VENDITE AUTO NELLA BUFERA. E I CONCESSIONARI SI AGGREGANO

I veicoli immatricolati in Italia nel primo quadrimestre 2019 ammontano a 712.196 unità, il 4,6% in meno rispetto ai volumi dello stesso periodo del 2018, mentre la quota di mercato delle auto italiane nuove vendute nel nostro territorio è più o meno di un quarto del totale. Il mercato delle vendite di auto nuove, dopo le flessioni di gennaio (-7,5%), febbraio (-2,4) e marzo (-9,6%), ad aprile 2019 ha registrato una mini-ripresa “tecnica” (+1,5%) quasi solo grazie ad un giorno lavorativo in più (20 giorni ad aprile 2019 contro i 19 di aprile 2018) totalizzando nel quadrimestre un -4,6% rispetto allo stesso periodo del 2018.

 

Nel quadrimestre forte appare la contrazione delle autovetture diesel (-25%) mentre quelle a benzina sono viceversa in aumento quasi della stessa misura (+24%). Raddoppiano le auto elettriche rispetto ai primi 4 mesi del 2018: sfiorano le 2400 unità, anche grazie all’eco-bonus (dopo la pubblicazione, l’8 Aprile, ne sono state vendute 1200 in venti giorni) ma in totale rappresentano meno dell’1% del mercato (dunque il sistema bonus-malus -a conti fatti- pende fortemente a sfavore).

CRESCONO LE AUTO ELETTRICHE, CROLLANO DIESEL E A METANO


Crescono del 33% nel quadrimestre le vendite di auto ibride (quelle plug-in beneficiano parimenti dell’eco-bonus). In crescita anche le superutilitarie (anche perché la nuova normativa privilegia le auto con prezzo di listino inferiore a €50mila ed emissioni inferiori ai 70mg) e le S.U.V. (una tendenza oramai consolidata) mentre sono parimenti in calo le berline e più in generale viene penalizzato l’alto di gamma (-31%). Appena positive le vetture sportive e quelle di super-lusso. Nello stesso periodo crescono leggermente le vendite di auto nuove a GPL (+5%) ma crollano quelle a metano (-41%).

CRESCITA DELLE VETTURE USATE


Il medesimo andamento si registra per le vetture usate: nel primo quadrimestre del 2019, i trasferimenti di proprietà sono stati 1.480.849 (esattamente il doppio rispetto alle vendite di auto nuove), ma ammontano al 4,1% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018, un calo poco inferiore a quello delle vendite di auto nuove, nonostante la decisa riduzione (anche per fattori stagionali) delle vendite di auto a km zero.

SCENDONO NOLEGGIO E FLOTTE AZIENDALI, CRESCONO I PRIVATI

Andando a separare le vendite di auto secondo il regime di proprietà, cala parecchio il noleggio (-6,8% nel quadrimestre) ma, a ben vedere, cresce decisamente nel solo mese di Aprile (+23%), evidenziando la sua caratteristica fortemente pro-ciclica di questa forma di proprietà. In generale comunque il noleggio a lungo termine sembra destinato a una riduzione nel 2019. Scendono inoltre decisamente le vendite alle flotte aziendali (-7,25% nel primo trimestre, a causa del venir meno degli incentivi per il superammortamento), mentre crescono di misura (meno del 3% quelle a privati), e i leasing auto.

In generale le previsioni per l’anno in corso sono dunque negative: qualcuno stima che le auto nuove che saranno state vendute a fine 2019 ammonteranno a meno di 1,8 milioni, contro le 1,9 milioni vendute nel 2018 (-5%) ma è questa soltanto una vaga ipotesi, che non tiene conto dell’attesa di possibile miglior ripresa economica per la seconda parte del 2019, che potrebbe dunque riflettersi anche sul mercato dell’auto.

BOOM DELL’USATO ONLINE

Si stima inoltre in crescita la quota di mercato delle auto usate (dovuta alla progressiva saturazione del mercato), sebbene il maggior numero di unità vendute non corrisponda che a circa la metà degli importi in termini di valore rispetto alle auto nuove.

Ma l’argomento più interessante è quello delle vendite online: sembrerebbe che il 40% degli 800.000 veicoli posti in vendita online in ogni istante venga piazzato a privati nel giro dei successivi 30 giorni. I maggiori operatori del mercato sono senza dubbio AutoScout24 e Facile.It e rischiano di erodere una fetta sempre maggiore di un mercato, quello dell’usato, che ha sempre rappresentato una miglior fonte di guadagno per i concessionari auto rispetto alle vendite del nuovo.

Il 27% delle persone in Italia sarebbe interessato all’acquisito dell’auto online e ci si aspetta che questa percentuale cresca sulla sua di quanto sta accadendo in UK e US. Le ragioni che spingono i consumatori ad optare per questa scelta sono: migliori promozioni (per il 51% degli intervistati) , una più facile comparazione di prezzo (37% ) e un risparmio di tempo (28%).

I DISTRIBUTORI SI AGGREGANO, MA IN EUROPA SONO PIÙ AVANTI

Quanto ai distributori di auto, è sempre più chiaro che, mentre in Italia continuano ad operare le piccole realtà, nel resto d’Europa sono soprattutto i grandi gruppi a crescere di fatturato. Il mercato dell’auto infatti risente meno di altri dell’esplosione delle vendite online, sia per un problema concreto di assistenza e manutenzione, che per i servizi accessori che accompagnano quasi sempre le vendite.


Le statistiche disponibili per i concessionari in Europa sono tuttavia molto limitate per il 2018 e, per farsi un’idea del mercato, bisogna risalire al 2017, anno in cui la Svizzera Emil Frey ha registrato il più alto livello di fatturato (oltre 11 miliardi di euro, mezzo milione di vicoli consegnati e quasi 700 punti vendita). Seguono a distanza Penske Europe (quasi 8 miliardi) e tre pesi massimi britannici: Pendragon (5,5 miliardi), Lookers (poco meno) e Inchcape Europe (quasi 5 miliardi). Tra le italiane spiccava (sempre nel 2017) la Autotorino, che però nel 2018 ha già totalizzato una forte crescita, contando anche il fatturato della neo-acquisizione di Autostar, a circa 1,2 miliardi di euro. Seguono Intergea e Porsche Holding (appartenente al gruppo VW). Molti di questi grandi gruppi distributivi sono però oggi indipendenti dalle case di produzione automobilistica, che in precedenza sembravano voler presidiare più direttamente il loro mercato di sbocco.

CRESCE LA QUOTA DI MERCATO DEI GRANDI MULTIMARCA


Dappertutto però si assiste a un andamento opposto delle vendite a seconda delle strutture distributive: crescono quelle dei grandi gruppi multimarca, calano più che proporzionalmente quelle dei piccoli e dei monomarca. In Italia poi nel 2017 i primi 50 dealer fatturavano in media meno di 300 milioni di euro, un ordine di grandezza dunque nemmeno paragonabile a quello dei primi gruppi europei appena citati. Nel grafico qui sopra si nota comunque per quei medesimi top 50 una quota di mercato comunque crescente.

BOOM DEI SOFTWARE PER VENDITE E ASSISTENZA AUTOMOBILISTICA


Chi può farne i migliori guadagni sono le case produttrici di software per la gestione delle vendite auto, per i configuratori, per i comparatori di prezzo e prestazioni, per gestirne la fiscalità, la manutenzione e la soddisfazione come utilizzatori. Una vera e propria messe di nuovi prodotti informatici è destinata a riversarsi sul tema secondo la società di analisi e previsioni Garner Insight.

Stefano di Tommaso




LA LOCOMOTIVA AMERICANA ORA CORRE A TUTTO VAPORE

Non bastava il crollo quasi miracoloso della disoccupazione nella tanto vituperata America trumpiana a tenere banco nel dibattito tra analisti, economisti e politicanti su quali siano le cause di tanta bonanza. Adesso sta continuando anche a crescere il numero di persone che rientrano nel mercato del lavoro (incoraggiate evidentemente dalle buone prospettive) e addirittura cresce la produttività delle ore lavorate. Il tutto in un clima di grandi (e al momento infondati) timori per la presunta fine del lunghissimo ciclo economico di ripresa (10 anni) che l’America ha vissuto sino ad oggi dopo la purosa recessione del 2008.

 

E’ LA TERZA VOLTA CHE LA RECESSIONE NON SI MANIFESTA

Quei timori stanno ancora una volta provandosi infatti destituiti di ogni fondamento, così come era già avvenuto nel 2016 quando è sorta la nuova leadership politica e così come è avvenuto alla fine del 2018, quando l’America stava rischiando di nuovo di cadere in recessione a causa delle ostinate politiche di rialzo dei tassi da parte della banca centrale americana e rischiano ancora una volta di rivelarsi anche quest’anno per ciò che sono probabilmente sempre stati: un eccesso di scetticismo circa le politiche economiche neo-monetariste e conservatrici dell’era trumpiana.

DA COSA DIPENDE IL SUCCESSO ECONOMICO AMERICANO?

Difficile affermare qualcosa di diverso dal taglio delle tasse nell’interpretare le cause della meravigliosa dinamica degli investimenti che si moltiplicano nel nuovo continente da quasi tre anni a questa parte. Difficile ipotizzare cause diverse dall’incentivo fiscale a dichiarare oggi maggiori redditi. Anche perché la poderosa crescita dei profitti aziendali da un paio d’anni a questa parte ha portato Wall Street a nuovi massimi storici -pur riducendo il prezzo implicito delle azioni quotate (cioè il moltiplicatore dei profitti)- e ciò accade nonostante che i tassi d’interesse abbiano ripreso a scendere (se infatti i rendimenti dei titoli a reddito fisso sono più bassi, allora l’attualizzazione dei profitti futuri va scontata a un tasso minore e dunque il valore attuale netto delle aziende cresce). E i tassi nominali continuano a restare bassi anche perché nessuno teme davvero nuove fiammate inflazionistiche.

LE CORNACCHIE GRACCHIANO

Sono peraltro quasi tre anni che sentiamo parlare di scandali mai comprovati dai fatti alla Casa Bianca, di presunti (e mai verificati) coinvolgimenti russi nell’elezione dell’attuale Presidente, ma soprattutto sono quasi tre anni che vari soloni e sedicenti “guru” della finanza continuano a predire imminenti quanto clamorosi crolli di borsa. E ciò non accade mai. Ma se andiamo a vedere chi sono quelle cornacchie di sventura e come sono schierati politicamente quegli accusatori che non sono mai riusciti a conprovare le loro invettive, guarda caso essi sono tutti oppositori politici di Donald Trump, tutti legati alla grande finanza e ai cosiddetti “poteri forti” che governano buona parte delle istituzioni finanziarie e dei media che ci disinformano. Gente che non vede l’ora di mandare a casa l’ “intruso” alla Casa Bianca che ha scombussolato i loro piani privati e inconfessabili.

Certo, così come anche un orologio rotto segna l’ora giusta un paio di volte al giorno, anche loro prima o poi canteranno vittoria quando inevitabilmente il ciclo economico positivo finirà per invertirsi. Ma se questo dovesse avvenire tra molti mesi o addirittura tra qualche anno sarà sempre più difficile dare ragione alle loro tesi: evidentemente le attuali politiche economiche della Casa Bianca sono riuscite ad ottenere il loro effetto di rilanciare alla grande la crescita economica degli Stati Uniti.

LA DISOCCUPAZIONE SCENDE ANCORA

Vediamo perciò innanzitutto i dati sulla disoccupazione: le imprese americane negli ultimi 100 mesi hanno creato in media 200mila nuovi posti di lavoro al mese abbassando ad Aprile 2019 il tasso di disoccupazione fino al 3,6% quando era ancora al 5,1% all’epoca dell’elezione di Trump (dato di ottobre 2016). Nel grafico che segue la previsione non era stata ancora aggiornata alle ultime rivelazioni:


E LE RETRIBUZIONI CRESCONO

Anche per il livello delle retribuzioni la dinamica resta fortemente positiva, con un incremento nell’ordine del 2,5% nei 40 mesi che sono succeduti alla discesa del tasso di disoccupazione al di sotto del 5%, come si può vedere dal grafico riportato:


MA SOPRATTUTTO LA PRODUTTIVITÀ TORNA A SALIRE

La vera novità delle ultime ore peraltro riguarda dati molti positivi a proposito dell’efficienza dell’ora lavorata (produttività). Le cose anche da questo punto di vista sembrano andare di bene in meglio negli Stati Uniti d’America, per fortuna, vista la decisa rigidità dell’offerta di lavoro a causa della quasi piena occupazione. Se infatti non ci fossero stati incrementi di produttività l’aumento in corso dei salari reali sarebbe avvenuto a scapito dei profitti aziendali.


MENTRE LA DIGITALIZZAZIONE AVANZA

Infine una nota sul principale indicatore dell’avanzamento economico di una nazione: il prodotto interno lordo (cioè IL P.I.L. ovvero la somma di tutti i redditi lordi di una nazione). È una misura che viene criticata da quasi novant’anni a proposito della difficoltà che essa trova nel riflettere “ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta” (come diceva il senatore Robert Kennedy in un famoso discorso del 1968),

Oggi questa misura dell’economia è di nuovo sotto attacco a causa della sua incapacità di riportare quella parte di servizi che vengono barattati online o forniti (spesso gratis o per pagamenti effettuati su siti internazionali) per via digitale, nonché quelli che vengono condivisi da più utenti (sharing economy) in cambio di informazioni o altri servizi ovvero di pubblicità.

Oggi con il diffondersi dell’economia digitale il problema della rilevazione di questa parte delle transazioni commerciali inizia a diventare macroscopico, cosi come la creazione di valore effettuata attraverso il successo digitale di iniziative spesso assolutamente gratuite non viene riflessa dalla misurazione del P.I.L. L’esempio piu ovvio è quello dell’enorme successo in rete -e in termini di valore creato- di Facebook e Google, ovvero delle mappe digitali che vengono utilizzate per le applicazioni di navigazione satellitare che oramai qualsiasi telefonino può offrire senza costi.

QUANTA PARTE DEL REDDITO AMERICANO NON VIENE RILEVATA?

Quanta parte delle transazioni digitali (che creano a livello patrimonial-finanziario valori stratosferici) sfugge alla misura del Prodotto Interno Lordo? Non ci sono risposte facili, se non quelle (tutt’altro che attendibili ed esaustive) che provano a misurare il valore teorico di ciascuno di questi servizi che, pur non pagati, generano comunque un corrispettivo figurativo a causa delle entrate pubblicitarie che essi procurano ai loro gestori. Si stima per esempio che la partecipazione a Facebook equivale -per ogni utente- a circa 50 dollari al mese, mentre le mappe digitali superano quell’importo arrivando ad un equivalente di 67 dollari. Purtroppo però non possiamo considerare queste misure nè attendibili e nemmeno esaustive, ma possiamo ben renderci conto che iniziano a sfuggire alle contabilità nazionali (e al fisco locale) quote crescenti delle nuove attività economiche.

Inutile ricordare che il paese al mondo più avanti da questo punto di vista sono proprio gli Stati Uniti d’America. Inutile altresì ricordare che evidentemente la loro crescita economica appare perciò maggiormente sottostimata rispetto a quella delle altre potenze economiche mondiali.

COSA NE CONSEGUE ?
Cosa possiamo dedurre dalla constatazione dell’enorme successo che sta ottenendo l’America di Trump? Che le nuove teorie che accompagnano questa nuova leadership politica evidentemente stanno funzionando, così come possiamo facilmente dedurne che il loro successo è destinato a propagarsi alle economie a loro piu vicine, ai loro migliori partner commerciali e ai mercati finanziari meglio lambiti dalla liquidità che viene generata dai profitti delle loro imprese.

Possiamo dedurne anche che evidentemente se questo modello economico sta funzionando, la fine del ciclo economico espansivo non è ancora arrivata, e che di conseguenza le quotazioni stellari cui sono giunti i mercati finanziari di azioni e obbligazioni non sono destinate a contrarsi nella misura in cui i profitti aziendali continueranno a galoppare. Ma possiamo anche dedurne che, se questi ultimi veleggiano alla grande, anche la divisa valutaria in cui sono espresse le loro quotazioni (il dollaro americano) continuerà a restare sopravvalutato, a causa della legge della domanda e dell’offerta.

Purtroppo sono tutte illazioni a fronte delle quali nessuno può esprimere certezze o anche soltanto teorie fondate. Ma proprio come chiunque altri su queste colonne può valere la pena di proporre questi ragionamenti, proprio per il fatto che le considerazioni sino a qui esposte sono in molti casi contrarie a quelle del cosiddetto “mainstream”…

Stefano di Tommaso

 




L’ITALIA FESTEGGIA L’USCITA DALLA RECESSIONE CON UNA RAFFICA DI DATI POSITIVI

Una ripresa trainata dalle esportazioni nel primo trimestre del 2019 era nell’aria, ma ora è anche conclamata. Sebbene le statistiche vengano communicate con molti dubbi e cautele in realtà la situazione congiunturale dell’Italia è migliore di quanto la stampa non voglia sbilanciarsi a riferire: la crescita del Prodotto Interno Lordo rispetto al trimestre precedente è dello 0,2%, ma quella tendenziale arriva allo 0,4% su base annua (nel primo trimestre un +0,1% di P.I.L. è già stato acquisito) e soprattutto la previsione per il trimestre in corso è di ulteriore accelerazione.

 


NON SOLO IL P.I.L. MA ANCHE L’OCCUPAZIONE

Anche l’occupazione cresce rispetto a un anno addietro in misura consistente: +114mila unità (+0,5%) arrivando al 58,9% della forza lavoro potenziale. Cioè ai massimi da Aprile 2008 e in particolare si registra un‘impennata di questo dato per i giovani fino a trent’anni e, poiché i consumi interni a Marzo 2019 risultano ancora in regresso, il combinato disposto della maggior forza lavoro e della maggior capacità di spesa del primo milione di famiglie che sono già divenute beneficiarie del reddito di cittadinanza (che equivale a quasi due milioni di cittadini) lascia presumere che anche i consumi torneranno a risalire presto.

GLI INVESTIMENTI SEGUIRANNO

Quel che ancora manca è chiaramente il contributo alla crescita che dovrebbe provenire dai maggiori investimenti produttivi e in attività fisse, le cui statistiche sono ancora al palo in virtù del clima di incertezza che l’aumento dello spread aveva determinato a cavallo del nuovo anno. Ma anche su questa variabile-chiave è lecito avere un po’ di ottimismo: nuovi investimenti torneranno a farsi vedere necessariamente se il Paese continua con la ripresa delle sue esportazioni, che oramai dipendono sempre meno dalla cedente industria dell’auto, prima “esodata” a forza dai nostri confini dal monopolio concesso dai governi precedenti al gruppo Fiat, e poi definitivamente ridimensionata con la dipartita di quest’ultima dall’Italia. Oggi le esportazioni italiane riguardano sempre più attività anti-congiunturali come l’alimentazione, le energie rinnovabili e il turismo a basso costo e ciò genera stabilità nonché l’esigenza di nuovi investimenti in attrezzature.

PRODUZIONE INDUSTRIALE E ESPORTAZIONI CORRONO

Il tutto peraltro si inserisce in un quadro europeo non soltanto più florido di quello italiano (il dato trimestrale dell’Eurozona è +0,4% mentre quello dell’Unione Europea è al +0,5%) ma -al contrario del nostro- è trainato più dai consumi che non dalle esportazioni (la Germania continua a dipendere fortemente dall’industria dei trasporti che è in crisi e la sua crescita ha una maggior componente di consumi interni).

Le buone notizie per l’Italia arrivano anche in un contesto internazionale dove l’America ha ripreso alla grande nel suo ruolo di locomotiva industriale (ha registrato una crescita nel primo trimestre 2019 del 3,2%) e l’Euro si è finalmente svalutato in maniera consistente, tanto da far sperare che nei trimestri successivi ulteriori vantaggi alle esportazioni potranno arrivare al nostro Paese dai cambi valuta.

Le cornacchie prevedono peraltro che nel secondo trimestre 2019 la produzione industriale (cresciuta nel primo trimestre di un robusto 1,1%) possa invece decrescere, trainando al ribasso le rosee prospettive appena evidenziate, ma la questione potrà essere esaminata soltanto più avanti, tra fine Maggio e Giugno, quando inizieranno a comparire i nuovi dati tendenziali. Poiché tuttavia questo dato è quello che più dipende dalle esportazioni, le buone notizie sull’economia a livello internazionale non concordano con tali pessimistiche attese.

E L’INFLAZIONE EVIDENZIA L’ATTESA DELLA RICRESCITA DEI CONSUMI

Ancora notizie positive sul fronte dell’inflazione, che quando è troppo bassa rispecchia una carenza di domanda per l’acquisto di beni e servizi: l’indice dei prezzi al consumo ad aprile registra un aumento dell’1,1% su base annua. Lo rileva l’Istat ricordando che il tasso di inflazione era all’1% a marzo. L’aumento è dovuto ai prezzi dei trasporti, ma evidenzia una maggior capacità di spesa da parte degli Italiani. La domanda ha infatti pesato soprattutto sui prezzi dei voli aerei con il 24% ad aprile in più su marzo (+11% tendenziale). Si registra anche un aumento per i prezzi dei servizi ricreativi (+1,5% su marzo 2019), dei pacchetti vacanza (+2,2% su base mensile, +6,1% su base annua) e degli alberghi (+10,2% sul mese). Tutt’altro che segnali di crisi, perciò!

L’informativa prevalente che forniscono giornali e mezzi di comunicazione dipinge un quadro congiunturale piuttosto diverso da quello qui sopra riferito, ma essa sconta il fio della campagna elettorale in corso, e non c’è quasi alcuna testata che non debba rispondere a suoi referenti politici o parti sociali. Molti dei quali sono oggi nettamente schierati contro l’attuale maggioranza parlamentare. Ognuno ne tragga dunque le proprie conclusioni…

Stefano di Tommaso




SE I PROFITTI CRESCONO E LE BORSE BRINDANO, ALLORA LA RECESSIONE È PIÙ LONTANA ?

“Mi spiace deludervi, ma le notizie sulla mia morte sono fortemente esagerate”. Anche senza citare l’arcinoto aforisma di Mark Twain, se dovessimo dare il microfono alla ripresa economica globale, sarebbe difficile immaginarla pronunciare una frase molto diversa. Se da un lato infatti si moltiplica il numero di soloni che annunciano cataclismi prossimi venturi, recessioni imminenti e crolli di borsa in arrivo, i dati economici provenienti dalle maggiori imprese multinazionali raccontano una storia molto diversa, fatta di profitti e salari che crescono ancora, mentre la disoccupazione (non soltanto americana) continua la sua discesa. Sono passati già i primi quattro mesi del 2019 e i principali indici azionari di Wall Street non accennano a regredire, toccando anzi nuovi massimi storici e trascinando al rialzo quasi tutte le altre borse.

 

La storia non si ripete mai allo stesso modo e riuscire a interpretare correttamente i nuovi paradigmi dei tempi che cambiano sta diventando sempre più difficile, un po’ per via della progressiva digitalizzazione dell’economia, per la sua crescente finanziarizzazione e per la progressiva condivisione della proprietà di quasi tutto quello che viene prodotto (che sono fenomeni difficili da incorporare nelle nuove teorie economiche) e un po’ perché sembrano scomparsi o alterati anche i normali cicli di espansione e recessione di produzione industriale e consumi.

Quelle oscillazioni dell’andamento economico che ci eravamo infatti abituati a vedere pulsare quasi regolarmente nell’ultimo secolo, oggi invece, alla luce della grande crisi del 2008-2009 e dell’espansione economica che da allora è iniziata e da allora non sembra mai terminare, sembrano sempre più difficili da interpretare: sono stati soltanto fortemente amplificati o magari sono addirittura scomparsi? Stiamo vivendo un lunghissimo ciclo economico espansivo costellato di piccole pause di parziale stagnazione che ogni volta spingono a lanciare nuovi allarmi, tutti regolarmente rientrati sino ad oggi.

I pessimisti potranno obiettare che le buone notizie non si estendono ad ogni settore dell’economia, lasciando per esempio indietro i prezzi degli immobili non commerciali, le vendite di molti beni durevoli (come le automobili e gli elettrodomestici) e le quotazioni di materie prime e derrate alimentari. Sempre secondo i pessimisti senza l’immissione di nuova liquidità da parte delle banche centrali i mercati finanziari si sarebbero già fracassati al suolo e gli investimenti si sarebbero arrestati.

Gli ottimisti dall’altra parte fanno notare che l’economia non può crescere senza che si espanda di pari passo l’offerta di moneta, che se c’è più debito in giro per il mondo è anche perché c’è più disponibilità a concederlo e che se ci sono consumi che calano ce ne sono altri che decollano, come ad esempio le spese mediche e quelle per la cura della persona. E via dicendo che il prezzo del petrolio non accenna a scendere perché evidentemente la sua domanda è robusta, che sempre più servizi digitali vengono oramai utilizzati nel mondo (anche dalle persone anziane) sebbene un notevole numero di essi venga erogatori rete in forma semi-gratuita (spesso in cambio di pubblicità) o a tariffe stracciate (ad esempio gli organi di stampa, notiziari e cinematografia)…

Quello che però non pare di poter scorgere all’orizzonte è una crisi vera e propria dei consumi oppure una riduzione degli investimenti o ancora un calo dei commerci internazionali, nonostante l‘accresciuto debito globale, la tanto sbandierata guerra delle tariffe doganali, le (supposte) tensioni geopolitiche e l’estendersi di sanzioni americane contro tutti gli avversari politici del mondo.

L’unico settore industriale che tutto sommato non sembra proprio riuscire a riprendersi a dovere è il quello dei veicoli da trasporto. Afflitto dal problema dell’inquinamento ambientale, tormentato dall’arrivo della trazione elettrica che però è ancora lontana dal rimpiazzare i motori termici, in attesa di una vera e propria capacità di guida autonoma, (probabilmente in arrivo con il progredire dell’intelligenza artificiale ma per il momento ancora non affidabile), l’industria dell’auto per molti decenni è stato il cavallo di battaglia dell’Europa continentale mentre oggi ne segna il suo declino tecnologico e commerciale, con l’avvento invece di protagonisti americani (come Tesla) e asiatici (giapponesi, coreani, cinesi e indiani).

Le vendite di automobili oramai stagnano da qualche anno ma al tempo stesso l’auto oggi si rinnova nelle forme (suv, promiscuo, urbano e micro), nella trazione (ibrida-elettrica o a idrogeno), nelle forme di possesso (car-sharing, noleggio, rinnovo programmato, pay-per-use), e nella guida (sempre più assistita dall’intelligenza artificiale) e queste nuove tendenze segnano il declino dei produttori tradizionali e l’ascesa di nuovi protagonisti.

E se tuttavia il declino del mercato dell’auto tradizionale a motore termico lascia i suoi graffi un po’ dappertutto nel panorama industriale globale, genera disoccupati e impone nuove efficienze di costo a produttori di componentistica, accessori, materiali di consumo e molti altri (ad esempio a rivenditori, distributori, operatori logistici e persino agli assicuratori) molti dei quali in passato avevano potuto assaporarne i ricchi margini, esso non è tale da riuscire trascinare al ribasso l’intera economia mondiale.

Al tempo stesso infatti sta decollando l’industria aerospaziale, stanno prendono forma nuovi servizi digitali, vedono la luce nuovi impianti tecnologici che rispettano l’ambiente e funzionano quasi senza personale che li manutiene, l’informatica continua la sua espansione, l’industria dell’intrattenimento non rallenta la sua crescita, ma soprattutto la crescita della popolazione globale (di umani e di animali domestici) sospinge la ricerca e lo sviluppo industriale dell’alimentazione e delle bevande, di integratori alimentari e di specialità di ogni genere.

Il mondo insomma va avanti in molte direzioni cercando al tempo stesso di emanciparsi dall’industria inquinante e inefficiente del recente passato, e ciò penalizza le vendite di auto private così come il consumo di carburanti di origine fossile, rinnovando il palcoscenico globale della “nuova economia” con altri e nuovi protagonisti nell‘ immancabile tristezza dei settori in declino, degli ecosistemi non sostenibili e delle aree geografiche le cui comunità imprenditoriali non riescono a rinnovarsi allo stesso ritmo.

“Niente di nuovo sotto il sole” dice la Bibbia nel libro dell’Ecclesiaste, o forse è proprio il sopraggiungere del “nuovo” ciò che più spaventa i nuovi soloni e che li spinge a presagire sventure?

Stefano di Tommaso