OTTIMISMO, NONOSTANTE TUTTO

Viviamo in tempi non proprio tranquilli: l’America non ha ancora finito di digerire le guerre commerciali con il resto del mondo (tramite l’imposizione di tariffe doganali) volute dalla nuova amministrazione presidenziale, anzi: qualcuno dice che non ha nemmeno iniziato, la guerra della NATO in Ucraina contro la Russia sembra inasprirsi mentre si aprono nuovi focolai bellici in Sud America e in Asia. Eppure i listini delle borse valori sembrano infischiarsene, toccando nuovi massimi e facendo calare (seppur di poco) i tassi d’interesse pagati dai titoli di stato di nazioni occidentali sempre più indebitate (a partire dagli USA, come si può vedere dal grafico sotto riportato).

 

VOLATILITÀ AI MINIMI

Per di più ciò è avvenuto in un contesto di volatilità sempre minore dei mercati finanziari. Nel grafico qui sotto riportato possiamo vedere l’indice VIX vicino ai minimi assoluti, confrontato però con il suo andamento stagionale degli ultimi 35 anni, il quale richiama inevitabilmente alla mente l’ovvia considerazione che -dopo tanta bonanza- le acque potrebbero anche incresparsi con la ripresa autunnale:


Molti osservatori attribuiscono la magia del momento alla sempre maggiore liquidità in circolazione e in effetti è difficile pensare altrimenti, dal momento che persino la principale delle criptovalute, normalmente considerata un asset alternativo alle borse e ai titoli di stato, galleggia ben oltre i 100.000 Dollari, cioè vicino ai suoi massimi storici, come si può leggere dal doppio grafico qui sotto riportato:


QUANTO DURERÀ LA BONANZA?

Dunque stiamo assistendo ad un miracolo che pare anche voler continuare e non svanire nel nulla come il sogno di una notte d’estate. Ma si ripropone la domanda delle domande: quanto durerà? È Sempre difficile vaticinare in proposito e pur tuttavia, incredibilmente e nonostante l’attesa di maggior volatilità dei corsi, la prospettiva per Wall Street appare quella di poter segnare ulteriori progressi (vedi il grafico qui sotto riportato relativo alle previsioni di un istituto noto per il suo rigore metodologico come Yardeni Research), dati i significativi margini di crescita e di guadagno delle grandi multinazionali americane e l’ottimismo che si diffonde per l’attesa di una discesa dei tassi d’interesse da parte delle principali banche centrali.


Ma occorre precisare che ciò può accadere soprattutto in America, la quale in compenso pagherà questa situazione al prezzo sempre più salato di una svalutazione strisciante del Dollaro (forse anche contro Euro), da tempo strutturalmente debole e ora, dopo un periodo di traslazione laterale, di nuovo suscettibile di altri scivolamenti, come si può peraltro intuire dalle linee di tendenza qui sotto riportate:


BIG TECH, BIG PROFITS

Se si riesce ad isolare il rischio valutario dunque le prospettive per Wall Street sembrano ancora una volta positive. Sicuramente in funzione dell’enorme liquidità in circolazione, che pian piano non potrà che ritornare dai fondi di mercato monetario verso i titoli azionari, ma anche per il fatto che le imprese americane diverse dalle ”Big Tech” restano ancora equamente valutate (ad esempio quelle dell’indice Russell 2000, qui sotto riportato), mentre, anche se al momento appaiono sopravvalutate, ricordiamoci che le grandi multinazionali non accennano a flettere dal loro percorso di crescita e di profitti.


PROSPETTIVE POSITIVE ANCHE IN EUROPA

In Europa il rischio di inflazione è oggettivamente minore (anche a causa della grande debolezza dell’industria continentale) ma in compenso le dinamiche sono molto meno positive, tanto a causa del rischio di flessione delle esportazioni verso gli USA, quanto a causa della ”deflazione salariale” che le leadership europee perseguono pervicacemente al posto di una più sana svalutazione competitiva (che invece è la scelta di Donald Trump).

Tuttavia il costo del debito pubblico a casa nostra sembra veleggiare decentemente, come si può leggere dal grafico qui sotto riportato:


BENE PETROLIO E GAS

Nonostante le tensioni geopolitiche anche il costo dell’energia, per vari motivi, sembra restare su una china discendente, cosa che allontana il pericolo di nuove vampate di inflazione e fa ben sperare circa i margini industriali delle imprese (di seguito l’andamento dei prezzi di gas e petrolio), il che fa sperare in un andamento relativamente positivo anche delle borse europee, sulla scia della possibile continuazione del trend rialzista americano:


L’ORO POTREBBE RIPRENDERE LA SUA CORSA

Ma la sorpresa maggiore potrebbe arrivare, nel prossimo futuro ancora una volta dalla “asset class” che ha più performato nell’ultimo anno: l’oro, la cui linea di tendenza sembra impostata ancora una volta verso l’alto, dopo un periodo di relativa calma:


Stefano di Tommaso




APPUNTI DI TRADING

N. 135 – sa 30 ago 2025

Operazioni in essere : nessuna

Premessa

L’incarico cui avevo fatto cenno in calce alla N. 124 di sa 31 maggio richiederà ripetute trasferte che non consentiranno di proseguire questo impegno settimanale.

La N. 135 quindi conclude il percorso iniziato il 1 ott 2022.

Lo spirito di questa ultima Lettera è delineare una strategia per settembre, in particolare per DAX, di cui non avevo scritto, ma che frequento da anni.

GOLD OTT 25

Dopo che ve 22.8, nel pomeriggio, POWELL prospettò un probabile ribasso del tasso USA nel FOMC del 16 – 17 settembre, avevo stabilito per la scorsa 25 – 29 ago di comprare a 3360 1 OTT MICRO GOLD FUT.

Il prezzo è stato sùbito sfiorato lu 25.8 a 3369, per poi salire senza pause, fino a 3489 alla chiusura di ieri sera ( ve 29.8 )

L’acquisto avrebbe dato un rapido guadagno.

Da gio 28.8, accentuato ve 29.8, il future di scadenza ottobre è salito molto più del GOLD CASH, passando dai normali 15 usd a oltre 40 usd di differenza prezzo. ( ultimi prezzi segnati ve 29.8 sono stati rispettivamente 3447 per GOLD CASH e 3487 per OTT FUT )

Una situazione simile, giunta allora ad oltre 70 usd di supplemento, si è vista il 7 – 8 agosto, dopo che Trump annunciò dazi su import di lingotti, per poi smentire, con conseguente rientro del fenomeno.

Ad ora non riesco ad immaginare se questo esagerato spread tra prezzo Cash e a scadenza tragga origine da un rinnovato timore della precedente minaccia.

Manca meno di 1,5 % alla eventuale rottura di 3500 CASH che potrebbe dare nuova potenza al trend di GOLD, dopo che il top resiste da aprile.

Sarò quindi molto attento alle prossime settimane.

Resta comunque valido quanto già scritto :

“Ho notato una significativa importanza ciclica nel trimestre luglio – settembre 2025.

Purtroppo un trimestre è lungo e non facile da gestire lo stop loss, per l’ampiezza del range di un periodo così esteso.”

Due terzi sono già trascorsi.

SILVER DIC 25

Attendevo da 4 – 5 settimane che salisse in area 39,5 – 40, per impostare una vendita, senza fretta, con stop loss da fissare dopo che avrà rotto il minimo di almeno 2 – 3 gg precedenti.

Ho ancora meno fretta, ora che GOLD avvicina il massimo storico.

Ritengo che l’area solida di acquisto si trovi solo da 28 ( livello toccato il 7.4 con i dazi di Trump ) a circa 26 usd.

Il livello di 26 fu supporto nel biennio 2011 – 2012 e tetto per tutto il 2022 – 2023.

Prezzi ora molto lontani. Ma SILVER sa picchiare duramente.

DAX

Tra agosto e settembre scade un segnale mensile rilevante su DAX e intendo sfruttarlo con logica strategica.

Vale a dire con uno o più tentativi di ingresso e stop loss di % maggiore dell’usuale, per costruire una posizione di ribasso che possa durare oltre 30 gg.

La mia situazione ideale è una prima vendita entro settembre in area 25200 – 25500 per DAX CASH ( il future avrà scadenza dicembre 25 )

Nel caso in cui DAX non abbia la forza di salire nel range indicato, valuterò se accontentarmi di vendere intorno al doppio massimo ( 24600 – 24700 cash ), solo in rottura di un minimo che abbia retto almeno per 3 gg.

Infine, il livello più basso che accetterò per vendere è il minimo del 1 ago ( 23380 cash ).

Gli obiettivi di ribasso sono ambiziosi :

circa 20000 entro quest’anno

18500 – 18000 , possibile solo in presenza di rilevanti fatti, quali un calo dei consumi oltre l’ordinario.

Il calo dei consumi, e/o della consumer confidence, può incidere anche se non fosse domestico, ma dovesse riguardare gli U.S.A., data la dipendenza dell’economia tedesca dall’export.

DOW JONES

In agosto 2025 abbiamo assistito ad un outside rialzista da 43340 ( 1 ago ) a 45758, nuovo top storico che mancava da dic 2024 ( 45073 ).

L’outside rialzista mensile è una figura, poco frequente, che denota grande forza e non consente di vendere, se non contestualmente alla sua eventuale smentita, alla rottura del minimo di 43340.

Ciò richiederebbe di accettare uno stop loss molto ampio, sopra il top assoluto, che potrebbe anche divenire maggiore dell’attuale, prima della vendita.

NASDAQ 100 CASH

Ha rallentato e ora lateralizza, ma non offre una figura di vendita.

Comprarlo ? Vi dico che la penso un po’ peggio di W. Buffet, che, al 30 giugno 2025 ( dati resi pubblici il 16 ago ) ha cambiato un po’ di APPLE con UNITED HEALTH e portato la liquidità sopra 350 billions.
Il controvalore delle azioni possedute è sceso a 254 billions.

Buona analisi.

Leonardo Bodini




LA CHIMERA DEI TASSI

Cosa ha detto di originale il governatore della banca centrale americana nel suo ultimo discorso? Difficile sintetizzarlo e anche difficile interpretarlo. Il discorso è stato di quelli buoni per ogni stagione. In breve: nulla che non sapessimo già. Anzi a mio parere se per la Federal Reserve Bank of America (FED) decidesse soltanto il suo Governatore sarebbero forse da prendere ben più alla lettera i suoi avvertimenti sull’inflazione, una parola citata ben 63 volte nel corso del discorso introduttivo all’appuntamento di Jackson Hole! Ma il mercato finanziario ha preferito cogliere gli aspetti distensivi del suo discorso celebrando la prospettiva di un allentamento della politica monetaria USA.

LA SVALUTAZIONE MONETARIA TIENE VIVA L’INFLAZIONE

E nonostante Jerome Powell resti probabilmente troppo politicizzato per voler fare qualcosa che favorisca l’attuale presidente americano, è difficile dargli completamente torto circa gli avvertimenti lanciati. Dal momento che, più che l’inflazione dei prezzi al consumo, è la svalutazione monetaria il vero tema da tenere ben presente nella congiuntura economica che stiamo vivendo. Una svalutazione che nasce dall’esigenza di monetizzare i debiti pubblici (riducendone il valore effettivo) e che tende inevitabilmente a trasferirsi periodicamente sul livello dei prezzi al consumo, anche se soltanto a regime torrentizio. Alla fine però essa alza comunque l’asticella dell’inflazione, che non scende soprattutto per questo motivo.

L’INFLAZIONE DIPENDE DA COME LA SI MISURA

Senza dubbio l’attuale regime di tassi elevati rende meno accessibile il credito al consumo in un’America il cui prodotto interno lordo dipende principalmente dai consumi cospicui. L’abbassamento degli interessi da pagare incentiverebbe dunque gli americani a spendere di più e a risparmiare meno, favorendo dunque l’inflazione. Ma aiuterebbe altresì gli investimenti, gli acquisti di beni durevoli e il prezzo da pagare per i finanziamenti di cui necessitano le piccole e medie imprese, stimolando di fatto la crescita economica.

Ma l’America in questo momento ha davvero bisogno di stimoli allo sviluppo economico? Oppure dovrebbe prestare più attenzione alla svalutazione del Dollaro e alle spinte inflattive che proverranno dai dazi alle importazioni?

LA VERA MISURA DELLA SVALUTAZIONE MONETARIA E’ IL PREZZO DELL’ORO

Il principale segnale di svalutazione del potere d’acquisto delle divise valutarie occidentali risulta infatti nel prezzo di un’oncia d’oro: nel lungo termine essa risulta come una misura piuttosto accurata della svalutazione monetaria (il suo potere d’acquisto nel tempo infatti non cambia) e, se volessimo prenderlo oggi a misura della svalutazione delle principali “fiat currencies” (cioè le divise valutarie disconnesse dal loro effettivo contenuto di valore implicito), dovremmo esserne parecchio allarmati, anche se gli attuali picchi nelle sue quotazioni rischiano di essere fuorvianti rispetto alla media delle quotazioni di lungo termine del metallo giallo. 

MA I TASSI A LUNGO TERMINE SONO UN’ALTRA COSA

Resta il fatto però che non soltanto il discorso del governatore della FED non ha fornito alcuna certezza circa la prospettiva di tagli dei tassi d’interesse a breve termine (cioè quelli direttamente governati) ma soprattutto non sembra esserci alcuna certezza nemmeno nel calo strutturale dei tassi d’interesse a lungo termine. Questo tema resta il motivo principale per il quale l’Amministrazione Federale insiste sulla necessità di un taglio del tasso di sconto. Ma sul livello dei tassi d’interesse a lungo termine influisce più l’importante domanda che proviene dai debiti pubblici in costante espansione per tutti i principali Paesi dell’Occidente che non la politica monetaria della banca centrale.

LE BORSE GIÀ SCONTANO UNA DISCESA DEI TASSI

Edward Yardeni nel suo ultimo bollettino a tal proposito ha appena parlato molto chiaro: le borse sono in territorio record e l’economia americana non cresce granché ma non mostra nemmeno segni di cedimento. Dunque c’è davvero bisogno di un taglio del tasso di sconto che, alla luce degli attuali massimi storici di Wall Street, non potrebbe che surriscaldare i mercati finanziari? Probabilmente no, al di là del fatto che le borse già lo scontano e che quindi anche soltanto una delusione in tal senso potrebbe provocare un importante ribasso. 

Morale: la cosiddetta “FED put” implicita nelle attuali generose quotazioni delle borse potrebbe essere stata sino ad oggi stimata con troppa compiacenza dagli investitori. Ma tutti sanno che oggi il principale “market mover” al momento è la liquidità (che resta ai massimi storici anch’essa) non l’aspettativa di uno o due tagli dei tassi d’interesse a breve termine, che potrebbe non riflettersi sull’andamento dei tassi a lungo termine.

NON È DETTO CHE I TASSI A LUNGO TERMINE SCENDERANNO

Anche in Europa peraltro gli operatori attendono ulteriori riduzioni dei tassi d’interesse, ma nel nostro caso con motivazioni più fondate: l’economia europea non cresce e le tariffe doganali di Donald Trump la affossano ulteriormente. Inoltre il cambio della moneta unica con il Dollaro è salito troppo e indubbiamente ulteriori riduzioni dei tassi praticati dalla Banca Centrale Europea potrebbero aiutare a calmierarlo. Si, ma neanche nell’Eurozona ci si attende davvero una discesa ulteriore dei tassi d’interesse a lungo termine, per il medesimo motivo di oltre oceano: il fabbisogno finanziario dei debiti pubblici continua a crescere e, per alimentarlo, gli investitori si aspettano rendimenti migliori, non peggiori.

Dunque anche qualora fossero in arrivo i tagli dei tassi questi potrebbero non modificare al ribasso nemmeno i rendimenti dei titoli di stato europei. 

LE BORSE HANNO CORSO FORSE TROPPO

La congiuntura finanziaria insomma si avvia verso un bel guazzabuglio: i listini delle borse valori sono già oggi ai massimi storici e difficilmente dunque faranno degli importanti passi avanti nel prossimo futuro. Mentre nulla toglie la possibilità che qualche cigno nero si affacci all’orizzonte (quello geopolitico, ad esempio, con il rischio di rilanciare verso l’alto il prezzo dell’energia), rovinando la festa dei mercati finanziari.

I tassi d’interesse a breve termine che tutti si attendono in discesa non hanno invero nessun vero bisogno di calare in questo momento (soprattutto in America), con il rischio peraltro che la loro eventuale mancata discesa possa deludere i mercati e creare i presupposti per possibili smottamenti delle Borse. 

NEMMENO IL COSTO DEL CREDITO SIAMO SICURI POSSA SCENDERE DAVVERO

E se la situazione di sostanziale stallo è quella che è, con tutta la liquidità che risulta in circolazione oggi, difficile pensare che quest’ultima crescerà ancora con un allentamento delle politiche monetarie. Così è altrettanto difficile pensare di attenderci per il prossimo futuro cali significativi del costo del denaro, che sarebbero invece importanti per dare fiato alla domanda di credito delle piccole e medie imprese e alla creazione dei presupposti per ulteriori investimenti tecnologici da parte di queste ultime. Indubbiamente la domanda di denaro da parte dei titoli pubblici crea uno spiazzamento difficilmente aggirabile per poter pensare di rivolgere alle PMI un maggior flusso di risorse.

ALTRO SVILUPPO ECONOMICO POTREBBE DERIVARE DALLE TECNOLOGIE

Ma occorre anche ricordare che l’economia è sempre stata definita la “scienza triste” perché per chi vi si diletta appare piuttosto facile lasciarsi andare a prevedere cupi scenari che spesso poi vengono smentiti dai fatti. Grandi cambiamenti economici sono in atto, derivanti dallo sviluppo di nuove tecnologie come pure dalla costante ricerca di nuove efficienze produttive e distributive. Gli importanti investimenti in atto e in programma (non soltanto nell’intelligenza artificiale) stanno contribuendo a cambiare radicalmente lo scenario economico.

Di conseguenza grandi benefici ne potranno discendere in termini di creazione di ricchezza. E anche se buona parte di tali benefici apparterranno ai grandi giganti tecnologici e un’altra parte consistente di tali benefici verrà sicuramente utilizzata per nuove entrate fiscali (per esempio attraverso i dazi doganali) che servono a finanziare i debiti pubblici in costante ascesa, nulla toglie che quel che resta potrebbe ugualmente contribuire a favorire una crescita economica che al momento invece (soprattutto qui in Europa) stiamo vedendo col contagocce, rovesciando dunque la narrativa prevalente che vede oggi una inevitabile tendenza al rallentamento dell’economia occidentale. 

Stefano di Tommaso




PERCHÈ L’ORO SEGNA NUOVI MASSIMI

Molti osservatori si chiedono in questi giorni cosa possa significare la quotazione record di un’oncia d’oro, giunta a circa 3500 dollari. La prima e più ovvia risposta è quella dell’incertezza: se chi investe i propri e gli altrui risparmi giudica pericoloso continuare ad investire sui mercati finanziari alle quotazioni massime recentemente raggiunte, allora cerca beni rifugio e tra questi di gran lunga il più liquido è l’oro. 

Ma c’è una seconda e meno ovvia risposta: la protezione dal progressivo processo di “debasing” delle principali divise di conto valutario, cioè dalla loro svalutazione di fatto, che sembra in questi ultimi tempi completamente slegata dalle rilevazioni statistiche dell’inflazione dei prezzi.

Gli operatori in generale comprano oro per allocare diversamente le masse gestite dal momento che le borse continuano a registrare nuovi massimi (e tutti sanno che quando sono salite troppo poi stornano) e sinanco i titoli di stato promettono poco di buono. C’è infatti una liquidità stratosferica in circolazione sui mercati che genera molta compiacenza in tutte le direzioni, simile a quella che si registrava nel 2007, e non soltanto per quanto riguarda le borse valori, ma anche per i titoli obbligazionari, il cui spread rispetto alle attività prive di rischio rimane oggettivamente ridotto.

Secondo un report pubblicato da Goldman Sachs il 31 luglio 2025 (titolo: Macro Credit Views: Too Tight to Chase, autore: Lotfi Karoui), gli investitori stanno trattando le obbligazioni corporate americane quasi alla pari dei titoli di Stato. Il dato che fa riflettere è lo spread tra bond societari e il Treasury, sceso a 79 punti base a livello globale.

Anche per i titoli azionari, le cui valutazioni sono praticamente ai massimi di sempre, appare difficile giustificare ulteriori slanci. Gli investitori sono convinti che i rischi di recessione siano contenuti. Ovviamente gli indici azionari riflettono soprattutto le valutazioni stratosferiche dei titoli ipertecnologici (i primi 10 titoli di Wall Street sono arrivati a pesare il 75% del totale della capitalizzazione di mercato, e non succedeva dal 1929), ma anche altri settori, come quello immobiliare e quello delle banche, appaiono troppo ben valutati. 

Anche se bisogna dire che sta progressivamente aumentando il prezzo delle opzioni ”put out of the money” (il cui prezzo di esercizio è più basso del prezzo attuale di mercato dell’azione sottostante) perché gli operatori che continuano ad acquistare le azioni stanno iniziando a coprirsi dal rischio di un crollo del mercato. E, se vogliamo provare a calcolare quanto il mercato sia sopravvalutato è sufficiente misurare il famoso indicatore di Warren Buffet, qui sotto riportato, che mette in relazione l’ammontare del prodotto interno lordo degli USA con la capitalizzazione di borsa dei titoli quotati a Wall Street:

Lo stesso accade nel comparto del credito strutturato, Goldman evidenzia segnali di disconnessione tra fondamentali e valutazioni, come nel caso dei titoli garantiti da mutui residenziali emessi da enti privati (per intenderci, quelli che hanno causato la crisi del 2008), dove le tranche subordinate (che sono le più rischiose perché assorbono per prime le perdite in caso di default dei mutui sottostanti) mostrano spread troppo compressi rispetto alla fragilità del mercato sottostante.

È brutto dirlo, ma tutte le ultime volte che si sono registrati picchi di liquidità disponibile sui mercati di questo genere, poi i mercati hanno avuto un crollo, come mostrato dal grafico qui sotto riportato:

Quali considerazioni trarre da questo raggelante sguardo sui mercati finanziari di Ferragosto 2025? Senza dubbio cautela! I mercati appaiono troppo compiacenti tanto per ciò che riguarda lo sviluppo economico quanto per ciò che riguarda le attese di profitti futuri delle imprese quotate. In secondo luogo ha senso prendere beneficio della grande liquidità in circolazione per raccogliere oggi risorse finanziarie in quantità e a condizioni che potrebbero invece risultare peggiori nel prossimo futuro!

Se nessuno scossone scuoterà i mercati finanziari infatti (cosa che tutti si augurano) rimane il problema dell’eccesso di indebitamento dell’intero Occidente che potrà essere sanato quasi soltanto attraverso la “monetizzazione” dei debiti pubblici. Cioè con le banche centrali che mano mano o riacquisteranno o ne favoriranno il collocamento attraverso l’incremento di liquidità (proprio come sta avvenendo oggi).

Cosa che evidentemente genera una riduzione del valore implicito nelle divise di conto valutario non sempre immediatamente percepibile con l’andamento dei prezzi al consumo, i quali dipendono anche da altri fattori, ma che prima o poi tendono a riflettere tale svalutazione. L’inflazione che vediamo non appare dunque destinata a scendere ulteriormente proprio per questo motivo, ed erode inevitabilmente i valori nominali, oltre a sospingere verso l’alto i tassi d’interesse affinchè chi investe in titoli a reddito fisso possa trovare almeno riparo in conto capitale.

Stefano di Tommaso