FASE DUE

Molti amici e conoscenti (praticamente tutti) hanno ironizzato sull’affollamento di esperti e task forces nominate dal governo per governare e coordinare i quali ci vorrebbe a sua volta un’altra task force. E quale sarebbe il lavoro di tutti i 450 “saggi” ingaggiati da Conte&C. a vario titolo se non l’ individuare una strategia di uscita dal pantano economico-sanitario in cui lo stesso governo si è andato a cacciare per aver reagito in maniera tardiva e poi esagerata, scomposta e inefficace, alla minaccia del virus? Come si dice in questi casi: il pesce puzza dalla testa!

 

UNA FOLLA DI “AMICI” INSIEME AI VERI “SAGGI”

In effetti sembra che ancora una volta il Palazzo più che chiedersi davvero cosa fare adesso abbia trovato l’ennesima buona scusa per distribuire prebende e favori a destra e a manca. Non solo: da decenni la numerosità dei ministri, viceministri (non capisco perché abbiano cambiato nome ai sottosegretari: forse il termine rassomiglia troppo a quello di “sottopanza”?) e “componenti di gabinetto” dei numerosissimi ministeri di Roma è tristemente nota per essere una delle più affollate e al tempo stesso i nostri governi sono tra i meno efficaci al mondo.

Anche per questa tradizione di scarsa concretezza quasi nessuno dei miei concittadini crede davvero che questo governo si preoccupi del bene della nazione quanto piuttosto di come fare a sopravvivere fino a fine legislatura (e magari oltre)! Ma l’Italia avrebbe invece un disperato bisogno di veri manager, scienziati, filosofi e strateghi per trovare una via di uscita dal tunnel dove s’è infilato il paese.

Avremmo bisogno di indirizzare intelligentemente le poche risorse economiche disponibili per creare le pre-condizioni e dotarsi degli strumenti che possano sprigionare nuove energie ed effettiva crescita, Industriale, culturale e sociale. E dovremmo evitare di diventare il primo caso di declino conclamato per un Paese che era una delle maggiori potenze industriali d’occidente.

Avremmo bisogno di ripensare profondamente le priorità nazionali, a partire dal turismo, che con quest’ultima crisi sembra oramai arrivato a boccheggiare. E avremmo un disperato bisogno di nuove e migliori infrastrutture, la mancanza delle quali segna da sola quasi l’intera ampiezza del nostro divario con il resto dei Paesi OCSE.

SERVONO STRATEGIE, MA ANCHE LA CAPACITÀ DI APPLICARLE

La stagnazione (cioè l’assenza di crescita) da più di un decennio del Bel Paese (una definizione della Penisola che risale a Dante e Petrarca e che oggidì appare totalmente superata dai fatti: se si mette questa allocuzione su Google viene fuori il nome di un formaggio, peraltro prodotto in Italia ma dai Francesi della Danone) là si combatte soltanto con un’ottima strategia. Anche perché tra vincoli europei al deficit e cause naturali di forza maggiore è davvero difficile trovare una quadra.

Da questo punto di vista una seria e qualificata Task Force (possibilmente capace di alimentare un dibattito aperto e sincero sulle iniziative più urgenti) sarebbe molto utile e aiuterebbe gli Italiani a ritrovare la voglia di esprimere le loro idee. Servirebbe dunque una strategia industriale, una selezione delle migliori risorse per la formazione, l’innovazione e l’esaltazione delle competenze, dei punti di forza, delle nostre capacità distintive.

Servirebbe una messa a fuoco delle priorità nazionali, l’individuazione degli sprechi e un‘ intelligente marketing territoriale che permettesse anche solo di tornare a corteggiare i numerosissimi campioni nazionali nelle scienze, arti e professioni, riparati oltre confine per evitare di rimanere schiacciati dallo “spoil system” italico, cioè dai sistemi di selezione e di potere basati su logore logiche clientelari e di conformismo.

Servirebbero allo stesso modo capacità e intelligenza per attrarre in Italia capitali e finanziamenti, senza i quali tutto il resto resterebbe un bel libro dei sogni. Ma è sufficiente trovare degli ottimi consulenti? È possibile delegare loro quelle funzioni che dovrebbero avere pochi ma buoni responsabili dei ministeri-chiave? No. Purtroppo non è nemmeno pensabile.

L’ALTERNATIVA È L’ESILIO FORZOSO DI UOMINI E CAPITALI

Non ci faccio niente con Buddha in persona a sussurrarmi saggezza nell’orecchio se di mestiere faccio il magnaccia! Non basta far indossare qualche bel vestito al clochard che dorme sotto i ponti se questi non ha davvero voglia di trasformarsi in un distinto signore.

Ci vorrebbero dunque le precondizioni politiche e istituzionali (ad esempio: un presidente della repubblica super partes) perché avvenisse il miracolo e le migliori menti del mondo (spesso italiani all’estero) venissero ascoltate dai peggiori (e più ignoranti) ministri che la storia ricordi. E, probabilmente, quelle precondizioni politiche e culturali oggi non ci sono affatto!

Un vero peccato, perché se nessuno farà nulla allora il risultato dello scivolone attuale sarà l’ennesima (e forse definitiva) fuga di cervelli e capitali dalla nostra penisola. Altra gente che troverà riparo altrove nel mondo e lì, probabilmente farà miglior fortuna. E senza né gli uni né gli altri(cervelli e capitali) non si capisce come potremmo continuare a sperare.

Ci vorrebbe insomma un miracolo, oppure un moto collettivo, una forte presa di coscienza, una scuola di pensiero capace di farci resistere alle sirene delle armi di disinformazione di massa, alla tentazione di lasciarci andare ancora una volta all’ italico qualunquismo al tanto peggio tanto meglio.

Il nostro Paese pullula di inventori, artisti, creativi, tecnico, scienziati, artefici ed eroi. Ma quando questi tentano di tirare su la testa vengono scoraggiati, invitati a fuggire, sottopagati e disinformati. L’occasione della gravissima crisi in cui il Paese è caduto potrebbe risultare preziosa per ripensare completamente la nostra società civile e la nostra cultura collettiva. Ci riusciremo?

Probabilmente no. L’onda lunga del qualunquismo potrà al massimo generare qualche nuova dittatura, ma difficilmente la generazione attuale potrà assistere al nuovo rinascimento italiano. E se mai ce ne sarà uno è probabile che prima dovremo toccare il fondo. Altrimenti continueremo a pensare di essere più furbi degli altri…

Stefano di Tommaso

 




VOLATILITÀ, ANCORA VOLATILITÀ

Le recenti ondate di vendita sulle borse di tutto il mondo non sono l’effetto del crollo del prezzo del petrolio, anzi: tanto i mercati delle materie prime quanto quelli delle attività finanziarie sono sotto pressione perché molti investitori sentono puzza di bruciato e cercano -come possono- di tirare i remi in barca. Vediamo perché.

 

Il primo (e più importante) punto che vale la pena di osservare è quello dell’estrema velocità con la quale si è dispiegato uno dei più rovinosi crolli di borsa della storia recente. Nel confronto tra gli istogrammi qui sotto riportati si può leggere in quanti giorni si è dispiegato un calo generale dell’indice Standard & Poor 500 (il più ampio e diffuso indice delle azioni a Wall Street, che a sua volta traina l’andamento di quasi tutte le altre borse valori del mondo).

Ebbene i 22 giorni che sono bastati al più liquido e ricco listino azionario del pianeta per perdere quasi un terzo del valore sono inferiori persino a quelli occorsi durante la famosa crisi finanziaria del 1929, cui peraltro ne seguirono altre due (nel 1931 e nel 1934).


Anche allora (quasi un secolo fa) non soltanto le borse entrarono in un ciclo perverso di distruzione del valore in ossequio al profondo cambio di paradigma del mondo industriale che esse riflettevano (come peraltro molti osservatori fanno notare stia accadendo oggidì), ma soprattutto entrarono in una fase di profonda instabilità che arrivò a durare quasi un decennio, prima che il mondo imboccasse la rovinosa strada della seconda guerra mondiale.

E se parliamo di instabilità non possiamo non osservare l’unico grande indice che ne trae una misura: quello della volatilità delle borse. L’indice VIX (quotato alla Borsa di Chicago) nelle ultime 9 settimane non soltanto è cresciuto vistosamente, ma sembra anche stranamente essersi stabilizzato su livelli decisamente elevati: da un paio di mesi infatti la sua media è ben superiore al livello 40, storicamente considerata pericolosa.


Come è possibile leggere dal paragone qui sotto riportato, nemmeno durante la crisi del 2008 il listino azionario a Wall Street vide una oscillazione così marcata e prolungata dell’indice della volatilità:


Ma soprattutto la sua tendenza non accenna a placarsi: secondo molti analisti il grafico esprime tutta la sua volontà di toccare nuovi massimi e, se osserviamo l’andamento degli ultimi vent’anni dell’indice Standard & Poor 500 (qui sotto riportato: è anche l’indice di borsa cui si riferiscono le oscillazioni riportate dal VIX), esso non promette nulla di buono. Soprattutto considerando il fatto che in una nuova recessione globale (evidenziata nei precedenti periodi dalle strisce verticali grigie) il mondo oramai ci è finito per certo!


E, se andiamo a guardare cosa è successo all’indice di Wall Street all’arrivo di ognuna delle precedenti recessioni (2001 e 2008), troviamo ben più di un’ondata di ribassi prima che la Borsa potesse riprendere fiato.

Aggiungiamoci pure il fatto che la recessione che si prospetta per l’anno in corso -per ampiezza e profondità- ha tutta l’aria di assomigliare soltanto a quella del 1929, facendosi un baffo delle altre crisi intermedie. E allora completiamo il quadretto allargando il medesimo grafico ad un intero novantennio e specificando che all’epoca, le ondate di forte oscillazioni dei corsi azionari si propagarono ulteriormente per tutto il ventennio che ne seguì:


Come si può leggere dal grafico qui sopra riportato alla profonda caduta dei corsi di Borsa seguita alla crisi del 1929 seguì un’ampia recessione (la peggiore della recente storia economica) e una profonda deflazione, alimentata anche dalla minore capacità di intervento delle banche centrali dell’epoca, fortemente limitate dal concetto di “gole standard” che accompagnava l’emissione di carta-moneta. Ma soprattutto a quell’ondata ne seguirono delle altre. Quasi altrettanto forti, e per quasi un ventennio, appunto.

Ora, diciamocelo francamente, il paragone con la crisi occorsa quasi un secolo fa non lascia sonni tranquilli: la recessione del 2020 è oramai conclamata (anche se non lo è ancora, statisticamente, lo è tuttavia nei fatti), la deflazione ai giorni nostri morde il freno oramai dal lontano 2014, quando l’ex rettore della Harvard University, Larry Summers, pubblicò il suo famoso saggio scrivendo che sarebbe presto arrivata una “stagnazione secolare” ( un neologismo in realtà coniato da Alvin Hansen nel 1938), coincidente con la crisi dell’attuale modello economico capitalista. E i tassi d’interesse sono già arrivati da tempo intorno allo zero.

E per di più non è detto che la pandemia che all’inizio dell’anno ha innescato questa crisi non possa mostrare una “seconda ondata”, come dimostra l’episodio di Singapore, dove nuovi focolai di infezione da Coronavirus sembrano presagire un non facile ritorno alla normalità.

Abbiamo sempre tutti (forse un po’ alla leggera) affermato che la crisi che si prospetta avrebbe potuto anche evaporare in funzione degli interventi pubblici a sostegno dell’economia (e ce ne sono stati, soprattutto al di là dell’oceano) e della velocità con la quale il mondo sarebbe potuto tornare alla normalità. Ma è sempre più evidente che alla “nuova” normalità (e dunque ad una quasi piena funzionalità produttiva) il mondo non tornerà prima dell’estate, addirittura forse non prima della fine dell’anno.

Non si prospetta perciò nulla di buono in generale per le borse valori, almeno sino a quando le prospettive di ripresa economica non si faranno più solide, anche perché ulteriori crisi dei listini di borsa scatenerebbero per certo ulteriori necessità di interventi da parte delle banche centrali, per far fronte alla carenza di circolazione della moneta che ne conseguirebbe. Cosa che indubbiamente può generare un’opportunità per investire (speculativamente e nel breve termine) sul mercato dei titoli a reddito fisso i quali, pur già ai minimi di rendimento, potrebbero inanellare l’ennesimo rialzo a causa degli interventi summenzionati delle banche centrali.

Ma soprattutto non si prospetta nulla di stabile per i listini azionari, cosa che ne potrebbe fare nelle prossime settimane piuttosto probabilmente il paradiso degli speculatori, ma anche l’inferno dei risparmiatori.

Stefano di Tommaso




TEMPI MODERNI

Per la sopravvivenza delle piccole e medie imprese italiane non possiamo che registrare una decisa apprensione (supportata dai ragionamenti qui sotto riportati) a causa delle conseguenze pratiche che l’importantissimo stop alle attività economiche messo in atto nel nostro Paese potrà avere sulle loro condizioni operative. Lo “state a casa” adottato in modo dapprima tardivo e poi assai radicale dal governo italiano per frenare la diffusione della pandemia ha generato conseguenze devastanti per l’economia italiana. Ciò crea difficoltà operative anche per le imprese più virtuose e la necessità di operazioni sul capitale e di fusioni e acquisizioni, ma anche un‘oggettiva difficoltà a metterle in pratica, che ne allungherà in molti casi la tempistica.

 

IL QUADRO MACROECONOMICO

Si stima di larga massima che il Prodotto Interno Lordo nazionale, che alla fine dell’anno 2019 ammontava a 1790 miliardi di euro, possa comprimersi nel corso del primo semestre di una quantità variabile tra il 10 e il 20% scendendo dunque fino a 1450 miliardi di euro, per poi eventualmente risalire intorno a fine anno. E poiché sarà piuttosto difficile che dopo Giugno il Paese possa ritornare ad una relativa normalità, gli analisti sono tutti propensi per lo scenario più prudente (-20% pari a circa -11% su base annua).

Senza addentrarsi ulteriormente nell’analisi degli scenari, proviamo a stimare cosa succederà di conseguenza al debito pubblico italiano: esso ammontava allo scorso Gennaio a oltre 2450 miliardi di euro con un rapporto perciò pari al 137% sul P.I.L. Con gli interventi decisi dal governo a sostegno dell’economia si stima che la spesa pubblica possa accrescersi nell’anno dai precedenti 900 miliardi (di cui quasi 300 per le pensioni) a circa 1200 miliardi di euro (in buona parte dovuti all’utilizzo della Cassa Integrazione Guadagni) e che perciò il debito pubblico possa raggiungere i 2750 miliardi di euro.

Dunque il suo rapporto con il P.I.L. potrebbe ascendere al 190%. Ma per stimare l’entità del debito Lordo questo non basta: con il calo del gettito fiscale prevedibile (almeno pari al calo del Prodotto Interno Lordo) il il deficit di bilancio del 2020 si amplierà probabilmente di altri 100 miliardi, per arrivare vicino al 10% del P.I.L. (viaggiava già al 3% prima della pandemia) sospingendo dunque il rapporto tra il debito pubblico e il P.I.L. fino al 200% circa, al lordo di eventuali ritorni alla crescita economica già nel corso del 2020 (che migliorerebbero tale rapporto).

CON UN DEBITO PUBBLICO DI TALE ENTITÀ CHI BENEFICIERÀ DELLA GARANZIA STATALE SUI FINANZIAMENTI? NESSUNO!

Anche senza considerare i possibili effetti “inflattivi” dei sussidi pubblici che genereranno quantomeno stimoli alla domanda di beni e servizi primari (la domanda di questi beni non troverà facile riscontro nella capacità produttiva, pesantemente ridotta a causa degli impedimenti pratici), dobbiamo prendere atto del fatto che il pericolo che il debito pubblico italiano venga considerato non più sostenibile farà lievitare lo spread tra il rendimento dei titoli di stato italiani e quello (negativo) della Germania, pur in presenza di decisi interventi della Banca Centrale Europea ad acquistare i nostri BTP. Ciò farebbe lievitare non poco i tassi d’interesse lordi che verranno applicati alle imprese, nonostante che queste ultime avrebbero dovuto beneficiare delle garanzie di Stato ai loro finanziamenti.


In realtà quasi gli unici veri benefici di quelle garanzie a pioggia andranno in prima battuta alle banche, che stanno già chiedendo alle imprese di erogare i finanziamenti assistiti da garanzie di stato soltanto in parallelo al rientro dai precedenti finanziamenti, oggettivamente divenuti oggi più rischiosi a causa del crollo dei margini aziendali che deriverà dalla contrazione prevedibile dei fatturati. Ma se il portafoglio crediti delle banche italiane sta peggiorando, allora nemmeno loro potranno effettivamente godere di un vantaggio con l’ottenimento di garanzie di Stato perché con il peggioramento della situazione generale faranno più fatica a raccogliere depositi e a piazzare titoli obbligazionari sul mercato.

DIFFICOLTÀ ANCHE PER LE IMPRESE MIGLIORI

In un siffatto contesto generale persino le imprese più attive nelle esportazioni e dunque meno colpite dal calo della domanda interna (peggiore di quello del resto del mondo) fronteggeranno uno scenario di difficoltà oggettive nella prosecuzione della produzione (quando quest’ultima sia possibile) e di grande confusione organizzativa relativamente agli approvvigionamenti, agli spostamenti, alle lungaggini di pagamenti e finanziamenti e al crollo generalizzato degli investimenti.

In molti casi esse ricorreranno alla cassa integrazione o comunque rinvieranno l’assunzione di nuovo personale (alimentando la disoccupazione), ma soprattutto nell’incertezza rinvieranno in molti casi gli investimenti in impianti e macchinari produttivi, che compongono una bella fetta del prodotto nazionale, insieme ai settori del turismo (che ha già perduto la stagione estiva) e del tessile-abbigliamento-arredo (le cui vendite si sono al momento azzerate).

Il mercato dei capitali (borse valori comprese) non potrà non subire un contraccolpo da tutto questo marasma, probabilmente soltanto parzialmente incorporato nelle attuali previsioni degli analisti finanziari. I grandi operatori di “private equity” stanno rivedendo le operazioni in corso, quantomeno per le difficoltà e le lungaggini nel reperire la “leva finanziaria” delle acquisizioni, nelle verifiche ambientali e nelle tempistiche di completamento delle “due diligence”, ma anche al riguardo delle attuali valutazioni aziendali, che inevitabilmente scenderanno (quantomeno a causa della discesa dei moltiplicatori di valore delle borse).


PERSINO GLI INVESTITORI SOFFRIRANNO

Anche dal punto di vista strategico, lo scenario degli investitori sta cambiando radicalmente, perché la “nuova normalità” che si genera con il rischio biologico oggi riscontrato sta alimentando le aspettative di prezzi e fatturato di tutte le imprese coinvolte nella filiera alimentare del mondo e sta rendendo sempre più importanti la spesa per la sanità, le tecnologie digitali e le telecomunicazioni. Al tempo stesso si stanno riducendo decisamente le prospettive di tutti gli operatori coinvolti nella produzione di beni durevoli, di articoli per i consumi discrezionali, di servizi turistici, di viaggi e spostamenti e sinanco di trasporti.

Farà probabilmente eccezione la logistica, perché il commercio elettronico e le consegne a casa -per tutta la durata dell’emergenza sanitaria, ma probabilmente anche dopo- non potranno che incrementare a doppia cifra. Anche la produzione di cibi subirà un probabile crollo nella loro somministrazione tradizionale (ivi compresi bar, ristoranti, tavole calde e pizzerie) ma vede un’ascesa verticale delle consegne a domicilio, che in buona parte si stima si consoliderà anche in futuro.

Non sarà facile però investire nelle attività di consegna a domicilio, perché si tratta di un settore estremamente competitivo e fatto di meccanismi aziendali estremamente delicati che non è perciò facile far funzionare. Non a caso quasi soltanto un gigante come Amazon è riuscito a portarlo in utile. Molto più improbabile invece riuscirci per gli operatori di piccola e media dimensione.

COME CAMBIERÀ LO SCENARIO COMPETITIVO

Un’ultima annotazione non può che riguardare le dimensioni aziendali di questo come di molti altri settori: esse si polarizzeranno sempre di più:

  1. da un lato le imprese grandi subiranno la tendenza a crescere di dimensioni o ad aggregarsi tra loro, a caccia della miglior efficienza tecnica ed economica, ma anche perché sarà l’unica loro possibilità di proseguire nel sostenere gli importanti investimenti tecnologici ed organizzativi necessari per adeguarsi al nuovo contesto economico;
  2. dall’altro lato le imprese più piccole saranno (s)vendute o tenderanno a polverizzarsi, frammentando verticalmente la loro filiera produttiva e riducendo il personale diretto, per accrescere la loro elasticità operativa. In molti casi smaterializzandosi letteralmente grazie alle tecnologie digitali e in altri casi entrando a condividere ampie reti di imprese che potranno permettere loro di sostenere l’impatto delle tecnologie, le spese di logistica, distribuzione e comunicazione aziendale.
    Il problema è che in molti casi di oggettiva debolezza delle imprese le difficoltà attuali le faranno precipitare nell’insolvenza, in un maggiore indebitamento e, in molti casi, a un sia pur ritardato fallimento.

Si moltiplicheranno perciò le situazioni di disagio finanziario anche delle imprese più sane, a motivo delle riduzioni dei fatturati, delle mancate riscossioni di una parte dei crediti commerciali e dell’allungamento dei tempi di pagamento dell’altra parte. La peggior copertura dei costi fissi poi dovrebbe provocare una generalizzata riduzione dei margini industriali e la tendenza a dismettere ogni genere di costi fissi, alimentando il polverone che sempre accompagna l’arrivo delle recessioni.

E LO SCENARIO FINANZIARIO AZIENDALE

Difficile guardare ancora più in là, sia per l’oggettiva difficoltà nel prevedere il futuro, che anche per il “rumore di fondo” generato dai problemi quotidiani che il mondo deve fronteggiare in queste difficili settimane. La crisi del sistema economico occidentale non poteva essere più profonda e, ovviamente, in queste situazioni sono i Paesi più a rischio e maggiormente indebitati come l’Italia a farne le spese.

Difficile tornare indietro con la memoria per fare paralleli con rivolgimenti economici della medesima portata se non arrivando a quello conseguente all’ultima guerra mondiale, alla fame e alla frenesia da ricostruzione che ne è conseguita. Questa crisi si è sviluppata inoltre ad una velocità e con una progressione incredibile, cosa che lascia temere che ancora potremmo risultare incapaci di cogliere tutte le sue possibili conseguenze.

La più importante di esse sarà probabilmente il rallentamento nella velocità di circolazione della moneta e, di conseguenza, la deflazione che ne scaturirà. Se da un lato essa contribuirà a calmierare le tendenze di inflazione dei prezzi che potevano generarsi con il calo dell’offerta, dall’altro lato indurrà un‘ inevitabile disoccupazione e “deflazione salariale” che ridurrà in miseria buona parte della popolazione attiva e, ancora una volta, i consumi. Il ciclo dei cali si ripeterà probabilmente molte volte prima di giungere a un relativo equilibrio.


Dal punto di vista finanziario perciò non si prospetta una situazione facile (al netto di nuovi interventi delle banche centrali, che potrebbero migliorare di molto il quadro), perché la necessità di reperire abbondante liquidità imporrà a tutte le imprese la riduzione delle scorte a magazzino e il taglio delle spese di manutenzione ordinaria e straordinaria. Il calo degli incassi inoltre (probabilmente ben superiore a quello del fatturato) le costringerà a cercare risorse finanziarie indebitandosi maggiormente, e riducendo così il valore aziendale netto.

LA CACCIA ALLE RISORSE FINANZIARIE

Molte imprese perciò cercheranno di ricorrere inevitabilmente al mercato dei capitali, che talvolta le costringerà (per risultare appetibili) ad importanti e compulsive aggregazioni o dismissioni di asset. Il valore di molti cespiti come gli immobili aziendali, i mezzi di trasporto e gli impianti e macchinari usati ne risentirà al ribasso inevitabilmente, generando efficienza produttiva da un lato, ma anche dall’altro lato una probabile spinta deflazionistica, che potrà risultare un bene laddove il sistema del credito dovesse tenere e i debiti pubblici non dovessero divenire carta straccia, perché in tal caso la loro sostenibilità sarà maggiore.

Il tutto però non potrà non riverberarsi su ulteriori vendite sui mercati borsistici e dei titoli di stato, sia per la fame di liquidità di chiunque che per la necessità di rivolgere la maggior parte delle risorse finanziarie i soli settori che risulteranno favoriti dalla “nuova normalità”. La media degli indici azionari assomiglierà perciò sempre più a quella di Trilussa: potrebbe non risultare tanto malandata ma sarà più di prima il frutto della compensazione di grandi guadagni di prezzo con più che altrettanti ribassi nelle valutazioni delle imprese che non rientreranno tra i settori più in voga.

Uno stimolo a prendere in considerazione la quotazione in borsa per le imprese della prima categoria, e a cercare urgentemente altre fonti finanziarie per le seconde, ivi comprese cessioni delle attività produttive o importanti liquidazioni di asset non strategici, e sempre che non intervenga un (oramai inaspettato) vero aiuto tangibile dal resto d’Europa.

Stefano di Tommaso




BORSE DI NUOVO STABILI O APPESE A UN FILO ?

L’ultimo paio di settimane ha visto l’indice globale MSCI delle borse valori risalire di quasi il 25% dopo che aveva perduto il 35% nel corso del mese precedente. Anche la volatilità è scesa corrispondentemente: l’indice Vix (l’unico di cui si abbia una misura universalmente accettata) dopo un lungo periodo intorno alla media di 20 punti era balzato a 85 nel corso del mese di caduta libera delle borse, per poi ritornare a 42 nelle ultime settimane. Gli analisti si interrogano dunque: è passata la burrasca oppure siamo nell’occhio del ciclone? Probabilmente si, ma i fatti qui riportati indicano una sola cosa: che è presto per dirlo!

 

Nei grafici che seguono troviamo l’andamento dell’indice “MSCI” dell’azionario globale e, subito sotto, quello “VIX” della volatilità:

Per rispondere a questa domanda da un trilione di dollari (su o giù?) il ragionamento da sviluppare è relativo a quali siano (e perché) i fattori più importanti che condizioneranno il futuro delle borse: l’andamento dell’economia reale, quello (più di breve termine) dei profitti o il mero livello di liquidità sui mercati? Ovviamente il fermo produttivo tra le diverse nazioni più sviluppate non è stato omogeneo.

Di seguito un parallelo tra le principali che rivela quanto possano essere stati severi i vincoli alla libera circolazione delle persone. Si va dal 95% in Italia fino al 15% in Corea. E non vi è alcun parallelo con il numero di vittime per ciascun paese (tabella che segue):

LE RISPOSTE? DIPENDONO…

Comunque si tenti di girare il problema le conclusioni sono piuttosto soggettive e dipendono inoltre dalle specificità di ciascun titolo quotato e ciascun settore industriale: è difficile che nel complesso osserveremo una pronta risalita dei corsi ben oltre i livelli già recuperati ed è anche possibile che prima di una grande rimonta ci saranno nuovi crolli, ma è altrettanto improbabile che i mercati finanziari si muoveranno all’unisono. Proviamo perciò a comprenderne le dinamiche.

La premessa più importante è innanzitutto la percezione comune dell’andamento prevedibile dell’economia reale nei prossimi dodici/diciotto mesi. Al momento quasi tutti concordano su previsioni terribili: il prodotto lordo globale rischia di contrarsi di non meno di 5 punti percentuali nel corso del 2020 (equivalente a una seria catastrofe), mentre assai poco è dato di indovinare circa l’anno che seguirà, dal momento che dipenderà moltissimo dalla capacità di riprendersi delle principali economie globali (quelle che normalmente trainano tutte le altre). Nel brevissimo termine è probabile che ciò corrisponda a realtà, ma le borse non rispondono alle prospettive di brevissimo termine ed è forse anche per questo che abbiamo assistito ad una così rapida e importante ripresa dei listini.

IL MITO DELLA RIPRESA A “V” PROFONDA

Altro mantra prevalente è quello di una ripresa a V profonda (si veda il grafico qui sotto si può visualizzare l’ipotesi oggi più diffusa relativa agli U.S.A.) già nella seconda parte dell’anno, cosa che limiterebbe evidentemente i danni peggiori, sebbene si possa già cogliere nel medesimo grafico una revisione in corso rispetto a quanto si prevedeva una settimana prima: la discesa del P.I.L. americano supererà probabilmente il 25% nel primo semestre 2020 e risulterà peggiore di quanto si immaginava. Dunque per poter contare sulla normalizzazione bisognerebbe sperare in una ripresa altrettanto forte subito dopo.

E qual è il Paese che è più avanzato nella progressione degli eventi (essendo stato sottoposto per primo all’attacco della pandemia? La Cina, ovviamente, che sembra anche esserne uscita ad una velocità sorprendente. E qui però la cautela è d’obbligo perché il virus che ha scatenato il blocco economico attuale sembra appartenere alla famiglia dei virus nfluenzali, che hanno la caratteristica di mutare la propria struttura così rapidamente che il riuscire nel suo inseguimento con vaccini e cure potrebbe rivelarsi difficile. Ora, se la Cina proseguirà nel suo percorso virtuoso verso una piena ripresa economica, allora il resto del mondo potrà tirare un bel sospiro di sollievo nella speranza che lo stesso accada anche altrove.

GUARDIAMO ALLA CINA PER SAPERE COSA CI SUCCEDERÀ DOMANI

Ma la Cina al riguardo dà ancora segnali contrastanti: da un lato la ripresa dell’attività economica e produttiva è un dato di fatto, ma dall’altro lato ci sono preoccupanti segnali di stasi nei consumi e di riduzione delle esportazioni perché, indubbiamente, l’andamento dell’economia della maggiore potenza industriale del mondo dipende anche dai consumi nel resto del mondo, che per il momento latitano come non mai. Di seguito un paio di grafici che mostrano l’andamento delle biglietterie di cinema e teatri e il prezzo dei trasporti marittimi, entrambi deludenti.

Questo a controprova della forte interdipendenza globale delle economie di ogni parte del pianeta. Perciò se Europa ed America oggi piangono, la Cina non ride. E se la pronta ripresa (a “V” profonda, appunto) dipenderà anche dall’andamento economico del resto del mondo, allora probabilmente gli incentivi fiscali e monetari erogati alle economie dei Paesi più ricchi non basteranno da soli a far ripartire l’economia globale.

SERVONO “MISURE” GLOBALI MA NESSUN SA IN QUALE MISURA

Non soltanto è necessario comprendere qual è la corretta ampiezza degli interventi pubblici per stimolare la ripresa economica (e probabilmente è ancora superiore ai pur ingenti interventi praticati sino ad oggi), ma a questi ultimi dovranno probabilmente affiancarsi ulteriori interventi che possano stimolare la ripresa nell’intero pianeta, prima che se ne possano davvero apprezzare gli effetti. Probabilmente è arrivato il momento di un forte impulso al sostegno delle spese infrastrutturali (in tutto il mondo), che avrebbero il pregio di liberare i loro effetti benefici nel tempo e nello spazio molto più del cosiddetto “helicopter money” che governi e banche centrali dovrebbe recapitare all’uomo della strada (e alle imprese di ogni genere)

Se essi si saranno rivelati adeguati allora il suddetto andamento a V profonda diverrà una realtà, mentre nel caso contrario dovremo prendere atto del fatto che siamo caduti in trappola. Ovviamente l’adeguatezza del valore totale degli interventi a sostegno della ripresa economica dipende a sua volta dalla durata della “serrata” imposta a privati, esercizi e imprese: maggiore sarà la durata e meno adeguati si riveleranno gli interventi programmati!

A QUALE GRAVITÀ GIUNGERÀ LA RECESSIONE?

Da questo punto di vista occorre anche chiedersi quanto è grave la crisi in corso (di seguito un grafico relativo all’indice composito di forza relativa dell’economia globale):

Ma occorre anche chiedersi quanto può durare la crisi. Nel grafico sotto riportato si trovano le traiettorie ufficiali del numero di vittime della pandemia (l’unico dato che conta, nella montagna di falsità riportate dalle statistiche, sebbene anche questo sia soggetto a discrezionalità, a proposito delle vere cause della morte) alla data di Pasqua.

Ebbene si può sperare che quasi tutte le maggiori economie del mondo seguano il ciclo di meno di tre mesi che ha interessato la Cina: se così fosse allora potremmo ben sperare per la seconda parte dell’anno. Ma come si può vedere le curve di alcuni Paesi come gli U.S.A. si innalzano ben oltre quella cinese, con il rischio che la discesa non sarà altrettanto riposa e che, di conseguenza, anche la durata potrebbe risultare maggiore, con la conseguenza che gli stanziamenti pubblici a supporto delle attività produttive non siano adeguati.

LA “CURVA” DELLE VITTIME DELLA PANDEMIA :

Negli Stati Uniti d’America però si calcola anche (in particolare concordano al riguardo gli economisti di: Goldman Sachs, Bank of America, Morgan Stanley e JPMorgan) che il secondo trimestre 2020 dovrebbe registrare un crollo del Prodotto Interno Lordo nell’ordine del 30% o più. Se così fosse il crollo economico sarebbe da registrare come il peggiore nell’intera storia economica americana. L’ondata di fallimenti a catena che si genererebbe in tal caso potrebbe spingere la disoccupazione di conseguenza ben oltre il 20% della popolazione attiva, dall’attuale ultima rilevazione del 4%. Una devastazione dalla quale l’America rischiererebbe di risollevarsi in tempi lunghissimi. Per fortuna sono soltanto stime, soggette a più di una revisione nel prossimo futuro.

MA LE VALUTAZIONI D’AZIENDA SONO CALATE?

Per rispondere a questa domanda (che è la più importante di tutte per chiedersi dove andranno le Borse) non basta cercare di prevedere cosa succederà all’uomo della strada. In borsa sono quotate le più importanti imprese di ogni Paese e le più importanti multinazionali. Vi è poi una prevalenza di società tecnologiche rispetto al totale delle imprese nell’economia reale e abbiamo visto che hanno performato relativamente bene durante l’ultimo mese, perché ciò che è successo ha imposto a tutti un balzo in avanti nell’uso delle tecnologie. Qui accanto un prospetto dell’andamento di alcuni settori tra quelli delle società quotate al Nasdaq (il mercato dei titoli più innovativi a Wall Street).

 

LA VITTORIA DI AMAZON E NETFLIX

Un altro aspetto da non sottovalutare è la rotazione degli investimenti nell’ambito dei portafogli di investimento. La dispersione delle performances è in rapido aumento perché ci sono imprese e settori (come Netflix per l’home entertainment e Amazon per le consegne a domicilio) che hanno addirittura incrementato i loro risultati e, ovviamente, i loro titoli non sono crollati, e altri che forse non si riprenderanno mai del tutto.

E ci sono mercati (come Wall Street) che hanno performato meglio di altri (come quelli europei). Di seguito l’andamento di questi due titoli (Amazon e Netflix), poi leggermente più in basso quello dei titoli “FAANG”(Facebook Apple Amazon Netflix e Google)poi un po’ più in basso quello dell’indice dei principali 500 titoli di Wall Street e infine l’indice relativo a tutte le altre borse del mondo. È evidente la differenza di risultati:

Ma soprattutto continuano a scendere i tassi di interesse: sempre che le previsioni (riportati nella tabella successiva) si materializzeranno, il minor fattore di sconto degli utili futuri dovrebbe determinare maggiori valutazioni aziendali a parità di profitti, dal momento che che queste ultime dovrebbero riflettere i flussi di dividendi attesi. Dunque il calo verso lo zero dei tassi di attualizzazione degli utili futuri potrebbe compensare il calo temporaneo dei profitti attesi.

 

Dunque è difficile affermare, in questo contesto, che le valutazioni aziendali debbano necessariamente scendere, ovviamente con una scala di toni che varia molto da settore a settore e da mercato a mercato.

Certamente le borse nel 2020 sono state fulminee tanto nella discesa quanto nella risalita. E non ci sono certezze circa il fatto che andiamo di nuovo incontro ad un periodo di calma. Anzi! Una moltitudine di notizie positive e negative di prospetta all’orizzonte degli eventi, è una sequela di reazioni più o meno scomposte dei mercati e dei governi è possibile che si profili altrettanto.

LA VOLATILITÀ CONTINUERÀ

Un po’ di volatilità è dunque presumibile per il prossimo futuro, almeno sino a quando non si saranno placate le notizie negative relative alle vittime della pandemia e non sarà possibile soppesare con oggettività tanto i danni di quest’ultima quanto l’efficacia delle misure di contrasto messe in moto dagli organismi sovranazionali, dai governi e dalle banche centrali.

Fino a quel momento sarà difficile dormire sonni tranquilli per gli investitori, e ancor meno sarà possibile abbassare la guardia per gli imprenditori. Quanto sarà lunga l’andata di riflusso dopo lo Tsunami è oggi impossibile a dirsi. È così al riguardo di quante saranno in totale le vittime, dirette e indirette, della distruzione che ne è conseguita.

Ma se le borse hanno un qualche potere segnaletico per il futuro dell’economia reale, allora c’è da sperare un po’ più di quanto le estrapolazioni statistiche ci autorizzerebbero a temere…

Stefano di Tommaso