FINE DI UN’ERA E (FORSE) INIZIO DELLA PROSSIMA

Non c’è mai stato, nel corso dell’ultimo ciclo economico espansivo (che per l’America è durato più di dieci anni e per noi europei scarsamente la metà) un momento più truce di quello attuale. Non soltanto per il crollo del cambio dell’Euro (che a noi Italiani non può che rallegrare), ma anche per tutto il resto: a partire dall’arretramento vistoso della produzione industriale fino alla caduta libera del Prodotto Interno Lordo, passando per la confusione politica che regna sovrana anche oltralpe (certificata non soltanto dai Tedeschi, ma sinanco dagli Irlandes, fino alla figuraccia fatta in mondovisione davanti al Regno Unito, uscito più che mai vincitore da un confronto senza precedenti con Bruxelles, dopo che per tre anni i nostri euroburocrati si erano esercitati allo specchio a fare il grugno e avevano ipotizzato ogni genere di rivalsa (che non potrà esserci, perché è importatore netto delle nostre merci).

 

Per chi non se ne fosse accorto (visto che la notizia è passata in sordina sui media nazionali) il Prodotto Interno Lordo italiano nell’ultimo trimestre 2019 è sceso dello 0,3% (ed è soltanto la prima stima perché c’è il rischio che quella più accurata che arriverà poi possa peggiorare). Difficile dare la colpa al precedente governo, i cui ministri economici e il cui presidente del consiglio erano espressi dalla medesima forza politica che guida il governo attuale. Difficile dare la colpa nemmeno al virus, dal momento che non si era ancora palesato. Altrettanto difficile è dimenticare che il nostro governo (così come nemmeno gli altri in Europa) non ha mosso un dito perché gli investimenti privati si riprendessero, l’occupazione aumentasse in modo sano (cioè con esclusione della Pubblica Amministrazione) e le migliori imprese (così come i cervelli dei nostri giovani) fossero incentivate a non continuare a fuggire via dall’Italia.


E poi, come non bastasse, ecco -appunto- comparire il cigno nero del Coronavirus cinese, mille volte più letale del suo precedente denominato SARS e potenzialmente idoneo a stendere a terra al primo round l’intera economia asiatica (che contempla quasi 5 miliardi di abitanti).

Ancora nessuno si è veramente (o forse è meglio dire “ufficialmente”) reso conto dei rischi che corriamo in questi giorni, anche perché il rallentamento economico globale (e in particolare quello industriale, che più riguarda noi europei) si somma al crollo del commercio globale (a causa del virus, non delle fantomatiche guerre commerciali che non esistono più da mesi) e al calo dei consumi voluttuari. Di fatto si stanno mobilitando tutti (banche centrali , governi, agenzie sovranazionali…) e manca poco per vedere finalmente dischiudersi la cortina fumogena che avvolgeva la volontà politica di procedere con le grandi opere infrastrutturali di cui il mondo necessita da anni, e con politiche fiscali più espansive, sebbene ciò rischi di arrivare con imperdonabile ritardo.

E anche per queste ragioni il debito globale (non quello pubblico italiano, che rischia di non nuocere a nessuno tranne a noi stessi, per vari motivi) continua e continuerà a crescere, sebbene agli economisti onesti non appaia affatto chiaro se questo rappresenta davvero un problema ovvero se tutto sommato a questi livelli dei tassi e dell’inflazione (zero) resterà una variabile secondaria (come appunto potremmo pensare adottando la Modern Monetary Theory).

Il combinato disposto di tutti questi fattori sfavorevoli allo sviluppo economico sta peraltro giovando terribilmente agli U.S.A. e sfavorendo altrettanto l’Unione Europea nonché la sua Moneta Unica, che appare sempre più per ciò che è sempre stata: un pateracchio voluto e manovrato da Tedeschi e Francesi con scopi esclusivamente geo-politici. Cioè una creatura monca, incapace anche per questo motivo di correre per riuscire a spiccare il volo. Gli investitori lo hanno capito da tempo e fuggono, perlopiù verso il Dollaro, anche se una fetta sempre più consistente delle loro risorse si rivolge ai numerosi Paesi in via di sviluppo, i quali possono ancora contare sul cosiddetto “dividendo demografico” (perché continuano a fare più figli di quanti ne restino dentro ai loro confini). Altri accumulano oro e immobili, ma se l’economia globale si inginocchia davvero la bolla speculativa che ne sostiene le quotazioni si sgonfia subito.


In questo scenario apocalittico coloro che si sono fatti meno male sinora sono state le Borse Valori, soprattutto quelle anglosassoni e soprattutto a causa del fatto che la loro capitalizzazione globale (circa 85mila miliardi di dollari) è cresciuta negli ultimi 12 anni quasi esattamente dello stesso importo pompato nei mercati dalle banche centrali (giunto a circa 21mila miliardi di dollari). Seguendo questi ragionamenti e secondo gli speculatori più incalliti le quotazioni Borse sarebbero perciò sostenute da una liquidità “surrettizia”, che farebbe loro perdere il contatto con la realtà. Ma ciò è vero soltanto in parte.

In realtà le azioni quotate in Borsa non sono tutte uguali: quelle che hanno corso di più sono state quelle emesse da società che esprimono nuovi modelli di business e nuove tecnologie e la borsa che è rimasta più sostenuta è guarda caso quella che ne raccoglie il maggior numero (Wall Street). Molti altri titoli industriali e molte altre Borse sono rimasti indietro. È notizia fresca quella che ieri la Borsa di Milano ha finalmente recuperato le quotazioni massime raggiunte appunto dodici anni fa, poco prima della crisi. Come dire che il guadagno di questo periodo è stato pari a zero.

Cosa attendersi? Poco prima del virus l’economia-mondo stava effettuando un timido tentativo di rilancio della crescita, trainato dell’economia americana e dalle speranze di un nuovo ulteriore ciclo espansivo. La statistica però gioca a sfavore, perché non c’è mai stato un ciclo economico positivo così lungo nella storia recente.

D’altro canto se la pandemia sarà finalmente “contenuta” in tempo (cioè non si espanderà ulteriormente) e se dovessero partire piani globali di sviluppo economico basati su incentivi fiscali e sull’avvio di grandi opere infrastrutturali allora il mondo potrebbe riuscire a beneficiare appieno delle ricadute in termini di benessere derivanti dalle numerose e prodigiose nuove tecnologie, a vantaggio dell’intera umanità. E con buona pace di chi (a partire dai Tedeschi) si scandalizzerà per l’ulteriore crescita del debito. In fondo, per ogni centesimo finanziato a qualcuno ce n’è uno dato a prestito da qualcun altro. E se di nichelini in giro ce ne sono troppi, non stupisce che i tassi di interesse sprofondino sotto lo zero…

Stefano di Tommaso




BANCHE ITALIANE: L’EUROPA LE BACCHETTA E LA BORSA LE PREMIA

“Il nostro sistema bancario è patrimonialmente solido ma la redditività è bassa” . Così hanno sostanzialmente titolato i giornali sulla notizia relativa ai risultati della annuale valutazione e misurazione dei rischi di ogni singola banca svolto dalla vigilanza della Banca Centrale Europea, invitando le banche italiane a colmare il loro gap con gli standard continentali tanto a proposito della redditività quanto al riguardo della patrimonializzazione. Niente di più vero, ma anche di più bieco, visti i fatti. Vediamone il perché.

 

LA BORSA PREMIA LE BANCHE ITALIANE

Innanzitutto la redditività: poco meno di un mese fa ho pubblicato un articolo nel quale citavo l’opportunità apertasi con le quotazioni depresse del settore bancario italiano, accennando al fatto che in America era già successo e si stava creando un crescente divario tra l’andamento dell’indice settoriale della borsa di Milano e quello corrispondente americano, proprio mentre diveniva chiaro che molte banche italiane sarebbero tornate all’utile nel 2019.

Pochi giorni dopo un articolo del Sole24Ore riportava un report dell’autorevolissima Goldman Sachs diceva la stessa cosa: le banche italiane hanno sofferto una sottovalutazione importante che può finalmente rientrare. Ci sono volute però tre settimane perché ciò accadesse in Borsa ma alla fine è successo: l’indice settoriale FTSE ITALIA BANKS ha fatto un balzo superiore a quello dell’intero listino (come si può leggere dalla comparazione dei 2 grafici):



Per quali dinamiche ciò è accaduto dal momento che l’economia italiana non brilla e quella europea va forse ancora peggio? Come scrivevo nel mio articolo si trattava di recuperare un divario oramai completamente ingiustificato, che risale all’anno precedente quando ancora non era chiaro se i bilanci pubblicati dalle banche quotate rispecchiavano la verità: cioè avevano svalutato adeguatamente e ceduto tutti i crediti in difficoltà che avrebbero dovuto. Il calo dello spread italiano poi ha fatto il resto, ma la sensazione è che tale ripresa dei corsi dei titoli bancari non sia ancora esaurita visto ciò che è successo in Grecia dove, anche grazie alla vicinanza politica con Bruxelles, il comparto bancario nell’ultimo hanno ha guadagnato il 107% in borsa.

LE QUALI CONTINUERANNO A PERFORMARE BENE

Ma c’era (e c’è ancora) nelle motivazioni che mi spingevano a suggerire di privilegiare il settore bancario, una seconda chiave di lettura relativa all’andamento dei titoli azionari: l’ottima redditività, insieme ad una certa stabilizzazione delle relative prospettive e alla forte volontà di distribuire importanti dividendi. Ecco una tabella con le cedole previste per l’esercizio 2019 e per quello 2020 delle principali aziende italiane (tra le quali numerose banche) :


Dividendi astronomici, quasi da “public utilities”, (soprattutto Intesa, UBI e Mediobanca) un po’ perché il settore resta ampiamente “protetto” (cioè fortemente oligopolistico) e un po’ perché è oramai scritto nel cielo che altre banche di piccola e media dimensione si aggregheranno forzosamente a quelle maggiori, le quali ne riceveranno necessariamente un beneficio e, guarda caso, queste ultime sono quasi le uniche quotate in Borsa.

EUROPEAN BANKING AUTHORITY E FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE INVECE PREMIANO LE BANCHE ITALIANE

Ma ci sono anche altre fonti autorevoli. Sulla base della classifica dell’E.B.A. cioè del l’Authority bancaria europea. -un‘entità diversa dalla vigilanza della Banca centrale europea – pubblicata, nel silenzio dei più, solo dal sito #Truenumbers di Marco Cobianchi invece le banche italiane sarebbero decisamente più redditizie di quelle tedesche e francesi. Cioè degli istituti di credito di coloro che ci fanno la morale sul MES, puntando il ditino sulla presunta “rischiosità” della nostra economia.

L’E.B.A. ha stilato la classifica dei sistemi bancari europei in base al Roe, il Return On Equity, un indice che misura la redditività del capitale (diversa dall’indice discrezionale di solidità misurato da BCE con il sistema “CET 1”) in cui svettano Unicredit e Intesa SanPaolo con oltre l’ 11% .

A rafforzare tale tesi, ecco di seguito una recente legenda pubblicata da Il Sole 24 Ore relativa alle prime banche italiane:

dove si può chiaramente leggere che la protagonista del 2019 è sicuramente Intesa San Paolo, per la quale peraltro una nota successiva rende i suoi risultati ancora più importanti: in realtà, per Intesa il risultato netto rettificato 2019 è pari a 4,67 miliardi contro 3 miliardi nel 2018.

Idem dicasi se citiamo il Fondo Monetario Internazionale. Nel rapporto annuale stilato al termine dell’indagine sul nostro Paese, a fine Gennaio, gli ispettori dell’ FMI riconoscono per esempio che in tre anni l’incidenza dei non performing loans nelle banche italiane si sia più che dimezzata, dal 16% del 2016 al 7,3% nel 2019.

E ancora oggi l’opportunità speculativa sul settore delle banche (grandi) permane, soprattutto perché le aspettative che riguardano i profitti di settore restano orientate al rialzo, e partono ancora da un livello più che prudenziale, ma ovviamente dopo tutta la strada percorsa in meno di due settimane resta, appunto, una speculazione (sempre a rischio).

MA SECONDO LA BCE NON CI SIAMO ANCORA

Ciò nonostante la BCE ha deciso che, nello spirito di “Basilea 3”, una banca è patrimonialmente solida se ha un indice di patrimonializzzazione almeno pari all’8% dei prestiti effettuati. Ma l’indice tiene anche in considerazione la sostenibilità del modello di business, l’efficacia della governance, i contro sui rischi operativi, eccetera, cioè: elementi qualitativi discrezionali. Circa i quali i commissari europei sebbene guidati da un Italiano (Andrea Enria, presidente del consiglio di sorveglianza della BCE, nella foto di copertina dell’articolo) si fidano ugualmente poco dei nostri connazionali.

Elementi che guarda caso spingono la BCE a suggerire una richiesta di capitale aggiuntivo praticamente per tutte le banche nazionali, anche le maggiori, nella misura che si può leggere nella tabella che segue:

Ma se il mercato azionario (che è totalmente globalizzato) premia così tanto il sistema bancario italiano, perché allora la BCE lo bacchetta? Ci sono due chiavi di lettura.

PERCHÉ LA BCE VUOLE LE BANCHE ITALIANE PIÙ CAPITALIZZATE?

Una è quella pacifica: effettivamente la redditività è bassa così come lo è la capitalizzazione, ma soprattutto per le banche di minori dimensioni. Vi è dunque una “moral suasion” da parte dei banchieri europei verso le fusioni o le cessioni a quelle maggiori, in parte interessata, dal momento che la vigilanza di quelle maggiori spetta a Francoforte mentre quella delle più piccole resta alla Banca d’Italia, oggi sotto schiaffo per aver fatto poco per evitare le ultime crisi (come quella della Popolare di Bari).

Ma la seconda chiave di lettura del commento di BCE è più allarmante: scrivere che le nostre banche hanno bisogno di capitalizzarsi maggiormente e di migliorare la loro redditività significa affermare che devono probabilmente erogare meno prestiti alla clientela minore, quella per la quale è più alta la rischiosità, visto che di questi tempi faranno fatica a raccogliere altri capitali di rischio dai risparmiatori. E se da un lato questo è assolutamente vero in generale, dall’altro lato dobbiamo ricordarci che a casa nostra non c’è quella parte del sistema bancario che non risponde ai controlli collettivi così come c’è invece in Germania con il sistema delle “Landesbank”, le quali invece a uppliscono a tale esigenza. Da noi ci sarebbero le Banche di Credito Cooperativo, ma non sono assolutamente paragonabili.

COSA SIGNIFICA PER IL NOSTRO PAESE

Dunque quell’indicazione così ermetica significa invitare il sistema bancario a concentrarsi accorpando le banche più piccole (cosa che di per sé riduce il credito disponibile) oltre a invitare a erogare in assoluto meno crediti alle imprese minori. Ciò significa che ancora una volta ci saranno meno finanziamenti all’economia reale, che in Italia è fortemente sbilanciata verso la piccola e piccolissima impresa, in particolare al sud.

Sarebbe invece utile che l’Italia difendesse le proprie banche minori dal momento che le impostazioni europee vanno bene solo dove anche le imprese-clienti di quelle banche hanno grandi dimensioni. Persino la normativa sulle crisi aziendali ora getta un macigno di responsabilità sugli amministratori delle piccole e medie imprese e sui loro consulenti, fino a prevedere che debbano farsi certificare con una sorta di rating (obbligo al momento rinviato al 2021), con il risultato che le imprese chiedono meno finanziamenti e preferiscono tirare a campare.

Si tratta delle quasi 900mila aziendine di cui è fatto il sistema industriale italiano (attenzione: il 79% del totale delle imprese italiane ha da 3 a 9 dipendenti e il 18% ne ha da 10 a 49: dunque il 97% delle imprese italiane ha meno di 50 dipendenti) che già oggi non ottengono sufficienti finanziamenti a causa di un rating calcolato con criteri europei, che costringe le banche ad accantonare troppo capitale per poterle finanziare. Ecco da dove proviene la cosiddetta sotto-capitalizzazione delle banche italiane: dall’estrema granularità del tessuto di micro-imprese che compongono il comparto produttivo del Paese. Una cosa che non si può cambiare in un istante e con un tratto di penna dopo che per anni si è scoraggiata la crescita dimensionale.

E la strozzatura nella circolazione della liquidità che inevitabilmente deriva da questo insieme di norme e giudizi di rigore non può che svantaggiare ancora una volta il nostro Paese, in nome di una standardizzazione continentale che non sempre appare giustificata.

Stefano di Tommaso




ALLA FINE PREVARRÀ L’OTTIMISMO

La diffusione del “Coronavirus” ha colpito i mercati più forte che mai, complici i colpevoli ritardi nell’affrontarlo da parte della Cina, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e anche dei governicchi come il nostro, che da un lato hanno rassicurato troppo presto e dall’altro oraprevedono tempi lunghissimi di emergenza, e che lasciano dedurre a chiunque che ancora “addapassà ‘a nuttata”. Anzi, per i mercati finanziari lo storno sarebbe potuto già finire lo scorso martedì, invece da metà settimana scorsa è tornato uno scoramento più forte che mai per effetto della sfiducia collettiva nella capacità delle istituzioni. Ma non sarà una catastrofe…

 

LE BORSE HANNO GIÀ PERDUTO DAL 3 AL 5% DAI MASSIMI…

Dai recenti massimi (della settimana precedente) i mercati borsistici la scorsa settimana hanno perduto in media dal 3 al 5%, mentre i mercati obbligazionari hanno registrato dei guadagni, a causa della corsa alla sostituzione dei rischio azionario. Molti analisti si aspettano peraltro che i cali di borsa possano proseguire all’incirca di altrettanto (ma probabilmente non oltre) man mano che la conta dei danni andrà avanti, soprattutto per il fermo dei flussi transnazionali delle merci e delle persone, che è paragonabile per natura e intensità a forse dieci volte gli effetti delle cosiddette “guerre commerciali”.


La potenza della pandemia è oggi chiaro aver superato ogni recente precedente (la SARS nel 2003 aveva affetto circa 8000 persone, mentre stavolta arriveremo al doppio soltanto se andrà molto bene (siamo già oltre gli 11mila contagi accertati). Ci sono poi voci incontrollabili circa numeri molto superiori a quelli ufficiali, così peraltro come è probabile che lo siano stati anche nel 2003, anche perché la progressione registrata sino a ieri era del 30% al giorno.

…E LA VOLATILITÀ È SPICCATA

Anche la volatilità dei mercati ha spiccato di conseguenza il volo a causa della sostanziale imprevedibilità delle conseguenze della pandemia: l’indice della paura (il cosiddetto VIX, cioè il parametro di variabilità, quotato alla borsa CBOE di Chicago) è saltato ai massimi di stagione, (come si può leggere dal grafico) più che raddoppiando rispetto all’inizio della settimana precedente.


I DANNI DEL VIRUS

Innanzitutto sarà dunque l’economia cinese a subirne uno choc, tanto in termini di sfiducia verso le istituzioni e le dichiarazioni ufficiali quanto per i pesanti effetti che inevitabilmente arriveranno dall’interrompere (anche se per poche settimane) molte attività lavorative e quasi ogni interscambio commerciale con il resto del mondo. C’è chi pensa che la sua crescita economica quest’anno verrà letteralmente spazzata via da quegli effetti.

In termini di prodotto lordo mondiale il 4-5% di minor crescita cinese quest’anno (era prevista quasi al 6% e se va bene sarà del 2%) si tradurrà in una crescita globale che verrà rivista al ribasso di almeno lo 0,3%, più probabile che arrivi quasi al doppio (-0,5%, portandosi dunque al di sotto del 2,5% sull’anno precedente). La crescita economica globale sarà inoltre affetta anche da tutte le altre situazioni di dipendenza dalla pandemia nel resto del mondo, dunque non è facile stilare oggi una previsione ragionevole.

Ma i veri danni si vedranno (in tutto il mondo) sui profitti aziendali che vengono registrati ogni trimestre e dove il quadro è già chiaro adesso, a poco più di una settimana dalla deflagrazione: delle società che compongono l’indice SP500 di Wall Street sono almeno il 70% quelle colpite da una revisione più o meno drastica delle stime da parte degli analisti finanziari. E questa proporzione molto probabilmente rappresenta un campione significativo del panorama globale delle imprese.

Per non parlare dei settori più colpiti dall’improvviso stop arrivato da viaggiatori e merci: lo choc maggiore si è propagato in quasi tutto il mondo nel settore dei trasporti e della logistica, nonché in quello dei voli aerei e del turismo, ma anche per le grandi catene commerciali con una forte presenza asiatica, per quelli del lusso e dell’intrattenimento (centri commerciali, cinema, casinò, ippodromi, stadi, congressi, eccetera). Per tutti questi settori la prima parte del 2020 è oramai già andata in malora. E senza contare i servizi ad essi connessi, da quelli informatici a quelli legali, finanziari e di consulenza (servizi dall’andamento dei quali l’economia mondiale dipende sempre di più), che vedranno forti cali tanto per effetti diretti quanto per lo stop alle attività di investimento, fusioni e acquisizioni, e integrazioni internazionali che stavano caratterizzando le prospettive dell’anno in corso.

In teoria a più bassi utili corrispondono minori valutazioni azionarie, anche se ci sono fattori che mitigano questa relazione diretta: il mondo degli investimenti si attendeva già (in virtù di un forte rallentamento economico globale atteso a partire dal 2020) una discesa dei profitti aziendali, ma al tempo stesso l’ulteriore discesa dei tassi di interesse rendeva maggiore la capitalizzazione di borsa degli utili attesi. Inoltre nuovi stimoli monetari e fiscali potrebbero portare verso l’alto le previsioni per l’anno seguente.

MA GLI ORGANISMI INTERNAZIONALI POTREBBERO FARE MOLTO…

L’anno in corso dunque non sarà soltanto negativo (per l’economia reale): è possibile invece che i mercati finanziari alla fine risentiranno in termini positivi delle numerose iniziative di sostegno agli investimenti e di immissione di liquidità che ci si aspetta verranno messe in campo da parte delle banche centrali, dei governi e degli organismi sovranazionali di conseguenza al virus, e che potranno costituire nel loro complesso un forte rivitalizzante per le borse, lasciando al tempo stesso una situazione di bassi tassi di interesse è bassa inflazione (il petrolio è sceso ai minimi).

È notizia freschissima ad esempio l’annuncio di un programma di immissione di ben 173 miliardi di dollari di liquidità da parte della banca centrale cinese a sostegno dei propri operatori finanziari, di cui 22 miliardi già erogati stamane attraverso lo strumento del “pronti contro termine” (Repurchase Agreement), oltre che, addirittura, interventi diretti sul mercato valutario, per sostenere (responsabilmente) lo yuan cinese, sceso d’un tratto al di sotto di quota 7 contro dollaro. Un messaggio forte e sollecito, che i mercati sicuramente apprezzeranno e che si aggiunge all’importante liquidità che era già presente sui mercati prima della grande paura.


…E I MERCATI BORSISTICI POTREBBERO REAGIRE IN FRETTA

Ma soprattutto si può finalmente sperare che anche il resto delle economie più sviluppate abbandoneranno ogni indugio relativo tanto ad ulteriori facilitazioni di politica monetaria e fiscale (al di fuori degli USA) quanto ai diversi investimenti infrastrutturali che ancora attendevano l’assenso della politica e di cui la moderna economia digitale ha invece sempre più bisogno. Probabilmente in arrivo anche numerosi programmi di contrasto al declino degli interscambi che è ragionevole attendersi dai numerosi organismi sovranazionali, a partire dal Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale.

Gli effetti di tutti questi interventi non saranno ovviamente immediati per l’economia reale ma potranno infondere molta fiducia ai mercati finanziari, contrastando efficacemente gli effetti deleteri sui profitti di quest’anno e la deriva verso la riduzione degli investimenti. Almeno è ciò che si aspettano gli analisti e che potrà contribuire non poco a “limitare i danni”. Certo non a cancellarli del tutto…

Stefano di Tommaso




UN CONTINENTE IN GINOCCHIO, IL MONDO IN APPRENSIONE

Nella sua suggestiva visione dell’incontro con il Conte Ugolino all’inferno, Dante esprim la terribile realtà del padre che, incarcerato nella torre con i propri figli a morir di fame, stremato, arriva a mangiarne i cadaveri con le parole: «… ond’io mi diedi, già cieco, a brancolar sovra ciascuno, e due dì li chiamai, poi che fur morti. Poscia, più che ‘l dolor poté ‘l digiuno.» (Dante,Inf. XXXIII, 72-75.) L’avvento del coronavirus sembra proprio il nirvana dei complottisti, già pronti a chiedersi se non siano stati gli stessi militari cinesi, o la CIA o qualche altra organizzazione segreta a mettere in ginocchio l’ex celeste impero, con il rischio di un ritorno di fiamma per i mandanti.

 

NESSUNO NE HA ANCORA SPIEGATO LE RAGIONI

Però “la situazione è grave, ma non è seria” -chioserebbe Ennio Flaiano- a far notare che ancora nessuno ci ha ancora mai spiegato come sia potuto succedere che la seconda (quasi la prima) più vasta economia e la terza potenza militare al mondo non sia riuscita a individuare per tempo e a contenere una pandemia della portata che sta mostrandosi nelle ultime ore. Le prime notizie risalgono appena ad una settimana fa e già si parla di 55.000 soggetti infètti, ma le cifre sono immancabilmente destinate a crescere in modo esponenziale. Fonti cinesi informali parlano invece già di 9000 morti e di un lungo periodo (dicono tutto Gennaio) nel quale le autorità cinesi hanno intenzionalmente taciuto.

Quelli che sino ad oggi ne hanno risentito di meno sono stati i mercati finanziari, mostrando soltanto un graduale spostamento dell’interesse degli investitori dalle azioni alle obbligazioni, con un calo dei rendimenti impliciti di queste ultime di conseguenza.

I DANNI ALL’ECONOMIA REALE

Ma l’economia reale (soprattutto quella cinese) ne rimane già colpita e affondata e ancora non si capisce se ne rimarrà stabilmente e gravemente affetta oppure se, dopo lo spavento, si potrà efficacemente contare sulla macchina militare (e dotata di grandi risorse) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per annunciare che la pandemia è stata contenuta.

Alla data di ieri si poteva però già registrare un calo di oltre il 7% dell’indice dei prezzi mondiali dei metalli industriali, il crollo globale delle prenotazioni di viaggi d’affari, delle vendite di beni voluttuari, di lusso, di moda e abbigliamento, degli ordini di commercio elettronico con i “vendors” cinesi, e la chiusura di quasi ogni locale pubblico in Cina, nonché il crollo delle vendite dei centri commerciali, dei biglietti del cinema, delle crociere, dei voli aerei e delle grandi mete di destinazione turistica. E sono soltanto il primo passo verso una situazione di potenziale caos nel mondo. Ovviamente le quotazioni in borsa di molti dei settori industriali citati ne risentono già ed è solo questione di tempo perché la sfiducia dilaghi.

È QUESTIONE DI TEMPO

L’attuale establishment mondiale deve perciò riuscire a far ritrovare in fretta un equilibrio ai comparti economici che sono rimasti colpiti dalla psicosi collettiva oppure dovremo tutti fare i conti con una improvvisa quanto inaspettata recessione economica e forse anche con una probabile inflazione dei prezzi dei beni alimentari, i quali come sempre in questi casi, iniziano a scarseggiare proprio mentre la gente dà -per gli stessi motivi- l’assalto ai supermercati, per fare scorte in casa.

È vero che il calo dei prezzi delle materie prime, dell’energia e degli spostamenti potrebbe persino corroborare l’andamento prossimo futuro dell’economia, ma soltanto se l’allarme rientrasse in fretta. Altrimenti i profitti aziendali crollano sotto zero e le banche rischiano la corsa agli sportelli (con buona pace per i folli che vorrebbero eliminare il contante).

COSA ATTENDERSI

Al momento ogni ipotesi è plausibile, anche se resta sempre valida una statistica che dice che in casi come questo dopo pochi giorni buona parte degli allarmi è destinata a rientrare.

Ma il dubbio che la situazione sia molto più grave di quanto raccontino gli organi di informazione e il fatto che il mondo sta cambiando a un ritmo forsennato potrebbero annullare tale statistica: oggigiorno le merci circolano attorno al pianeta più che mai nel passato e così pure viaggiano le persone e le notizie. I rischi perciò aumentano e, quel che più preme, è che in ogni parte del mondo la sfiducia nelle istituzioni cresce, alimentando le probabilità di crisi di panico e blocchi delle iniziative economiche.

Insomma può restare soltanto un momentaneo brutto incubo o può diventare la buccia di banana dell’economia globalizzata e delle sue èlites.

Stefano di Tommaso