AUTOMAZIONE INDUSTRIALE: PERCHÉ INVESTIRCI

Grazie all’automazione industriale il rapporto tra uomo e macchina è oggi migliore di sempre e continua a evolvere ad un ritmo imponente. Grazie a nuove generazioni di sensori, alla crescita esponenziale della capacità di calcolo dei microchip, allo sviluppo di software sempre più evoluti che sfociano nell’intelligenza artificiale, alla grande mole di informazioni che è possibile ottenere grazie all’internet delle cose e al diffondersi dell’economia digitale, l’industria manifatturiera è spinta ad evolversi verso forme sempre più autonome, flessibili ed è altresì costretta a muoversi in quella direzione dalla necessità di fare sempre maggior efficienza.
LA RI-LOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA SOSPINGE L’AUTOMAZIONE
L’automazione industriale è ancora oggi un business per chi produce, manutiene e sviluppa gli impianti industriali, ma lo è ancor più per chi produce, perché la,curva di apprendimento di chi in passato acquisiva dall’estero le tecnologie ed oggi è sempre più in grado di fare da solo, genera i maggiori profitti laddove sono maggiormente dislocate le unità produttive (l’Asia, per esempio), anche se nel medio termine quella stessa automazione potrebbe contribuire non poco a riportare la produzione sempre più vicina ai luoghi di consumo, riducendo i trasporti e le loro conseguenze in tema di salvaguardia dell’ambiente.
MA LA FABBRICA AUTOMATICA RESTA UN MITO
L’industria manifatturiera è però ancora molto distante dal vedere lavorare le fabbriche in completa autonomia (con qualche manutentore al massimo), perché se è facile automatizzare i singoli processi è invece molto più complesso coordinarli totalmente, dalla logistica delle materie prime al packaging finale. Ne sa qualcosa la Tesla, che ha alimentato questo sogno di integrare tutte le fasi produttive in una fabbrica completamente automatica che potesse -grazie all’evoluzione dei robot- accelerare il ritmo di produzione a livelli in precedenza impensabili, facendo efficienza.


Ma proprio Tesla, nella creazione delle sue “gigafactory” ha poi dovuto prendere atto che la strada per arrivare a ciò è ancora molto lunga, piena di insidie è mai definitiva, dal momento che spesso e volentieri la ricerca dell’efficienza nei costi mal si concilia con la flessibilità nelle caratteristiche dei prodotti che il mercato richiede in continuazione. Il sogno di Elon Musk non è poi molto diverso da quello del signor Ford, quando cent’anni prima diceva che gli americani potevano chiedere l’automobile “modello T” di qualsiasi colore, basta che fosse nero. E come cent’anni fa quel sogno si è dovuto scontrare con le molte insidie della realtà dei fatti.
LE TECNOLOGIE SONO SPESSO UN BUON AFFARE
Queste brevi note però non riguardano l’evoluzione delle tecnologie produttive (soprattutto in settori ultra-maturi come quello dell’automobile) bensì il business delle medesime perché, se da un lato non è si scorge ancora all’orizzonte la maturità delle tecnologie manifatturiere, d’altro canto chiunque negli ultimi vent’anni abbia investito in automazione ha quasi sempre fatto un buon affare.
E l’aspettativa è che, con l’evoluzione in corso dell’intelligenza artificiale, le cose dal punto di vista dei margini, non potranno che migliorare. Si parla di un mercato mondiale dell’impiantistica fissa per l’automazione industriale (con un focus particolare per la “manifattura additiva”, cioè per la stampa in 3D dei prodotti industriali) che cresce stabilmente nel mondo dell’8% annuo e dovrebbe perciò arrivare ai 100 miliardi di dollari entro il 2022 mentre nel totale delle sue componenti anche mobili e di indotto potrebbe toccare i 240 miliardi di dollari di fatturato entro lo stesso anno.
IN BORSA LE TECH-COMPANY SONO ANCORA ALLE STELLE
D’altra parte si spiega solo come tali aspettative il livello altissimo delle valutazioni borsistiche che riguardano molte imprese iper-tecnologiche (persino quando si parla dei trasporti: si pensi alle quotazioni di Uber, oppure dell’automobile: si pensi alle valutazioni di società che sviluppano sistemi di guida autonoma).
Le aspettative di maggiori guadagni (e quelle di conseguente riduzione dei margini delle imprese industriali tradizionali) portano in alto le quotazioni delle start-up tecnologiche e in basso i tassi di interesse, nella comune percezione che, prima che l’intera industria manifatturiera riuscirà a convertirsi alle nuove tecnologie, una stagnazione più o meno lunga (qualcuno addirittura la definisce “secolare”) dovrà intervenire, con un calo dei consumi e una traslazione delle preferenze che si può già toccare con mano.
E SONO L’ANTIDOTO ALLA STAGNAZIONE SECOLARE
Purtroppo nessuno può riuscire a prevedere oggi la durata e la portata di queste tendenze, ed è anche molto difficile speculare circa le conseguenze in termini finanziari di tutto ciò, ma resta un fatto sconvolgente il dover constatare che mentre il mondo prosegue in un ciclo ultra-decennale di crescita economica che sta tuttavia rallentando sempre più, le quotazioni borsistiche non accennano a flettere e l’inflazione non accenna a riprendersi. Secondo i futuristi del l’automazione sono in campo effetti-Amazon e Uber nell’efficienza distributiva, una poderosa digitalizzazione dei processi e dei servizi, ma anche e soprattutto enormi progressi in termini di costi e affidabilità che sono stati compiuti nell’industria manifatturiera e che hanno fatto crescere l’aspettativa di redditività di quelle imprese che più hanno investito nell’innovazione.
IL ROBO-GLOBAL ARTIFICIAL INTELLIGENCE INDEX
Esiste un indice finanziario delle imprese attive nell’intelligenza artificiale così come nella progettazione, produzione e assistenza di sistemi di automazione industriale (detti in gergo: Robot) che si chiama ROBO Global Artificial Intelligence Index, cresciuto dall’inizio dell’anno del 22% (era arrivato al 30% un paio di mesi fa, poi ha ritracciato), contro un’incremento del 16% del valore medio globale degli indici azionari mondiali (l’MSCI World Index) e soprattutto sembra, trimestre dopo trimestre, guadagnare nuovo terreno sull’indice generale, complice anche una tendenza generale verso la ri-localizzazione dei siti produttivi precedentemente spostati laddove il costo della manodopera era più basso, che alimenta le esigenze di efficienza economica.
Insomma, nel panorama arido e in tendenziale regresso dell’industria manifatturiera è invece pieno boom di fatturato, margini e valutazioni aziendali per il software industriale, l’ingegneria dei sistemi produttivi e la fabbricazione di robot di ogni genere. Chi vuole investirci su non ha che da mettersi comodo!

Stefano di Tommaso

Ci sono le firme, tra quei 180 grandi nomi, non soltanto grandi manager professionisti, ma anche e soprattutto alcuni tra i maggiori capitalisti dell’era moderna come ad esempio: Tim Cook della Apple, Jeff Bezos di Amazon, James Quincey di Coca Cola, Giovanni Caforio di Bristol-Myers Squibb, Lachlan Murdoch (figlio di Rupert) della Fox Communication, Jamie Dimon della JpMorgan e Doug McMillon di Walmart.
OLTRE LA RETORICA POLITICA
Già più di un decennio fa Luigi Zingales (professore di economia all’Università di Chicago e uno dei più influenti pensatori del nostro tempo) se la prendeva con il “crony capitalism” (cioè la mera vittoria delle classi sociali più abbienti e dei favoritismi) e affermava che “bisogna ripensare profondamente il capitalismo, salvandolo dai capitalisti” e auspicava riforme radicali dei mercati regolamentati dei capitali, invitando chi governa il mondo a trovare il modo di conciliare la logica di miglioramento dell’efficienza aziendale con gli obiettivi di lungo periodo che assicurano la sostenibilità di lungo periodo al business, fino ad affermare che, per farlo, anche l’inequità sociale è un problema.
L’anno scorso fu Larry Fink, il numero uno di BlackRock (il più grande fondo di investimento del mondo), nel corso dell’ultimo World Economic Forum di Davos, che stupì tutti chiedendo alle grandi imprese multinazionali di impegnarsi di più sul tema delle ricadute sociali non già per fare filantropia ma bensì perché sarebbe stato un modo più lungimirante di assicurare valore per gli azionisti.
Massimo Gramellini, sul Corriere della Sera, scrive entusiasta che gli uomini d’affari “hanno capito che un mondo troppo ingiusto non era un affare nemmeno per loro”. Il “better capitalism” insomma non sembra essere soltanto una moda ma anche una maniera più razionale di fare gli interessi di chi investe, concentrandosi nel “purpose” delle aziende e sulla sua concordanza con l’ambiente in cui opera. Interpretando cioè in chiave più moderna la propria capacità di interpretare meglio -e prima degli altri- le esigenze della sua platea di consumatori.






COSA SONO E COSA FANNO
COME SI EVOLVONO
Dunque i benefici di una possibile collaborazione tra gli intermediari finanziari tradizionali e quelli virtuali sono indubbiamente reciproci, dal momento che la forza e la capillarità operativa delle banche tradizionali può risultare molto utile agli operatori virtuali, necessariamente caratterizzati dalla scarsezza di capitali e di esperienza nel proseguire il loro percorso di crescita. Ma al tempo stesso gli operatori bancari restano costantemente alla ricerca di soluzioni che consentano loro di migliorare l’efficienza e la completezza dell’offerta e indubbiamente il canale internet offre soluzioni e vantaggi di ogni genere, mano mano che se ne diffonde l’utilizzo nella vita quotidiana.




D’altra parte la redditività delle banche tradizionali è seriamente a rischio con l’arrivo dei soggetti digitali, tanto per la difficoltà delle prime a comprimere i costi quanto i nuovi arrivati, come pure per le innovazioni che questi ultimi portano con sé nelle modalità di approccio alle nuove esigenze della clientela e alle diverse abitudini delle nuove generazioni. Le Fintech hanno infatti mostrato sino ad oggi di poter essere particolarmente aggressive ad ogni stadio della catena del valore delle attività bancarie, come si può vedere dal grafico qui riportato:
Questo genere di innovazioni sarebbe invece opportuno che venissero adottate da qualsivoglia intermediario finanziario nell’interfaccia con l’utente, a prescindere dal proprio modello di business e a prescindere dalla capacità del personale pre-esistente in banca di adeguarsi alle nuove modalità tecnologiche. Molto spesso l’unica possibilità concreta è quella di acquisire tali capacità dall’esterno, piuttosto che attendere di svilupparle al proprio interno.