FASE DUE

Molti amici e conoscenti (praticamente tutti) hanno ironizzato sull’affollamento di esperti e task forces nominate dal governo per governare e coordinare i quali ci vorrebbe a sua volta un’altra task force. E quale sarebbe il lavoro di tutti i 450 “saggi” ingaggiati da Conte&C. a vario titolo se non l’ individuare una strategia di uscita dal pantano economico-sanitario in cui lo stesso governo si è andato a cacciare per aver reagito in maniera tardiva e poi esagerata, scomposta e inefficace, alla minaccia del virus? Come si dice in questi casi: il pesce puzza dalla testa!
UNA FOLLA DI “AMICI” INSIEME AI VERI “SAGGI”
In effetti sembra che ancora una volta il Palazzo più che chiedersi davvero cosa fare adesso abbia trovato l’ennesima buona scusa per distribuire prebende e favori a destra e a manca. Non solo: da decenni la numerosità dei ministri, viceministri (non capisco perché abbiano cambiato nome ai sottosegretari: forse il termine rassomiglia troppo a quello di “sottopanza”?) e “componenti di gabinetto” dei numerosissimi ministeri di Roma è tristemente nota per essere una delle più affollate e al tempo stesso i nostri governi sono tra i meno efficaci al mondo.
Anche per questa tradizione di scarsa concretezza quasi nessuno dei miei concittadini crede davvero che questo governo si preoccupi del bene della nazione quanto piuttosto di come fare a sopravvivere fino a fine legislatura (e magari oltre)! Ma l’Italia avrebbe invece un disperato bisogno di veri manager, scienziati, filosofi e strateghi per trovare una via di uscita dal tunnel dove s’è infilato il paese.
Avremmo bisogno di indirizzare intelligentemente le poche risorse economiche disponibili per creare le pre-condizioni e dotarsi degli strumenti che possano sprigionare nuove energie ed effettiva crescita, Industriale, culturale e sociale. E dovremmo evitare di diventare il primo caso di declino conclamato per un Paese che era una delle maggiori potenze industriali d’occidente.
Avremmo bisogno di ripensare profondamente le priorità nazionali, a partire dal turismo, che con quest’ultima crisi sembra oramai arrivato a boccheggiare. E avremmo un disperato bisogno di nuove e migliori infrastrutture, la mancanza delle quali segna da sola quasi l’intera ampiezza del nostro divario con il resto dei Paesi OCSE.
SERVONO STRATEGIE, MA ANCHE LA CAPACITÀ DI APPLICARLE
La stagnazione (cioè l’assenza di crescita) da più di un decennio del Bel Paese (una definizione della Penisola che risale a Dante e Petrarca e che oggidì appare totalmente superata dai fatti: se si mette questa allocuzione su Google viene fuori il nome di un formaggio, peraltro prodotto in Italia ma dai Francesi della Danone) là si combatte soltanto con un’ottima strategia. Anche perché tra vincoli europei al deficit e cause naturali di forza maggiore è davvero difficile trovare una quadra.
Da questo punto di vista una seria e qualificata Task Force (possibilmente capace di alimentare un dibattito aperto e sincero sulle iniziative più urgenti) sarebbe molto utile e aiuterebbe gli Italiani a ritrovare la voglia di esprimere le loro idee. Servirebbe dunque una strategia industriale, una selezione delle migliori risorse per la formazione, l’innovazione e l’esaltazione delle competenze, dei punti di forza, delle nostre capacità distintive.
Servirebbe una messa a fuoco delle priorità nazionali, l’individuazione degli sprechi e un‘ intelligente marketing territoriale che permettesse anche solo di tornare a corteggiare i numerosissimi campioni nazionali nelle scienze, arti e professioni, riparati oltre confine per evitare di rimanere schiacciati dallo “spoil system” italico, cioè dai sistemi di selezione e di potere basati su logore logiche clientelari e di conformismo.
Servirebbero allo stesso modo capacità e intelligenza per attrarre in Italia capitali e finanziamenti, senza i quali tutto il resto resterebbe un bel libro dei sogni. Ma è sufficiente trovare degli ottimi consulenti? È possibile delegare loro quelle funzioni che dovrebbero avere pochi ma buoni responsabili dei ministeri-chiave? No. Purtroppo non è nemmeno pensabile.
L’ALTERNATIVA È L’ESILIO FORZOSO DI UOMINI E CAPITALI
Non ci faccio niente con Buddha in persona a sussurrarmi saggezza nell’orecchio se di mestiere faccio il magnaccia! Non basta far indossare qualche bel vestito al clochard che dorme sotto i ponti se questi non ha davvero voglia di trasformarsi in un distinto signore.
Ci vorrebbero dunque le precondizioni politiche e istituzionali (ad esempio: un presidente della repubblica super partes) perché avvenisse il miracolo e le migliori menti del mondo (spesso italiani all’estero) venissero ascoltate dai peggiori (e più ignoranti) ministri che la storia ricordi. E, probabilmente, quelle precondizioni politiche e culturali oggi non ci sono affatto!
Un vero peccato, perché se nessuno farà nulla allora il risultato dello scivolone attuale sarà l’ennesima (e forse definitiva) fuga di cervelli e capitali dalla nostra penisola. Altra gente che troverà riparo altrove nel mondo e lì, probabilmente farà miglior fortuna. E senza né gli uni né gli altri(cervelli e capitali) non si capisce come potremmo continuare a sperare.
Ci vorrebbe insomma un miracolo, oppure un moto collettivo, una forte presa di coscienza, una scuola di pensiero capace di farci resistere alle sirene delle armi di disinformazione di massa, alla tentazione di lasciarci andare ancora una volta all’ italico qualunquismo al tanto peggio tanto meglio.
Il nostro Paese pullula di inventori, artisti, creativi, tecnico, scienziati, artefici ed eroi. Ma quando questi tentano di tirare su la testa vengono scoraggiati, invitati a fuggire, sottopagati e disinformati. L’occasione della gravissima crisi in cui il Paese è caduto potrebbe risultare preziosa per ripensare completamente la nostra società civile e la nostra cultura collettiva. Ci riusciremo?
Probabilmente no. L’onda lunga del qualunquismo potrà al massimo generare qualche nuova dittatura, ma difficilmente la generazione attuale potrà assistere al nuovo rinascimento italiano. E se mai ce ne sarà uno è probabile che prima dovremo toccare il fondo. Altrimenti continueremo a pensare di essere più furbi degli altri…
Stefano di Tommaso







Ora, diciamocelo francamente, il paragone con la crisi occorsa quasi un secolo fa non lascia sonni tranquilli: la recessione del 2020 è oramai conclamata (anche se non lo è ancora, statisticamente, lo è tuttavia nei fatti), la deflazione ai giorni nostri morde il freno oramai dal lontano 2014, quando l’ex rettore della Harvard University,
E per di più non è detto che la pandemia che all’inizio dell’anno ha innescato questa crisi non possa mostrare una “seconda ondata”, come dimostra l’episodio di Singapore, dove nuovi focolai di infezione da Coronavirus sembrano presagire un non facile ritorno alla normalità.
Senza addentrarsi ulteriormente nell’analisi degli scenari, proviamo a stimare cosa succederà di conseguenza al debito pubblico italiano: esso ammontava allo scorso Gennaio a oltre 2450 miliardi di euro con un rapporto perciò pari al 137% sul P.I.L. Con gli interventi decisi dal governo a sostegno dell’economia si stima che la spesa pubblica possa accrescersi nell’anno dai precedenti 900 miliardi (di cui quasi 300 per le pensioni) a circa 1200 miliardi di euro (in buona parte dovuti all’utilizzo della Cassa Integrazione Guadagni) e che perciò il debito pubblico possa raggiungere i 2750 miliardi di euro.

Non sarà facile però investire nelle attività di consegna a domicilio, perché si tratta di un settore estremamente competitivo e fatto di meccanismi aziendali estremamente delicati che non è perciò facile far funzionare. Non a caso quasi soltanto un gigante come Amazon è riuscito a portarlo in utile. Molto più improbabile invece riuscirci per gli operatori di piccola e media dimensione.
Si moltiplicheranno perciò le situazioni di disagio finanziario anche delle imprese più sane, a motivo delle riduzioni dei fatturati, delle mancate riscossioni di una parte dei crediti commerciali e dell’allungamento dei tempi di pagamento dell’altra parte. La peggior copertura dei costi fissi poi dovrebbe provocare una generalizzata riduzione dei margini industriali e la tendenza a dismettere ogni genere di costi fissi, alimentando il polverone che sempre accompagna l’arrivo delle recessioni.
Uno stimolo a prendere in considerazione la quotazione in borsa per le imprese della prima categoria, e a cercare urgentemente altre fonti finanziarie per le seconde, ivi comprese cessioni delle attività produttive o importanti liquidazioni di asset non strategici, e sempre che non intervenga un (oramai inaspettato) vero aiuto tangibile dal resto d’Europa.













Per rispondere a questa domanda (che è la più importante di tutte per chiedersi dove andranno le Borse) non basta cercare di prevedere cosa succederà all’uomo della strada. In borsa sono quotate le più importanti imprese di ogni Paese e le più importanti multinazionali. Vi è poi una prevalenza di società tecnologiche rispetto al totale delle imprese nell’economia reale e abbiamo visto che hanno performato relativamente bene durante l’ultimo mese, perché ciò che è successo ha imposto a tutti un balzo in avanti nell’uso delle tecnologie. Qui accanto un prospetto dell’andamento di alcuni settori tra quelli delle società quotate al Nasdaq (il mercato dei titoli più innovativi a Wall Street).


