ECCO DA QUALE SETTORE PROVERRÀ UNA PARTE CONSISTENTE DELLA CRESCITA ECONOMICA GLOBALE

(da una ricerca dell’Economist di Venerdì 18 Agosto)

Quasi non ci accorgiamo del cambiamento ma ogni giorno che passa consumiamo -direttamente o indirettamente- qualche frazione infinitesimale di carburanti in meno e utilizziamo un po’ di più i sistemi elettrici per spostarci, illuminare, effettuare lavori, riscaldarci o raffrescarci e molti di questi sistemi elettrici/elettronici non potrebbero funzionare senza le batterie di ultima generazione (quelle al litio e simili).
 

I sistemi di accumulo risultano fondamentali inoltre anche per il recupero di energia e dunque per la sua economizzazione. L’esempio più evidente ai nostri occhi sono le auto ibride-elettriche ma in realtà il fenomeno è molto più pervasivo e riguarda anche tutti gli altri sistemi di propulsione e movimentazione, le abitazioni, le fabbriche, e persino l’agricoltura. Ma siamo solo agli inizi di una nuova rivoluzione tecnologica che ci migliora la vita.

La maggior parte delle persone che oggi acquista (a caro prezzo) un’automobile Tesla oppure (a più buon mercato) una Nissan Leaf non lo fa per aiutare l’ambiente, bensì per i vantaggi di confort, prestazioni e innovatività che esse esprimono. Eppure, nonostante ancora oggi i produttori di auto elettriche perdono denaro (o ne guadagnano pochissimo) a costruirle, un recente studio dell’Economist, indica la previsione di una crescita esponenziale per la produzione di auto elettriche nei prossimi vent’anni.


Ma l’industria delle batterie non si muove solo per le automobili. Il primo utilizzo massiccio al di fuori del settore auto sarà quello dell’autonomia energetica delle abitazioni, che in questo modo potranno trovare conveniente l’utilizzo dei pannelli solari.

Altri fronti di forte innovazione nelle batterie, oltre a quello di migliorare la loro capacità, riguardano il numero di volte possibili di carico e scarico dell’elettricità immagazzinata nonché la sua velocità: più saranno elevati e più le batterie rassomiglieranno a dei supercapacitori e potranno perciò essere utilizzate meglio e più economicamente, dunque anche in altri settori. Ma soprattutto è il loro costo di produzione che si prevede possa crollare letteralmente nei prossimi anni, tanto per le fatidiche economie di scala delle nuove mega-fabbriche quanto per l’avanzare della ricerca tecnologica.

Ma ci sono almeno due fattori di incertezza nelle previsioni di un drastico calo dei costi di accumulo di energia:

– il costo futuro del litio e degli altri metalli pregiati utilizzati nella produzione di sistemi di accumulo, che sino ad oggi in media è sceso anch’esso grazie alle economie di scala di estrazione, ma che in futuro potrebbe riservare delle sorprese, come è accaduto ad esempio per il Cobalto o il Nichel. Si narra che siano in Cina e in Corea del Nord i territori più ricchi al mondo di giacimenti di metalli e terre rare utilizzati per la produzione di batterie e questo potrebbe aiutare a spiegare parte dei sommovimenti geo-politici in corso.

– Il rischio che il perseguire economie di scala da parte di tutti i grandi produttori di batterie possa generare enorme sovracapacità industriale rispetto all’assorbimento da parte del mercato di sbocco. Il fenomeno è già in atto e potrebbe creare molto scompiglio se dovesse degenerare.

Viceversa potrebbe risultare sempre più profittevole recuperare materie prime pregiate dal riciclo di batterie e altri materiali esausti mentre si prevede un vero e proprio boom nell’utilizzo delle nanotecnologie per la fabbricazione dei catodi (uno dei due componenti tecnologici fondamentali di ogni sistema di accumulo di energia, insieme agli elettroliti).

Come dicevamo più sopra tuttavia una parte rilevante che si prevede possa svilupparsi sono i grandi sistemi di accumulo stazionari, utilizzati come riserva di capacità elettrica delle reti di distribuzione per i momenti di picco, come pure per ottimizzare l’utilizzo di energie generate da fonti rinnovabili (sole e vento innanzitutto).

Tesla ha anticipato tutti con la proposta commerciale al grande pubblico della sua “Powerwall” da piazzare in garage, ma molti altri produttori come Nissan, ad esempio, stanno attrezzandosi a fare anche di meglio. Il mercato della sostituzione dei generatori di emergenza (tipicamente diesel, di piccola e media taglia ed estremamente rumorosi) è molto ampio nel mondo ma sino ad oggi sono risultati più cari e più complessi da manutenere.

La doppia prospettiva di riduzione dei costi dei componenti e di maggior diffusione della normativa in materia di emissioni inquinanti potrebbe cambiare decisamente lo scenario e aprire nuove possibilità alla tecnologia che vi sottende. I sistemi di “storage” più grandi (dal megawatt in su) utilizzano infatti anche diversi materiali per l’accumulo e molta più intelligenza elettronica per ottimizzare la propria resa nonché la durevolezza. Il loro utilizzo peraltro si estende quantomeno alla capacità di assicurare continuità all’elettricità fornita, eliminando o riducendo fortemente in un prossimo futuro i rischi di black-out e anche quelli di rottura dei sistemi elettronici cui sono collegati.

Esiste un mondo dorato di applicazioni “premium price” (cioè più o meno indifferenti alle tematiche di costo intrinseco) nella ricerca di sistemi mobili per l’accumulo dell’energia che a sua volta costituisce un mercato molto appetitoso (ad esempio per le applicazioni militari e aerospaziali) sino ad oggi quasi nemmeno sfiorato dalla grande industria, dove probabilmente sarà la capacità di ottimizzare le prestazioni e quella di miniaturizzazione dei componenti a farla da padrona. E come si può ben immaginare i sistemi di controllo e gestione intelligente saranno in questi campi più interconnessi che mai con il successo di queste applicazioni.

La riflessione finale riguarda perciò lo sviluppo economico che può derivare dai sistemi di accumulo di energia, che come si può ben intuire dalle poche considerazioni riportate è molto ampio, e le frontiere dello sviluppo tecnologico ad essi connesso ancora di più. Dunque più ancora che dalla digitalizzazione e dallo sviluppo dei futuri sistemi di intelligenza artificiale i valori in gioco nel campo della gestione energetica nei prossimi tre decenni sono immensi e le opportunità di business sono ancora a portata di mano di chiunque!

Stefano di Tommaso




QUOTARSI IN BORSA (capitolo secondo )

(per il primo capitolo cliccare qui: https://giornaledellafinanza.it/2017/08/30/quotarsi-in-borsa-capitolo-primo/

 

QUANDO UN’IMPRESA È “PRONTA” PER LA BORSA?

 

Negli ultimi anni è successo che molte startup tecnologiche sono state letteralmente ricoperte di capitali e finanziamenti da parte dei fondi di “venture capital” ma hanno altresì evitato accuratamente di approdare al mercato borsistico. Perché ?

Probabilmente la spiegazione sta nella natura degli investitori che affollano le borse di tutto il mondo: sono principalmente costituiti da pubblico indistinto o da fondi di investimento che a sua volta rappresenta del pubblico indistinto. Cioè non sono investitori professionali. La questione ha una certa rilevanza.

D’altra parte si dice che un’impresa può accedere al mercato di borsa “quando è pronta”. Cioè quando può vantare un’attività economica non soltanto redditizia e promettente, ma anche trasparente, autonoma, solida e capace di pianificare il proprio futuro.

I CASI DI UBER E SNAPCHAT

Esistono aziende meravigliose che valgono per numerosi investitori molti miliardi di dollari (si pensi a Uber ) le quali hanno probabilmente fatto bene a tenersi alla larga da Wall Street, mentre ci sono piccolissime imprese che sono pronte per quotarsi con borsa perché rispondono meglio alle caratteristiche sopra descritte e quindi risultano “appetibili ” per il popolo della borsa.

Per fare un esempio al contrario, ecco il caso di Snapchat: una bellissima realtà che nonostante lo scetticismo imperante probabilmente riuscirà ugualmente a catturare ampie fasce del promettente mercato globale del “mobile internet advertising” (la pubblicità sui telefonini) ma che -ex post- ha chiaramente sbagliato ad approdare così presto al mercato borsistico, nonostante il collocamento sia stato gestito da mani sicuramente molto esperte!

Snapchat vale davvero molti miliardi, ma le sue caratteristiche “pionieristiche” non lo rendono facilmente comprensibile al pubblico indistinto. Gli alti e bassi delle mode tra i teenager che determinano il successo nei ricavi pubblicitari sui telefonini hanno generato molta imprevedibilità sulla natura del business di Snapchat, che ha disturbato gli anziani cassettisti o i gestori dei fondi pensione e assicurativi, nonché di quei fondi che, per continuare a fornire un rendimento corposo a tranquilli risparmiatori, si sono messi a comprare anche azioni cercando di avere principalmente un dividendo.

Tutti questi soggetti hanno pensato bene di eliminare quel titolo dai portafogli e i loro timori di caduta del suo valore si sono di conseguenza autoavverati, mentre gli investitori di ventura hanno un fegato decisamente più corazzato e guardano più lontano, puntando inoltre su una decisa diversificazione del rischio per riuscire a catturare i rendimenti più elevati sebbene più rischiosi.

IL MANAGEMENT

Un’impresa che vuole rendersi credibile per la quotazione in borsa delle proprie azioni è rappresentata innanzitutto da un team di gestori del business riconosciuto come capace e rispettabile, ma riesce inoltre a esprimere un Consiglio di Amministrazione che effettivamente a sua volta risulta diversificato, privo di conflitti di interesse e capace di svolgere effettive attività di controllo e coordinamento dei managers.

La rispettabilità di costoro è considerata la materia più sensibile da parte di chi valuta di investire, dal momento che nessuna azienda può prescindere dalla qualità delle sue risorse.

È sicuramente un po’ovvio ma giova ricordare che senza esprimere una squadra di profilo elevato tutto il resto rischia di non contare nulla. Sono avvisate dunque le imprese familiari e quelle sostanzialmente individuali! Almeno a livello di CDA l’argomento è stringente.

LA CANDIDATURA IN BORSA DI UNA “MATRICOLA”

Se dunque un’impresa risponde alle caratteristiche di business che possono piacere al pubblico indistinto, si è dotata di una squadra di dirigenti e consiglieri di amministrazione di tutto rispetto, non è troppo piccola né troppo statica ed esprime un piano industriale degno di tale nome, può pensare di avanzare la sua candidatura per la quotazione.

Ma cosa deve fare la matricola per procedere?

Sicuramente deve presentarsi alle autorità di borsa per avanzare la propria candidatura, ma perché l’iniziativa abbia luogo essa deve dimostrare di aver passato il vaglio delle cosiddette “quattro diligence”: quella di business, quella contabile, quella legale e quella fiscale, prima di aver redatto il cosiddetto Documento di Ammissione.

Si tratta perciò di cinque documenti fondamentali (anche solo per l’Alternative Investment Market – A.I.M.) che vale la pena di esplorare in dettaglio:

  1. La diligence di business è di fatto una verifica delle previsioni e delle metodologie di calcolo adottate nel piano industriale, nonché la verifica delle ipotesi alla sua base. Dal momento che abbiamo già scritto del piano industriale limitiamoci ad affermare che, se il piano è stato redatto con l’ausilio di operatori professionali, le verifiche corrono veloci.
  2. La diligence contabile riguarda invece non solo la verifica della correttezza della tenuta di tutti i registri amministrativi, bensì anche e soprattutto l’audit di bilancio (per intenderci ciò che in passato si chiamava certificazione), dal momento che per accedere alla quotazione in borsa deve essere certificato almeno l’ultimo bilancio (gli ultimi tre per il listino principale). Se vogliamo sintetizzare l’aspetto più rilevante della diligence contabile ai fini della quotazione è senza dubbio la verifica dell’entità del reddito che la candidata esprime in bilancio. Per molti motivi legati alle convenzioni contabili normalmente adottate i margini economici potrebbero far accendere delle spie rosse ai revisori e in tal caso ciò dovrebbe risultare chiaramente nel Documento di Ammissione esprimendone i relativi rischi per gli investitori. Altro aspetto non banale è la stima del corretto valore dell’attivo (anche e soprattutto quello immateriale) e la misura prudenziale delle passività, ivi incluse quelle potenziali.
  3. La diligence legale mira a dare completa trasparenza al tema dei rischi connessi all’attività e ai rapporti contrattuali con i terzi (aziende controllanti, controllate e collegate, fornitori, collaboratori, dipendenti). Come in tutte le altre diligence, buona parte delle risultanze di questa saranno poi sintetizzate nel Documento di Ammissione.
  4. La diligence fiscale si è molto semplificata da quando la Pubblica Amministrazione ha messo a disposizione strumenti di verifica come il cassetto fiscale, il DURC, eccetera, ma indubbiamente come in quella contabile essa punta a rivelare ogni possibile passività latente.
  5. Il Documento di Ammissione infine raccoglie tutte le informazioni emerse e offre una panoramica del business e delle sue prospettive, evidenziandone tuttavia soprattutto i rischi.

Non è irrilevante far notare che in caso di accesso al listino principale va depositato un ulteriore importantissimo prospetto: quello CONSOB, finalizzato a tutelare la sollecitazione del pubblico risparmio. In questa sede però non ritengo sia opportuno approfondire anche questo argomento, che non cambia la sostanza delle attività da svolgere.

IL PROCESSO DI QUOTAZIONE

La verifica preventiva da parte delle Autorità di Borsa dei cinque documenti è pertanto un passaggio essenziale, che va accuratamente preparato con l’advisor finanziario e i professionisti che li redigono ma ricordiamoci a cosa serve: a rassicurare gli investitori che sono poi i giudici finali del successo di un processo di collocamento e quotazione.

Dunque un altro passaggio fondamentale riguarda il confronto con gli investitori, la comunicazione (diretta e indiretta) che viene loro rivolta e il poter contare sulla sottoscrizione di alcuni di essi.

A questo serve il Global Coordinator, che normalmente per le imprese di minori dimensioni coincide con il Nomad (il soggetto terzo che verifica ogni cosa e che di conseguenza intrattiene i rapporti con le autorità di borsa) e con lo Specialist (normalmente una banca o una Società di Intermediazione Mobiliare che si preoccupi del fatto che il titolo, una volta collocato, venga effettivamente scambiato).

Prima che tutto sia pronto però l’ Advisor Finanziario ha da svolgere un compito non : definire la struttura dell’offerta di titoli e concordarla con gli altri soggetti che interverranno (Investitori/Collocatori del titolo ma anche Professionisti, Borsa, Nomad, Global Coordinator, Specialist).

Una volta concordata quest’ultima si può proprio dire di aver concluso, aspettando tuttavia che i sottoscrittori abbiano versato i loro capitali e le autorità di mercato abbiano ufficialmente ammesso i titoli alla quotazione!

(fine del secondo e ultimo capitolo. Per leggere il primo cliccare qui: https://giornaledellafinanza.it/2017/08/30/quotarsi-in-borsa-capitolo-primo/ )

 

Stefano di Tommaso

 




QUOTARSI IN BORSA (capitolo primo)

In moltissimi casi nella mia vita professionale mi è capitato di incontrare imprenditori che avrebbero voluto fare un passo simile e in quasi tutti i casi, per qualche motivo (non è il momento, non siamo pronti, non ho ancora pronto questo o quello…), essi non lo hanno mai fatto!

 

Dopo tanti casi simili (e pochissimi casi di successo, buona parte dei quali con tempistiche molto diverse da quelle iniziali) mi sono convinto a scrivere queste righe per segnalare i passaggi essenziali necessari per prendere la giusta direzione quando si arriva a pensare che l’accesso al mercato dei capitali è alla base di quasi tutte le storie di successo nel mondo!

DA DOVE PARTIRE

Sembra inverosimile ma quasi nessuno se lo chiede e, ovviamente, non parte bene: la prima cosa e di gran lunga la più importante è la messa a fuoco del piano industriale.

L’argomento non solo è essenziale per comprovare la validità dell’investimento ai futuri sottoscrittori, ma anche necessario per ragionare sulla corretta valutazione d’azienda, che tipicamente è il suo ultimo capitolo.

Praticamente ogni altro argomento viene a valle di ciò: la selezione dei consulenti, la scelta della banca o società di intermediazione mobiliare per il collocamento e le altre attività di mercato, i revisori contabili, i consulenti fiscali e quelli legali, la società di “media relation”.

IL PIANO INDUSTRIALE E LE SCELTE STRATEGICHE

Il piano poi oltre ad aiutare a ragionare sulle determinanti strategiche del valore d’azienda, consiste in una profonda (e normalmente lunghissima…) riflessione sulla struttura aziendale, sulla sua capacità di lavorare e ancor più su quella (tutta diversa) di costruire la crescita futura.

Per gli investitori che osservano l’impresa e le sue caratteristiche, non c’è argomento più rilevante delle aspettative che esprime di riuscire a generare valore e dunque reddito derivante dall’investimento su di essa!

Se dunque per chi deve scommettere la propria responsabilità e i propri soldi in quel piano industriale sono credibili:
•la squadra di gestione
•i prodotti, i brevetti, le competenze
•l’analisi della concorrenza e del mercato
•la misura stimata dei costi e ricavi
•il calcolo degli investimenti necessari
•la valutazione dei tempi necessari per lo sviluppo

allora è possibile che esistano le premesse per procedere e per condividere la valutazione attuale e quella prospettica.

LA TEMPISTICA RICHIESTA

Non voglio fare terrorismo, ma il tema è di quelli davvero scivolosi: non ho mai visto rispettare la scaletta dei tempi inizialmente ipotizzata!

Spesso è colpa dei consulenti, che per spingere gli imprenditori a fare la scelta “la fanno facile”. Ma altrettante volte è l’esuberanza dell’imprenditore (o il suo ingiustificato ottimismo ) che fanno sottostimare lo sforzo necessario.

Questo vale non soltanto nella messa a fuoco del numero di settimane necessarie per produrre la documentazione necessaria, ma anche e soprattutto per il numero normalmente elevatissimo di imprevisti e fatti ignoti (inizialmente ) che costringono a modificare (o fare da capo) il lavoro documentale. Gli imprevisti sono letteralmente il tema più importante della corretta valutazione della tempistica!

LA DIMENSIONE

Uno dei maggiori antidoti all’idea di quotare la propria impresa in borsa è normalmente la considerazione della limitata dimensione, tanto per quella dell’azienda quanto per la dimensione del futuro collocamento che consegue all’eleggibilità per la quotazione di quest’ultima.

Un’impresa è troppo piccola per la quotazione normalmente si dice che è quella che non raggiunge i 2 milioni di margine operativo lordo o i 20 milioni di capitalizzazione del titolo al momento della quotazione. Ma sono regole spannometriche utili solo quando non esiste più alcun argomento alternativo.

In realtà le vere misure dimensionali che contano sono quelle del valore attuale e, soprattutto, di quello prospettico del collocamento di titoli che deriverà dall’I.P.O. (Initial Public Offering ).

Ciò che infatti interessa gli investitori è la prospettiva di liquidità del titolo dopo che sarà quotato. Se risulta scarsa la valutazione scende decisamente proprio per compensare la limitata negoziabilità attesa.

Non solo: con una limitata negoziabilità sono molti gli investitori che si tirano fuori dall’ipotesi di sottoscrivere il titolo in sede di collocamento, per statuto o per altre regole che devono rispettare.

Il valore d’azienda e quello del collocamento peraltro dipendono fortemente dalle attese di crescita dei margini d’azienda e dai moltiplicatori dei medesimi che sono condivisi dal mercato per il settore di riferimento nel momento in cui si esaminano (e possono oscillare moltissimo in un solo giorno).

È noto il caso di società neo-costituite (startup ) nel settore internet che negli anni passati sono state collocate in borsa ad una stima di valore pari a centinaia di volte i ricavi attesi per quell’anno!

Dunque non è proprio il caso di fasciarsi la testa prima di essersela rotta quando si pensa ai limiti dimensionali.

(fine primo capitolo )

 

Stefano di Tommaso




VALIUM INVESTING

Nonostante molti grandi investitori, economisti e analisti si facciano più insistenti nel suggerire che i mercati finanziari possano essere prossimi ad incontrare grossi problemi, solo pochi giorni fa i maggiori esponenti delle banche centrali, in ritiro a Jackson HOLE sono sembrati non accorgersene, anzi: invece di preoccuparsi di orientare i mercati -quantomeno a proposito dell’andamento dell’economia globale e dell’inflazione, che è alla base delle possibili variazioni dei tassi di interesse- i due supergovernatori hanno badato solo a dare ragione a se stessi, probabilmente anche perché si approssima il momento del possibile loro ricambio e sono perciò entrati in “campagna elettorale”!

Eppure sono veramente molti gli analisti che riscontrano imbarazzanti analogie con il passato, rintracciando nel comportamento troppo rilassato e dunque irrazionale dei mercati i segni distintivi di possibili catastrofi. Di seguito ad esempio la previsione di un analista tecnico (che probabilmente risulta davvero eccessiva):

Tornando ai discorsi dei banchieri centrali a Jackson Hole è risultato ai più deludente il discorso freddo e distaccato di Mario Draghi, presidente della BCE, così orientato a difendere la sua posizione e a celebrare il libero mercato da non accorgersi che il “nulla di fatto” nella sostanza delle dichiarazioni che il mercato aspettava di conoscere dai banchieri centrali riuniti non poteva che generare nuova (e probabilimente ingiustificata) euforia, che ha portato il cambio transatlantico al livello di 1,20 dollari per un euro, da tutti considerato essere la soglia di dolore per le imprese esportatrici europee.

Come più volte fatto notare su queste colonne, il libero scambio di merci e servizi non è tuttavia una panacea per tutti i mali. A volte per esempio favorisce alcuni paesi e ne penalizza altri, soprattutto quando le regole del mercato risultano uguali per tutti solo in apparenza (come accade nell’Eurozona).

Le imprese americane hanno negli ultimi anni beneficiato dei tassi bassi prima di quelle europee ma poi anche a causa di una minor pressione fiscale hanno potuto distribuire i profitti generati aumentando l’occupazione e i salari.

La possibile caduta di competitività che ne poteva derivare è stata mitigata dalla svalutazione del dollaro che, insieme a un certo numero di dazi e barriere all’importazione, permette alle imprese americane di evitare di danneggiare l’occupazione con inefficienza produttiva.

Le nazioni europee continentali hanno potuto moderare la rivalutazione del cambio che necessariamente deriva dal loro fortissimo avanzo commerciale grazie alla zavorra di paesi come l’Italia, pur senza caricarsi dei costi del ns.welfare e dei ns.immigrati. Dunque hanno di fatto beneficiato dell’Unione monetaria, a scapito dei partners piu deboli.

Ma quello che non hanno detto i grandi banchieri (per non deludere i mercati) è che le tensioni che si accumulano sul fronte valutario europeo difficilmente saranno prive di conseguenze sui margini delle imprese esportatrici e sulla loro competitività.

Indubbiamente gli stimoli monetari delle banche centrali hanno fatto bene ai mercati finanziari e, in ultima analisi, anche alla ripresa economica globale, ma da qualche mese si diffonde il timore il loro equilibrio sia sempre più instabile.

Le valutazioni sono alle stelle, la speculazione sui derivati è sempre più a rischio, i mercati asiatici vanno avanti con estremi livelli di indebitamento mentre i debiti pubblici non sono diminuiti rispetto all’ultima crisi finanziaria.

In particolare uno studio recente di Morgan Stanley ha mostrato che la caduta verticale della correlazione tra le diverse asset classes è indice sicuro di irrazionalità degli investimenti mobiliari (https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-08-22/wall-street-banks-warn-winter-is-coming-as-business-cycle-peaks)

Al momento perciò le azioni quotate in quasi tutte le borse del mondo sono per la maggior parte sopravvalutate, mentre i mercati si sono fatti sono ad oggi un baffo delle peggiori minacce alla sicurezza nucleare del pianeta, alla sicurezza pubblica delle principali capitali europee, alla possibile instabilità politica tanto del continente americano (possibile impeachment del Presidente) quanto di quello europeo (possibile vittoria dei movimenti populisti).

Ciò che ha prevalso è stata la constatazione dell’indiscutibile successo avuto dai sistemi di investimento passivo in fondi indicizzati. Ovviamente ciò poteva avvenire anche a causa della sempre minore volatilità dei mercati e della liquidità soverchiante che ha favorito l’investimento nei sistemi di trading.

Però la situazione generale ha del paradossale: da un lato tutti consigliano la decisa riduzione dell’esposizione al rischio azionario, dall’altro lato la calma piatta che si costata sui mercati fa pensare che per ogni investitore che ne esce esista almeno un altro che entra. Cosa che fa pensare che la quasi inspiegabile calma piatta possa proseguire ancora per chissà quanto. Magari anche un semestre, dal momento che i primi effetti del “tapering” (restrizione della liquidità disponibile) -che qualche segno dovranno pur lasciarlo- non arriveranno tanto presto.

Per non parlare della stranezza del ciclo economico americano (il più anziano dopo la crisi del 2008) che  un anno fa sembrava volgere al suo naturale esaurimento (dopo sette anni pieni),  oggi invece pare aver ripreso imprevedibilmente vigore, insieme a tutto il resto dell’economia globale e ai profitti delle grandi aziende, che a loro volta hanno generato un moltiplicatore positivo del credito e maggiore liquidità disponibile.

I dati macroeconomici sono infatti assolutamente confortanti e dell’inflazione sembra essersi perduta ogni traccia al punto che la prossima mossa al rialzo dei tassi di interesse in America è prevista per fine anno mentre in Europa si discute se mai avrà luogo nel 2018.

Morale: nessuno è davvero in grado di spiegare cosa succede davvero, meno che meno i famigerati banchieri centrali. Nessuno è tantomeno in grado di fare previsioni sull’andamento delle borse o dei tassi d’interesse, come dimostrato addirittura dal congresso mondiale dei banchieri centrali.

Perciò se da un lato resta consigliabile per i più continuare a diminuire l’esposizione al rischio dei mercati borsistici (quantomeno per la possibilità che con l’autunno riprendano talune fluttuazioni), dall’altro sono oramai molti mesi che uscire quasi totalmente dall’investimento azionario si è oramai inconfutabilmente dimostrato essere un errore serio, persino per i cosiddetti”cassettisti” (che cercano un dividendo da incassare mantenendo l’investimento azionario).

Meglio ingoiare una pillola di tranquillanti e tenere possibilmente i piedi in più scarpe: la nebbia che impedisce di guardare lontano potrebbe permanere a lungo…

Stefano di Tommaso