IL BASTONE DELLA FEDERAL RESERVE COLPISCE ANCHE L’ITALIA

In un mondo che si polarizza a favore delle maggiori piazze finanziarie internazionali la manovra di rialzo dei tassi da parte della banca centrale americana rischia di gettare alle ortiche la ripresa che ancora doveva portare i suoi frutti nel resto del mondo, rischiando di fare danni anche ai Paesi più ricchi.

 

Sui mercati finanziari, accanto all’elenco dei Paesi cosiddetti “più industrializzati” (per inciso spesso assimilati ai fondatori dell’ O.C.S.E. : l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, tra i quali oltre a U.S.A. Canada, Giappone e U.K. vi sono altri membri dell’Unione Europea) esiste una definizione -quella dei “Paesi Emergenti”- il cui significato pratico continua a cambiare nel tempo, conseguentemente al modificarsi dello scenario globale.

In passato (fino agli anni ‘80) rientravano in questa categoria i numerosissimi cosiddetti “Paesi In Via Di Sviluppo” : tutti quelli che non avevano ancora abbracciato il modello americano di ’industrializzazione e di società dei consumi, o che si avviavano a farlo e che tipicamente erano fermi all’estrazione e -in qualche caso- alla prima lavorazione delle materie prime, se non addirittura alla sola agricoltura.

Poi iniziarono a circolare delle ulteriori suddivisioni per circoscrivere la galassia delle economie a limitato livello di industrializzazione, con altre definizioni quali i Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) per indicare quelle economie che non partivano affatto da zero e che, per abbondanza di risorse naturali o per crescita demografica, avevano più mezzi e sembravano correre più degli altri, sino ad arrivare ai P.I.I.G.S. (acronimo che suona come maialini) per indicare i membri più deboli dell’Unione Europea : Portogallo Irlanda, ITALIA, Grecia e Spagna.

NIENTE PIÙ DISTINZIONI TRA LE ECONOMIE PIÙ DEBOLI

Da qualche anno (e più precisamente dall’epoca della grande crisi finanziaria del 2008-2009), con l’avvento dei Quantitative Easings (facilitazioni monetarie consistenti negli acquisti di titoli per immettere liquidità e abbassare i tassi di interesse) da parte delle banche centrali delle principali economie globali, la distinzione sembra tornata ad essere quasi solo una: da una parte i pochi Paesi che sembrano disporre di monete forti (e che per questo hanno potuto permettersi di lanciare il Q.E.) e dall’altra tutte le altre economie, molte delle quali, in un primo momento, hanno peraltro beneficiato dell’incremento della liquidità globale, avviandosi a crescere in maniera sincronizzata con il primo gruppo.

Il mondo ha vissuto così un periodo di crescita economica diffusa, di ripresa cospicua degli investimenti e, anche a causa del concomitante ribasso del prezzo del denaro e dell’energia, nonché di una quasi inspiegabile assenza dell’inflazione (che ancora oggi permane, con poche eccezioni, nonostante il prezzo di petrolio e gas siano risalti non poco e i tassi siano in risalita anch’essi).

LA FINE DELLA “GOLDILOCKS ECONOMY”

Così negli ultimi due anni le borse hanno preso atto dell’eccezionale liquidità in circolazione e sono cresciute conseguentemente, anche perché i profitti delle grandi multinazionali quotate a Wall Street hanno iniziato a decollare, grazie alla ripresa del commercio internazionale. Le altre borse sono anch’esse cresciute, principalmente a motivo della ricerca di diversificazione dei grandi investitori, che hanno sempre privilegiato tuttavia Wall Street.

Qualcuno ha paragonato lo scenario globale che ne derivava al mondo incantato della bambola “Riccioli d’Oro” (Goldilocks), le cui preferenze si situano sempre nel mezzo (né troppo e né poco) in qualsiasi direzione e misurazione, arrivando a chiamarlo “Glodilocks’ Economy”. Tale scenario tuttavia non è durato a lungo, non ha quindi permesso al mondo intero di ridurre il grado di indebitamento complessivo (asceso alle stelle con l’ultima crisi finanziaria globale) e da esso sembra ex-post aver tratto rinnovato vigore soltanto l’egemonia americana sul resto del mondo. Vediamo il perché.

Il breve excursus sino qui tracciato ci porta al 2018, il cui primo scorcio sembra segnato invece dall’avvio di un processo quasi inverso rispetto all’ultimo descritto, e ove l’evento che sembra aver determinato tutto il resto appare l’inversione dell’orientamento delle banche centrali, a partire dalla Federal Reserve Bank of America (FED), che ha iniziato per prima gli “stimoli monetari” e adesso, già da un anno e mezzo, ha avviato invece una politica di graduale rialzo dei tassi di interesse e di rivendita dei titoli che ha in pancia.

Le aspettative di riduzione della liquidità disponibile hanno spinto gli investitori a ritirarsi dai “Paesi Emergenti” (ivi compresi praticamente tutti quelli che non hanno un grande centro finanziario internazionale), e a concentrare la loro liquidità sulle divise valutarie “rifugio”, a partire da Dollaro e Franco Svizzero, ivi compreso l’Euro germanocentrico e persino la Sterlina post-Brexit! Nei Paesi più affluenti i titoli di Stato sono stati acquistati a mani basse quali beni-rifugio non soltanto dagli investitori che rimpatriavano i loro capitali, bensì soprattutto da quelli esteri in fuga dai loro Paesi.


Il mix letale di rafforzamento del Dollaro e del rialzo dei tassi americani con le politiche dell’era-Trump (riduzione delle tasse e investimenti infrastrutturali) sta mettendo in seria difficoltà le divise valutarie più deboli, dalle cui economie i capitali fuggono come possono, e le banche centrali periferiche, che chiedono pertanto -inascoltate- alla FED di rallentare la stretta monetaria che -nei fatti- si amplifica su quei Paesi, risucchiando risorse a favore di quelli più ricchi.

GRIGIE PROSPETTIVE PER L’ITALIA

Insomma il rogo delle divise valutarie del resto del mondo lascia la FED quasi indifferente e costringe le economie più deboli (come l’Italia) ad un incremento del costo del denaro che ha effetti recessivi sull’economia, deprime le borse locali e rischia addirittura di riaccendere l’inflazione.


Come si può vedere, dopo la quinta settimana consecutiva in cui l’indice MIB è sceso, in cui lo spread con la Germania continua a crescere e il costo dell’assicurazione sul rischio-Italia è schizzato alle stelle, l’inaugurazione del nuovo esecutivo parte con un forte handicap!

I RISCHI PER L’ITALIA DERIVANTI DAL RIALZO DEI TASSI AMERICANI

E qui veniamo al punto che ci riguarda a proposito del rialzo dei tassi, dal momento che stavolta nel novero degli Emergenti (o dovremmo dire “ex-emergenti”?) cioè delle economie più deboli ci sono anche Paesi come l’Italia, affetta endemicamente dalla fuga dei capitali e alle prese col più grosso debito pubblico del Continente. Da noi la ripresa è arrivata solo da un paio di anni e ha riguardato principalmente le imprese esportatrici, le stesse che oggi vedono ridursi i loro spazi di competitività a causa della forza dell’Euro rispetto a numerose divise minori.

I governi che hanno preceduto quello attuale sono riusciti anzi ad incrementare il debito pubblico negli anni di ripresa e oggi il Bel Paese, chino su quel maggior debito, rischia una crisi di credibilità anche a causa dell’incertezza legata al ricambio degli orientamenti politici. Sino a ieri l’Italia ha inoltre subìto la forza della moneta unica senza potervi porre rimedio, rischiando così di veder interrompere sul nascere la ripresa economica interna e il flusso di investimenti che può assicurare quella futura.

Il “mainstream” dell’informazione prevalente ci racconta invece che è l’arrivo del nuovo esecutivo ad aver generato i timori del resto del mondo e la fuga dei capitali dall’Italia, omettendo di segnalare il rogo generalizzato che rischia di affliggere l’intera categoria delle “economie più deboli” con le loro valute e i loro titoli di debito e omettendo di segnalare la principale causa di ciò: una FED (la banca centrale americana) che sembra proseguire diritta nelmrrialzo dei tassi sulla strada impostata da Obama e dalla Yellen, sebbene oggi il contesto sia assai diverso !

È la stessa Algebris di Davide Serra (il quale in passato ha sponsorizzato non poco il governo Renzi) a lanciare l’allarme con un articolo che parla chiarissimo ed un grafico che è ancora più chiaro:


Il rischio è che se le banche centrali proseguiranno su questa strada non solo ci rimetteranno le divise dei paesi più deboli, le quotazioni dei loro titoli pubblici, nonché la disponibilità di finanziamenti delle loro imprese, ma che addirittura l’intero mercato finanziario possa alla fine ripiegarsi su sè stesso, di fronte ad un eccesso di cautela degli investitori e alla recessione economica che ne può conseguire (peraltro assai probabile data l’estrema maturità dell’attuale ciclo espansivo).

QUESTA VOLTA È DIVERSO

Tutti sanno che, nonostante i proclami elettorali, il nuovo governo del nostro Paese rischia relativamente poco di compiere gravi scorrettezze nell’ambito dell’Unione Europea. L’Italia invece rischia moltissimo un contagio “esogeno” che può far ammalare gravemente la sua economia e che ancora una volta può venire dall’America, così come è successo nel 2008.

Ma c’è il rischio che una nuova crisi globale trovi questa volta il mondo intero assai impreparato a contrastarla.

Questa volta il mondo dovrebbe fare i conti con un maggior debito globale che non nel 2008 e con una conseguente limitata capacità di tornare a praticare misure espansive di politica fiscale, con una scarsa possibilità di abbassare i tassi d’interesse senza farli diventare negativi, e in qualche caso con la necessità invece di alzarli per sostenere le valute più deboli (come sta avvenendo ad esempio in Sud America) e infine non da ultima con la difficoltà di tornare pesantemente a praticare lo stimolo monetario dal momento che si è visto che uno dei nuovi mali di questo secolo: la crescita della disparità tra le classi sociali, è stato amplificato dall’avvento del Quantitative Easing. Esiste perciò oggi una forte pressione politica affinché affinché non lo si ripeta.


Il maggior costo del debito potrebbe impattare poi in maniera letale sulla capacità del nostro budget di Stato di riuscire a sostenere la spesa per interessi del debito pubblico, come riporta un noto studio della McKinsey al riguardo:


Il nostro Paese sembra dunque ingabbiato in una congiuntura economica internazionale che rischia di far deragliare i suoi conti pubblici, e ciò avviene proprio nel momento in cui una nuova compagine politica si appresta a lanciare stimoli per la ripresa.

LA CRESCITA DEGLI INVESTIMENTI INFRASTRUTTURALI

Forse ci rimane uno spiraglio di ottimismo nella direzione di un forte efficientamento della spesa pubblica, (in Paesi come l’Italia dovrebbe essere addirittura al primo posto) ma a condizione che gli effetti recessivi di tale manovra potessero essere contrastati con politiche fiscali a sostegno degli investimenti e delle sempre più necessarie spese infrastrutturali (che a casa nostra sarebbero quasi esclusivamente opere pubbliche) mentre risulterebbero di grande aiuto al contrasto di una possibile recessione la riduzione delle tensioni internazionali e il ritorno a livelli più bassi del prezzo delle materie prime energetiche.

Di seguito un paio di immagini che indicano la tendenza globale a incrementare fortemente gli investimenti nelle infrastrutture, cui l’Italia dovrebbe cercare di tenere almeno il passo.

 

Stefano di Tommaso




COSA SUCCEDE AL SISTEMA BANCARIO ITALIANO?

Il discorso di insediamento del nuovo presidente del consiglio dei ministri non è piaciuto ai mercati finanziari. Lo spread tra i titoli decennali tedeschi e quelli italiani si è avvicinato a quota 240 punti e la borsa ne ha sofferto, ma soprattutto sono finite sugli scudi le banche italiane, detentrici di una buona quota dei titoli del debito pubblico in circolazione.

Stavamo subendo ancora L’onda lunga del panico creato dallo stop del presidente della repubblica ad un nuovo governo giudicato troppo in contrasto con i diktat dell’Unione Europea, che aveva mosso le agenzie di rating sui timori che la situazione generale potesse evolvere negativamente sulle orme di quanto successo in Grecia in precedenza.


IL DISCORSO DI CONTE

 

Ma fino all’altro ieri si poteva biasimare quasi solo Mattarella per aver instillato quei timori, alimentando il circolo vizioso della svendita dei titoli di stato da parte degli investitori esteri che alimenta lo spread e fa calare le quotazioni delle banche italiane le quali a loro volta diventano le prime venditrici nette di titoli onde evitare di essere considerate a rischio. Ieri pomeriggio invece, dopo l’autocelebrazione del nuovo Governo in Parlamento, ecco riemergere sui mercati finanziari forti dubbi sulla possibilità che la maggior spesa pubblica ipotizzata da Conte nel suo discorso possa davvero instaurare un processo di crescita economica tale da controbilanciare il maggior deficit che ne può discendere.

Purtroppo il discorso di Conte non ha tenuto in debita considerazione le esigenze di chiarezza dei mercati finanziari, di precisazione degli orizzonti temporali e delle concrete previsioni che possono discendere dalle manovre un po’ vagamente annunciate. Un errore di inesperienza che però rischia di costare caro al sistema-paese. Se da una parte c’è la volontà di non subire i ricatti dei mercati finanziari, dall’altra non si possono commettere simili ingenuità: se Conte invece che presidente del Consiglio dei Ministri fosse divenuto presidente di una società quotata, con quell’allocuzione forse i suoi azionisti ne avrebbero già chiesto le dimissioni !

Uno studio di Morgan Stanley in proposito mette in triste evidenza i possibili danni al nostro Paese in caso di innalzamento dei tassi di interesse (ad oggi tenuti artificialmente bassi grazie al Quantitative Easing della Banca Centrale Europea):


IL SISTEMA BANCARIO NAZIONALE È A RISCHIO

Chi tuttavia sino ad oggi ne ha pagato di più le conseguenze sono state le banche italiane. Principalmente perché l’ammontare dei titoli di stato detenuti spesso supera il loro patrimonio netto, ma anche per altri motivi, dal momento che le perdite in conto capitale su quei titoli potrebbero spingerle a rimandare il completamento della pulizia di bilancio sui “crediti non performing” che ancora contano per circa il 10% del totale in portafoglio (pulizia che comporta -ogni volta che la si fa- la registrazione di una perdita in conto capitale).




ALLA RICERCA DELL’EFFICIENZA

Il fenomeno è divenuto nel suo complesso così vistoso che c’è da chiedersi se, a sua volta, non determinerà altri effetti a catena, e accade proprio nel momento in cui le prime 14 banche italiane stavano iniziando a sperimentare la possibilità di affidare la sicurezza delle proprie transazioni alla tecnologia del Blockchain, il cui principale vantaggio risiede nel “non dipendere da un unico soggetto centrale” (leggi: le banche centrali). Quasi una prova tecnica di negoziazione dei famigerati Minibot! Ufficialmente le sperimentazioni spaziano dalla digital identity, alla gestione dei bandi di gara, alle piattaforme di donazioni e ai pagamenti internazionali.

Del resto più in generale il fintech (la tecnologia digitale applicata agli intermediari finanziari) sta erodendo quote di mercato agli operatori tradizionali, e spinge il mondo bancario ad autoimporsi una vera e propria rivoluzione, alla ricerca di una maggior efficienza nei costi e di nuove frontiere dove ottenere quei margini che altrove vengono erosi. Ma la strada è molto lunga e al momento è stata appena imboccata, e riguarda l’intero comparto europeo, quasi senza esclusioni.


Bank of America-Merrill Lynch, con un report intitolato “Bye bye Euro? Downgrading the banks”, taglia i target price sulle quattro principali banche italiane, mentre Mediobanca, resta l’unica con giudizio buy. Banco Bpm è stato ridotto da neutral a underperform con prezzo obiettivo da 3,5 a 2,2 euro, Intesa Sanpaolo da buy a neutral (da 3,6 a 3 euro),Ubi Banca da neutral a underperform (da 4,5 a 2,9 euro), Unicreditda buy a neutral (da 21 a 16 euro).

Tutto questo sebbene il medesimo studio faccia notare quanto negli ultimi sette anni sia cresciuta la loro capitalizzazione e anche la loro efficienza operativa.

Probabilmente questo percorso virtuoso andava imboccato con largo anticipo, invece di pensarci adesso che rischia di essere troppo tardi. Ma se il Governo del paese non rispolvera presto quel sanissimo quanto desueto concetto di “concertazione” tra le parti economiche e sociali, allora è possibile che il grilletto della nuova recessione verrà tirato proprio dal sistema bancario!

 

Stefano di Tommaso




IL PASTICCIO DEL PRESIDENTE

Tutti ricordano l’incomprensibile diniego del Presidente della Repubblica al ruolo del professor Paolo Savona quale ministro dell’economia, ma pochi conoscono i veri retroscena che pare abbiano movimentato il dibattito sulla nascita del nuovo governo, definito dalla maggioranza delle testate estere “populista”.

 

Eppure dubbi posti dal Professore sull’attuale impostazione del sistema della Moneta Unica sono noti da più di un decennio e più o meno universalmente condivisi dalla maggioranza dei commentatori internazionali: non è l’Euro da mettere in discussione bensì gli accordi che vi sono dietro. Allora come risolvere questa apparente discrasia? Così come fu a suo tempo per l’instaurazione della Moneta Unica, anche per l’eventuale revisione dei meccanismi ad essa collegati, non sono le idee che vengono messe in discussione, bensì casomai le modalità di loro attuazione, l’autorevolezza di chi le propone e il tam-tam dei mezzi di informazione che, ovviamente, gioca un ruolo non marginale nel deformare le une e l’altra.

LA PROPOSTA DEI MINIBOT

Nel nostro Paese poco si è parlato di un’iniziativa -quella del Minibot- che provava ad ovviare al fatto che la Pubblica Amministrazione, a causa dei suoi cospicui ritardi nei pagamenti al settore privato, deve mediamente ai cittadini e alle imprese oltre 130 miliardi di euro. Ipotizzare di “cartolarizzare” almeno per una metà (si parlava di 60 miliardi) questo credito della “gente” sembrava una buona idea e un modo per semplificarne la comprensione e l’accettazione era quello di farli emettere in titoli di piccolo taglio (da 100 a 25mila euro), di lasciarli privi di interessi e di permettere di usarli per pagare le tasse. Ma proprio su queste caratteristiche accessorie si è infranta l’iniziativa, che ha finito per allarmare i mercati finanziari ed essere associata alla figura di Paolo Savona.

Se essa infatti non si fosse connotata come emissione di moneta parallela nessuno avrebbe avuto da obiettare: chi ha crediti con la P.A. può ottenere in cambio dei titoli e cercare di smerciarli ad altri. Chi comprerà quei titoli sa che il pagatore ultimo è lo Stato (il cui debito totale verso il resto del mondo rimane il medesimo) mentre la liquidità per comprarli arriva dagli acquirenti, non dallo Stato, che dunque non emette moneta. Facile e indolore in apparenza, no?

SCANDALO!

E invece l’iniziativa, inserita nel “contratto” tra Lega e 5 Stelle, è stata letta come uno scandalo: se lo Stato scambia il suo debito verso coloro che devono ricevere i suoi pagamenti allora sta emettendo propria moneta al di fuori del circuito dell’Euro e dell’ègida della Banca Centrale Europea! Ma perché? Per rispondere a questa domanda bisogna tornare alla premessa : non sono le idee che vengono messe in discussione, bensì casomai le modalità di loro attuazione, l’autorevolezza di chi le propone e il tam-tam dei mezzi di informazione che, ovviamente, gioca un ruolo non marginale nel deformare le une e l’altra.

Il fatto che il professor Savona sia da più di un decennio un fervido entusiasta della Blockchain (il meccanismo di crittografia che assicura le transazioni tra detentori di moneta elettronica come il Bitcoin) e il più volte minacciato abbandono dell’Euro da parte di coloro che lo volevano Ministro dell’Economia, che sono i medesimi a proporre i Minibot, hanno probabilmente fatto la differenza: l’Italia poteva approfittare dell’occasione per emettere i Minibot sotto forma di criptovaluta e, in questo modo, avviare un meccanismo di divisa valutaria parallela all’Euro e al di fuori dei sistemi di pagamento delle banche (che sarebbero state dunque penalizzate dal non esserne intermediarie).

MATTARELLA HA SUONATO INOPPORTUNAMENTE IL TAM-TAM

Ecco allora che il numero di coloro che hanno percepito puzza di bruciato in quell’iniziativa si è allargato a dismisura. Ed ecco che i mezzi d’informazione si sono attivati nel classificarla come un pericolo, mentre agli occhi della comunità europea le idee della Lega non sono mai apparse particolarmente favorevoli e la sua autorevolezza doveva necessariamente essere messa in discussione. Difficile invece commentare il ruolo del Presidente: come abbia potuto prestarsi a tenere sponda ad un teorema tutto da dimostrare è cosa che valuteranno i posteri. Ma già a pochi giorni di distanza da quanto è successo e alla luce del fatto che il governo Lega-5Stelle è nato ugualmente, appare chiaro come quello di Mattarella sia stato un clamoroso errore. (Nel grafico: l’impennata dello Spread)


È possibile che i minibot non arriveranno mai nelle tasche degli italiani, e tuttavia il loro semplice annuncio, con quell’inopportuno annuncio televisivo, ha avuto effetti esplosivi. Vista come una discussione sulla possibilità di lanciare una moneta sovrana parallela, la diatriba sui Minibot e quella su un mancato ministro dell’economia che oggi viene ingiustamente classificato come il capitano del partito No-Euro (ci ha scritto un libro per spiegarlo), ha aumentato il costo della fiducia riconosciuta al nostro Paese, e questo si è tradotto in un aumento dello spread nonché nell’accensione di grandi fanali di attenzione verso il nostro debito pubblico. A pochi mesi dalla chiusura dell’ombrello della BCE sulle emissioni di titoli di Stato e con il rischio di un abbassamento del rating il pasticcio è fatto.

LA CONFERMA DELL’ERRORE

La conferma dell’errore è poi arrivata quando, a governo fatto, si è visto che lo spread è ridisceso (a conferma del fatto che prima di biasimare una nuova coalizione, sarebbe meglio vederla all’opera) sebbene non sia più tornato al livello precedente. Il caso di Pandora si è oramai rotto e c’è da giurare che una serie di altri fulmini cadranno sulla credibilità del Bel Paese proprio mentre cercavamo un rilancio e a ridosso di un brusco rallentamento della nostra produzione industriale, che non può che allargare i dubbi di chi ci deve attribuire un rating. Quante manovre economiche serviranno a questo governo per riportarsi sulla credibilità che avrebbe potuto avere in partenza?


Ne valeva la pena? No, signor Presidente, a meno che il suo obiettivo non fosse opposto a quello da Lei dichiarato a reti unificate: di “salvaguardare i risparmi degli Italiani”!

Stefano di Tommaso




PERCHÉ SCRIVERE IL PIANO AZIENDALE

E’ possibile per un’imprenditore mettere a punto il suo piano industriale senza aver colto fino in fondo le vere dinamiche del mercato cui si rivolge? Probabilmente no. Ma è altrettanto vero che oggigiorno l’essere in grado di redigere un piano aziendale è divenuta una competenza essenziale per ogni genere di dialogo tra l’imprenditore e il resto del mondo.

POCA LETTERATURA RELATIVA ALLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE

La ricerca scientifica in tema di gestione delle aziende tende a polarizzare la sua attenzione verso i due estremi della scala dimensionale:

– Da un lato gli studi su strategia e struttura aziendali, dedicati principalmente alle grandi imprese che possono dedicare tempo e risorse all’analisi di mercato, alla costruzione di solidi vantaggi competitivi, e alla ricerca dell’efficienza di costo,

– Dall’altro lato le analisi e i manuali relativi alle Start-Up, cioè alle iniziative imprenditoriali che stanno nascendo, che spesso si concentrano su come ottenere la finanza necessaria per lo sviluppo, come gestire il mercato potenziale (la cosiddetta “lead generation”) e su come procurarsi un network di sub-fornitori.

Poca attenzione è invece normalmente dedicata alle piccole e medie imprese relativamente alla pianificazione aziendale, anche perchè nel resto del mondo queste ultime restano tali per un periodo di tempo relativamente breve, dopodiché o crescono o spariscono, oppure vengono assorbite da altre.

IL PROBLEMA È FORMALIZZARE LE PROPRIE IDEE E PERCEZIONI

In realtà ogni imprenditore, in erba o ereditiere che sia, dovrebbe chiedersi come fare per riuscire a produrre efficientemente e poi vendere i propri prodotti. E per farlo dovrebbe riuscire a prendere le misure del proprio mercato potenziale e avere un “piano” per sostenere la concorrenza, ampliare i propri margini e creare valore.

E spesso è così: sono pochi gli sprovveduti o i super-fortunati che non se lo chiedono e che non se ne fanno un’idea precisa. Ma sono ancor meno coloro che riescono a formalizzare e mettere per iscritto le risposte nell’ambito di un Piano Aziendale che risponda agli standard internazionali e che permetta all’impresa di dialogare correttamente con il mercato dei capitali, capace di mostrare su quali basi razionali riposano le prospettive economiche e finanziarie delineate nel Piano.

COSA DOVREBBE CONTENERE IL PIANO AZIENDALE

Vediamo allora perchè spesso non c’è un Piano Aziendale correttamente impostato (o è insufficiente a chiarire le dinamiche aziendali) e quali informazioni essenziali esso dovrebbe contenere:

– Innanzitutto esiste un tema di mantenimento del riserbo sulle idee di business dell’imprenditore, che se pubblicate potrebbero facilmente esssere copiate dalla concorrenza e, dunque, annacquate nella loro validità

– In secondo luogo molte imprese piccole e medie sono oggi guidate da persone con scarsa “cultura manageriale” e dunque nascono dal genio commerciale o produttivo di uno o pochi individui, ma poi in assenza di strategia e struttura fanno fatica a organizzarsi ed espandersi

– Ma quel che più conta è la capacità di focalizzare e dimostrare il ”vantaggio competitivo” dell’impresa, la sua capacità cioè di fare quel che le altre non sanno fare o non fanno altrettanto efficientemente (un concetto evidentemente complesso cui torneremo più avanti)

– Altro elemento essenziale di qualunque piano è una corretta disamina della realtà di mercato, delle esigenze che un determinato prodotto o servizio vanno a coprire (paragonandolo a come la concorrenza copre le medesime esigenze) della sostenibilità del costo che esso comporta per il consumatore (paragonandolo a quello proposto dalla concorrenza) e dello stadio del ciclo di vita del settore industriale in cui si situa l’azienda (vedi immagine)

L’analisi di mercato e competitiva spesso sono essenziali per una corretta definizione della strategia, ancorché difficili realizzare, o comportano un investimento talvolta fuori della portata dell’imprenditore di piccole dimensioni. Ma risultano essenziali per la definizione delle ipotesi alla base del piano, con cui oggettivare i risultati prospettici

– Laddove risulti arduo trovare riferimenti oggettivi per l’analisi del mercato attuale e potenziale nonchè della strategia aziendale ecco che può rivestire un ruolo fondamentale la capacità dell’impresa di essere parte di una “catena del valore” più ampia, attraverso alleanze, consorzi, collaborazioni stabili e con catene di distribuzione.

– Uno dei messaggi più importanti che reca il Piano Aziendale al suo lettore riguarda poi il cosiddetto piano operativo, ovvero l’insieme di: organigramma attuale e prospettico, ruoli e le competenze distintive, investimenti necessari, metodi e tempistica di sviluppo/attuazione delle iniziative. La qualità di questa narrativa è prioritaria per importanza persino alla bontà dei risultati attesi

– Esistono di conseguenza due capitoli finali (e fondamentali) del Piano Aziendale che discendono dai contenuti “obbligatori” sopra riportati: la dinamica economico-finanziaria prospettica e quella della creazione di valore che ne consegue.

LA DINAMICA DEL VALORE D’IMPRESA

Il problema strategico più importante al mondo per ogni impresa normalmente è quello di sancire la sua “autorevolezza”: più essa sarà considerata credibile, ben reputata e solida, e più quell’impresa potrà praticare prezzi elevati, avere una clientela fedele, fornitori che le fanno credito sulla parola, facilità nel dialogo con la concorrenza e rispetto da parte di tutti gli “stake-holder” .

Il Piano Aziendale dunque deve innanzitutto mirare ad affermare l’autorevolezza dell’impresa, perchè il concetto è evidentemente alla base della sua capacità di creare valore. Vediamo come:

– Prima ancora infatti di giudicare i risultati economici attuali e prospettici dell’impresa, è essenziale comprendere con quali proposte e a quale clientela attuale/potenziale l’impresa si rivolge. Dunque l’impresa deve essere capace di affermare la validità della sua “value proposition” (concetto che risponde alla domanda: “perchè i clienti dovrebbero scegliere il suo prodotto/servizio?”)

– Una volta chiarita la capacità dell’impresa di “offrire valore” alla clientela (per la qualità ed efficienza dei propri prodotti/servizi), si può arrivare a definire il suddetto “vantaggio competitivo” dell’impresa (cioè la capacità di differenziarsi dalla concorrenza e quella di mantenere questo vantaggio nel tempo)

– Infine la capacità di sostenere nel tempo un vantaggio competitivo nei confronti della concorrenza rappresenta la “prova” della possibilità per l’impresa di ottenere e mantenere i margini di guadagno sulla propria attività, elemento essenziale per la credibilità dei numeri prospettici che vengono di conseguenza sviluppati nella sezione economico-finanziaria del Piano Industriale.

Troppo spesso invece il Piano Aziendale affronta quasi esclusivamente il tema dello sviluppo economico-finanziario senza riuscire a spiegare su quali basi questo può reggersi!

Nel disegno qui sotto riportato si può trovare una sintesi dei concetti sopra espressi:

DAI RISULTATI ECONOMICI ALLA CREAZIONE DI VALORE

Una volta sancita con abbondanza di riscontri oggettivi (di mercato, di know-how e di efficienza) la capacità dell’impresa di riuscire a sostenere nel tempo una buona marginalità economica, il passaggio successivo è allora quello di partire dai conti economici prospettici messi a punto in precedenza, per andare a stimare i relativi stati patrimoniali di ciascun anno futuro.

L’impatto delle principali movimentazioni del conto economico sulle poste patrimoniali dell’esercizio precedente è ciò che permette di stimare l’evoluzione da un anno all’altro dello stato patrimoniale prospettico e, di conseguenza di costruire bilanci preventivi completi dei rendiconti finanziari, definiti come tabelle di confronto tra lo stato patrimoniale di un anno precedente con quello successivo.

L’analisi dei margini d’impresa (ed eventualmente il loro confronto con quelli della concorrenza), la stima della cassa che si genera nell’esercizio (visibile all’ultima riga del rendiconto finanziario) ed eventualmente altre analisi più complesse sulla variabilità stimata della redditività (il cosiddetto “beta”) attraverso l’applicazione della teoria del Capital Asset Pricing Model, porta a poter definire un valore d’impresa per ciascun anno di attività futura e, di conseguenza, a stimare per differenza la capacità della medesima impresa di creare valore nel tempo per i suoi azionisti.

Il concetto di misura della creazione di valore è molto aleatorio, perchè dipende fortemente anche da dinamiche spesso al di fuori del controllo di una determinata impresa (quantomeno nel breve periodo), quali l’andamento dei mercati finanziari e quello dell’appetibilità del settore industriale in cui essa opera (e dunque dei multipli di valore ad esso attribuiti).
Ma è comunque una delle indicazioni principali che discendono dal Piano Aziendale, di forte aiuto nell’ottenere credito e capitali per gli investimenti, nell’attirare le migliori risorse umane e nel comunicare capacità e solidità all’ambiente complessivo che circonda l’impresa.

L’ESTENSIONE DEL CONCETTO DI COMUNICAZIONE AZIENDALE

La capacità dell’impresa di asserire la propria capacità di creare valore è in fondo la quintessenza della trasparenza dell’impresa stessa nei confronti di tutti i suoi stakeholder e attesta fortemente la possibilità di orientare la propria comunicazione, intesa come capacità di dialogare autorevolmente con il mercato del credito, con quello dei capitali e con tutti coloro che devono poter contare sulla solidità dell’impresa per aver voglia di collaborare, o devono assicurare il credito di fornitura o devono assicurarsi della stabilità nel tempo della partnership con quell’impresa .

Riuscire a scrivere un Piano Aziendale permette dunque di fare comunicazione finanziaria proattiva e scevra da slogan e messaggi promozionali, di comunicare la solidità, la correttezza e l’attenzione alle variabili che davvero contano della strategia d’impresa, nonché di poter disporre di una base cui ancorare gli incentivi per I collaboratori, legati non più ai soli risultati economici, bensì al concetto più allargato di creazione di valore.

Va da sè che senza neanche redigere un Piano Aziendale, fare tutto ciò risulta molto più difficoltoso!

Stefano di Tommaso