BORSE: È CAMBIATO IL VENTO?

È la seconda settimana di ribasso per le borse di tutto il mondo. L’indice Dow Jones Industrial Average è sceso in totale di quasi l’1% mentre lo Stoxx600 delle borse europee del 3% e quello della borsa italiana (Ftse Mib) ha fatto anche peggio arrivando a perdere quasi il 4% anche a causa di alcune banche (Creval e Carige), utilities (Telecom e Enel) e industrie (Leonardo-Finmeccanica) in difficoltà. Molti investitori si pongono di conseguenza una domanda: è cambiato il vento?

 

Indubbiamente è in arrivo un’altra (piccola) stretta monetaria da parte della Federal Reserve americana (il discorso della governatrice circa il rialzo dei tassi a Dicembre sarà a fine di questa settimana) e poi ci sono numerose prese di beneficio a margine di uno dei più lunghi e proficui periodi di rialzo di tutti i tempi.

Il “consensus” degli analisti è concorde nell’affermare che oramai buona parte della loro corsa al rialzo le borse l’hanno fatta e che non potranno continuare in eterno, ma questo non significa che stanno già iniziando a rovinare precipitosamente, anzi ! Siamo poi così sicuri che intorno a fine anno non vedremo l’ennesimo record? No. Non lo siamo, anzi.

I motivi del (cauto) ottimismo degli analisti meglio informati risiedono innanzitutto sul principale motore della grande risalita dei mercati finanziari: la liquidità disponibile. Tutti concordano oramai sul fatto che è stata la liquidità riveniente dalle manovre delle banche centrali di tutto il mondo a sospingere le quotazioni. Ebbene, questa non sta ancora scendendo, al contrario: per il momento continua a crescere.

In America il più ristretto aggregato monetario misurato, la cosiddetta M1, è cresciuta dall’inizio dell’anno dell’8%, mentre nell’eurozona è cresciuta del 5% (ma in cambio promette di proseguire più a lungo). La Banca Centrale della Svizzera è divenuta il più grande “hedge fund” (fondo speculativo) di tutti i tempi, mentre le attività in pancia dalla Banca del Giappone sono oramai quasi pari al prodotto interno lordo di un anno dell’impero. Anche i profitti netti delle aziende americane sono in crescita verticale (l’attesa è che in totale arrivino quest’anno a 7-8mila miliardi di dollari). Un po’ meno ma con lo stesso segno in tutto il resto del mondo. Un’altro indicatore dell’eccesso di liquidità disponibile è il volume dei titoli obbligazionari quotati che danno un rendimento negativo: oltre 11mila miliardi di dollari! Se anche vogliamo concentrarci sulle disgrazie di Piazza Affari, dobbiamo ricordarci che il 95% del flottante dei titoli quotati a a Milano proviene da mani straniere e che nel frattempo sono arrivati i Piani Individuali di Risparmio (i P.I.R.) a fornire nuova linfa superando di molte misure gli importi attesi.

Insomma è arduo affermare che con questi fiumi di denaro in circolazione le borse tendano a crollare, soprattutto in considerazione del fatto che i dati economici fondamentali sono i migliori degli ultimi anni!

Sebbene sia difficile fare ragionamenti di fondo quando i livelli delle borse sono ai massimi storici, se prendiamo per buono il ragionamento che fino ad oggi ha fatto il mercato spingendo all’insù i titoli (e cioè che dipendeva dall’eccesso di liquidità) allora possiamo affermare che il rialzo non è ancora terminato e che la pausa attuale potrebbe risultare una buona occasione di acquisto.

Tuttavia se guardiamo appena un po’ indietro dobbiamo evidenziare alcune tendenze: è oramai chiaro che in situazioni di questo tipo gli investitori per lo,stesso motivo tendono a frequentare le piazze più liquide, iniziando a rientrare invece dai Paesi emergenti e dalle borse minori, che per almeno un anno hanno fornito loro ottime performances ma che risultano meno “sicure”.

Se confrontiamo infatti questo andamento (indice Standard & Poor 500) con quello dell’indice FTSE MIB della borsa italiana, troviamo un andamento del secondo meno orientato al rialzo (lo sp500 è più o meno raddoppiato in 5 anni) e molto più “ballerino”.

 

In secondo luogo dobbiamo notare che la discesa storica dell’indice di volatilità del mercato americano si è interrotta, sebbene restiamo su livelli poco superiori ai minimi storici. Questo lascia presagire una ripresa della possibile volatilità e minor certezza del trend al rialzo che sino ad oggi era rimasto indiscutibile.

Infine sul fatto che l’ambiente sia distorto dalla liquidità bisogna fare una chiosa necessaria: i tassi di interesse sono scesi troppo in basso e non potranno restarci così a lungo. Per comprenderne l’aberrazione basti guardare il rendimento dei titoli c.d. High Yeld in Europa con quello dei titoli di stato americani. Se siamo arrivati alla parità è evidente che c’è qualcosa che non va!


L’Eurozona e il suo regista , Mario Draghi, terranno lo “stance” attuale sin che potranno per favorire la sostenibilità del debito pubblico degli Stati membri più deboli, ma la pressione al rialzo dei tassi si avvertirà, quantomenomsul cambio, riportando il Dollaro probabilmente a livelli più elevati. Ancora una volta questo dovrebbe favorire le borse europee (soprattutto quella tedesca).

Si insomma non possiamo prevedere crolli rovinosi né ulteriori grandi slanci, ma dobbiamo ammettere che l’aria è cambiata. L’autunno lascia riflettere i gestori di fortune che hanno avuto una fantastica stagione di dividendi e che devono fare i conti con i guadagni accumulati sino ad oggi: davvero conviene loro metterli a rischio in vista del rendiconto di fine anno? È probabile che tendano a liberarsi di buona parte degli investimenti più rischiosi e che aumentino decisamente la liquidità del portafoglio in attesa del nuovo anno.

E poiché il discorso vale per tutti, il mercato non potrà non risentirne, ma non scommetterei su un ribasso marcato e troppo a lungo, dal momento che resta sempre la necessità di allocare la liquidità in eccesso in direzione degli investimenti e, per quanto quelli borsistici siano oggi considerati a rischio, restano tra i migliori se se ne compara il rendimento e la liquidità.

Quindi, nella misura in cui il ragionamento sopra esposto manterrà una sua validità e se un ribasso più consistente del solito si vedrà, il 2018 potrebbe aprirsi all’insegna dell’ottimismo, mentre se i mercati tenderanno a galleggiare sui valori attuali, lo stesso potrebbe prevedersi per l’inizio del nuovo anno.

Stefano di Tommaso

 




PERCHÉ IL “BILICO” DI ELON MUSK CONVINCE LE GRANDI SOCIETÀ DI LOGISTICA

L’uomo è abituato a stupire la sua platea e grazie a questa capacità è riuscito anche ad ammaliare i suoi investitori, sinanco di fronte alle ingenti perdite economiche (e soprattutto finanziarie) dell’ultimo trimestre. Elon Musk ha capito che la sua creatura, l’avveniristica azienda denominata come Nikola Tesla, uno dei più misteriosi geni della tecnologia dell’ultimo secolo, rischiava di essere archiviata nell’immaginario collettivo come un fenomeno da baraccone. E per questo è voluto scendere nella platea più difficile, quella dei veicoli professionali, con un fantastico “coup de théâtre” che ha sedotto gli ingegneri e i managers delle aziende del trasporto e della logistica. L’operazione è senz’altro stata un successo.

 


UN SUCCESSO A WALL STREET

Non solo le caratteristiche tecniche dei veicoli presentati l’altro giorno hanno stupito il pubblico che non si aspettava tutte quelle novità (500 miglia terrestri di autonomia, fortissima accelerazione, forte economicità, prezzo basso e guida autonoma), ma soprattutto sono stati gli analisti finanziari di Wall Street ad essere stati sedotti dalla logica convincente di chi gli ha fatto notare che i vantaggi di un veicolo elettrico (forte coppia motrice ai bassissimi regimi, economia nei consumi e maggiore controllo della trazione) appaiono esaltati quando si parla di trasporto pesante, logistica e consegne a domicilio. Difficile obiettare!

https://youtu.be/nONx_dgr55I
Dopo un periodo deludente in Borsa Tesla è dunque tornata ad apprezzarsi e lo ha fatto dimostrando che può risultare foriera di utili innovazioni che le grandi corporations della logistica apprezzano anche più di quanto i privati amino le sue vetture di lusso, come pure di (futuri) profitti.

PERCHÉ CONVINCE

Ancor più convincente è stato parlare dei numeri e delle statistiche del trasporto (almeno di quelle americane, citate nel corso dell’evento) :

QUOTA DI MERCATO: In un mercato americano di 231.000 unità (nell’ultimo anno) Tesla può aspirare a prendersene già nel 2020 circa il 10%, cioè quasi 25.000 veicoli, per almeno raddoppiare con le vendite previste nel resto del mondo (50mila). Questo significa che nel 2020, capacità produttiva permettendo, solo nella vendita degli autosnodati Tesla può aspirare a fatturare 10 miliardi di dollari ipotizzando un prezzo medio di 200mila dollari l’uno.

PERCORRENZA: Oggi peraltro si calcola che almeno il 20% dei mezzi pesanti venga impiegato attorno al range delle 200 miglia terrestri (poco più di 300 chilometri), cosa che permetterebbe agli autosnodati di Tesla, anche solo raccogliendo metà di quella quota di mercato, di promettere andata e ritorno all’interno dei limiti di sicurezza per l’autonomia dei veicoli, dal momento che promettono 500 miglia di autonomia.

ECONOMIE DI SCALA : Il fatturato previsto, aggiuntivo rispetto a quello previsto per le auto e per le batterie, contribuirà inoltre notevolmente ad ammortizzare i costi di impianto della famosa “Gigafactory” e a renderla più profittevole.

MINORI COSTI DI ESERCIZIO: I bassi costi di gestione del veicolo commerciale, la promessa di una sua durata estremamente lunga e quella,della,sua capacità di guidare da solo promettono risparmi agli operatori professionali dell’ordine di almeno il 20% (qualcuno stima fino al 70%). Intanto Musk snocciola le sue cifre: in America far andare il suo “Semi” costerà $1,26 per miglio terrestre mentre ai prezzi attuali del petrolio un camion diesel equivalente costa $1,51 (se il petrolio non sale).

LA NORMATIVA: Nel settore dei veicoli pesanti non è ancora stata varata alcuna normativa che penalizza l’inquinamento da essi procurato, pari secondo alcune stime al 23% del totale delle emissioni veicolari ( 23 percent of vehicle emissions ) per quelli medi e pesanti. Se dovesse essere varata una tale normativa l’effetto di spiazzamento rispetto all’industria veicolare pesante già esistente sarebbe drammatico e darebbe a Tesla un enorme vantaggio, soprattutto per le consegne nei centri urbani.

IL PERIODO DI AMMORTAMENTO: I bassi costi di gestione del veicolo elettrico aiutano a rimuovere un altro tabù che sembrava inscalfibile: quello del periodo di ammortamento del costo di acquisto: i calcoli sembrano indicare 24 mesi, pari alla media di quelli dei veicoli tradizionali grazie alla combinazione del maggior prezzo iniziale (si stima non meno di $200mila per il “Semi” contro i circa $150mila di un camion diesel equivalente) e dei minori costi di energia.

I PRE-ORDINI PORTANO CASSA: Ad avvalorare la bontà della proposta sono arrivati inoltre i pre-ordini dei grandi operatori logistici (da Amazon a WalMart fino ad una società indiana) il cui successo fa ben sperare che Tesla potrà finanziarsi anche attraverso quei depositi, come è successo con i 600.000 preordini del modello 3 (oltre 2 miliardi di dollari con preordini pagati $3500 al colpo). Nel caso dei veicoli pesanti il ticket richiesto per il pre-ordine è stato fissato in 5000 dollari e si stima ne possano arrivare almeno 100mila (dunque almeno mezzo miliardo di cassa).

I CONCORRENTI ADESSO DEVONO DARSI DA FARE

D’altra parte l’onda lunga del maremoto innescato da Tesla non potrà che bagnare più di concorrente nel settore dei veicoli per il trasporto pesante, dopo aver goduto di un oligopolio che da anni ha permesso loro di restare tanto inquinanti quanto inefficienti nei consumi. Ora dovranno escogitare qualcosa per recuperare il tempo perduto o fare i conti con un mercato che se ne va altrove. Lo sanno bene sia la Mercedes Benz che ha appena lanciato un veicolo totalmente elettrico le cui caratteristiche tuttavia non sono così avanti (Daimler), che

la Mitsubishi che ha lanciato “Fuso”, un veicolo per le consegne urbane (eCanter ), come pure la Toyota, che si è invece lanciata nei veicoli a idrogeno (Toyota Motor Co.) ma sempre con specifiche tecniche assai inferiori a quelle annunciate da Elon Musk.

La corsa ai mezzi di trasporto pesante del futuro è appena cominciata sul serio!

Stefano di Tommaso

 




SCONTRO FRA TITANI: BROADCOM TENTA CON QUALCOMM LA PIÙ GRANDE SCALATA DI BORSA DELLA STORIA

Che i managers di Qualcomm avrebbero risposto “picche” Hock Tan se lo poteva aspettare, ma che avrebbero snobbato così platealmente l’offerta additandola come “non conveniente per i propri azionisti” no. Dopo una proposta da 105 miliardi di dollari (130 miliardi se consideriamo il debito di 25 miliardi dollari in capo a Qualcomm) la contesa tra preda e predatore a colpi di miliardi è veramente diventata una sfida tra titani!

Non solo l’offerta vale il doppio del precedente più grande deal della storia nell’industria tecnologica (l’acquisto nel 2015 da parte di Dell della EMC per 67 miliardi di dollari), ma arriva in un momento in cui la stessa Qualcomm stava per scalarne un’altra: la NXP Semiconduttori per nientepopodimeno che 47 miliardi dollari. Nulla esclude che entrambe le operazioni possano perfezionarsi e che questo possa provocare una nuova ondata di consolidamento in un settore, quello dei grandi produttori di componenti elettroniche ad elevata tecnologia, che promette di dare più soddisfazioni in futuro di quante ne abbia fornito in passato in quanto si approssima ad una possibile fase di maturità.


Aggregare Broadcom con Qualcomm avrebbe molto senso dal punto di vista industriale perché significherebbe creare il terzo grande oligopolista globale nella produzione di semiconduttori, dopo Intel e Samsung, a dividersi le fette più grosse di un mercato che nel complesso vale 300 miliardi di dollari. L’azienda risultante dalla fusione risulterebbe fornitore di componenti essenziali per virtualmente ciascuno del miliardo di smartphones venduti annualmente nel mondo.

LA TASSA QUALCOMM E LA DISPUTA CON APPLE

Di Qualcomm sono famose nel mondo due cose: la cosiddetta “tassa Qualcomm”: una royalty che sebbene sia in riduzione ogni anno, colpisce quasi tutti gli utilizzatori dei semiconduttori moderni a causa di brevetti a suo tempo registrati da Qualcomm, e la famosissima disputa con Apple, per la quale è tutt’ora in corso una causa miliardaria a carico di quest’ultima per aver manipolato il pagamento delle royalties a Qualcomm riducendolo.

Sebbene la proposta valga 70 dollari per azione contro i 63 quotati negli ultimi scambi (ma con un premio del 28% rispetto al momento del lancio dell’offerta, all’inizio di Novembre) e arrivi in coincidenza con un momento particolarmente favorevole per le borse di tutto il mondo, esso tuttavia non soddisfa al 100% gli azionisti storici della potenziale preda perché il titolo Qulcomm per varie ragioni non ha brillato troppo negli ultimi anni, non essendo riuscito più a toccare il massimo di oltre 80 dollari raggiunto nel 2014. È proprio questo probabilmente il valore che hanno in testa i suoi principali azionisti per capitolare. Il mercato non esclude tuttavia rilanci ancora più decisi.

DIVERSE CHIAVI DI LETTURA

Diverse sono le chiavi di lettura dell’operazione, che ad esempio vede schierata la banca d’affari americana Morgan Stanley accanto a Broadcom mentre dall’altra parte della barricata ad assistere Qualcomm (e il suo deal con NXP) è posizionata Goldmann Sachs. Inoltre Broadcom era il nome di una società americana acquisita per 37 miliardi di dollari nel 2016 dalla società di Singapore Avago Technologies. Il suo leader, Hock Tan, ingegnere dell’M.I.T. con un master ad Harvard, ha promesso al presidente Trump di spostare, in caso di vittoria, la sede direzionale della sua azienda negli Stati Uniti d’America, ricevendone il forte plauso. Dall’altra parte Qualcomm è basata nella Silicon Valley, terra notoriamente ostile all’attuale Presidente. Infine l’acquisizione da parte di Hock Tan è cosa nota che potrebbe aiutare non poco la Qualcomm a mettere fine alla disputa con Apple.

LA STRATEGIA DI HOCK TAN

Anche la strategia messa in atto sino ad oggi da Hock Tan sembra piacere al mercato, che lo ha premiato con una rivalutazione del titolo del 1600% dal 2009, tagliando costi e investendo ampiamente in innovazioni e acquisizioni. Ma i managers della Qualcomm sono molto duri da convincere con le buone maniere e, in qualche modo, non hanno tutti I torti se consideriamo il fatto che nonostante la loro giovane età media possono in molti casi affermare di aver fatto la storia della Silicon Valley! Peccato che per i mercati finanziari la performance conti molto più della gloria…

Stefano di Tommaso




ABOUT THE GENERAL ELECTRIC DIVIDEND SLASH (a quote from the Financial Times thanks to prof.Franco Quilico)

Dividends are a narcotic. For as long as they keep flowing, the intoxication keeps tough questions from being asked. General Electric’s corporate machinations since the financial crisis have been headspinning. It jettisoned much of its risky banking operation and made pricey bets on oil, gas and power equipment. The ebbs and flows that resulted, however, made GE’s financials largely indecipherable, with multiple methods of profits and cash flow provided by the company. This was largely tolerated as long as the sacrosanct dividend rose and the company could find someone to fund the $8 billion annual cash payout. But disastrous acquisitions and poor execution this year — particularly in the power division — have finally exposed how mediocre the core company is. New chief executive John Flannery confirmed the obvious at an investor meeting yesterday, announcing that GE would halve its payout. Withdrawal symptoms are never pleasant… Mr Flannery says GE will concentrate upon three core industries: power, healthcare, and aviation. So far he has committed to divestitures worth $20 billion though that number will probably grow with a possible sale of a majority stake in Baker Hughes. But just as crucial on GE’s road to recovery is a further demystifying of its financial reporting. With its prized dividend slashed, the scrutiny is intense.

Lex.