L’ACUTA STRATEGIA DI APPLE

Stavolta Apple ha fatto di tutto per rendere interessante la sua presentazione dei nuovi prodotti 2019. Non che in passato non fosse stato tutto perfetto, ma quest’anno si è potuta notare un’attenzione maniacale ad ogni particolare. I prodotti mostrati sono subito sembrati davvero eccellenti, ma non si è potuto fare a meno di notare più di uno sbadiglio tra il pubblico: le novità vere erano ridotte al lumicino. Eppure in borsa il titolo ha performato bene. Vediamone i numerosi perché…

 


Credo di condividere su queste pagine non un’opinione personale bensì un sentimento assai diffuso tra gli utenti ed i fan della mela morsa, eppure nessun investitore si è veramente disamorato del titolo Apple dopo la presentazione (anzi è salito riavvicinandosi alla capitalizzazione di un trilione di dollari): perché?


PREZZI RIDOTTI

Per riuscire a rispondere dobbiamo cercare di andare oltre le apparenze, oltre la vetrina e la cortina fumogena mediatica, per arrivare a notare l’unica vera grande novità introdotta da Apple in questa tornata annuale: il calo generalizzato dei prezzi (purtroppo molto ridotto in Italia).

Il cavallo di battaglia per Apple stavolta è diventato un onorevolissimo iPhone 11 con schermo da 6,1 pollici (dunque a metà tra l’iPhone X da 5,8 pollici e l’X Max da 6,5 pollici) dotato del potentissimo nuovo processore A13, di ottime caratteristiche generali al prezzo base, udite udite, di 699 dollari (in Italia sarebbero circa 620 euro ma da noi hanno scelto di proporlo a 870).

Questa sì che invece è una novità! E le notizie riguardo ai prezzi continuano con un aggressivo piano rateale, con una “decente” proposta di scambio tra vecchio e nuovo iPhone è un migliorato servizio “assicurativo” su rotture e sostituzioni.

Ecco dunque il perché! Apple ha tenuto debitamente conto del momento poco entusiasmante per il mercato dei cellulari, della scarsissima disponibilità di connessioni 5G nel mondo, dell’ancor più scarsa disponibilità di applicazioni software evolute che ne esaltino le differenze ed ha puntato diritto all’appuntamento con il 2020, quando si spera che tali limitazioni tecnologiche saranno state smussate e quando la necessità di upgrade dei vecchi cellulari da parte degli acquirenti risulteranno maggiori.

Apple ha poi voluto affascinare la sua base di clientela “top spending” con due iPhone Pro (e Pro Max) dalle meravigliose caratteristiche foto-cinematografiche, che tuttavia non costituiscono una novità sul mercato degli smartphone e (a parte le tre telecamere invece che due) ricalcano quasi pedissequamente l’Xs e l’XsMax, se non fosse che assicurano più velocità e un’autonomia molto maggiore della batteria. Ma è chiaro che Apple lo ha fatto soltanto per non deludere nessuno. Il fresco successo dell’iPhone Xr, il predecessore dell’iPhone 11 introdotto all’inizio del 2019, assicura che i grandi numeri di vendita anche stavolta saranno su quest’ultimo!


AMPLIARE LA BASE DI CLIENTELA

Nel frattempo ha puntato dritto verso l’ampliamento (quasi a tutti i costi) della propria base di utenti, alla quale vende ogni giorno sempre più servizi, musica, video e adesso anche giochi: una fetta di ricavi sempre più importante per il bilancio Apple e, soprattutto, ricorrente. Cioè capace di entusiasmare gli investitori ben più di un lancio ben azzeccato di un nuovo prodotto!

Ampliare la base di clientela affezionata e (sopratutto) abbonata a qualche servizio accessorio è divenuta -a quanto pare- la priorità del 2019 per Apple. Solo così si spiega l’abbinamento della vendita di iPhone 11 (già molto aggressiva per il rapporto prezzo/qualità) a un anno gratis a AppleTv. Se si opta per la sostituzione di iPhone X con iPhone 11 fanno 17 dollari al mese ivi compreso un anno di Apple Tv. Praticamente quanto chiede Netflix ai suoi abbonati senza cambiargli il telefonino!


UN ANNO DI TRANSIZIONE

Apple ha deciso di utilizzare dunque tutti i suoi muscoli finanziari per puntare a risultati migliori nel 2020, un anno meno contrastato di quello attuale, probabilmente meno pervaso dalle ansie da guerre commerciali con l’Asia (che resta un mercato dove Apple realizza i prodotti ma dal punto di vista delle vendite vi è ancora penetrata troppo poco) e nel quale potrà sferrare un attacco corposo sotto il profilo dell’hardware (cioè gli apparecchi) quando l’era della 5^a generazione delle reti cellulari potrà fare la vera differenza sotto il profilo delle applicazioni, dei giochi e dell’integrazione tra auricolari, orologi intelligenti, smartphone e computers.

Prima di quel momento Apple ha deciso di puntare su una strategia “orizzontale”, vale a dire quella di ampliare il più possibile la base di clientela cui offrire non solo prodotti ma anche servizi. E con la quale limitare i danni del calo di vendite di telefonini, fidelizzare la clientela e affascinarla con i dettagli, con foto e video in 4K e con un design sempre più aggressivo.

STRATEGIA “ORIZZONTALE” PIÙ CHE “VERTICALE”

E mentre lo sviluppo dei nuovi iPhone “5G” veramente rivoluzionari va silenziosamente avanti, Apple intende affascinare i suoi clienti con nuovi servizi, promozioni, aggiornamenti e contenuti di ogni genere, che saranno probabilmente fatti uscire a getto continuo di qui al prossimo anno, e dei quali potrà beneficiare probabilmente la clientela di ogni e qualsiasi prodotto con la mela morsa, a partire dall’orologio intelligente. Giusto in cambio di qualche centesimo qua e là, incrementando probabilmente l’attività di Apple Store e quella dei pagamenti digitali, spingendo il più possibile la quota dei ricavi ricorrenti e di pagamenti rateali fino a rendere meno interessante quella relativa alle vendite di apparecchi.

La strategia “verticale”, cioè quella di differenziazione distintiva dei propri prodotti, sulla quale appoggiare una richiesta di un prezzo più elevato per l’hardware, quest’anno non avrebbe dato grandi frutti. Nonostante la delusione gli analisti glielo hanno riconosciuto, tributando quindi al moderatissimo suo leader Tim Cook forse ancora maggior rispetto di quanta egli ne avesse guadagnata due anni fa, con il lancio dell’iPhone X.


Niente male per una presentazione prodotti 2019 le cui novità scarseggiavano così vistosamente!

Stefano di Tommaso




LE BORSE SCALDANO ANCORA I MOTORI

L’indice FtseMIB (il più indicativo dell’andamento di Piazza Affari ha inanellato la quarta settimana consecutiva di guadagni, crescendo del 21% da inizio anno e del 13% da quando è caduto il governo. La manovra della Banca Centrale Europea ha influito su tali guadagni soltanto con la crescita dell’1% nell’ultima settimana. Come ci siamo già detti però in precedenza non c’è niente di eclatante se non il recupero di posizioni perdute nei mesi precedenti a causa della diffidenza della grande finanza verso l’Italia. La cosa interessante è che siamo tornati ai massimi storici e ci avviamo a superarli di slancio, sulla scia dell’andamento delle altre borse mondiali. Quelle europee in primis (anch’esse tenute sotto freno nei mesi passati e ora forti di un nuovo governo dell’Unione che sembra essere pienamente in sella).

 

I “FATTORI DI CRESCITA”

  1. Nella settimana che inizia si prospettano poi altre questioni molto importanti, potenzialmente portatrici di nuovi record borsistici e di nuova serenità sui mercati:
  2. la ripresa (vera) delle negoziazioni America-Cina (con la prospettiva di raggiungere più di una semplice nuova tregua),
  3. Il Consiglio della Federal Reserve USA che potrebbe sancire un nuovo taglio dei tassi
    Le prime notizie sull’andamento dei profitti aziendali nel terzo trimestre del 2019 (che sembrano promettere bene, sconfiggendo le voci relative all’accelerazione della fine dell’attuale ciclo economico espansivo).

Ci sono insomma le premesse perché nelle borse globali si registri del nuovo ottimismo e affinché quella di Milano possa addirittura beneficiarne più delle altre a causa dell’endemica sottovalutazione di taluni titoli (a partire da quelli bancari). Di seguito il grafico annuale dell’indice FTSE-MIB:


E I MOTIVI DI CAUTELA

Se dunque da un lato la manovra di Draghi ha gettato nuova euforia (e aspettative di ulteriore liquidità) tra gli operatori, essa però non ha avuto sull’Euro l’impatto sperato. Anziché svalutarsi infatti l’Euro si è ripreso contro il Dollaro, sfondando quota 1,11, nonostante che permanga la tendenza di medio termine del Dollaro a rivalutarsi contro Euro. Stiamo vivendo un momento di duro confronto sulle valute, che fanno a gara nello svalutarsi più delle altre, favorendo le quotazioni (e soprattutto le prospettive) dell’oro e degli altri beni rifugio.

E con le borse che ritornano ai massimi di sempre (e i titoli a reddito fisso che vi stazionano già da un bel po’) la corsa ai beni rifugio non potrà che accelerare ulteriormente, perché sempre più investitori cercano riparo nelle alternative. In particolare quelle asiatiche (Cina in testa) sono sugli scudi di nuovi minimi contro Dollaro, creando dunque problemi anche alle altre grandi divise valutarie, che oscillano perlopiù insieme al Dollaro e dunque in media si rivalutano contro quelle asiatiche. Lo scenario sta creando non pochi problemi alle esportazioni europee, ad esempio, mentre lo squilibrio tra le partite correnti tedesche continua a pesare come un macigno sulla competitività degli altri stati dell’Unione. Se la Germania non varerà nuovi incentivi e nuovi investimenti pubblici l’euforia europea potrebbe avere insomma il respiro corto.

Valute in tensione, corsa ai beni rifugio e possibili sorprese negative nei tassi come nella geo-politica sono quindi un contraltare credibile allo scenario tutto-rosa sopra delineato e di certezze abbiamo oramai esaurito le scorte da tempo!

I SETTORI CHE PIÙ NE BENEFICEREBBERO

Ma in tutto questo l’Italia dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) invece continuare a recuperare il terreno perduto in precedenza e, se questo nuovo governo dovesse addirittura riuscire a mettere mano alle grandi infrastrutture allora ne beneficerebbero innanzitutto :

  1. le società di costruzioni e quelle di impiantistica,
  2. le società di ingegneria e grandi appalti (come Leonardo),
  3. le Public Utilities (soprattutto quelle del nord, in mano al PD) le agenzie di lavoro interinale,
  4. il comparto delle banche,
  5. quello dell’energia (specialmente quelle rinnovabili, come la Falck) a causa del fatto che la nuova Commissione Europea ne ha quasi fatto una bandiera pseudo-ideologica,
  6. e infine probabilmente quello dell’informatica, corollario essenziale all’espansione dei possibili investimenti a favore dell’automazione e della competitività, che il nuovo governo dovrebbe incentivare ulteriormente.

Ecco dunque i comparti produttivi che potrebbero risultare come i migliori beneficiari di eventuali nuove rivalutazioni borsistiche, dunque le cui quotazioni più ne potrebbero beneficiare.

Ma tra le imprese che li compongono privilegerei quelle anticicliche (come quelle alimentari) e le imprese con le migliori aspettative di dividendi e quelle che stanno investendo di più, a causa del fatto che i tassi di interesse continueranno probabilmente a scendere e che la disponibilità di credito sarà probabilmente un po’ più abbondante.

Altra categoria di imprese che saranno in grande spolvero sono quelle che hanno solide basi commerciali e produttive negli Stati Uniti d’America, che per quanto prima o poi dovranno aspettarsi di incrociare lo spettro della recessione, tra oramai soltanto un anno affronteranno una delle campagne elettorali presidenziali più battagliate che la storia ricordi.

QUASI UNO SCENARIO DA “RICCIOLI D’ORO”

È probabile che dunque fino a quel momento l’economia americana possa continuare a correre più delle altre nel resto del mondo, e che anche la borsa ne risenta positivamente, mentre il rally delle borse europee potrebbe durare molto molto minor tempo, perché i fondamentali restano scarsi e la spaccatura tra nord e sud e del continente sembra soltanto allargarsi.

Poiché tutto questo avviene in una congiuntura tornata quasi positiva, gli investitori hanno dunque ripreso fiducia e potrebbero tornare a travasare più risorse di quanto oggi si preveda sui mercati borsistici. L’economia globale infatti comincia a mandare segnali di stabilizzazione o persino di ripresa, l’inflazione resta piatta, i tassi continuano a scendere (riportando la curva dei rendimenti su livelli meno minacciosi e costringendo prima o poi a rivedere al rialzo la valutazione dei titoli quotati). L’opinione pubblica poi inizia a farsi l’idea che anche gli stimoli fiscali (tagli alle aliquote e incentivi per gli investimenti) Sim guadagneranno tra i nuovi governanti più consenso, che Cina e Stati Uniti provano davvero a riavvicinarsi e che la brexit si materializzerà probabilmente in modo più soffice di quanto ventilato dai giornali.

Quasi uno scenario da “riccioli d’oro”, sebbene i rischi di nuovi shock petroliferi possano minacciarlo seriamente. Ma sono anche convinto che più dovessero crescere le quotazioni del greggio e più risulterà evidente che la recessione globale non è dietro l’angolo.

QUANTO DURERÀ L’ENTUSIASMO?

Quanto durerà la congiuntura (quasi) positiva e di conseguenza l’entusiasmo delle borse? Fino a qualche settimana fa qualcuno diceva soltanto fino alla prossima settimana (cioè all’arrivo dell’Autunno), qualcun altro è invece pronto a scommettere che i livelli raggiunti saranno tenuti o addirittura migliorati di qui a fine anno, dato l’enorme numero di coloro che dalle borse sono fuggiti e che adesso tendono a rientrare.

È sempre difficile fare previsioni oltre il brevissimo termine, se non quelle legate al fatto che oramai da alcuni anni di gran lunga il fattore che più influisce sulle quotazioni borsistiche è la disponibilità generale di liquidità. E che quest’ultima, ancora per un po’ di tempo, tutti giurano che resterà abbondante. Quella che osserviamo perciò non è dunque una normale dinamica di mercato, bensì la presa d’atto dell’influenza determinante della politica e degli orientamenti delle banche centrali sull’andamento dei mercati finanziari. È ciò che più di ogni altra cosa ci spinge a scommettere su un “autunno dorato” delle borse, soprattutto fino a quando l’attuale ciclo espansivo di interventi delle banche centrali, copiosi profitti e ancor più ricchi dividendi, dovesse continuare.

MA LA STRADA VERSO NUOVI MASSIMI NON È LINEARE

Facciamo infatti attenzione al “timing” degli investimenti: permane infatti il serio rischio che, subito dopo i nuovi massimi, le borse a Ottobre possano effettivamente incorrere in qualche realizzo.

Stefano di Tommaso

 




IN BORSA L’ESTATE NON È ANCORA TERMINATA

Mentre si addensano nuvole all’orizzonte degli eventi economici, con gli esperti che tracciano scenari futuri che vanno da un lungo periodo di scarsa crescita soltanto europea (nel migliore dei casi) a una vera e propria recessione globale (nel peggiore), qualche raggio di sole colpisce nel frattempo i mercati finanziari, ancora carichi all’inverosimile di liquidità che non sanno dove riversare. Gli investitori restano timorosi (da diversi anni, oramai) di incappare in nuove imboscate borsistiche capaci di distruggere in un baleno quel po’ di performance guadagnata da inizio anno. E quel raggio di sole, finché splende, può portare qualche bella soddisfazione!

 

SI MOLTIPLICANO I GURU CHE PRONOSTICANO CROLLI

Una prudenza rispettabile, si direbbe, quella degli investitori sulle borse. In realtà da qualche anno a questa parte, una volta raggiunti i massimi storici delle quotazioni, ci si è iniziati a chiedere quanto sarebbe durata la bonanza. Quella che ne è conseguita è stata una continua fuga dall’incertezza, costellata di nuovi massimi e successivi ripensamenti, dunque di nuovi acquisti in borsa a causa di ciò che gli americani chiamano F.O.M.O. (cioè “fear of missing out”: il timore di non esserci e di perdere una grande occasione).

Un’incertezza giustificabile ma priva di ogni vera logica e basata esclusivamente sulla malriposta fiducia in qualche “Dr.Doom” (Professor Disgrazia) di turno, convinto di annunciare per primo l’imminente catastrofe. Sono dunque anni che gli investitori, dopo ogni nuovo record delle quotazioni, hanno iniziato ad alleggerire le loro posizioni in borsa.

Ogni tanto le catastrofi arrivano davvero ma in tutti gli altri -ben più numerosi- casi, il prodotto interno lordo cresce e le nazioni -in media- migliorano le proprie condizioni economiche. Oggi al rientro da una tumultuosa estate ci troviamo più che mai alle prese con pronostici molto difficili da azzeccare, dal momento che una certa parte del mondo (la nostra, innanzitutto), fa fatica a infilare qualche barlume di speranza nella prosecuzione della crescita economica, mentre altre restano meglio impostate, non foss’altro che per la demografia positiva.

 

LA RECESSIONE ARRIVERÀ, MA NON DOMANI MATTINA

Per quanto riguarda l’Eurozona, nell’anno in corso il Pil, è cresciuto dello 0,2% a livello trimestrale e dell’1,2% su base annuale nel secondo trimestre dell’anno. Il dato congiunturale è in linea con il consenso degli economisti e con la lettura preliminare, mentre quello annuale è migliore sia delle attese che delle letture precedenti: al +1,1%.

E poi c’è l’economia americana che marcia ancora al ritmo di crescita annua media (il 2%) più elevato dell’ultimo trentennio. Ma lo fa ininterrottamente da più di dieci anni e oggi mostra segnali di affaticamento dopo la lunga corsa, con la disoccupazione giunta ai minimi storici e la gente che guadagna più di prima, ma spende di meno, perché allunga la durata attesa della vita, confida sempre meno nella previdenza pubblica e spera di assicurarsi una vecchiaia lunga e tranquilla incrementando i risparmi.

Le banche centrali inoltre hanno già pronti nuovi interventi sul mercato per fornire stimoli monetari alla crescita economica e in tal modo contribuiscono a tenere elevata la liquidità in circolazione e bassi i tassi d’interesse.

LA LIQUIDITÀ IN CIRCOLAZIONE AUMENTA

Morale: il mondo (soprattutto quello occidentale) ha più soldi che mai, ma cosa ne fa? Oggi ci sottoscrive debito (per paura di comperare immobili illiquidi o azioni sopravvalutate) e questo non fa che incrementare il prezzo dei titoli a reddito fisso e butta a zero i loro rendimenti (il 30% di tutti i bond al mondo ha oramai un rendimento “negativo”). Altra conseguenza della grande propensione dei risparmiatori a investire nel reddito fisso è l’ondata di nuovi bond aziendali che si stanno riversando sul mercato per cogliere l’occasione dei tassi bassi e della grande liquidità: il rendimento di questi titoli ovviamente è maggiore così come lo è il rischio, ma l’attuale carenza di alternative porta a sottovalutare quest’ultimo.

Cosa succederà di conseguenza ? Potremmo parlare a lungo delle probabilità nel medio periodo di una prossima recessione ma non ne avremmo alcuna certezza (e soprattutto non ne arriverà una identica per ogni regione del mondo, anzi!). Mentre è forse fin troppo facile prevedere cosa può succedere più a breve termine: che la frenesia da reddito fisso (basso e rischioso o negativo) evaporerà presto, non appena sarà un po’ più chiaro che le borse non crolleranno domani mattina e che i profitti aziendali non si riducono. Così come è successo in questi giorni per la borsa di Milano e lo spread Btp-Bund: le ricoperture dall’ipervenduto hanno lasciato un bello spazio per la ripresa.

È POSSIBILE CHE LE BORSE SALIRANNO ANCORA, MA PER QUANTO?

A breve termine dunque, complici anche le prossime manovre della BCE e della FED (che non lo vuole dichiarare ma è tornata a comperare titoli sul mercato), le borse potrebbero segnare qualche passo avanti, soprattutto quelle europee, più svendute delle altre nel recente passato (come si può vedere dal grafico qui sotto). I motivi sono numerosi e la probabilità resta alta, ma di certezze non se ne possono avere. Non con la volatilità che è tornata a crescere e l’incertezza di fondo per le tendenze di lungo termine che minacciano il sonno degli imprenditori.


Come ironizzava però John Maynard Keynes: “nel lungo periodo siamo tutti morti” e dunque dobbiamo concentrarci su orizzonti più brevi. È l’oggi che conta ed è anche quello che ci serba le migliori opportunità. In media nei dodici mesi precedenti infatti le borse europee sono praticamente rimaste al palo, mentre quelle americane sono cresciute a due cifre. Dunque la ripresa delle quotazioni in Europa si sarebbe da classificare solamente come un “redde rationem”.

Da cavalcare comunque abbastanza in fretta perché, come diceva Oscar Wilde: “se c’è una certezza nel mondo è quella dell’incertezza”, ma poi egli diceva anche che essa in fondo ci affascina: “It is the uncertainty that charms one. A mist makes things wonderful” (l’incertezza è una nebbiolina che rende le cose meravigliose).

Stefano di Tommaso




PROVE TECNICHE DI RECESSIONE

Tanto tuonò che piovve. La tradizione attribuisce la frase a Socrate: si racconta che un giorno stesse dialogando con un suo allievo nel cortile di casa ma Santippe, moglie del filosofo, appena arrivata, iniziò a inveire contro di lui, poi si affacciò alla finestra e gli gettò una brocca d’acqua sulla testa; Socrate, allora, sempre imperturbabile, pronunciò la famosa frase che viene oggi utilizzata per alludere al verificarsi di un evento atteso da molto tempo. Così è possibile che stavolta, dopo tanto parlarne, la recessione arrivi davvero, quantomeno a motivo della ciclicità dei fenomeni economici. Proprio come un orologio rotto che un paio di volte al giorno, senza farlo apposta, l’ora esatta la segna davvero. E se forse più che di recessione bisognerebbe parlare di stagnazione, visto che la prospettiva non è delle più drammatiche ma, come nella fattoria degli animali di Orwell, ci sono paesi come il nostro che, di fronte agli eventi globali, sono più uguali degli altri…

 

VIENE ANNUNCIATA DA ANNI MA ANCORA NON SI MANIFESTA

Sentiamo parlare di fine del ciclo economico da almeno 3 anni (all’epoca della campagna elettorale presidenziale americana) e da almeno un anno le voci di un‘ apocalisse prossima ventura si sono fatte più insistenti, anche perché l’andamento economico della fine del 2018 è sembrato all’Europa un antipasto caldo dell’inversione del ciclo. Ma poi nel vecchio continente l’export è tornato a tirare, consumi e investimenti si sono leggermente ripresi, e l’argomento “recessione” sembrava fino all’estate oramai archiviato tra i numerosi allarmi che orde inferocite di falsi profeti continuano ad annunciare ad ogni piè sospinto.

STAVOLTA PERÒ…

Sino a quando, alla ripresa dopo il periodo feriale, ci stiamo tuttavia accorgendo di essere ricaduti in pieno in un gioco a somma zero, esattamente come nell’inverno 2018. E, se non possiamo definire la sintesi di ciò che riportano le statistiche congiunturali come ”recessione”, almeno però dobbiamo parlare di “stagnazione”, perché almeno quella è conclamata, e non solo al di qua delle Alpi, dove il Prodotto Interno Lordo non si è quasi mosso da oramai un anno, bensì anche e soprattutto in Germania, che doveva restare la locomotiva d’Europa e che rappresenta di gran lunga la prima economia industriale dell’Unione e che nel secondo trimestre 2019 è arretrata dello 0,1% su quello precedente a causa del calo delle esportazioni (ed è tutta da vedere se migliora in quello in corso).


PERSINO LA GERMANIA ARRETRA

L’instabilità della Germania coinvolge tutti i paesi europei e in particolare quelli che, come l’Italia, sono spesso terzisti di imprese tedesche. Ma i timori di recessione sono figli del calo delle esportazioni e arrivano perciò da quasi tutto il mondo. Il Fondo Monetario Internazionale ha definito la situazione economica mondiale «delicata» e ha tagliato le previsioni.

In Italia cala la fiducia delle imprese e dei consumatori ad agosto. Lo rileva l’Istat, spiegando che la fiducia dei consumatori passa da 113,3 a 111,9 e la fiducia delle imprese scende da 101,2 a 98,9. L’indice diminuisce in tutti i settori e in particolare quelli delle costruzioni e dei servizi subiscono il calo più marcato (rispettivamente, da 142,8 a 140,4 e da 100,0 a 97,4) mentre il calo è contenuto nella manifattura (da 100,1 a 99,7) e quasi nullo nel commercio al dettaglio dove rimane stabile (da 110,0 a 109,9) ma si associa a poca fiducia sulle performance future.

LE CAUSE NON SONO SOLO CONGIUNTURALI

Sul New York Times Ruchir Sharma, chief global strategist dalla banca d’affari Morgan Stanley Investment Management ricorda che la crescita economica dipende anche da quella demografica. Se l’economia si contrae meno rapidamente della popolazione, il reddito disponibile può addirittura crescere, come è successo in Giappone. Ma la stagnazione gioca negativamente sulle aspettative e dunque cancella investimenti e posti di lavoro. E colpisce soprattutto in paesi come l’Italia che non hanno avuto una grande crescita economica, o che hanno investito troppo poco nell’innovazione.

Il problema però non è soltanto congiunturale. L’economia mondiale sta incontrando delle barriere alla crescita economica che non hanno a che fare con le (mancate) scelte dei governi. Altre forze sono in campo per ridurre lo slancio verso la crescita: l’invecchiamento della popolazione, la conseguente riduzione (fino ad andare sotto zero) degli interessi pagati sui risparmi accumulati, la necessità collettiva di ridurre emissioni dannose e quella di tagliare la previdenza pubblica, la scarsa propensione degli stati nazionali a rinnovare incrementare le grandi infrastrutture, il calo dei margini aziendali dovuto alla progressiva digitalizzazione delle economie moderne.

Ci sono cioè forze che oggi possono spingere il mondo verso una lunga era di stagnazione, in cui i tassi di crescita economica degli anni passati saranno un ricordo. Queste forze sono poi controbilanciate dai grandi investimenti nelle innovazioni tecnologiche, per la corsa verso lo spazio, dal progressivo aumento del grado di qualificazione del personale delle aziende, eccetera. Ma non agiscono in maniera speculare, bensì in tempi e zone geografiche spesso diverse da quelle che subiscono di più gli effetti dell’invecchiamento di cui sopra.

In questo processo l’Europa rischia di cadere molto in basso, persino qualora l’economia mondiale non arrivi mai a una vera contrazione. E poi la situazione politica dell’Unione non aiuta a contrastare la deriva. C’è dunque il serio rischio che gli attuali trend di stagnazione economica non offriranno molto spazio nella seconda parte dell’anno affinché le nostre economie possano tornare a fare faville, anzi.

COSA NE CONSEGUE PER LE BORSE ?

E’ la domanda delle domande: cosa ne conseguirà per i mercati finanziari ? Qui la musica potrebbe essere diversa perché la scarsa propensione (errata, con ogni probabilità) di tutti i governi occidentali a limitare al massimo gli stimoli economici di ordine fiscale (dovuti al timore irrazionale oppure in mala fede di aumentare troppo i debiti pubblici) viene controbilanciata da un forte interventismo da parte delle banche centrali, le quali stanno già programmando nuove riduzioni dei tassi di interesse e il lancio di nuove facilitazioni monetarie.

Tutte cose che fanno bene alle quotazioni dei titoli scambiati in borsa e che a loro volta abbassano ulteriormente i tassi di interesse. Come però si può vedere dal grafico qui riportato il loro andamento in Agosto non è stato particolarmente brillante:


La vera domanda è se queste iniziative di tipo monetario avranno successo (e su queste colonne ho piu volte espresso la mia perplessità al riguardo). Perché in caso contrario (di scarsa efficacia delle facilitazioni monetarie nel contrastare la deriva negativa dell’economia reale in una situazione quasi da manuale di “trappola della liquidità” di keynesiana memoria) le borse dovranno alla fine ugualmente affrontare un periodo di difficoltà.

O forse più praticamente si prospettano due diversi momenti: a breve quello di esuberanza dovuto al lancio coordinato di tali iniziative da parte di piu banche centrali (forse già a Settembre) e qualche tempo dopo quello in cui le aspettative generali potrebbero ridimensionarsi, anche per fattori ciclici: man mano che ci avviciniamo al 2020 il ciclo economico positivo che nel resto del pianeta prosegue da più di un decennio potrebbe invertirsi, sebbene in maniera non decisa.

COSA CI VORREBBE PER CONTRASTARE LA DERIVA

Per contrastare lo spettro della stagnazione globale e di lungo termine in Europa ci vorrebbero perciò contemporaneamentetanto iniziative di facilitazioni monetarie quanto incentivi fiscali agli investimenti e ai consumi, e forse altrettanto contemporaneamente sarebbe opportuno recuperare lo svantaggio accumulato con tutte le grandi opere infrastrutturali lasciate indietro o nemmeno programmate. Soprattutto se si pensa che andrebbero controbilanciati gli svantaggi in termini di invecchiamento della popolazione, riduzione degli interessi sul capitale, calo delle nascite, qualificazione del personale, riduzione o mancata espansione della spesa pubblica, riduzione del consumo di materiali tossici e delle emissioni nocive. Tutte cose che hanno contribuito a mandare a tappeto, per esempio, l’industria automobilistica.

E’ ragionevole attendersi -in termini politici- che un tale miracolo possa avvenire? Probabilmente no. Ed è per questo che nutro un moderato scetticismo sulla possibilità che il vecchio continente arrivi a scampare la prossima recessione, sebbene moderata e, dal punto di vista delle borse, quasi inesistente.

Stefano di Tommaso