UNA NUOVA PARMALAT ?

Verrebbe da affermare che “è una storia tutta italiana” quella della tempesta in un bicchier d’acqua accaduta al titolo Bio-On (accusato) quotato all’ Alternative Investment Market (AIM) della Borsa Valori, le cui quotazioni sono cadute del 70% in una sola seduta, se non fosse che, qualora il fondo americano Quitessential Capital Management (accusatore) avesse ragione, significherebbe il fallimento dell’intera catena dei controlli sul mercato finanziario domestico, a partire dalla Borsa Italiana fino alla Consob, passando per le società di revisione Ernst&Young e PriceWaterhouse nonché dall’Agenzia delle Entrate (visto che Bio-On ha persino ottenuto il Patent Box). Praticamente una nuova Parmalat.

 

L’ANTEFATTO

Bio-On nasce nel 2007 vicino Bologna e viene portata alla quotazione in borsa dall’advisor Ambromobiliare nel 2014 con il nomad EnVent e con Banca Finnat nel ruolo di Specialist. Poco più di un anno fa il titolo diviene il primo “Unicorno” italiano, appellativo dato dal mercato finanziario alle start-up innovative che superano il miliardo di dollari di capitalizzazione. Il titolo arriva fino a 58 euro (1,06 miliardi di euro di capitalizzazione, pari a 1,210 miliardi di dollari), mentre lo scorso venerdì 26 luglio il titolo apriva gli scambi a 15 euro per concluderli a 23,7 euro, dopo l’intervento sul mercato dei soci fondatori, Cicognani e Astorri che hanno annunciato di aver acquisito 7.000 azioni a testa, per un controvalore totale di 211.000 euro (un’intervento simbolico quello dei duecentomila euro, nella totale rarefazione degli scambi sul titolo, che è stato sufficiente a far risalire la capitalizzazione di borsa da 282 a 452 milioni di euro).

LO SHOCK DEL MERCATO

Per dare un’idea dello shock che ha colpito l’intero mercato basti pensare che è del 4 di Luglio la pubblicazione presso Borsa Italiana di uno studiodi EnVent che, quando il titolo quotava 53,7 euro (che corrisponde ad una capitalizzazione di mercato di 1,01 miliardi di euro), cita un prezzo-target “di consenso” di 86 euro (che corrisponderebbe a oltre 1,6 miliardi di euro). Alla base del duro colpo le rivelazioni di Quintessential che nella notte di mercoledì 24 luglio ha pubblicato il report in cui definisce Bio-on un castello di carte, e havenduto allo scoperto il titolo in compagnia degli hedge funds Engadine Partners, Cadian Capital Management e Ennis Capital Partners.


CHI È L’ACCUSATORE

Il fondatore di Quintessential, che da New York fatto scoppiare quella che sembrava una bolla speculativa, (visto che prima della bufera Bio-on valeva 50 volte il fatturato) è l’oriundo italiano Gabriele Grego, il quale ha anche rilasciato interviste televisive e ha ampiamente motivato la sua sfiducia citando le relazioni di altri cinque esperti da lui coinvolti nell’indagine negli Stati Uniti e in Italia: scienziati e ceo di altre società che hanno tentato la stessa iniziativa di Bio-On e che sollevano grandissimi dubbi sulla veridicità dei risultati.


I PROBLEMI DELLA TECNOLOGIA DI BIO-ON

Secondo Quintessential c’è un problema alla radice dell’avventura di Bio-on, con la sua stessa tecnologia, i Pha(polimeri plastici biodegradabili) i cui “processi di produzione sono altamente complessi” e sono stati tentati senza successo da gruppi chimici molto più grandi come Zeneca, Monsanto e Metabolix. Bio-on inoltre afferma di possedere “la proprietà di oltre duecento tra brevetti concessi, formulazioni e domande di brevetto già richieste”. La rivista di innovazione tecnologica Wired ha consultato il Registro dei Brevetti presso il MISE e ha individuato solo due brevetti riconducibili a Bio-on. Il primo, Processo per recuperare e purificare poliidrossialcanoati da una coltura cellulare, è firmato da Simone Begotti, il responsabile scientifico di Bio-on, che però non ha altri brevetti depositati al Mise. Il secondo, Composizione comprendente almeno un polimero biodegradabile e almeno un plastificante, è firmato da Paola Fabbri dell’università di Bologna. Wired avrebbe chiesto chiarimenti all’azienda senza ottenerli. Secondo Greco, tuttavia, “non c’è un mercato sufficiente a generare utili. Purtroppo l’esperienza dei concorrenti della Bio-on ci dice questo”.

ACCUSE GRAVISSIME

Secondo Quintessential poi le joint venture di Bio-on sono scatole vuote utili solo a simulare fatturato e crediti e sono peraltro le uniche destinatarie delle fatture emesse da Bio-On, senza peraltro averle sostanzialmente mai pagate, se non con fondi che la stessa Bio-On avrebbe messo loro a disposizione. Accuse gravissime che possono squotere alle fondamenta la credibilità del sistema borsistico italiano qualora fossero verificate.

IL “TRACK-RECORD” DEGLI ACCUSATORI

Quintessential è specializzata in questo genere di inchieste. Utilizza tecniche investigative all’avanguardia e interviene solamente dopo aver acquisito una mole informazioni schiaccianti per confermare le proprie tesi. Dal 2015 il fondo newyorchese ha portato a compimento sette operazioni contro varie società che sono risultate ex-post disoneste, con un tasso di successo pari al 100%. In tutti i casi le tesi annunciate da Grego sono state confermate da inchieste ufficiali. In diversi casi il management delle società target è stato licenziato. In due casi le società hanno cessato di esistere settimane dopo l’intervento.

LA REPLICA DI BIO-ON

Dopo le accuse i manager-fondatori Marco Astorri, presidente e amministratore delegato, e Guido Cicognani, vicepresidente, hanno replicato mostrando l’impianto produttivo industriale di Castel San Pietro Terme, ottenuto mediante lo “scale-up” dell’impianto semi-industriale realizzato nel 2010 e da allora sempre operativo”. Ma, secondo la stampa, hanno per il momento evitato di fornire tutte le risposte, lasciando un alone di mistero intorno all’attività della società. In particolare sarà fondamentale comprendere se le numerose tonnellate di produzione generate dal 2010 ad oggi hanno effettivamente mai avuto degli acquirenti, e per quali importi.


IL RILANCIO DI QUINTESSENTIAL

Peraltro poco dopo (sempre Venerdì) Quintessential ha rilanciato la partita, annunciando che presto procederà a nuove scottanti rivelazioni e denunciando il bluff della società hawaiana Virdhi, che figura come startup innovativa e con cui, nel 2013, Bio-On aveva annunciato una partnership. Virdhi, però, era stata registrata pochi giorni prima prima dai proprietari che sono gli stessi i vertici di Bio-On: Marco Astorri e Guido Cicognani. Un’altra ‘scatola vuota’, secondo l’accusatore, senza dipendenti e senza brevetti.

NON FINISCE QUI

Lo scandalo è appena partito e sarà difficile che finisca qui. Da un lato ci sono una serie di inesattezze e mezze verità raccontate dalla società come dai suoi advisors, che fanno pensare che l’inchiesta non possa essere soltanto un fuoco di paglia. Dall’altro ci sono gli accusatori, che hanno mostrato sino ad oggi potenti artigli e grande sagacia, i quali inoltre nel farlo mettono a repentaglio la loro stessa credibilità. Rischiano infatti accuse di turbativa di mercato qualora vengano provate le tesi della difesa. Ma quali sono esattamente queste ultime? Per il momento non è dato di conoscerle fino in fondo…

Stefano di Tommaso




UN’ONCIA D’ORO A 1500 DOLLARI?

È questa la previsione di molti analisti, con l’aggiunta (tutt’altro che scontata) che ciò potrebbe avverarsi in pochi giorni, per esempio se vedremo presto il taglio dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve di Washington e se altrettanto presto partirà il nuovo Quantitative Easing (stimolo di politica monetaria) europeo e se a queste due cose dovesse associarsi una discesa incontrollata del Dollaro americano. Ma non si pensi che ne nel frattempo tutto filerà sicuramente liscio: l’incremento della volatilità del prezzo dell’oro è possibile che continuerà, di pari passo con le sue quotazioni. E per chi volesse speculare senza troppi scrupoli c’è il rischio di farsi male.

 

Le banche centrali sono le prime artefici del gran balzo del metallo giallo (+10% da Maggio) non soltanto per le condizioni generali di politica monetaria che hanno portato i rendimenti reali sotto lo zero e hanno dunque favorito l’acquisto dei beni-rifugio. C’è molto di più: pare che le banche centrali cinese e russa ne stiano acquistando altre tonnellate a mani basse, principalmente per ragioni politiche. Solo nel primo trimestre 2019, la domanda di oro da parte delle banche centrali è aumentata di 145,5 tonnellate. Si tratta del valore più elevato da sei anni. Lo ha reso noto di recente il World Gold Council.


D’altra parte -si sa- spesso le aspettative degli operatori si sostengono l’una con l’altra, finendo per auto-realizzarsi. E oggi come oggi speculare al rialzo con il costo del debito che tende a zero è più facile che mai.

È L’ORO CHE SALE O È IL DOLLARO A SCENDERE ?

Perciò le aspettative, dopo l’ultimo balzo delle quotazioni, sono decisamente a favore di una prosecuzione dell’incremento di valore dell’oro. O potremmo forse meglio dire meglio che, con la prosecuzione degli stimoli monetari che promettono di apportare altra liquidità sui mercati finanziari, è in corso una svalutazione serpeggiante delle principali valute? In tal caso le quotazioni dell’oro non farebbero che riflettere un rapporto di valore tra di essi che non poteva non mutare.

Certamente il percorso annunciato dalla banca centrale americana (di inversione della politica monetaria tenuta fino a fine 2018) potrebbe spingere il Dollaro a scendere contro le altre valute, lasciando dunque uno spazio perché le quotazioni dell’oro, che sono espresse in Dollari, possano adeguarsi. Ma poiché la divisa valutaria che rappresenta il suo principale antagonista -l’Euro- cercherà di svalutarsi ancora di più (attraverso nuovi interventi della B.C.E.) ci sono poche possibilità che le quotazioni dell’oro e di numerose altre risorse minerarie ed energetiche a breve termine (diciamo nei prossimi 60-90 giorni) possano scendere. È più probabile il contrario!

MA QUANTO DURERÀ LA SUA CORSA ?

Ma siamo sicuri che sia in corso un vero e proprio “de-basement” del valore intrinseco delle principali valute di conto? La risposta non è così scontata, anche perché le aspettative, che sono alla base della crescita delle quotazioni dei metalli preziosi (eh sì, anche l’argento e il rame stanno facendo una bella corsetta), possono cambiare in un batter d’occhio. E nessun modello econometrico oggi è in grado di prevedere come potranno cambiare nel momento in cui una vera recessione facesse davvero il suo -pur-rapido- ingresso in scena. Qualcuno la prevede addirittura per il prossimo inverno.

E a quel punto, se le attuali aspettative di bassa inflazione infatti si tramutassero in attese di vera deflazione (e, perché succeda, il passo è assai breve), anche le quotazioni dell’oro ne verrebbero travolte. Perché si scatenerebbe di nuovo la caccia ai rendimenti reali positivi, rendimenti reali che l’oro non può avere per sua natura.

Oggi invece i mercati dei titoli a reddito tendono allo zero anche perché galleggiano su una montagna di liquame (sulla cui purezza si potrebbe argomentare a lungo) recentemente immesso dalle banche centrali e mai veramente ridimensionato. Le borse sono altresì ai massimi storici e sembrano restarci da molto tempo, alimentando così la loro possibilità di svolgere la loro funzione più vitale: quella di apportare nuove risorse alle leve fresche del business e della tecnologia, molti altri beni-rifugio (quali ad esempio le opere d’arte) hanno già raggiunto da tempo quotazioni considerevoli e invece i metalli preziosi non lo avevano ancora fatto per un coacervo di ragioni che oggi sono tutte cadute. Sembra dunque proprio arrivato il loro turno.

L’INFLAZIONE PUÒ FINALMENTE ARRIVARE ?

D’altra parte c’eravamo chiesti di recente come mai l’inflazione non risaliva nonostante l’economia globale proseguisse la sua corsa e le spiegazioni che c’eravamo date (“amazonification”, razionalizzazione dei costi alla produzione, maggiore efficienza dei canali distributivi di beni e servizi, eccetera…) erano tutte vere, ma non avevamo ancora riscontrato un‘ effettivo aumento dei prezzi delle materie prime. Piano piano invece ci stiamo arrivando: prima il petrolio, poi i metalli, magari a breve anche le derrate alimentari (la siccità e le ondate di calore in corso nel mondo anche quest’anno ne riduce l’offerta e può sospingerne la domanda)…

La corsa dell’oro (come quella -relativamente probabile- di altri fattori della produzione) costituiva forse un passaggio obbligato verso la “riflazione dei prezzi”. Ed entro certi limiti è persino una cosa sana. Certo nel breve periodo l’inflazione non farebbe che ridurre ulteriormente i tassi d’interesse reali, alimentando in tal modo la domanda di beni-rifugio.

Ma se avevamo qualche dubbio al riguardo così ce lo siamo tolto: governare l’economia globale è diventato sempre più difficile. Tanto che non bastano più le banche centrali: anche i governi debbono fare la loro parte! E se non la faranno (uno scenario forse più probabile del suo opposto) la prossima recessione arriverà presto, e con essa ritorneranno a scendere anche i prezzi che si erano gonfiati un attimo prima.

Stefano di Tommaso




VALE ANCORA LA PENA DI INVESTIRE IN BORSA?

Dopo anni che le borse restano sui massimi di sempre, l’investimento in titoli azionari è ancora consigliabile? Se lo chiedono in molti, sia perché gli indici azionari delle borse valori hanno toccato livelli storicamente insuperati che saranno difficili da superare ulteriormente, ma anche perché adesso il rendimento annuo atteso (l’utile per azione) diviene particolarmente basso e il confronto con altre rendite (ad esempio quelle da investimenti immobiliari e quelle da titoli a reddito fisso) risulta obbligato. Ma nonostante i molti dubbi la risposta di questo articolo è prevalentemente positiva: ancora oggi può convenire. Ovviamente dipende molto dal “timing” e dunque il “fai-da-te” è decisamente sconsigliabile.

 

Ebbene sul fronte del rendimento implicito di ciascuna tipologia di investimenti si sono viste nel recente passato importanti novità, a partire dalla crescita oltre ogni ragionevole attesa dei profitti aziendali che hanno fatto dell’investimento azionario il migliore di tutti. Ciò nonostante la progressiva razionalizzazione degli investimenti immobiliari abbia reso più efficienti questi ultimi (e dunque capaci di essere più remunerativi), e nonostante la rivalutazione dell’oro abbia restituito luce ad una categoria (quella dei beni-rifugio) che con la bassa inflazione sembrava destinata all’oblio.

Certo non si può negare che le borse sono tornate “di moda” anche a motivo della caduta fino al di sotto dello zero dei rendimenti obbligazionari (partire da quelli dei titoli di stato tedeschi), che ha acuito l’interesse degli operatori per classi di investimento piu rischiose!

MA I CRITERI SONO CAMBIATI

Molte recenti convinzioni degli economisti sono svanite quando, nonostante la crescita impetuosa dei prodotti interno lordi di molte nazioni, il costo della vita è cresciuto molto meno delle attese e l’inflazione comunemente rilevata dai “panieri di beni e servizi” selezionati dalle statistiche ufficiali è rimasta praticamente al palo. Ovviamente l’inflazione dei prezzi è diversa per ciascuna tipologia di beni e servizi e ce ne sono alcuni i cui prezzi sono praticamente raddoppiati in pochi anni ma, indubbiamente, quelli di prima necessità sono rimasti relativamente tranquilli mentre l’economia cresceva, e questo mentre le occasioni di accrescimento delle entrate personali si sono moltiplicate con la crescita del P.I.L.

Così con l’inflazione che viaggia intorno all’1% nel mondo mentre il ciclo economico prosegue la sua corsa al rialzo da più o meno un decennio (da molto meno qui in Italia ma -si sa- le province dell’impero sono sempre penalizzate) ovviamente numerosi luoghi comuni dell’economia iniziano a venire meno, a partire dalla famosa “Curva di Phillips” che postulava una relazione diretta tra inflazione e occupazione. Oggi persino le banche centrali evitano di farne menzione.

BENI RIFUGIO SI O NO ?

Ovviamente con l’inflazione che resta sotto controllo gli investimenti in valori immobiliari ovvero in “beni-rifugio” comporta qualche perplessità, perché si tratta di categorie di attività basate su una relativamente scarsa liquidabilità e su rendimenti netti che spesso sono bassi (quelli degli immobili, se si tiene conto di tasse, manutenzioni e oneri straordinari) o addirittura sono nulli (i beni rifugio).

Ma se i rendimenti nominali dei titoli a reddito fisso picchiano verso il basso e l’inflazione (quella statisticamente rilevata) non si ravviva allora quale rendimento dobbiamo attenderci dalle altre tipologie di investimento? Probabilmente uno più basso di quello che eravamo stati pronti ad accettare quando ne formulavamo i prezzi, che sono evidentemente inversamente proporzionali.

 

I RENDIMENTI ATTESI SONO SEMPRE PIÙ BASSI

Dunque se oggi l’investimento in un paniere di titoli azionari che rispecchiano lo Standard&Poor’s 500

(l’indice più diffuso relativo a Wall Street, la più importante borsa valori del mondo) rende in media l’1,9% non c’è troppo da scandalizzarsi. È quasi normale.

Ma quel numero non è statico come quello di un titolo obbligazionario (soprattutto se me lo compro e lo tengo fino alla scadenza). La valutazione dei titoli azionari dipende dalle prospettive di crescita delle aziende di cui rappresentano il capitale, nonché dalla rischiosità e dalla liquidità del titolo. Ebbene qui entriamo in in un mondo molto più esoterico e i cui significati non sono mai delle certezze assolute, dal momento che non io posso comperare un titolo azionario e tenerlo fino alla scadenza, perchè che quest’ultima non esiste, né è costante il rendimento che acquisto.

NEW ECONOMY O OLD ECONOMY ?

Innanzitutto circa metà della capitalizzazione di borsa di Wall Street è costituita da titoli della “new economy”, cioè caratterizzati da aspettative di forte crescita ma anche dalla scarsissima redditività e dalla quasi assenza dello stacco di dividendi. Dunque la media della principale borsa d’oltreoceano è quella “del pollo”: una metà del listino non rende nulla ma ha importanti aspettative di crescita di valore mentre l’altra metà rende quasi il doppio (in media) e dunque più dei titoli di Stato americani e non è detto che -viceversa- sia destinata al crollo. Esiste però una relativa buona redditività espressa da quella metà del listino che non afferisce all’era digitale sulla quale si possono costruire interessanti strategie di investimento.

LA “BONDIFICATION” DEI MIGLIORI DIVIDENDI

Negli anni precedenti si è diffusa per esempio una teoria -quella della “bondification” che resta valida anche oggi e che ho suggerito in passato a qualche amico che mi chiedeva consiglio. Vale a dire acquistare soltanto una volta l’anno titoli azionari selezionati sulla base di A) una cedola in arrivo particolarmente ricca e B) di prospettive decenti per il futuro dell’azienda cui si riferiscono. Molto meglio se: C) si tratta di titoli a limitata volatilità. Poco dopo incassare la cedola e attendere che il prezzo del medesimo titolo azionario che ha pagato la cedola recuperi almeno il valore d’acquisto (cosa che a volte è immediata). A quel punto vendere il titolo azionario e non pensarci più fino all’anno successivo, rimanendo con ciò al sicuro da eventuali scossoni dei mercati e con la liquidità in mano (teoricamente pronta per nuove avventure). Dal momento che la cedola in taluni casi supera di molto il rendimento dei titoli obbligazionari o dei titoli di Stato (quelli americani), l’operazione è lucrosa e a bassa rischiosità (almeno quest’anno lo è stata).

MA ESISTONO ANCORA TITOLI CHE VAL LA PENA DI COMPERARE

Ma tutti gli altri (nonché i gestori di patrimoni) movimentano molto di più le risorse investite e continuano a chiedersi oggi se alle attuali quotazioni è ancora consigliabile in generale restare sui titoli azionari.

E la risposta, in molti casi, è ancora positiva, soprattutto se teniamo conto di quella parte di titoli azionari della “old economy” che offrono prospettive comunque interessanti e ottima redditività: per esempio i grandi gruppi bancari e assicurativi (a dire il vero soprattutto quelli d’oltreoceano) che spesso quotano in borsa una capitalizzazione inferiore ai mezzi propri contabili e che, per vari motivi, offrono dividendi molto elevati. Se dunque associamo la prospettiva di buoni rendimenti, possibili rivalutazioni e bassa rischiosità ecco che, con un’economia (in generale nel mondo ma in particolare in America) che non accenna ancora a flettere, restano investimenti decisamente migliori della media.

Nel grafico qui sotto riportato ad esempio si può leggere qual è stato il calo dei prezzi delle quotazioni delle principali banche europee dal 2009 ad oggi:


Ovviamente questo vale quasi soltanto per i titoli più liquidi, quelli quotati nelle principali borse del mondo e quelli relativi alle imprese, banche, assicurazioni o gruppi finanziari più grandi di tutti. Tutti gli altri potrebbero risultare appetibili prede di future concentrazioni di settore oppure semplici vittime della globalizzazione. Meglio starne alla larga, dunque, quando il contesto generale appare più incerto.

ATTENTI ALLE IMPRESE INNOVATIVE

Un capitolo a parte è costituito invece dai titoli azionari cosiddetti “digitali” cioè che devono il loro “appeal” all’economia digitale, alle nuove tecnologie o a forme intelligenti di “sharing economy” (a partire da Google e Facebook, che offrono buona parte dei loro servizi gratuitamente ma che in realtà offrono un’ottima redditività). Le loro quotazioni (intese come multipli dei rendimenti offerti) sono indubbiamente più elevate della media e la scommessa è basata sulla validità delle aspettative di loro ulteriore espansione: se le aspettative di espansione del business eccedono la realtà risulteranno in una perdita del valore di borsa e viceversa. E poiché le borse riflettono oggi valutazioni in media decisamente elevate, non è così agevole riuscire a selezionare un pacchetto di titoli di questo genere evitando il rischio di incorrere in pesanti perdite.

Dall’altro lato però se guardiamo alle macro-tendenze della storia economica, non possiamo non prendere atto del fatto che buona parte delle imprese che cinquant’anni fa costituivano il maggior valore del listino di borsa oggi non esistono più o sono fallite o sono molto state ridimensionate. Questo ci insegna che è sempre corretto guardare al futuro, sebbene esistano persino casi illustri come quello della IBM, che fino a pochi anni fa era la regina di Wall Street e al tempo stesso sinonimo di tecnologia. Oggi è anch’essa fortemente ridimensionata. Dunque l’appartenenza alla categoria dei titoli tecnologici non assicura di per sé una garanzia di sopravvivenza alle fluttuazioni dell’economia.

MEGLIO AFFIDARSI AI PROFESSIONISTI DEGLI INVESTIMENTI

Queste considerazioni portano all’ovvia conclusione che, almeno per quella parte degli investimenti azionari in cui si scommette sulla crescita (che oggi si tende a ridurre rispetto a qualche anno fa) occorrono grandi diversificazioni e analisi professionali delle prospettive, dunque occorre l’expertise di grandi investitori superspecializzati e non si può pensare di muoversi da soli.

E poi tutte le imprese che si quotano in borsa perché propongono forti innovazioni rappresentano un investimento storicamente soggetto a volatilità decisamente più elevate che non quelle attive nei settori più maturi, dove la concorrenza è più prevedibile, i “cigni neri” sono meno probabili ed è meno accentuata la dipendenza dalla normativa, dall’evoluzione delle grandi infrastrutture e dal cambiamento delle abitudini della gente.

Questo purtroppo non significa necessariamente che sarebbe meglio investire nelle borse europee, dove è più probabile che il nuovo Quantitative Easing si materializzi e dov’è è prevalente la categoria delle imprese tradizionali rispetto alle borse asiatiche e americana. Anzi: il mondo continua a cambiare e l’investimento in azioni non può non seguire le tendenze globali e la miglior liquidità dei mercati dove possono essere scambiate. Dunque promuoviamo a pieni voti ancora una volta l’investimento azionario, ma non alla vecchia maniera. E sono proprio le modalità e la selezione dei target a fare oggigiorno la differenza.

MA ANCHE IL “TIMING” È IMPORTANTE

Ma forse l’argomento più importante per l’investimento azionario risulta nella tempistica di “entrata” e “uscita” per ciascun titolo. Ogni investimento è teoricamente valido se si riesce a liquidarlo ad un prezzo migliore di quello di ingresso e, viceversa, persino un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno. Così persino il peggior investimento potrebbe essere disinvestito in un momento particolarmente favorevole e risultare in un buon affare. La selezione del momento migliore per farlo è oggigiorno divenuta perciò la cosa più difficile da indovinare e questo è anche il miglior motivo per muoversi sempre e soltanto attraverso operatori superspecializzati. Senza i quali gli strumenti per indovinare la tempistica rischiano di essere inadeguati!

Stefano di Tommaso




VERSO LA GIAPPONESIZZAZIONE DELL’ECONOMIA EUROPEA

All’inizio degli anni ‘90 il Giappone, al termine di un lungo ciclo di espansione economica e di incremento dei prezzi delle attività finanziarie e immobiliari, aveva visto scoppiare quella bolla speculativa ed era entrato in ciò che oggi, con il senno di poi, viene considerato un “decennio perduto” per l’economia interna. La stagnazione che ne fece seguito durò anche più di un decennio dal momento che ancora nei primi anni del nuovo millennio la ripresa finalmente arrivata apparve come una luce in fondo al tunnel molto flebile e incerta. E il panorama non mutò di molto nemmeno con l’avvio di forti stimoli monetari e una politica di conseguente svalutazione “competitiva” dello Yen che si sperava avrebbe fatto rifiorire le esportazioni. E così è stato anche negli anni a seguire: il Giappone non ha mai più vissuto un vero e proprio boom economico. I prezzi degli immobili scesero per quasi un ventennio e quasi a nulla giovarono i tassi d’interesse calati fino allo zero (per primi nella storia economica), già alla fine degli anni ‘90.

 

Al giorno d’oggi molti illustri commentatori, osservando taluni aspetti dell’andamento economico europeo, sono tornati a parlare -così come era già successo 5-6 anni fa, di “giapponesizzazione” dell’economia del vecchio continente.

IL RECORD MONDIALE DEI TASSI NEGATIVI

In effetti l’euro-zona oggi come oggi vanta il record mondiale dei tassi d’interesse negativi, si accompagna a tassi di crescita del prodotto interno lordo molto vicini allo zero assoluto e continua a veder ridotta la volatilità dei propri mercati finanziari che non rilasciano nemmeno “l’attrattiva della tecnologia” (che offrono invece in abbondanza le borse asiatiche e quelle americane) a coloro che dovrebbero investirci sopra. E poiché insieme all’industria anche i consumi stentano a decollare, l’Europa sembra seriamente impostata ad avere un‘inflazione strutturalmente “troppo bassa” (leggi: deflazione) anche nei prossimi anni.

Il fenomeno della possibile “giapponesizzazione dell’economia europea” non appare tuttavia destinato a creare grandi scompensi o rapidi crolli dei mercati, sebbene non sembri neppure destinato a scomparire in fretta (anzi!). Stiamo dunque entrando anche noi europei in un altro “decennio perduto”? (nel grafico: il decennio perduto del Giappone)

Il dubbio ha molto senso, poiché nessun governo europeo -nè tantomeno quello dell’Unione- sembra indirizzato ad accompagnare con opportuni stimoli di politica fiscale l’impostazione data da Mario Draghi alla politica monetaria della Banca Centrale Europea, tornata ad essere impostata nuovamente sull’espansività.

IL “MONITO” DI MARIO DRAGHI E LA TESTARDAGGINE TEDESCA

Il governatore della B.C.E. ha giustamente ammonito i governi dell’Unione sulla necessità -questa volta- di una manovra congiunta con gli Stati membri, fatta di stimoli monetari e facilitazioni fiscali per poter sperare di trarre l’economia interna all’Unione dalle secche nelle quali si sta cacciando. Me egli è innanzitutto giunto alla scadenza del suo mandato come governatore della BCE, e poi ha appena potuto constatare che, all’ultima tornata elettorale comunitaria, nulla è cambiato tra i politici ed i partiti che comporranno il nuovo governo europeo. In particolare nessuno tra gli stati membri dove l’economia è più florida e dove i debiti pubblici appaiono maggiormente sotto controllo ha davvero intenzione di unificare le proprie finanze pubbliche con quelle -assai più disastrate- delle economie periferiche dell’Unione.

Secondo il loro punto di vista queste ultime dovrebbero prima sanificare i loro conti pubblici, e soltanto poi ci sarebbe spazio (politico) per convergere in maniera più decisa verso l‘unificazione fiscale. Ma “sanificare” secondo Germania, Austria, Olanda eccetera significa porre in atto politiche di austerità che cozzano fortemente contro il buon senso di ogni plausibile politica economica comunitaria e che -si è già visto con chiarezza in Grecia- quali danni possano apportare in un momento in cui servirebbero forti stimoli alla ripresa economica. Questo aspetto irrisolto della convivenza tra situazioni oggettivamente molto differenziate all’interno della medesima comunità europea genera uno “stallo dell’aeronave continentale che può solo contribuire a farle perdere quota.

MA OGGI IL QUADRO È MUTATO

Anche perché la situazione in passato vedeva una certa floridità dell’economia della Germania come di molti altri Stati membri al centro dell’Unione europea. Dunque la preoccupazione principale di questi ultimi era quella di mantenere basso il cambio dell’Euro (grazie agli Stati “satelliti”) per poter continuare ad esportare senza rivalutazioni del cambio e proseguire ad accumulare un surplus monetario che un giorno sarebbe stato utilizzato per far premio su coloro (come l’Italia) che invece avevano accumulato un deficit.


Oggi le cose stanno diversamente: l’industria tedesca sta soffrendo (-4% la produzione industriale „crucca“ a Maggio 2019) ben più di quella italiana (la seconda in Europa per dimensioni e tornata a crescere) e di quella francese (che è addirittura salita del 2% in Maggio). Dunque la Germania accumula meno surplus ed è oggi meno interessata a veder scivolare il cambio dell’Euro verso il basso.

Per tutti questi motivi le aspettative che oggi la nave dell’economia europea riesca a cambiare rotta in tempo, prima di impantanarsi del tutto, appaiono oggettivamente molto ridotte, sebbene l’esperienza giapponese dovrebbe fornirci invece qualche indicazione pratica al riguardo: neanche a farlo apposta il deficit del bilancio pubblico giapponese è atteso quest’anno nell’intorno del 4% del prodotto interno lordo (a causa di una politica fiscale fortemente espansiva), mentre il deficit americano viaggia oltre la soglia psicologica del 5% ed è in ulteriore aumento. La lezione della storia evidentemente è servita. Almeno a loro…

Stefano di Tommaso