BORSE:VEDREMO IL RALLY DI FINE ANNO?

Dopo molte settimane di debolezza dei mercati finanziari (e in particolare delle borse) si moltiplicano le attese di un rimbalzo, non fosse altro che per motivi statistici o per le ricoperture degli speculatori al ribasso. O ancora, se si vuole ascoltare le gole profonde del mercato, a causa della necessità dei gestori di patrimoni, giunti a fine anno, di ammantare le scarse performances del 2018 con una vernice non troppo negativa. Ma quante chances ci sono che il rally parta davvero? E quanto durerà?

 

WALL STREET

La statistica può darci una mano guardando da un lato al grafico di copertina, che segnala un rimbalzo significativo dell’indice globale delle borse mondiali (in Dollari) riportandolo nell’ultima settimana esattamente sulla media dell’ultimo anno, e dall’altro lato al grafico qui sotto riportato, che mette a raffronto l’andamento stagionale (per settimana) storico medio di Wall Street (da sempre la piazza finanziaria che dà l’impostazione a tutte le altre) dalla prima alla 52.sima settimana dell’anno, comparato con l’andamento effettivo dell’indice Dow Jones nel 2018 fino all’inizio di Novembre:

 

Come si può osservare, per Wall Street l’impostazione dell’intero anno 2018 (linea blu) appare un po’ sotto tono ma sostanzialmente in linea con la media stagionale di lungo periodo (linea rossa) ma dobbiamo tenere conto del fatto che negli ultimi anni è la piazza finanziaria che è cresciuta di più e dove c’era da attendere le maggiori prese di beneficio.

L’andamento del Dow Jones nel 2018 tuttavia rispecchia la stagionalità media soltanto fino alla 41.ma settimana (seconda di Ottobre), quando invece esso fa uno scivolone significativo (si veda il mio articolo del 19 Ottobre u.s.) e inverte la tendenza al rialzo che normalmente lo caratterizza intorno alla fine dell’anno.

PIAZZA AFFARI

Come si può riscontrare dal grafico qui riportato, più o meno la stessa cosa avviene nel medesimo periodo alla Borsa Italiana (sebbene l’impostazione annuale fosse ancora peggiore) salvo un recente rimbalzo ancora più deciso di quello americano, probabilmente a causa di una maggiore incidenza delle ricoperture degli speculatori al ribasso, che è notorio siano nelle ultime ottave più pesantemente presenti sul nostro listino:

 

UN MINI-RALLY DI FINE ANNO LO ATTENDONO IN MOLTI

Cosa succede dunque: proseguirà l’andamento negativo anche nel corso del prossimo mese (fino alla vigilia di Natale) o si invertirà? La risposta esatta sarebbe: “dipende”, ma è anche la più scontata. Anticipiamola subito allora: probabilmente no, il rimbalzo ha tutte le premesse per poter proseguire. Gli analisti danno una probabilità del 75% che il mese a venire chiuda positivamente per Wall Street (e ricordiamoci che c’è una correlazione statistica del 76% tra l’andamento di quest’ultima e quello della media delle altre borse internazionali). Dunque anche per quelle periferiche come Milano esiste la speranza statistica di una prosecuzione in territorio “non negativo”.

I LIMITI ALL’OTTIMISMO

Esiste tuttavia un doppio limite all’ottimismo: innanzitutto l’accresciuta volatilità :

Come si può notare dal grafico relativo all’indice VIX (di volatilità), è soprattutto dalla seconda settimana di ottobre che essa si è impennata a Wall Street (indice SP500) per poi riposizionarsi esattamente sulla media dell’anno lo scorso Venerdì.

Ma anche e soprattutto un altro limite è dettato dall’andamento dell’economia mondiale, sul quale non esistono grafici aggiornati sebbene la maggioranza degli analisti finanziari concordi sul fatto che è in corso un rallentamento della sua crescita e, soprattutto, che difficilmente si vedranno nel corso del 2019 prospettive significativamente migliori di quelle del 2018.

Dunque anche senza cadere nel pessimismo, è relativamente improbabile che la rincorsa delle borse alla performance positiva nel 2018 (o tuttalpiù meno negativa, come a Milano) possa proseguire anche oltre la fine dell’anno.

LO SPREAD

Per il nostro Paese c’è da registrare un ridimensionamento della speculazione al ribasso sui nostri titoli di Stato, registrata anche dall’andamento dello Spread con quelli tedeschi, asceso a livelli preoccupanti sempre intorno all’inizio di Ottobre (dunque con una componente “importata” di non poco conto) ma poi stabilizzatosi intorno al 3% e, nella prima parte di Novembre, addirittura ridisceso al 2,9%.

Purtroppo su questo fronte è troppo presto per cantare vittoria, ma una cosa di sicuro esso significa: la speculazione al ribasso contro il nostro Paese si è (almeno per il momento) decisamente placata, e questo sottrae uno dei pilastri più significativi alle attese di ulteriore ribasso della borsa: al momento la fuga dei capitali all’estero sembra essersi arrestata.

L’ECONOMIA GLOBALE

A livello globale tuttavia i segnali sono contrastanti: da una parte c’è l’andamento formidabile dell’economia americana che fa ben sperare possa agire da traino, almeno su quelle europee. Nel grafico qui riportato si vede un importante recupero dei salari, con una crescita dei quali (intorno al 3% su base annua) che non si vedeva da prima della grande crisi del 2008 :


Un analogo segnale positivo lo forniscono i profitti aziendali americani, cresciuti costantemente a partire dal 2016 su base annuale ben di più delle retribuzioni (in media quasi del 12% nel terzo trimestre 2018, contro una media storica dell’ultimo ventennio poco sopra l’8%), in particolare per il comparto dell’energia (63% su base annua) delle telecomunicazioni (56% su base annua) e per quello finanziario (33% su base annua):

Sul fronte negativo c’è il progressivo venir meno, dopo quasi dieci anni di costante somministrazione, della “droga” che ha esaltato le performance delle borse di tutto il mondo: l’incremento della liquidità indotto dalle banche centrali. Nel corso del 2019 infatti l’immissione netta di liquidità diverrà negativa (contro i 720 miliardi di dollari del 2018 e i 1800 del 2017) e, con questo passaggio, molti analisti si attendono di vedere le borse riprendere l’impostazione negativa che ha soltanto fatto capolino nell’ultimo scorcio del 2018.

I TASSI DI INTERESSE

Per non parlare dei rialzi dei tassi: se è vero che l’ampia anticipazione delle proprie mosse fornita dalla Federal Reserve Bank of America ha fatto sì che tutti i mercati stiano dando per scontati altri tre o quattro rialzi dei tassi di interesse, resta altrettanto vero che gli effetti degli stessi sulla risalita del Dollaro americano non potranno che incrementarsi, rischiando di mettere in ginocchio i bilanci di molti Paesi Emergenti (indebitati in Dollari) e continuando ad attirare capitali in U.S.A. facendoli fuggire dalle periferie del mondo dove essi trovavano migliori opportunità di profitto e assolvevano al compito fondamentale di finanziarne lo sviluppo.

È perciò in corso un progressivo “spiazzamento” dell’investimento azionario da parte dei titoli a reddito fisso, il rendimento dei quali non soltanto cresce, ma lascia anche molto più tranquilli gli investitori professionali e istituzionali che trovano quantomai interessante riporre oggi sotto il tetto sicuro delle cedole periodiche le plusvalenze ottenute sino a ieri nelle borse valori.

A QUANDO LA PROSSIMA RECESSIONE?

È infine attesa da tutti -al termine del 2019- la “fine del super-ciclo economico positivo” che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni di ripresa da una delle maggiori crisi finanziarie dell’ultimo secolo. L’elezione di Donal Trump ha contribuito parecchio a rinviarne il termine (atteso già alla fine del 2016) ma, mano mano che gli anni passano, l’arrivo di una periodica recessione (seppur magari non necessariamente drammatica), si fa sempre più probabile e le borse lo sanno. In quest’ottica il rimbalzo prevedibile per fine anno non può essere visto come la ripresa indefinita della crescita esponenziale delle borse per l’intero 2019, ma soltanto come un momento di assestamento.

Stefano di Tommaso




SOFTBANK ALLA PROVA DELLE IPOs

Con una serie infinita di notizie positive e negative che si accavallano, Softbank continua a restare uno dei garbugli più controversi nella storia della finanza mondiale. Se da un lato la sua strategia negli ultimi anni non poteva essere più netta e lineare (il colosso giapponese delle telecomunicazioni ha scelto da tempo di fare degli investimenti nelle nuove tecnologie e nell’intelligenza artificiale la sua vera missione, ed ha per questo costituito Vision Fund, il più grande fondo di venture capital al mondo con quasi 100 miliardi di dollari di dotazione, scegliendo conseguentemente di separare il ramo telecom da quello divenuto oggi principale), dall’altro lato le modalità attraverso le quali Softbank ha scelto di perseguire questa strategia hanno fatto discutere tutti gli osservatori. Vediamo perché.

 

Occorre innanzitutto notare che non è facile -nemmeno per uno dei più brillanti strateghi della finanza come Masayoshi Son– riuscire a conciliare la purezza di un principio (quello di investire esclusivamente sulle nuove e più sfidanti tecnologie) con la volontà contemporaneamente di mantenere una serie di primati mondiali (quello delle dimensioni complessive, quello della velocità di accrescimento e anche quello di massimizzare anche a breve termine il valore delle azioni). Il rischio (o forse dovremmo scrivere: la certezza) è quello di fare un gran guazzabuglio o, peggio, di scendere a grandi compromessi, e di dover tentare mosse sempre più ardite, per sperare di venirne a capo.

IL MAGGIOR FONDO DI VENTURE CAPITAL

Softbank nel recente passato è riuscita a cogliere uno dei momenti più fortunati della storia finanziaria recente per mettere insieme il più grande fondo della storia del Venture Capital, proprio mentre le quotazioni delle borse ascendevano alle stelle e, al tempo stesso, le statistiche parlavano chiaro: gli investimenti nelle Start-Up legate alle nuove tecnologie hanno dimostrato di essere stati i più redditizi della storia. Vision Fund si rivolge infatti alle aziende globali più promettenti e ad alto tasso di crescita con tecnologie quali robotica e intelligenza artificiale.

Ma per raggiungere la mirabolante soglia di raccolta dei (quasi) 100 miliardi di dollari per il suo fondo, l’anno scorso Softbank ha ceduto la controllata americana Sprint alla rivale delle telecomunicazioni T-Mobile Us (operazione che sta ancora aspettando il via libera da parte delle autorità competenti) e soprattutto è dovuta necessariamente scendere al maggiore dei suoi grandi compromessi: accettare di accogliere tra i propri investitori la chiacchieratissima famiglia reale saudita, che ha fornito circa la metà del totale della cifra.

L’INCREDIBILE SERIE DI SFORTUNATE COINCIDENZE

La mossa -sembrata al tempo estremamente sapiente- è poi costata cara nelle scorse settimane alla società, quando le indagini sulla sparizione di un giornalista famoso come Jamal Kashoggi hanno mostrato trattarsi di un assassinio bello e buono operato addirittura all’interno del consolato saudita di Istanbul, dimostrando al mondo l’evidente coinvolgimento della medesima famiglia reale quale mandante del misfatto.

E, dal momento che le brutte notizie arrivano sempre accompagnate, come le ciliegie, ecco che nelle medesime settimane in tutte le borse del mondo le quotazioni dei titoli del comparto tecnologico hanno preso una storica imbarcata, penalizzando ovviamente di riflesso anche chi ci aveva investito sopra, come Softbank appunto.

La medesima annovera tra i suoi investimenti anche il secondo gruppo al mondo del commercio elettronico: Alibaba, altra scelta in passato fortunatissima di Softbank, ma che nell’ultimo mese è stata alla base di un cospicuo ridimensionamento delle sue quotazioni di borsa. E ciò avviene proprio mentre il gruppo che fa capo a Masayoshi Son aveva deciso di promuovere un’altra delle sue più importanti sfide: la quotazione in borsa del proprio ramo di attività nelle telecomunicazioni.

LE SFIDE IN ATTO E L’IPO PIÙ GRANDE DELLA STORIA

Non esattamente un passaggio facile, dal momento che si parla di un valore di tale comparto, dopo lo split, di circa 90 miliardi di dollari, con una raccolta di capitali in sede di Initial Public Offering (IPO) di 27 miliardi, che potrebbe arrivare a polverizzare il precedente record di 25 miliardi detenuto, tanto per cambiare, proprio da Alibaba, società pesantemente partecipata da Softbank.

Per non parlare del fatto che Vision Fund ha anche investito in un certo numero di altre grandi imprese cinesi, cosa non esattamente graditissima alla maggioranza americana degli investitori che sono i candidati naturali ad investire nell’IPO, proprio mentre infuria una sanguinosa battaglia commerciale tra Cina e Stati Uniti d’America (con il rischio di pesantissimi dazi a tutti gli scambi tra le due nazioni) e mentre le borse dell’ex celeste impero stanno subendo uno storico regresso nelle quotazioni.

Tornando alla più ambiziosa delle IPO attese entro la fine dell’anno, peccato che qui la storia di Softbank si “incricca” ancora di più perché nei giorni scorsi, mentre i primi numeri e le prime notizie sul più grande collocamento azionario della storia iniziavano a circolare (e così pure i nomi delle banche che agirebbero quali global coordinator: Nomura, Goldman Sachs, Mizuho Financial Group, Deutsche Bank e Smbc Nikko Securities), il mercato giapponese delle telecomunicazioni -quello oggi divenuto principale per il ramo telecomunicazioni di Softbank- vedeva accendersi un’altra sanguinosissima guerra che rischia di costare cara a Softbank, quella dei prezzi tra i principali rivali (NTT DoCoMo e KDDI, entrambe di maggiori dimensioni della quotanda, con una quota di mercato rispettivamente del 45% e del 31%, contro il 23% di Softbank).

Il taglio furioso alle tariffe della telefonia mobile (fino a meno 40%) già operato dai colossi giapponesi e la prospettiva che un altro grande gruppo attivo nei media digitali –Rakuten– stia sul punto di lanciare una nuova società di telecomunicazioni con forti sconti alle tariffe in Giappone, non ha ovviamente favorito la valutazione del ramo d’azienda che Masayoshi Son spera di collocare in borsa e tiene tutti gli operatori coinvolti con il fiato sospeso. Al momento le quotazioni di tutti questi gruppi sono in ribasso.

E come se non bastasse la serie infinita di sfide che Softbank ha voluto regalarsi, è inoltre circolata la notizia che essa abbia battuto un altro record sui mercati finanziari: le più basse commissioni totali della storia (1,5%) per compensare la gestione e il collocamento dell’IPO del suo ramo telecomunicazioni, che il consorzio di banche sopra citato pare abbia accettato senza fare una smorfia!

IL TEMA PIÙ IMPORTANTE: LA REPUTAZIONE!

L’ultima (e pur sempre brillante) iniziativa di un leader come Masayoshi Son che non intende piegarsi nemmeno alla più imponente congiuntura negativa che si potesse immaginare e al rischio che i fatti recenti possano infangare la sua immagine di investitore visionario e di successo è stata quella di nominare a capo del proprio ufficio stampa un vero e proprio pezzo da 90: Gary Ginsberg, che proviene nello stesso ruolo dal gruppo americano Time Warner, nell’ambito del quale è di recente riuscito a far “passare” la fusione con AT&T. Ginsberg, che ha avuto un ruolo simile anche nel Governo americano durante l’amministrazione Clinton e nel gruppo di media e telecomunicazioni di Rupert Murdoch, ha accumulato un’impressionante serie di esperienze positive in più di 25 anni e potrebbe essere l’asso nella manica di Softbank per riuscire a superare il momento più esaltante ma anche più difficile della sua storia. Ed è un fatto che uno dei più importanti argomenti per un’operatore del venture capital con l’ambizione di lanciare un nuovo Vision Fund ogni due anni è la reputazione!

RADDOPPIARE LA CAPITALIZZAZIONE DI BORSA

 


La posta in gioco per questo gruppo che ha mostrato sino ad oggi con grande successo di saper sfidare la sorte è veramente alta (realizzare la più grande IPO dell’anno e separare per sempre le sorti di due mestieri completamente diversi: la telefonia giapponese da un lato e gli investimenti globali nelle nuove tecnologie dall’altro): la possibilità per il titolo di esprimere un valore di borsa che oggi sconta alla metà il valore netto dei suoi investimenti. E la strategia messa in atto da Softbank ha già mostrato di dare i suoi frutti: gli utili semestrali a giugno 2018 l’utile operativo di Softbank è cresciuto del 49% a 715 miliardi di yen (6,4 miliardi di dollari) grazie ai proventi degli investimenti effettuati e quelli condotti tramite il Vision Fund hanno contribuito al risultato per il 34%, con 245 miliardi di yen.

 

Gli ultimi investimenti effettuati dal Vision Fund hanno riguardato principalmente imprese americane residenti nella Silicon Valley (cosa gradita agli investitori americani) e taluni hanno ricevuto i complimenti da parte di tutti indistintamente: a partire GM Cruise, il ramo della General Motors attivo nei sistemi intelligenti di guida autonoma, per non citare View, il primo produttore di vetri “dinamici” capaci di ridurre automaticamente la luminescenza solare (e in tal modo limitare il consumo dei condizionatori) fino a Zume, il primo produttore di robot per la cucina nei ristoranti e nelle pizzerie.

Altri investimenti hanno invece esposto il fondo gestito da Softbank a qualche critica, come WeWork, il più grande operatore di uffici temporanei al mondo, sino ad oggi in forte perdita operativa e dove il fondo si appresta ad investire altri 10 miliardi di dollari (arriverebbe in tal modo a controllarne circa la metà del capitale), o come l’impianto di pannelli solari per un totale di 500 megawatt (uno dei più importanti al mondo) sviluppato da Essel Group in India, nel Rajasthan o ancora OpenDoor, una Start-Up digitale attiva nel facilita la vendita degli immobili residenziali, che ha ricevuto 400 milioni di dollari dal Vision Fund o infine AirTel Africa, che sembra finalmente destinata a risollevare le sue finanze attraverso la quotazione in borsa.

COME ANDRÀ SOFTBANK? DIPENDERÀ DAL SUCCESSO DELLE IPOs!

Ma Softbank sta aspettando con ansia anche un altro passaggio difficile della sua esistenza: la quotazione in borsa di Uber, la più grande società al mondo di “taxi digitale” che si pensa possa venire valutata la bellezza di 100 miliardi di dollari. Se ciò accadesse la partecipazione azionaria del Vision Fund verrebbe ovviamente rivalutata. Inutile sottolineare che le sorti di Softbank sono immancabilmente legate al successo delle IPO delle sue partecipazioni e, di conseguenza, alla salute dei mercati finanziari. Sulla quale però nessuna strategia, nemmeno la migliore, è davvero capace di avere la meglio!

Stefano di Tommaso




LA RIVINCITA DEL SOGNO AMERICANO

Se c’è un’auto che negli ultimi due-tre anni ha incorporato il “sogno erotico automobilistico” di moltissimi cittadini del mondo dotati di tasche sufficientemente profonde da permettersi una “seconda auto di lusso” (visto che non può essere la prima a causa della limitata autonomia di percorso) questa è stata proprio la Tesla.

 

Se ci aggiungiamo poi le promesse (solo parzialmente mantenute) di essere la prima a guidare da sola e di costituire un salto quantico nel bel mezzo di una tecnologia oramai stantía delle altre automobili, oltre che un design accattivante e la certezza di non passare mai inosservati, ecco che si può tentare di comprendere i motivi per i quali per comperarne una (a prezzi non esattamente d’occasione) bisogna ancora oggi mettersi in coda per quasi un anno e i motivi per cui decine di migliaia di esponenti della classe media hanno deciso di “finanziare” una società quasi in bancarotta sottoscrivendo l’opzione da 3mila dollari ad acquistare il “modello3” con un paio d’anni di anticipo.

Un nome accattivante, un design minimalista, la certezza di non fare rumore nè fumo nonostante un’accelerazione da brivido, un abitacolo avveniristico e l’illusione di rientrare nella cerchia degli eletti sono state le leve di marketing sapientemente agitate dal poliedrico e problematico imprenditore che ci ha costruito sopra la sua fortuna (e forse anche la sua rovina) per far sentire i suoi attuali e futuri clienti praticamente a bordo di un‘astronave della confederazione galattica.

A giudicare da quanto osservato sino qui Elon Musk è stato soprattutto un abile stratega di vendita, non soltanto nei confronti degli acquirenti delle 4 ruote di sua produzione ma anche e soprattutto nei confronti dei mercati finanziari, che fino a ieri gli hanno perdonato tutto digerendo quasi senza protestare le ripetute richieste di sottoscrivere ingenti finanziamenti e capitali per le sue scintillanti avventure (fino a una decina di miliardi di dollari nel complesso), e riuscendo poi anche a evitare la bancarotta pur avendone già bruciati oltre 6 miliardi.

L’ultimo colpo di scena di Tesla poi ha sorpreso tutti: invece di proseguire sulla strada verso il fallimento annunciato dai più l’azienda è stata in grado di esibire un buon utile di periodo è una ancor più ingente generazione di cassa nel 3.o trimestre 2018, sferrando un colpo mortale alla speculazione dei “ribassisti” (quelli che vendono le azioni allo scoperto per guadagnare dalle aspettative non ancora realizzatesi), da sempre i più grandi nemici dichiarati dell’imprenditore più “americano” (pur provenendo dal Sud Africa) che la borsa ricordi.  Nell’ultimo periodo fiscale Tesla è riuscita infatti a incrementare significativamente le consegne di autovetture prenotate in precedenza alimentando altresì l’aspettativa di poter continuare sulla medesima linea anche nei prossimi mesi e di non dover più chiedere al mercato altri aumenti di capitale. Il titolo è cresciuto del 22% in due sedute e sembra continuare a riprendere vigore.


Ma per il nuovo corso politico americano -in guerra contemporaneamente con quasi tutto il resto del mondo e che vuole dimostrare al popolo di riuscire a risvegliare la supremazia tecnologica e industriale della nazione- la posta in gioco riguardo al successo di Tesla è molto più alta della “rivincita” di un imprenditore contro gli speculatori finanziari: è lo stesso concetto di “sogno americano” che “deve” riuscire a raggiungere il suo lieto fine perché molti altri ne possano seguire l’esempio. Non mi stupirei perciò di qualche “mano invisibile” che arrivi in extremis a supportare una delle più affascinanti storie industriali dell’ultimo secolo, proprio adesso che sull’auto elettrica e sull‘intelligenza artificiale è sfida aperta con i Cinesi, i Giapponesi, gli Israeliani, i Tedeschi e persino gli Indiani !

 

Stefano di Tommaso




IL SELL-OFF GLOBALE (PER ORA) NON INCLUDE L’AMERICA

L’indice medio globale delle borse valori è sceso da inizio anno del 9% se escludiamo gli USA, ma quel numero costituisce una media di trilussiana memoria (+5% lo SP500 e -15% l’indice MSCI dei Paesi Emergenti). Molti commenti stanno piovendo su uno iato che, da oramai un semestre, non fa che allargarsi, ma può essere inutile speculare su quale ne sia il motivo dal momento che la risposta è con molta probabilità di totale immediatezza: la crescita economica globale è oramai profondamente disallineata tra Stati Uniti d’America e il resto del mondo e questo incide profondamente sul mercato valutario rafforzando oltre ogni ragionevolezza il Dollaro. E le borse valori ne riflettono soltanto le conseguenze.

 

Purtroppo quello che bisogna prendere atto essere saltato è stato nientemeno che il Leit-Motiv della maggioranza degli investitori e commentatori degli ultimi due-tre anni : la sincronizzazione della crescita economica globale! Che sia tutta colpa di Donald Trump non è certo (anzi) ma non è nemmeno utile indagare. Quello che invece avrebbe sempre più senso chiedersi è quali conseguenze potranno scaturire da una tale -nuova- congiuntura.

Apparentemente la risposta del mercato è semplice e diretta: Wall Street e il Nasdaq saliranno e le altre borse soffriranno. Ma la realtà è molto più complessa e la risposta finale può essere molto diversa: il Sell-Off infatti può divenire facilmente globale.

“TIRA” ANCORA LA LOCOMOTIVA AMERICANA?

Molte volte in passato l’economia americana ha agito da traino alla crescita del resto del mondo, attraverso le importazioni e gli investimenti industriali disseminati ovunque nel pianeta. Per decenni si è sentito parlare di “di locomotiva americana”, ma oggi il mondo è cambiato: la maggioranza dei capitali investiti sulla piazza finanziaria americana non si sa più se sia ancora appartenente agli americani.

La differenza non è piccola perchè il rialzo dei tassi americani, fattore che riflette una dinamica positiva dell’economia, è sostenuto dai lauti profitti messi a segno dalle imprese a stelle e strisce. Ma questa congiuntura, che oggi rende fortissimo il dollaro, è chiaro che non può andare avanti troppo a lungo: col rialzo dei tassi il debito pubblico infatti (cresciuto a dismisura per finanziare le facilitazioni fiscali) costerà sempre di più e se il resto del mondo non seguirà la crescita economica d’oltreoceano allora le esportazioni americane (già danneggiate dal caro-Dollaro) crolleranno e anche i profitti aziendali ne risentiranno.

LA SINDROME CINESE

Il mondo è sempre più interconnesso e gli USA possono pensare di restare un’isola felice soltanto per un limitato lasso di tempo. Poi ogni genere di tensioni potrebbe esplodere, soprattutto se proseguiranno le frizioni con il loro vero rivale degli ultimi vent’anni: la Cina, guarda caso il principale investitore sulle piazze finanziarie americane, che ha accumulato negli ultimi mesi una perdita media del 20% sulle proprie borse valori (cosa che prima o poi le trasformerà in un’occasione di investimento) e  che oggi ha bisogno di riportare a casa i quattrini per proseguire negli investimenti infrastrutturali e tecnologici. La crescita economica cinese non è infatti mai stata così bassa e l’unico modo per contrapporsi a quella tendenza è investire, investire, investire.


L’EUROPA NON RESTERÀ IMMUNE DAL RISCHIO-ITALIA

L’Europa se l’era cavata bene fino a ieri, ma oggi il braccio di ferro con il nuovo governo italiano rischia di fare danni anche all’intera Unione, tanto a livello di debolezza dell’Euro (che per l’Italia potrebbe essere un elemento positivo) quanto per la possibilità che il rallentamento della crescita dell’Eurozona e la riduzione dei rating sovrani come quello dell’Italia possa favorire la fuga dei capitali verso l’area Dollaro.
I commentatori parlano ancora di “crescita globale” senza arrivare ancora a menzionare la progressiva divergenza tra le economie dell’area Dollaro, quelle Europee e quelle del resto del mondo ivi compresi i Paesi Emergenti. Quando inizieranno a prenderla in seria considerazione anche le previsioni di crescita a livello globale verranno pesantemente rivedute al ribasso.

MEGLIO I BOND A LUNGO TERMINE

Dal punto di vista di chi investe il momento è positivo per i mercati americano e giapponese, ma la sensazione netta è che il ciclo di rialzi delle borse stia volgendo al termine, affogato in una crescente volatilità dei mercati. Il rischio è quindi quello di comperare sui massimi , per quanto riguarda i titoli azionari, mentre al contrario è possibile che i rendimenti che si vedono adesso sui titoli obbligazionari a lunga scadenza saranno ricordati a breve come un picco di periodo oltre il quale è possibile che discendano, lasciando spazio a buone plusvalenze in conto capitale.

Stefano di Tommaso