IL CREDITO ALLE IMPRESE CONTINUA A RESTRINGERSI MA UNA SPERANZA ARRIVA DAL FINTECH

È la stessa Banca d’Italia ad affermarlo in una nota dello scorso 22 Gennaio: nel 2018 la domanda di credito nel nostro Paese è cresciuta ma l’offerta no, anzi si è ulteriormente irrigidita. Soprattutto per le piccole imprese, che non hanno trovato sfogo negli strumenti alternativi offerti dal mercato dei capitali a quelle di dimensioni un po’maggiore. Ma all’orizzonte sembra emergere una vera e propria rivoluzione finanziaria…

 

LA RITIRATA DELLE BANCHE

Complice la normativa europea sempre più stringente sui requisiti di capitalizzazione delle banche, queste ultime rispondono alle accuse di aver ristretto i cordoni della borsa facendosi sempre più promotrici di servizi alle imprese, dall’intermediazione per la loro capitalizzazione al supporto dell’internazionalizzazione. Tuttavia mel corso del 2018 i prestiti alle piccole e medie imprese si sono contratti in totale del 5%, cioè di 40 miliardi di euro, nonostante che le sofferenze creditizie verso le medesime imprese si siano ridotte del 31%, vale a dire di 53 miliardi (da 173 miliardi a 120).

La statistica appena citata accomuna tuttavia le medie alle piccole imprese: sono quelle fino a 5 dipendenti le vere vittime sacrificali del momento. Pur costituendo -in numerosità- il 91% del totale degli operatori economici italiani, queste ultime ottengono soltanto l’11% del totale di credito erogato nel nostro Paese. Da questo punto di vista è scattata una vera e propria emergenza nazionale, dal momento che in Europa l’Italia era già il fanalino di coda quanto a disponibilità di credito per gli operatori economici e che l’ultimo intervento pubblico della Banca d’Italia certifica l’impotenza del medesimo istituto ad agire per contrastare la deriva.

L’ASCESA DELLE PIATTAFORME FINTECH

Ma per fortuna sta decollando una nuova modalità di erogazione del credito alle imprese, basata sul moltiplicarsi delle piattaforme finanziarie online (dette : FinTech) che offrono il cosiddetto P2P Lending vale a dire i “prestiti peer to peer”, cioè il credito erogato direttamente dal prestatore di denaro al suo prenditore.


Nel corso del 2018 questo sistema ha canalizzato a favore delle piccole imprese 763 milioni di euro, più che raddoppiando quanto fatto nel 2017. La stima (prudenziale) per l’anno in corso è che saranno superati i 1200 milioni di euro, in netto rialzo rispetto a quanto previsto dagli analisti fino a pochi mesi fa.

Il mercato potenziale però è molto più vasto: ammonta a 50 miliardi di euro la stima dei microprestiti erogati alle micro-imprese di cui le banche italiane farebbero volentieri a meno perché oggi considerati non remunerativi.


Le piattaforme FinTech rispondono alle esigenze di un mondo che cambia, nel quale le informazioni corrono in tempo reale, tutto passa dai dispositivi mobili (come gli smartphone e i tablets) e la generazione dei “millennials” (cioè colo che sono nati a ridosso del nuovo millennio) è cresciuta maneggiando dispositivi digitali e adesso che inizia a detenere risorse finanziarie le vuole investire in modo più efficiente.

Inoltre è oramai comprovato che ne Paesi economicamente più evoluti il sistema dei pagamenti si sposta ad una velocità sorprendente verso gli strumenti digitali, e non solo tramite le carte di credito (esempio: Paypal). Secondo uno studio di PWC già nel 2018 il 56% degli operatori finanziari tradizionali ha incorporato strumenti FinTech nella propria offerta alla clientela e addirittura l’82% di essi prevede di aumentare le proprie partnership nei prossimi tre-cinque anni.

UN NUOVO MODELLO DI BUSINESS

Andiamo allora a scoprire le caratteristiche di questo strumento innovativo (la piattaforma FinTech) che di fatto rivoluziona il concetto stesso di banca commerciale, adeguandolo ai tempi che corrono e alle tecnologie più moderne:

  • il fatto stesso che la proposta si propaga esclusivamente sulla rete e non tramite sportelli bancari permette di individuare la prima: non ci sono vincoli territoriali nè aree geografiche preferite: l’extraterritorialità di internet è sicuramente una prima carta vincente; 
  • il prezzo del credito è molto probabile che risulti nominalmente più elevato, dal momento che deve essere tale da congiungere domanda e offerta di credito, ma anche più trasparente e privo di altri balzelli quali le numerose commissioni che le banche applicano sui conti correnti, su ogni comunicazione e su ogni servizio aggiuntivo, dato che le piattaforme finanziarie online sopportano costi molto limitati; 
  • sinora la maggior parte delle transazioni di credito online si sono rivolte al Factoring di crediti commerciali verso imprese di medio-grandi dimensioni, ma la maggior domanda di credito si posiziona sui finanziamenti per cassa e sulla raccolta di capitali online (detta anche : “crowdfunding”) per cui è soprattutto in queste direzioni che il mercato del credito P2P online può fare grandi numeri; 
  • la raccolta di depositi da parte delle FinTech avviene con la diretta finalità di finanziare delle specifiche imprese, e dunque il modello di business non genera rischi di insolvenza del debitore per il bilancio della piattaforma, perché quei rischi rimangono in capo a coloro che partecipano alle singole iniziative di credito; 
  • quanto sopra ovviamente limita molto la capacità di raccolta di risorse da parte delle singole piattaforme perché molti potenziali prestatori percepiscono un rischio elevato sulle somme che vi depositano. Dunque è questa la “frontiera efficiente” del P2P Lending: la possibilità di mutualizzare i rischi di erogazione tra un certo numero di imprese beneficiarie dei prestiti P2P, cosa che per definizione è un prodotto assicurativo; 
  • un’ultimo aspetto da sottolineare è il rating che esse attribuiscono all’impresa beneficiaria: ad oggi è “confezionato” artigianalmente da personale interno, con tutti i limiti che ciò può significare. Qualora la rischiosità delle erogazioni fosse mutualizzato tra un gran numero di imprese beneficiarie, nonché attutita da sistemi più efficienti di valutazione dei rischi, allora il successo delle piattaforme sarebbe -come dire?- “assicurato”.

Sino ad oggi tuttavia sono stati ben pochi i precursori di questa rivoluzione digitale. E soprattutto sono state quasi assenti le banche commerciali, che si presume possano avere i migliori benefici a mettere un piede anche dentro questa scarpa.

Le cose nel mondo digitale evolvono tuttavia molto velocemente e forse già il 2019 potrebbe risultare l’anno della “svolta”! In base ai dati Nielsen e a quelli dell’ Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano (School of Management) nel 2018 la percentuale di cittadini italiani che hanno utilizzato un servizio Fintech/Insurtech è stata dal 25%contro il 16% di un anno prima. Nella classifica dei servizi più utilizzati con il grado di soddisfazione più alto troviamo: mobile payment (16%), servizi per budget familiari (15%), trasferimenti P2P (12%) e Chatbot (9%).

LA CONVERGENZA CON L’ INSURTECH

Ma per i motivi sopra riportati è forse più probabile che la “svolta” arrivi dagli operatori del mondo assicurativo (già peraltro a loro volta impegnati nello sviluppo di piattaforme di Digital Insurance Technology, altrimenti nota come “InsurTech”). Questo è probabile tanto per la convergenza ineluttabile tra i diversi operatori del mercato finanziario, quanto perché è forse soltanto dalle competenze dei prodotti assicurativi che può originare l‘effettivo abbassamento della rischiosità del P2P Lending.

Stefano di Tommaso




LA RECESSIONE È GIÀ FINITA?

Una serie di indicatori non-statistici hanno fatto muovere al rialzo i mercati finanziari e quelli delle materie prime da inizio anno dell’8,5% in media nel mondo. Ma mentre per il rialzo dei mercati finanziari si può ragionevolmente ritenere che l’ottimismo attuale dipenda più dal livello della liquidità in circolazione (in questo momento molto elevato) che dalle prospettive macroeconomiche, per la crescita dei prezzi delle materie prime (e in particolare per quella del petrolio) bisogna prendere atto che la loro domanda supera l’offerta nonostante questa stia continuando a crescere. Dunque l’economia globale evidentemente prosegue impetuosa la sua corsa, mentre le statistiche fanno fatica a rilevarne la misura.

 

Si potrebbe obiettare che un paio di rondini non fanno primavera e che le dichiarazioni pro-Opec fatte dai principali produttori di oro nero fanno temere che in futuro l’offerta di greggio potrà ridursi, ma visto che ad oggi non è ancora successo, se la domanda supera l’offerta può dipendere soltanto da due fatti:

 

  • O c’è molta richiesta di petrolio e dunque il prodotto interno lordo delle nazioni non sta affatto rallentando,
  • Oppure la domanda non è poi così forte ma c’è chi sta accumulando riserve di petrolio in attesa che ne cresca il prezzo.

Ma se anche fosse la seconda ipotesi, allora bisogna mettere in conto uno dei due possibili scenari che seguono:

  • O gli speculatori che accumulano stock sono in attesa di una decisa e importante riduzione della disponibilità di petrolio nel prossimo futuro
  • Oppure, OPEC a parte, le prospettive di domanda di petrolio sono comunque più elevate dell’offerta, e dunque nessuno si aspetta una severa recessione economica nei prossimi mesi.

 

E qui veniamo al punto: ricordiamoci che nonostante banchieri centrali, analisti e osservatori economici continuino da almeno un biennio a gridare allo scandalo di quotazioni troppo elevate delle borse, e nonostante le banche centrali abbiano rialzato in qualche caso i tassi e in altri casi ne abbiano annunciato l’intenzione, i rendimenti dei titoli obbligazionari restano bassissimi e gli indici di borsa restano prossimi ai massimi di sempre.

LE BORSE NEL MONDO FANNO +8,5% DA INIZIO ANNO

In passato si era giunti a “giustificare” quei livelli a causa della forte crescita dei profitti industriali e dunque sulla base di decise aspettative di crescita economica globale. Poi negli scorsi mesi qualcuno ha iniziato a dubitarne e, in effetti, nella seconda metà del 2108 una raffica di statistiche ha mostrato una decisa flessione nell’andamento di investimenti e consumi. Eppure le borse non si sono quasi mosse. La discesa delle quotazioni dello scorso Dicembre è oramai un ricordo e persino la borsa di Shangai (quella che era crollata di più nel corso del 2018) da quasi un mese non fa che puntare in alto.

Ora è arcinoto che la prospettiva di una imminente recessione globale, o quantomeno quella di chiazze geografiche di recessione nel mondo porta con se la prospettiva di una riduzione dei profitti aziendali e dunque anche quella di una riduzione aziendali dei valori sottostanti. Ma se andiamo a cercare commenti e previsioni sulla stagione dei profitti in corso, nonostante le aspettative di crescita degli utili aziendali siano in calo, tutti si aspettano che continuino a salire, e non soltanto nel primo trimestre dell’anno, bensì per tutto il 2019.

Questo non significa necessariamente che le borse continueranno a crescere ininterrottamente ancora a lungo, perché molte altre variabili sono ancora in gioco al di là della crescita economica globale, ma evidentemente gli allarmi lanciati negli ultimi mesi dagli organi di (dis)informazione di massa si sono rivelati spesso infondati o anche soltanto esagerati.

LA CRESCITA RALLENTA MA PROSEGUE

Certamente: la crescita economica sta rallentando un po’ dappertutto nel mondo, e in particolare in Europa, ma non sono i fattori congiunturali a frenare lo sviluppo, bensì molto più probabilmente quelli strutturali, come la necessità di ingenti investimenti per proseguire nell’automazione industriale, o quella di ancor più ingenti risorse per le grandi opere infrastrutturali.

Gli investitori sui mercati finanziari restano particolarmente cauti perché si rendono conto della necessità di individuare un nuovo equilibrio finanziario globale nel decennio che è in arrivo, dato l’eccesso di debiti che tutte le nazioni hanno accumulato, l’invecchiamento della popolazione più benestante, la crescente concentrazione della ricchezza in poche fortissime mani, il possibile effetto dirompente delle numerose nuove tecnologie in arrivo.

Ma come si può leggere dal grafico nell’ultimo mese essi sono ritornati a scommettere sulle tecnologie e sui Paesi Emergenti e dunque nonostante le doverose cautele i mercati finanziari viaggiano a gonfie vele, i profitti aziendali continuano (seppur a ritmo più pacato) a crescere, e il lungo ciclo economico positivo globale che nell’ultimo biennio si è sincronizzato un po’ in tutto il mondo, non si è affatto invertito.

Gli unici che forse sono rimasti davvero scornati dalla successione degli eventi più recenti sono invece gli economisti, i ”guru” di ogni sorta e gli pseudo-cartomanti che da anni continuano a suonare le campane a morto sperando di essere ricordati come coloro che avevano annunciato per primi la recessione. Ma anche, probabilmente, tutti coloro che alle attuali notizie (mediamente positive) avrebbero preferito un diverso corso delle vicende politiche e geo-politiche (oggi infinitamente più tranquille di ieri), evidentemente per motivi di loro tornaconto personale. Prima o poi una nuova recessione economica arriverà ugualmente, ma al momento non se ne vedono ancora i contorni all’orizzonte…

Stefano di Tommaso




EUROPA: L’ECONOMIA RALLENTA, MA NON TROPPO

Continuano le prese di posizione di giornali e analisti circa la mini-recessione in corso in Europa, con i rischi che ne derivano di possibile instabilità dei mercati finanziari dell’area Euro e, di conseguenza, quelli di sostenibilità dei debiti pubblici europei, in primis di quello italiano. Ma chi, tra gli osservatori indipendenti e scettici come il sottoscritto, cerca riscontri sui mercati internazionali ne trova pochi, anzi!

 

Il ministro e vice-cancelliere tedesco Olaf Scholz non esita a dichiarare la “bufala”senza mezzi termini: le previsioni di esperti e commentatori che affollano la tribuna dei mezzi di comunicazione di massa sono passate sfacciatamente da un eccesso all’altro.

 

LA PRODUZIONE INDUSTRIALE SCENDE, MA L’ITALIA NON CROLLA

E che il mondo non stia correndo verso il baratro lo dicono anche molti altri segnali, come l’enorme successo dell’ultima asta di titoli di Stato che ha visto una richiesta (in buona parte estera) di cinque volte l’offerta proprio sui BTP trentennali (se vogliamo: quelli teoricamente più a rischio di mancato rimborso).

Certo occorre prendere atto delle difficoltà dell’economia globale che non aiutano le esportazioni italiane. Le difficoltà della Cina a proseguire la sua crescita impetuosa sintantochè non sarà stata trovata una tregua duratura nei rapporti commerciali con l’Occidente sottraggono infatti alla crescita economica un bel propulsore, così come la domanda interna di beni e servizi dell’intero sud-est asiatico resta debole anche nel primo trimestre 2019. In questa situazione il solo continente che beneficia di una propria dinamica positiva a causa della forte domanda interna è quello americano, e le borse d’oltreoceano sino a ieri ne hanno preso atto, mentre le altre (come la nostra) sono in crisi. La situazione non è peraltro semplice nemmeno per Wall Street, alle prese con la necessità di tornare a credere alla distensione dei rapporti con la Cina.

Ma tutt’altra cosa è invece partire dai risultati negativi dell’ultimo trimestre del 2018 ed estrapolarne prospettive negative per l’intero 2019 per tutta l’economia mondiale, con l’Italia in crescita-zero e una brusca frenata per il resto d’Europa. È sempre possibile che i nuvoloni si stiano addensando, ma la sensazione per chi scrive è che coloro che si esercitano nella lettura (ad alta voce) della sfera di cristallo stiano facendo esercizi di natura politica più che di chiaroveggenza!

LA MANOVRA IN CORSO

Dello stesso avviso è il giornalista d’inchiesta Bottarelli che nel suo ultimo editoriale nota un forte nesso logico tra la campagna di criminalizzazione della manovra economica di governo ripartita lo scorso Mercoledì con un concerto di comunicati da parte di Commissione Europea (BCE) e Fondo Monetario Internazionale (se ci fosse stato anche quello della Banca Centrale Europea la “Troika” sarebbe stata al completo) che hanno fatto crollare le borse europee, e la necessità dell’intera Unione Europea di sollecitare “indirettamente” -cioè attraverso questi allarmismi- un nuovo intervento della BCE, guarda caso il terzo cavallo della Troika.

In effetti non soltanto l’Italia gradirebbe moltissimo un allentamento della politica monetaria europea per riuscire a finanziare le opere infrastrutturali pubbliche e mantenere i tassi d’interesse del debito nazionale più bassi possibile, ma di un nuovo intervento “di mercato” della BCE (leggasi: nuovo Quantitative Easing, anche detto QE) beneficerebbero moltissimo anche altri paesi dell’Unione in particolare quelli che hanno ancora in pancia svariate centinaia di miliardi di titoli di Stato italiani, come le banche francesi, che sa sole ne avrebbero accumulati ben 285 (più di tre volte l’interscambio commerciale di un anno con il Bel Paese).

UN’INIZIATIVA TUTTA FRANCESE…

A volerci ricamare ancora un po’ sopra si potrebbe andare a notare che -guarda caso- la presidente del FMI è francese e che l’iniziativa di allarme è coincisa con il clamoroso ritiro dell’ambasciatore francese a Roma, cosa che non si vedeva dal 1940. La tensione praticata dalla presidenza Macron in queste ore per l’offesa recata dai politici italiani che si sono permessi di osservare che qualche ragione i “gilet gialli” forse ce l’avevano pure, non poteva essere più alta.

Ma l’allarme lanciato da francesi & c. sarebbe stavolta una copertura, cioè una manovra del tutto strumentale ad una chiamata alle armi della Banca Centrale Europea, chiamata che ovviamente non risulta del tutto gradita al partner tedesco. Si spiegherebbe forse così l’acqua sul fuoco buttata dal numero due della Merkel a proposito di prospettive così grigie come quelle paventate negli ultimi giorni: la Germania ha meno da guadagnarci da un nuovo QE e l’opinione pubblica tedesca lo interprerebbe come ennesimo balzello a loro carico richiesto dall’Europa.

D’altra parte neanche negli USA è andata troppo diversamente, con una serie di crisi “concertate” dei mercati finanziari che hanno fornito la “scusa” al governatore della Federal Reserve di mutare atteggiamento (e rinfrancare stabilmente i mercati) senza perdere la faccia. I mercati borsistici anglosassoni poi, che scontano già nei loro numeri la conclusione di un nuovo accordo commerciale tra America e Cina, iniziano ad essere nervosi anche su questo tema e stanno indirettamente facendo pressione su Trump perché “chiuda” in fretta.

Facciamo chiarezza: l’accordo con la Cina resta altamente probabile e tuttavia, il giorno che esso dovesse vedere la luce, probabilmente tornerebbe a dare fiato anche alle borse asiatiche, tenute a galla in queste settimane soltanto dall’ossigeno fornito dalle autorità monetarie cinesi (che hanno praticato un vero e proprio sostegno monetario sotto copertura).

COSA ACCADREBBE CON NUOVI STIMOLI MONETARI ?

Ora se anche in Europa dovesse accadere qualcosa di simile e le autorità monetarie continentali arrivassero ad agire con uno stimolo monetario:

  • Non sarebbe accaduto nulla di strano e anzi il coordinamento con il resto del mondo lo renderebbe più efficace,
  • Non sarebbe poi così strano se anche le politiche di stimolo “fiscale” all’economia tanto reclamate dai gialloverdi italiani ma anche da Spagnoli, Francesi e Portoghesi, venissero di colpo un po’ meno demonizzate,
  • Gli altri grandi beneficiari netti dell’iniziativa risulterebbero le banche, a partire da quelle italiane, che in questo modo avrebbero anche più fiato in gola per sostenerne le esportazioni,
  • Il rischio principale, quello di una nuova fiammata inflazionistica, al momento resta
    decisamente compresso, e questo nonostante che le quotazioni del petrolio si siano risvegliate dal letargo.
     

Tutto tranquillo allora? La congiuntura astrale potrebbe magicamente divenire benigna? Forse si, ma non così presto e non gratis, purtroppo. Innanzitutto qualche problema a livello di domanda aggregata l’economia mondiale l’ha subìto davvero e questo non può essere totalmente ignorato. In secondo luogo l’accordo commerciale sino-americano non può arrivare così presto come qualcuno vorrebbe: sia perché senza il fucile puntato la Cina ha mostrato di voler provare costantemente a rinegoziare tutto, ma anche perché Donald Trump non può far vedere che era così facile arrivarci, e non può concedere troppo a chi pretendeva tutto, non fornendo niente in cambio, sia pure in contropartita di un’operazione che il mondo leggerebbe come una vittoria trumpiana.

In terzo luogo la manovra di “disinformazione costruttiva” in corso da parte dei media internazionali sembra di natura fin troppo francofona (ivi compresi Christine Lagarde del FMI, il commissario Moscovici e l’attuale presidente della Commissione, Junker, che è belga), ma ai grandi elettori tedeschi, da sempre sostenitori di una qualche forma di austerità, essa rischia di andare di traverso, e stiamo sicuri che chiederanno di avere qualcosa in cambio, come il prossimo presidente della BCE, per esempio (se basterà).

 

 

L’ITALIA NE PUÒ BENEFICIARE MA, A DIFFERENZA DELLA FRANCIA, PAGHERÀ SICURAMENTE DAZIO

Per noi in Italia non sarà dunque un percorso soltanto tra rose e fiori. Ma è pur sempre molto meglio che il contrario, e cioè che non si faccia proprio niente, perché in tal caso la deriva antieuropea nei mesi prima della votazioni potrebbe superare i livelli di guardia, proprio mentre le borse europee soffrono di più e con il serio rischio che le banche italiane possano interrompere l’erogazione del credito per aver terminato i loro quattrini, senza nessun altro che glieli vuole prestare. Tutto ciò costituirebbe un regalo politico per le prossime consultazioni elettorali che chi comanda davvero non ha nessuna intenzione di consegnare alle opposizioni!

Per tutti questi motivi possiamo tranquillamente affermare che i tassi d’interesse non sono orientati a risalire, ma le borse europee continueranno probabilmente a subire pressione al ribasso da parte di chi investe, sintantochè non si schiuderanno le porte del nuovo intervento monetario. Questo probabilmente porterà di nuovo i capitali a rifuggire dalle piazze periferiche nel dubbio che non succeda niente, per poi eventualmente rifare il percorso a ritroso laddove Draghi arrivasse a compiere il suo ultimo gesto eroico da Governatore. Se così fosse i mercati obbligazionari saranno decisamente da preferire a quelli azionari, e i mercati emergenti da sconsigliare rispetto a Wall Street, Londra e Francoforte. Milano per lo stesso motivo probabilmente resterà debole ancora per un po’ di tempo, almeno fino a quando non ci saranno buoni motivi per tornare a comprare titoli bancari a mani basse. Gli stessi che oggi la affossano.

Stefano di Tommaso




L’INGANNEVOLE ENFASI DEGLI ORGANI DI STAMPA SULLA MANOVRA ECONOMICA ITALIANA

È dalla metà del 2018, dopo il consolidamento dell’attuale maggioranza di governo, che l’Italia è percorsa da feroci polemiche sulla validità della manovra economica che quest’ultima ha propugnato agli Italiani. Dov’è la verità? Cosa sta succedendo davvero?

 

Per fare luce occorre iniziare col guardare indietro di qualche mese. La polemica politica sulla validità della manovra giallo-verde era già rovente ai blocchi di partenza del nuovo governo (1. Giugno 2018) ed è divenuta poi infuocata nei lunghi mesi in cui la Commissione Europea ha fatto di tutto per contrastarla (trovandosi peraltro chiaramente su posizioni politiche opposte rispetto a quelle del nuovo governo italiano). Mesi in cui l’Italia ha visto lievitare lo spread tra i tassi di interesse sui BTP decennali e quelli sul Bund tedesco di pari durata.

LA MINI-RECESSIONE HA INFUOCATO LA POLEMICA

Lo scontro ad ogni quartiere tra governo e opposizione tuttavia è giunto alle estreme conseguenze di minacce, insulti e all’evocazione di scenari apocalittici quando l’intera Europa continentale (a partire dalla Germania) è caduta in una mini-recessione tecnica proprio nello stesso periodo in cui il governo si insediava (seconda metà del 2018), sebbene le statistiche che hanno rivelato tali numeri (per quasi tutta l’Europa) siano state rese pubbliche solamente dalla fine dell’anno. Pochi commentatori hanno fatto notare che si trattava di un “male comune”.

Oggi -dopo più di un semestre di campagna stampa denigratoria- tutti si chiedono se la manovra di governo (che in buona parte deve essere ancora resa operativa) sia davvero sbagliata e se lo spread, ritornato leggermente in basso ma pur sempre al 2,5% rispetto ai tassi dei titoli tedeschi, non sia la spia di una profonda diffidenza che i mercati nutrono per l’attuale governo. Anticipo qui immediatamente alcune conclusioni del mio articolo: lo spread non è una misura assoluta dell’appetibilità dei titoli italiani, dal momento che, se lo fosse stata davvero, nel secondo semestre del 2018 avremmo visto una fuga dai titoli di stato italiani e il loro tasso di interesse non si sarebbe addirittura ridotto di quasi un punto percentuale.

IL CORO DEL “MAINSTREAM” È CHIARAMENTE CON L’OPPOSIZIONE

A ciò va aggiunto il fatto che le tesi della vecchia classe politica italiana -che oggi si trova in minoranza in Parlamento- vengono tuttavia supportate con vigore dai principali media del nostro e degli altri paesi occidentali, nonché dalle vecchie maggioranze ancora al governo nei paesi dominanti nell’Unione Europea. È anche per questo motivo che l’opposizione -forte dell’imponente schieramento internazionale che la supporta- conta di risultare alla lunga convincente sull‘opinione pubblica circa l’incongruità della manovra e l’inadeguatezza a governare dei vincitori delle elezioni.

Pur essendo evidente che per la maggior parte delle polemiche in corso le opinioni sbandierate da quasi tutti coloro che strillano forte (opinionisti e commentatori delle grandi testate, esperti economici e centri studi di questa o quella associazione) sono tutte spesso orientate a sostenere la pura lotta di fazione a questo governo fatto di “outsiders”, e non sono certo basate su dibattiti seri e autorevoli circa la selezione delle migliori politiche economiche per il nostro Paese, vorrei qui di seguito tentare di affrontare il bandolo della matassa delle accuse alla manovra economica del governo, provando ad analizzarne il contenuto tecnico.

IL DIFFICILE EQUILIBRIO TRA STIMOLI ECONOMICI E VINCOLI EUROPEI

Partiamo da un dato di fatto difficilmente controvertibile: le politiche economiche vagamente neo-keynesiane cui si sarebbe ispirato per più di 4 anni (febbraio 2014-maggio 2018) il precedente duetto di governo (Renzi-Gentiloni), non soltanto non si sono rivelate molto efficaci in termini di rilancio dell’economia pur essendo state avanzate in tempi di piena espansione economica globale, ma se da un lato hanno prodotto qualche incentivo alla crescita della produzione industriale e alla riduzione della disoccupazione, dall’altro lato hanno fatto crescere a dismisura la tassazione per lasciare intatta la spesa corrente dello Stato e mantenere altresì il rispetto del forte vincolo di bilancio richiesto dalla Commissione Europea.

Anche un bambino però comprende che è molto difficile coniugare crescita economica e crescita dell’imposizione fiscale e che, al primo soffio di venticello a livello internazionale, l’unovirgola di crescita dell’Italia sparisce come neve al sole. Quel che dunque le nuove forze politiche stanno sperando di realizzare è un mix tra qualche taglio alla spesa pubblica insieme a qualche incentivo ai consumi (vedi il reddito di cittadinanza e le pensioni agli esodati della legge Fornero) e agli investimenti (vedi la Flat Tax e altre misure di contenimento della tassazione).

L’equilibrio tra le diverse esigenze senza andare in totale rotta di collisione con gli altri membri dell’Unione Europea è anch’esso difficile, come lo era quello del precedente governo, ma lo è ancor di più senza arrivare ad incrementare il deficit dei conti pubblici, che questo governo spera di ottenere con l’avvento -in primavera- di una maggioranza politica diversa in Commissione Europea. Ricordiamoci il benestare appena fornito dalla Commissione Europea alla stessa istanza promossa dalla Francia, senza un battito di ciglia, per il solo fatto che lo ritiene uno Stato “più affidabile”.

GLI USA HANNO TIRATO DRITTO E I FATTI HANNO DATO LORO RAGIONE

Negli Stati Uniti d’America, dove la banca centrale non doveva chiedere permesso ad alcun governo straniero nel finanziare il proprio deficit pubblico, la manovra di taglio delle tasse è stata portata avanti con coraggio (per il deficit dei conti pubblici che essa genera) ed è risultata tuttavia in un puro successo, rilanciando non poco la crescita economica americana e ancor più sbaragliando letteralmente la disoccupazione, mentre il timore prevalente, all’epoca come anche oggi, di una fiammata inflazionistica come risultato di una “politica fiscale” troppo espansiva, si è rivelato -a due anni di distanza- del tutto infondato.

E poiché l’unico timore che tratteneva anche la banca centrale americana (la FED) dall’accompagnare tale politica espansiva (l’inflazione appunto) è caduto, anche la politica di rialzo dei tassi americani portata avanti fino a tutto il 2018 dalla FED è stata oggi stoppata (quasi) definitivamente, riportando le quotazioni delle borse quasi ai massimi di sempre. La lotta politica prosegue spietata anche oltreoceano ma intanto l’America si riempie la pancia e toglie dalla strada i senza lavoro.

IN EUROPA TUTTO È PIÙ DIFFICILE

Certo, la guardia degli investitori resta (e deve restare) molto alta perché il mondo convive con uno spropositato livello di debito che dal punto di vista storico è un inedito e che molti temono possa riportare indietro di un secolo il calendario dell’occidente se non attentamente monitorato. Per lo stesso motivo nemmeno l’Europa del dopo elezioni comunitarie potrà allegramente disinteressarsene, ma certo il problema del vincolo di bilancio rende quasi inattuabile qualsiasi politica economica italiana che provi seriamente a favorire la crescita.

Al sottoscritto come a molti altri -pur senza parteggiare per alcuna fazione politica- non piace perciò la situazione di perenne concerto di voci contrarie alla manovra del governo e il coro di coloro che continuano a dichiarare ai giornali che la maggioranza parlamentare di quest’ultimo cadrà prestissimo. Viene il dubbio che se al governo fosse andata qualsiasi altra forza politica nuova sarebbe successo esattamente lo stesso. E l’aver rinunciato a parte della nostra sovranità nazionale senza aver completato l’integrazione europea, anzi avendo lasciato in vita il vecchio debito pubblico, resta un vero e proprio cappio al collo per chiunque volesse seriamente tentare di rilanciare l’economia nazionale.

EPPURE QUALCOSA BISOGNA PUR FARE

Ma poiché a farne le spese come al solito sono e saranno le classi e le regioni più deboli, che risultano essere anche quelle che meno possono far sentire a Roma la loro voce, ecco che la ricerca di ricette valide per riprendere la strada della crescita economica italiana diviene (anche) un’emergenza umanitaria per oltre un terzo della popolazione e la necessità di arrestare l’emorragia di cervelli e capitali di cui sono affette anche le regioni del Nord.

Un’emergenza su cui occorre arrivare a concentrare l’attenzione di tutti, forse in qualche misura paragonabile a quella dei migranti africani, che i media ci rammentano invece tutti i giorni dell’anno.

 

Stefano di Tommaso