UNA NUOVA PARMALAT ?

Verrebbe da affermare che “è una storia tutta italiana” quella della tempesta in un bicchier d’acqua accaduta al titolo Bio-On (accusato) quotato all’ Alternative Investment Market (AIM) della Borsa Valori, le cui quotazioni sono cadute del 70% in una sola seduta, se non fosse che, qualora il fondo americano Quitessential Capital Management (accusatore) avesse ragione, significherebbe il fallimento dell’intera catena dei controlli sul mercato finanziario domestico, a partire dalla Borsa Italiana fino alla Consob, passando per le società di revisione Ernst&Young e PriceWaterhouse nonché dall’Agenzia delle Entrate (visto che Bio-On ha persino ottenuto il Patent Box). Praticamente una nuova Parmalat.
L’ANTEFATTO
Bio-On nasce nel 2007 vicino Bologna e viene portata alla quotazione in borsa dall’advisor Ambromobiliare nel 2014 con il nomad EnVent e con Banca Finnat nel ruolo di Specialist. Poco più di un anno fa il titolo diviene il primo “Unicorno” italiano, appellativo dato dal mercato finanziario alle start-up innovative che superano il miliardo di dollari di capitalizzazione. Il titolo arriva fino a 58 euro (1,06 miliardi di euro di capitalizzazione, pari a 1,210 miliardi di dollari), mentre lo scorso venerdì 26 luglio il titolo apriva gli scambi a 15 euro per concluderli a 23,7 euro, dopo l’intervento sul mercato dei soci fondatori, Cicognani e Astorri che hanno annunciato di aver acquisito 7.000 azioni a testa, per un controvalore totale di 211.000 euro (un’intervento simbolico quello dei duecentomila euro, nella totale rarefazione degli scambi sul titolo, che è stato sufficiente a far risalire la capitalizzazione di borsa da 282 a 452 milioni di euro).
LO SHOCK DEL MERCATO
Per dare un’idea dello shock che ha colpito l’intero mercato basti pensare che è del 4 di Luglio la pubblicazione presso Borsa Italiana di uno studiodi EnVent che, quando il titolo quotava 53,7 euro (che corrisponde ad una capitalizzazione di mercato di 1,01 miliardi di euro), cita un prezzo-target “di consenso” di 86 euro (che corrisponderebbe a oltre 1,6 miliardi di euro). Alla base del duro colpo le rivelazioni di Quintessential che nella notte di mercoledì 24 luglio ha pubblicato il report in cui definisce Bio-on un castello di carte, e havenduto allo scoperto il titolo in compagnia degli hedge funds Engadine Partners, Cadian Capital Management e Ennis Capital Partners.

CHI È L’ACCUSATORE
Il fondatore di Quintessential, che da New York fatto scoppiare quella che sembrava una bolla speculativa, (visto che prima della bufera Bio-on valeva 50 volte il fatturato) è l’oriundo italiano Gabriele Grego, il quale ha anche rilasciato interviste televisive e ha ampiamente motivato la sua sfiducia citando le relazioni di altri cinque esperti da lui coinvolti nell’indagine negli Stati Uniti e in Italia: scienziati e ceo di altre società che hanno tentato la stessa iniziativa di Bio-On e che sollevano grandissimi dubbi sulla veridicità dei risultati.

I PROBLEMI DELLA TECNOLOGIA DI BIO-ON
Secondo Quintessential c’è un problema alla radice dell’avventura di Bio-on, con la sua stessa tecnologia, i Pha(polimeri plastici biodegradabili) i cui “processi di produzione sono altamente complessi” e sono stati tentati senza successo da gruppi chimici molto più grandi come Zeneca, Monsanto e Metabolix. Bio-on inoltre afferma di possedere “la proprietà di oltre duecento tra brevetti concessi, formulazioni e domande di brevetto già richieste”. La rivista di innovazione tecnologica Wired ha consultato il Registro dei Brevetti presso il MISE e ha individuato solo due brevetti riconducibili a Bio-on. Il primo, Processo per recuperare e purificare poliidrossialcanoati da una coltura cellulare, è firmato da Simone Begotti, il responsabile scientifico di Bio-on, che però non ha altri brevetti depositati al Mise. Il secondo, Composizione comprendente almeno un polimero biodegradabile e almeno un plastificante, è firmato da Paola Fabbri dell’università di Bologna. Wired avrebbe chiesto chiarimenti all’azienda senza ottenerli. Secondo Greco, tuttavia, “non c’è un mercato sufficiente a generare utili. Purtroppo l’esperienza dei concorrenti della Bio-on ci dice questo”.
ACCUSE GRAVISSIME
Secondo Quintessential poi le joint venture di Bio-on sono scatole vuote utili solo a simulare fatturato e crediti e sono peraltro le uniche destinatarie delle fatture emesse da Bio-On, senza peraltro averle sostanzialmente mai pagate, se non con fondi che la stessa Bio-On avrebbe messo loro a disposizione. Accuse gravissime che possono squotere alle fondamenta la credibilità del sistema borsistico italiano qualora fossero verificate.
IL “TRACK-RECORD” DEGLI ACCUSATORI
Quintessential è specializzata in questo genere di inchieste. Utilizza tecniche investigative all’avanguardia e interviene solamente dopo aver acquisito una mole informazioni schiaccianti per confermare le proprie tesi. Dal 2015 il fondo newyorchese ha portato a compimento sette operazioni contro varie società che sono risultate ex-post disoneste, con un tasso di successo pari al 100%. In tutti i casi le tesi annunciate da Grego sono state confermate da inchieste ufficiali. In diversi casi il management delle società target è stato licenziato. In due casi le società hanno cessato di esistere settimane dopo l’intervento.
LA REPLICA DI BIO-ON
Dopo le accuse i manager-fondatori Marco Astorri, presidente e amministratore delegato, e Guido Cicognani, vicepresidente, hanno replicato mostrando l’impianto produttivo industriale di Castel San Pietro Terme, ottenuto mediante lo “scale-up” dell’impianto semi-industriale realizzato nel 2010 e da allora sempre operativo”. Ma, secondo la stampa, hanno per il momento evitato di fornire tutte le risposte, lasciando un alone di mistero intorno all’attività della società. In particolare sarà fondamentale comprendere se le numerose tonnellate di produzione generate dal 2010 ad oggi hanno effettivamente mai avuto degli acquirenti, e per quali importi.

IL RILANCIO DI QUINTESSENTIAL
Peraltro poco dopo (sempre Venerdì) Quintessential ha rilanciato la partita, annunciando che presto procederà a nuove scottanti rivelazioni e denunciando il bluff della società hawaiana Virdhi, che figura come startup innovativa e con cui, nel 2013, Bio-On aveva annunciato una partnership. Virdhi, però, era stata registrata pochi giorni prima prima dai proprietari che sono gli stessi i vertici di Bio-On: Marco Astorri e Guido Cicognani. Un’altra ‘scatola vuota’, secondo l’accusatore, senza dipendenti e senza brevetti.
NON FINISCE QUI
Lo scandalo è appena partito e sarà difficile che finisca qui. Da un lato ci sono una serie di inesattezze e mezze verità raccontate dalla società come dai suoi advisors, che fanno pensare che l’inchiesta non possa essere soltanto un fuoco di paglia. Dall’altro ci sono gli accusatori, che hanno mostrato sino ad oggi potenti artigli e grande sagacia, i quali inoltre nel farlo mettono a repentaglio la loro stessa credibilità. Rischiano infatti accuse di turbativa di mercato qualora vengano provate le tesi della difesa. Ma quali sono esattamente queste ultime? Per il momento non è dato di conoscerle fino in fondo…
Stefano di Tommaso


MA QUANTO DURERÀ LA SUA CORSA ?
Oggi invece i mercati dei titoli a reddito tendono allo zero anche perché galleggiano su una montagna di liquame (sulla cui purezza si potrebbe argomentare a lungo) recentemente immesso dalle banche centrali e mai veramente ridimensionato. Le borse sono altresì ai massimi storici e sembrano restarci da molto tempo, alimentando così la loro possibilità di svolgere la loro funzione più vitale: quella di apportare nuove risorse alle leve fresche del business e della tecnologia, molti altri beni-rifugio (quali ad esempio le opere d’arte) hanno già raggiunto da tempo quotazioni considerevoli e invece i metalli preziosi non lo avevano ancora fatto per un coacervo di ragioni che oggi sono tutte cadute. Sembra dunque proprio arrivato il loro turno.
La corsa dell’oro (come quella -relativamente probabile- di altri fattori della produzione) costituiva forse un passaggio obbligato verso la “riflazione dei prezzi”. Ed entro certi limiti è persino una cosa sana. Certo nel breve periodo l’inflazione non farebbe che ridurre ulteriormente i tassi d’interesse reali, alimentando in tal modo la domanda di beni-rifugio.
Così con l’inflazione che viaggia intorno all’1% nel mondo mentre il ciclo economico prosegue la sua corsa al rialzo da più o meno un decennio (da molto meno qui in Italia ma -si sa- le province dell’impero sono sempre penalizzate) ovviamente numerosi luoghi comuni dell’economia iniziano a venire meno, a partire dalla famosa “Curva di Phillips” che postulava una relazione diretta tra inflazione e occupazione. Oggi persino le banche centrali evitano di farne menzione.
Ma se i rendimenti nominali dei titoli a reddito fisso picchiano verso il basso e l’inflazione (quella statisticamente rilevata) non si ravviva allora quale rendimento dobbiamo attenderci dalle altre tipologie di investimento? Probabilmente uno più basso di quello che eravamo stati pronti ad accettare quando ne formulavamo i prezzi, che sono evidentemente inversamente proporzionali.
Innanzitutto circa metà della capitalizzazione di borsa di Wall Street è costituita da titoli della “new economy”, cioè caratterizzati da aspettative di forte crescita ma anche dalla scarsissima redditività e dalla quasi assenza dello stacco di dividendi. Dunque la media della principale borsa d’oltreoceano è quella “del pollo”: una metà del listino non rende nulla ma ha importanti aspettative di crescita di valore mentre l’altra metà rende quasi il doppio (in media) e dunque più dei titoli di Stato americani e non è detto che -viceversa- sia destinata al crollo. Esiste però una relativa buona redditività espressa da quella metà del listino che non afferisce all’era digitale sulla quale si possono costruire interessanti strategie di investimento.
MA ESISTONO ANCORA TITOLI CHE VAL LA PENA DI COMPERARE
Dall’altro lato però se guardiamo alle macro-tendenze della storia economica, non possiamo non prendere atto del fatto che buona parte delle imprese che cinquant’anni fa costituivano il maggior valore del listino di borsa oggi non esistono più o sono fallite o sono molto state ridimensionate. Questo ci insegna che è sempre corretto guardare al futuro, sebbene esistano persino casi illustri come quello della IBM, che fino a pochi anni fa era la regina di Wall Street e al tempo stesso sinonimo di tecnologia. Oggi è anch’essa fortemente ridimensionata. Dunque l’appartenenza alla categoria dei titoli tecnologici non assicura di per sé una garanzia di sopravvivenza alle fluttuazioni dell’economia.
E poi tutte le imprese che si quotano in borsa perché propongono forti innovazioni rappresentano un investimento storicamente soggetto a volatilità decisamente più elevate che non quelle attive nei settori più maturi, dove la concorrenza è più prevedibile, i “cigni neri” sono meno probabili ed è meno accentuata la dipendenza dalla normativa, dall’evoluzione delle grandi infrastrutture e dal cambiamento delle abitudini della gente.
In effetti l’euro-zona oggi come oggi vanta il record mondiale dei tassi d’interesse negativi, si accompagna a tassi di crescita del prodotto interno lordo molto vicini allo zero assoluto e continua a veder ridotta la volatilità dei propri mercati finanziari che non rilasciano nemmeno “l’attrattiva della tecnologia” (che offrono invece in abbondanza le borse asiatiche e quelle americane) a coloro che dovrebbero investirci sopra. E poiché insieme all’industria anche i consumi stentano a decollare, l’Europa sembra seriamente impostata ad avere un‘inflazione strutturalmente “troppo bassa” (leggi: deflazione) anche nei prossimi anni.
Il dubbio ha molto senso, poiché nessun governo europeo -nè tantomeno quello dell’Unione- sembra indirizzato ad accompagnare con opportuni stimoli di politica fiscale l’impostazione data da Mario Draghi alla politica monetaria della Banca Centrale Europea, tornata ad essere impostata nuovamente sull’espansività.