaiono innovative a restare vive, mentre le altre inevitabilmente saranno declassate. Soprattutto se nel breve termine nessuno si aspetta vivacità dei consumi e degli investimenti produttivi.


Perciò se l’economia reale sembra destinata a una lunga pausa di riflessione, quella dei mercati finanziari è invece una meravigliosa ricetta anticrisi, senza dubbio (investo sul lungo termine perché è solo così che vedo ritorni adeguati per i miei investimenti), che sarebbe completa e socialmente utile se i governi la corroborassero con adeguata spesa infrastrutturale. Ma questo invece avviene con il contagocce, perché la politica (in tutto il mondo) in questo momento non fa programmi di lungo termine. Non le conviene affatto. Panem et Circences, dicevano nell’antica Roma per intendere la demagogia… E la storia dell’umanità dopo duemila anni sembra cambiata assai poco!

Stefano di Tommaso




TANTE MATRICOLE A PIAZZA AFFARI

Le “Initial Public Offering” (I.P.O.) alla Borsa di Milano continuano a fioccare imperterrite nonostante la gravissima recessione che il nostro Paese sta affrontando. Certo la liquidità che abbonda sui mercati costituisce un importante traino, ma non basta a spiegare la grande apertura del mercato dei capitali verso le matricole che approdano al listino. C’entra anche la limitatezza numero di società già quotate rispetto a quelle che sarebbero pronte per farlo, e che sino a ieri avrebbero preferito finanziare con il debito i propri investimenti. Ma sono soprattutto le “nuove” attività, quelle più tecnologiche o attive nei settori che “tirano” di più (come il medicale, il digitale e le nuove tecnologie “verdi”) ad avere il favore del mercato. La crisi sta infatti accelerando il ricambio industriale, lasciando indietro le aziende che non guadagnano e fornendo ampie risorse a quelle più “sexy” perché la liquidità abbonda e i rendimenti delle obbligazioni sono sempre più bassi.

 

GVS: UNA RICHIESTA DEGLI INVESTITORI DI 3,4 MILIARDI DI EURO


Se qualcuno aveva timore che la Borsa Italiana, con il lockdown, si fosse sopita come buona parte dell’industria italiana (tessile e meccanica), con la prima IPO dell’anno la quotazione della bolognese GVS sul Mercato Telematico Azionario (M.T.A., il listino delle 242 imprese maggiori, nell’ambito delle quali ci sono le 77 società quotate nel segmento titoli con alti requisiti: STAR), probabilmente ha dovuto ricredersi: attiva nella produzione di filtri per i settori medicale, della sicurezza, energetico e automobilistico, i titoli hanno debuttato venerdì scorso e, più volte sospesi al rialzo nella prima seduta, hanno superato la quotazione di 9,7 euro, registrando una performance di circa il 19% in più rispetto al prezzo di riferimento dell’IPO (8,15 euro). In totale GVS ha raccolto quasi mezzo miliardi di euro dalle sottoscrizioni degli investitori, i quali hanno scommesso su un’attività che pur tuttavia è stata e sarà (non si sa per quanto) fortemente sospinta dalla pandemia.

UN’ELEVATO VALORE DI CAPITALIZZAZIONE


Con la quotazione alla Borsa di Milano quest’azienda, controllata tramite GVS GROUP dalla famiglia Scagliarini, è arrivata a superare un valore di capitalizzazione di circa 1,5 miliardi di euro, contro un fatturato previsto quest’anno di 320 milioni di euro con poco meno di 100 milioni di Ebitda (31%). Elevato è dunque il valore che il mercato attribuisce alla società: pari a circa 15 volte il margine operativo lordo previsto per quest’anno, e a oltre 24 volte quello del 2019, quando ha raggiunto un fatturato di poco inferiore ai 230 milioni e 62 milioni di margine operativo lordo (27%). Ma ancora più elevata è stata la richiesta degli investitori, pari a 3,4 miliardi di euro contro un totale collocato (dopo l’esercizio della “green shoe”) di 497 milioni con i quali hanno acquisito complessivamente il 40% delle azioni della società.

La famiglia Scagliarini ha dunque quasi solo fatto cassa: nella società sono andati 81 milioni di euro in aumento di capitale mentre ben 416 milioni di euro sono stati titoli ceduti dai vecchi azionisti. Gli Scagliarini resteranno perciò al 60% del capitale ma manterranno diritti di voto per il 75% del totale.

LA DOMANDA DEI TITOLI ERA PRINCIPALMENTE STRANIERA

Prima dell’esercizio della green shoe la richiesta aveva perciò ecceduto di quasi 6 volte l’offerta, raggiungendo appunto i 3,4 miliardi di euro, rivolta a investitori qualificati in Italia e istituzionali all’estero. Ma il bello è che la valutazione di mercato di GVS è addirittura inferiore, con le dovute proporzioni, alla media dei titoli comparabili, tra i quali industriali del settore medico-scientifico e altri titoli italiani simili (Carel, Interpump e Ima). La domanda istituzionale è pervenuta principalmente da primari investitori esteri con una diversificazione geografica che comprende Regno Unito (per il 43%) , Stati Uniti d’America (per il 36%), Nord Europa (per il 14%) è solo marginalmente dall’Italia (per il 5%). In base alle richieste pervenute nell’ambito del collocamento istituzionale (cioè quasi solo estero), sono state assegnate 70 milioni di azioni su un totale di 81 milioni (quasi il 90%). Un riconoscimento in qualche modo meritato per una eccellenza italiana che realizza all’estero il 90% circa del suo fatturato con 20 sedi in giro per il mondo e 14 stabilimenti di produzione.

UNA CRESCITA DEL 15% COMPOSTO ANNUO E BEN 14 ACQUISIZIONI

Con il Covid19 che quest’anno spinge i ricavi, GVS nel 2020 avrà centrato un bel balzo. L’anno scorso ha realizzato metà del suo giro d’affari nel medicale (healthcare & life sciences), quasi il 40% nell’energy & mobility (sistemi di filtraggio per l’automotive) e il 10% circa nell’health & safety (filtri di sicurezza per applicazioni industriali). Quest’anno la quota della sanità dovrebbe rimanere al 50%, mentre l’area dei dispositivi per la sicurezza dovrebbe arrivare al 30% del fatturato, con il 20% circa per l’energy&mobility. Per il 2021 è inoltre prevista un’ulteriore crescita dei ricavi di circa 5%, con un’Ebitda stabile. GVS produce anche mascherine (quest’anno ne produrrà 7 milioni di pezzi) ma solo per uso professionale-ospedaliero, ed è quindi una piccolissima parte del totale delle sue attività. GVS è stata in grado di crescere sino ad oggi del 15% medio annuo, infilando la bellezza di 14 acquisizioni. Da segnalare nel 2017 quella della statunitense Kuss Filtration, specializzata in filtri per auto e per il comparto industriale, assommando così circa 2.700 dipendenti a livello globale, numero che ad oggi si è ridotto a circa 2400 dopo qualche razionalizzazione.

IL CASO DELL’I.P.O. SEBINO FIRE AND SECURITY


Ma il caso GVS è tutt’altro che isolato: qualche giorno prima si era quotata all’A.I.M. Sebino Fire and Security, azienda attiva nella progettazione, installazione e manutenzione di sistemi antincendio. Il titolo nel primo giorno di quotazione non è riuscito a fare prezzo, segnando un rialzo del 30%. Con l’ammissione di questa società, sono salite a 127 le aziende quotate sul mercato A.I.M., dedicato alle piccole e medie imprese di Borsa Italiana. L’ammissione è avvenuta a seguito di un collocamento di complessive 1.782.000 azioni ordinarie con warrant, inclusa greenshoe, tutto in aumento di capitale, rivolto a investitori istituzionali e professionali che ha generato una domanda da parte degli investitori di 3,69 volte superiore alla raccolta. Il controvalore complessivo dell’offerta, al prezzo di collocamento di 2 euro per azione, è stato pari a circa 3,6 milioni.

E L’I.P.O. DELL’ “UNIDATA”, LA PRIMA A QUOTARSI NEL 2020


E prima di Sebino, il 16 Marzo scorso, in piena bufera COVID, si era già quotata Unidata: società attiva nelle connessioni, telecomunicazioni e servizi informatici. Fondata nel 1985 da 3 soci, che ancora oggi sono in azienda, Unidata opera principalmente nel Lazio e conta su una rete in fibra ottica da più di duemila chilometri, oltre che su una rete wireless e un data center proprietario. I clienti business, wholesale e residenziali sono circa 6.500. Anche qui un successo. In fase di collocamento Unidata ha raccolto 5,7 milioni di Euro. Il flottante al momento dell’ammissione era del 18 % e la capitalizzazione pari a circa 31,7 milioni di Euro. Oggi Unidata capitalizza 41,5 milioni.

È PRONTA LA QUOTAZIONE DI “CY4GATE”


Nel frattempo è andata in porto l’I.P.O. di Cy4Gate – società attiva nel mercato della cybersicurezza, che ha chiuso il collocamento delle proprie azioni con una domanda complessiva di quasi 4 volte l’offerta totale e si quoterà il prossimo 24 Giugno. La domanda è stata composta per il 70% da istituzionali italiani e per il 30% dall’estero con un prezzo di offerta fissato in 3,15 euro per azione e un controvale complessivo di collocamento di 21,1 milioni rappresentato da 6.706.469 di azioni di cui 5.000.000 di nuova emissione e 1.706.469 poste in vendita dall’azionista Expert System. Cy4Gate avrà un flottante del 44,7% per una capitalizzazione prevista alla data di inizio delle negoziazioni di 47 milioni.

E LA “FRANCHI MARMI” AL LISTINO FONDENDOSI CON “THESPAC”


Sta poi arrivando alla Borsa per via indiretta (attraverso la fusione inversa con un veicolo societario già quotato all’ A.I.M.) la Franchi Marmi, dopo un tentativo di I.P.O. abortito lo scorso mese di Novembre. TheSpac, il veicolo (una Special Purpose Acquisition Company, S.P.A.C.) creato da Marco Galateri di Genola, Vitaliano Borromeo-Arese e Giovanni Lega, ha annunciato la scorsa settimana l’accordo per la business combination con Franchi Umberto Marmi, player del distretto del marmo di Carrara. Successivamente alla business combination, TheSpac, acquisita la denominazione di Franchi Umberto Marmi spa, auspica di presentare la domanda di ammissione all’Mta entro 6 mesi dalla data di efficacia della fusione. L’accordo prevede una valorizzazione di Franchi Umberto Marmi pari a 290 milioni, mentre TheSpac sarà valorizzata in base alla propria cassa disponibile al momento della business combination, poco superiore a 59 milioni di euro.

La liquidità di TheSpac, al netto degli eventuali recessi, sarà utilizzata per l’acquisizione di una partecipazione in Franchi Umberto Marmi e, per effetto della fusione, la percentuale di flottante rappresentata dagli attuali investitori in TheSpac si collocherà, fino ad un massimo di circa 20,2%, in caso di nessun recesso liquidato. Successivamente è prevista la convocazione dell’assemblea per la distribuzione di un dividendo straordinario spettante solo agli investitori della diversi dai soci di Franchi Marmi, pari a 0,23 euro per azione. Nel primo trimestre 2020 Franchi Marmi che da 50 anni commercializza il marmo bianco di Carrara, utilizzato dai principali brand del lusso o da architetti di fama mondiale, ha registrato un valore della produzione di 19,1 milioni con un adjusted Ebitda pari a 8,7 milioni. La posizione finanziaria netta al 31 marzo è positiva per 7,4 milioni.

UN ALTRO MOSTRO SACRO IN ARRIVO ALL’M.T.A. : L’IPO DI COMAU


Comau, oggi di proprietà di Exor, della famiglia Peugeot, del governo francese e della cinese Dongfeng, nel 2018 ha fatturato 241 milioni di euro (non si hanno dati sul 2019) e ha il suo centro direzionale a Torino. È leader mondiale nell’automazione industriale per l’industria dell’auto, per la quale sviluppa e fornisce soluzioni per giunzioni, assemblaggio e lavorazione meccanica per veicoli tradizionali ed elettrici e sistemi di produzione robotizzati, comprese soluzioni di robotica. L’offerta di Comau si estende anche al project management e alla consulenza, nonché alla manutenzione e alla formazione, attraverso una rete internazionale di 7 centri di innovazione, 5 digital hub, 8 stabilimenti di produzione, in cui lavorano oltre 9.000 persone, in 14 Paesi. Comau è in una posizione ottimale per sviluppare ulteriormente le proprie attività nella transizione verso il mondo dell’Industria 4.0. che comporterà la riformulazione di processi e produzioni affinché sfruttino le opportunità offerte da nuove evoluzioni della tecnologia, quali l’Internet of Things (IoT), i Cyber-Physical Systems (o CPS), l’Intelligenza Artificiale (AI) nonché le Realtà Virtuali e Aumentate. La quotazione in Borsa (di cui non sono stati diffusi dettagli al momento) dovrebbe avvenire dopo la chiusura della fusione tra Fca e Psa e potrebbe far superare alla società il miliardo di euro di capitalizzazione e aiuterà pertanto gli investimenti necessari per questo sviluppo

Stefano di Tommaso