I RETROSCENA DEL MILIARDO DI EURO SBORSATO DA MICHAEL KORS PER COMPRARE JIMMY CHOO: UN BIGLIETTO DI INGRESSO NEL PARADISO DEI BENI DI LUSSO

Le sorti del titolo Michael Kors a Wall Street non andavano troppo bene da un anno a questa parte, complice una certa disaffezione degli investitori istituzionali nei confronti dei produttori generalisti di accessori e abbigliamento come pure delle grandi catene fisiche distributrici nel medesimo settore (vedi grafico):

 

NONOSTANTE LA CRESCITA DEL FATTURATO, IL MERCATO AZIONARIO NON APPREZZAVA LA MICHAEL KORS

La stessa Michael Kors aveva annunciato lo scorso Maggio la possibile chiusura di un centinaio di propri punti vendit. La disaffezione del mercato nei confronti delle catene di distribuzione di accessori e abbigliamento ha anche provocato di recente la riduzione del numero di operazioni di fusioni e acquisizioni nel settore, come si può vedere nel grafico qui riportato:

La morsa del commercio elettronico infatti si sente un po’ per tutti gli operatori, ma l’accordo di compravendita relativo a Jimmy Choo (la marca preferita di scarpe dell’attrice Sarah Jessica Parker, notissima come Carrie Bradshaw, protagonista indiscussa della fortunata serie televisiva “Sex&the City”) rivela un aspetto inusitato del mercato: la disaffezione degli investitori evidentemente non riguarda i grandi marchi del lusso!

IL PREZZO È ESORBITANTE MA È UN BUON MATCH

Il prezzo pagato (+36% sul valore di base d’asta dei venditori) appare anche significativamente superiore all’obiettivo di raddoppio delle vendite che Michael Kors si attende dal rilancio di Jimmy Choo: un miliardo di dollari entro pochi anni dopo che la stessa ha concluso il 2016 con un fatturato di $460 mln. Anche prendendo per buono tale obiettivo, il prezzo pagato è ancora del 20% superiore alle vendite attese (in dollari è stato pari a circa 1,2 miliardi!

Invece di preoccuparsene però il mercato azionario americano ha premiato l’annuncio dato da Michael Kors quando questi ha rivelato il fortissimo esborso per la Jimmy Choo. Ecco il grafico:

LA SCARSITÀ DI MARCHI DI GRANDE RINOMANZA

Il più diffuso commento sull’operazione riguarda infatti la relativa scarsità di target di grande qualità per possibili acquisizioni da parte degli altri operatori.
Il mercato scommette dunque sul fatto che i (pochi) marchi di assoluto prestigio restino indenni dalla mattanza dei margini operativi nel settore monda derivante dall’effetto congiunto della globalizzazione e delle vendite online.
In altre parole, l’acquirente attraverso questa operazione, è riuscito a riaffermare la sua  natura complessiva di grande operatore nel mercato dei beni di lusso. Un mercato che non teme rivali in quanto a moltiplicatori e stabilità dei profitti.

IL MONDO DORATO DEI BENI DI LUSSO

Ecco ad esempio il grafico dell’ultimo anno relativo al titolo Kering (conosciuta in precedenza come Pinault-Printemps-Redoute o PPR): una multinazionale fondata dall’imprenditore francese Pinault. Kering capitalizza in borsa 47 volte gli utili attesi di circa un miliardo di dollari e viene valutata perciò 47 miliardi. Come si può vedere l’andamento è rimasto sempre positivo e l’indice della variabilità del suo prezzo in relazione al resto del mercato (il beta) è estremamente ridotto (cioè è un titolo stabile ed in crescita).

UN LEADER CREDIBILE

Le considerazioni degli analisti non si sono evidentemente fermate qui: John Idol, il leader della Michael Kors che l’ha rilevata nel 2003 quando fatturava 20 milioni di dollari, ha chiuso in crescita il fatturato 2016 a 2,4 miliardi di dollari e può vantare una significativa esperienza nel settore in qualità di ex direttore generale di Donna Karan (DKNY), una storica icona della moda americana.

Il suo programma per far crescere il valore dell’acquisizione (dalle sinergie nelle borse da donna a quelle nelle scarpe da uomo) è piaciuto agli analisti ed è stato percepito all’altezza della sfida: quella della sua definitiva accettazione nel mondo dorato del lusso, “l’unica sovrastruttura capitalista non soggetta a cedimenti anche quando il mondo crolla”, come scriveva il beato Antonio Rosmini, per giustificare le spese dei ricchi della cerchia di Alessandro Manzoni che gli permettevano di studiare in collegio a Stresa.

 

Stefano di Tommaso

 




IL GIOCO DELL’OCA* DEI MERCATI

Nonostante gli annunci e gli inviti alla prudenza, nonostante i rialzi dei tassi annunciati e, in parte varati in America, le banche centrali di tutto il mondo continuano a darsi il cambio nell’immettere nuova liquidità netta sui mercati finanziari e quella liquidità sospinge in alto qualsiasi titolo quotato.
Il fenomeno genera macroscopiche distorsioni della realtà percepita, avvolgendo in una nuvola dorata ogni asset che sui mercati possa vantare una certa liquidabilità e innalzandone senza ragioni apparenti la valutazione.

 

L’ECCESSO DI LIQUIDITÀ AL CENTRO DEL DIBATTITO

Con i mercati che continuano a inanellare quotazioni stellari gli investitori restano prudenti e disorientati, perché non posseggono strumenti analitici che permettano loro di giustificare gli eccessi dei mercati. Scrivo dei “mercati” e non solo delle borse perché la pandemia da eccesso di liquidità ha travolto anche gli altri mercati, a partire dal reddito fisso dove gli investitori acquistano qualsiasi titolo anche senza alcuna ragione apparente, per non parlare di taluni immobili a reddito, delle criptovalute e dei metalli preziosi, per arrivare ultimamente addirittura alle riserve petrolifere, le cui valutazioni erano rimaste notoriamente in stallo per eccesso di offerta.

IL PARADOSSO DEI BOND “KROGER FOODS”

A proposito di eccessi un fenomeno apparentemente inspiegabile se non con la lente della disperazione derivante dalla sovrabbondanza di liquidità è quello che ho osservato qualche giorno fa con il piazzamento di bond in tre tranches (a 5,10 e 30 anni) per un miliardo di dollari da parte di Kroger, una media catena americana di supermercati alimentari, praticamente subito dopo che le sue azioni sono andate a picco (insieme a quelle di quasi tutte le catene di supermercati) per effetto dell’acquisto di Whole Foods da parte di Amazon.
Posso comprendere la prudenza di chi preferisce una cedola ad un mercato azionario percepito dai più oramai come estremamente speculativo, ma qualcuno si è chiesto se, fra trent’anni, la catena esisterà ancora? Probabilmente no, visto che tra l’altro, il rendimento che offrono quei bond resta al di sotto del 5%. Come nessuno quindi si è chiesto se quel 5% (scarso) può compensare i rischi cui va incontro il detentore di quel finanziamento non garantito concesso ad un distributore tradizionale di alimentari operante in un mercato che -chiarissimamente- va incontro a forti cambiamenti.

A CORTO DI TEORIE ECONOMICHE ADEGUATE

Il fenomeno appena citato è significativo tanto dell’apparente cecità degli investitori relativamente agli elementi fondamentali dell’analisi economica, quanto del fatto che, indubbiamente, tutti coloro che da quasi un anno a questa parte hanno gridato allo scandalo dell’eccesso di valutazioni dei mercati finanziari è poi rimasto scottato dalla realtà dei fatti, che è andata nella direzione opposta, smentendoli clamorosamente!

La verità perciò è che ben pochi tra gli investitori riescono a capire qual è il gioco, e a farsene una ragione, soprattutto perché mancano di adeguati strumenti analitici: le vecchie infrastrutture dell’analisi economica evidentemente non risultano adeguate a spiegare la situazione eccezionale in cui si trovano i mercati finanziari globali!
Ma soprattutto, anche qualora saltasse fuori qualche teoria economica in grado di meglio giustificare la situazione corrente alla luce di una razionalità che ai più invece sfugge, questa non costituirebbe necessariamente una garanzia del fatto che la situazione di “bonanza” perdurerà a lungo in futuro e che dunque i mercati a un certo punto non crolleranno precipitosamente.

BASSA VOLATILITÀ, CONTRO OGNI RAGIONEVOLE PREVISIONE

L’eccedenza di liquidità ha tra l’altro ridotto la volatilità dei mercati a meno della metà dai picchi toccati un anno fa. Ecco ad esempio l’andamento a un anno dell’indice VIX (che misura la volatilità dell’indice SP500 relativo ad un ampio paniere di titoli di Wall Street):


IL TIMORE DELL’INFLAZIONE E LO SPETTRO DELLA DEFLAZIONE

Sebbene dunque non sia un mistero per nessuno che risieda nella grande liquidità disponibile la causa primaria della beata calma piatta e dei meravigliosi ritorni sul capitale per chi ha investito sino ad oggi, la sensazione tra gli operatori è che il trascorrere del tempo senza che l’inflazione faccia significativi passi in avanti non migliori la situazione di incertezza circa il futuro delle borse e del risparmio gestito.

Il timore generalizzato è infatti che la crescita economica, degli investimenti, dell’occupazione e dei salari possa mostrare a un certo punto più o meno di colpo i suoi effetti inflattivi, spiazzando tutti e generando panico.
Nemmeno le banche centrali in quel caso avrebbero a disposizione molti strumenti, perché l’eccesso di rigonfiamento dei propri bilanci, l’eccesso di debito pubblico e il livello davvero basso dei tassi di interesse attuali impedirebbe loro molte delle manovre previste nelle principali teorie economiche accreditate, oppure le costringerebbero ad azioni estreme, tornando a dover muoversi come nel 2009, in territori inesplorati.

L’ECCESSO DI DIPENDENZA DALLE BANCHE CENTRALI E I BUONI FONDAMENTALI

Il punto è che la situazione eccezionale di picco che oggi osserviamo -per quanto per sua natura instabile- potrebbe ugualmente perdurare per un tempo indefinito, perché quel che sembra è che le banche centrali sono diventate prigioniere del loro stesso gioco, impossibilitate a tornare indietro nella loro millimetrica regolazione del rubinetto e anche senza alcuna volontà di farlo, se non il più gradualmente possibile.
Gli operatori d’altronde dipendono più che mai dalle loro indicazioni, e nessuno si mette davvero a scommettere contro gli attori di gran lunga più importanti dei mercati, assecondandoli pedissequamente.

Il contesto generale è peraltro fortemente positivo: l’economia europea è il nuovo campione mondiale di performance, quella asiatica continua la sua corsa (sempre che la bolla finanziaria cinese non imploda), quella americana c’è il sospetto che vada meglio di ciò che le statistiche ci raccontano perché sarebbe politicamente incoerente mostrare agli elettori i successi economici dell’era politica irriverente inaugurata da un Presidente eletto contro tutti i sacri crismi della tradizione americana e oggi sotto pesante assedio da parte del Congresso. E la tendenza globale alla riduzione della tassazione sui redditi e al miglioramento dell’efficienza delle imprese suggerisce di non fare follie tirando la corda di un aumento dei tassi sin tanto ché l’inflazione non si manifesti impetuosa. Ma è difficile dire se ciò succederà mai.

COME NEL “DESERTO DEI TARTARI”

Non credo di essere il solo a rievocare nella situazione attuale il meraviglioso e surreale romanzo “Il Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, dove le banche centrali di oggidì sono forse l’equivalente del Tenente Drogo, che viene inviato giovanissimo alla Fortezza Bastiani nell’attesa che un giorno da oltre il deserto spuntino i nemici del Regno (dei non meglio definiti “Tartari”, cioè l’inflazione, fuor di metafora).
Appena arrivato si rende conto di essere forse caduto in una trappola, e vorrebbe fuggire. Ma quella situazione surreale e magica in cui si trova in fondo gli piace. E così il comando del suo manipolo a difesa della fortezza diviene nel tempo il suo pretesto per dare un significato al suo ruolo e agli anni vissuti lì dentro nel prepararsi al combattimento. Prima o poi dovrà arrivare l’occasione tanto attesa, quell’evento glorioso che gli regalerà finalmente prestigio ed onore, ma invece il tempo passa ed egli finisce in quella prigione dorata i suoi giorni, nella nebbia delle abitudini e delle ritualità, a guardia un baluardo immaginario a difesa del nulla. Un simbolo delle convenzioni e degli schemi con cui puntelliamo le nostre esistenze cercandovi missioni inesistenti e sicurezze impossibili.

Stefano di Tommaso

*L’Oca che dà il nome al gioco è un animale tenuto in grande considerazione da molti popoli antichi, a partire dagli Egizi per giungere ai Greci. I Romani avevano affidato alle oche il compito di vegliare sul tempio di Giunone, nel Campidoglio. Per i Celti, il palmipede era simbolo dell’aldilà e guida dei pellegrini, ma anche simbolo della Grande Madre dell’Universo. Le regole del gioco si conformano a questa valenza sacra dell’animale, sottolineando il suo ruolo di “guida provvidenziale”: capitare su una casella contrassegnata da un’oca permette infatti di abbreviare il percorso, raddoppiando il punteggio ottenuto.
Il numero delle caselle, 63, è particolarmente significativo: come prodotto di 9 x 7 permette di intendere il percorso come successione di 7 cicli di 9. Questi numeri si collegano direttamente alla teoria degli “anni climaterici”, tenuti in grande considerazione dall’astrologia classica: i cicli settenari e novenari segnano infatti gli anni fondamentali della vita umana che, in questo caso, si concluderebbe col sessantatreesimo anno, chiamato “il grande climaterio”. In questo senso il gioco può essere inteso come una rappresentazione simbolica del percorso stesso della vita. Ma c’è di più: la casella 63 è quella che permette di accedere al centro della spirale, al “castello o giardino dell’oca” che non è numerato. Considerando anche il centro, avremmo in tutto 64 caselle e questo numero, oltre ad essere simbolo dell’Unità, verso la quale il cammino ci deve ricondurre (6+4=10; 1+0=1), è il prodotto di 8 x 8 e suggerisce immediatamente una possibile analogia del nostro gioco con quello degli scacchi, che, a sua volta, ha la sua matrice simbolica nei 64 esagrammi dell’I Ching o “Libro dei Mutamenti”, i cui simboli descrivono appunto tutti gli stadi possibili dell’esistenza umana.

 




IL VENTURE CAPITAL CORRE IN AMERICA E EUROPA MA NON IN ITALIA

Il 2016 è stato in buon anno in Europa per la raccolta di capitali finalizzati a supportare le start-up innovative: sei miliardi e mezzo di euro. Uno in più del 2015. E il 2017 si preannuncia ancora migliore. L’anno scorso il 44% di quei capitali è stato investito in “information&communication technology”, mentre il 27% è andato in aziende che si occupano di sanità e biotecnologie.

Per comprendere l’importanza strategica degli investimenti rivolti alle innovazioni tecnologiche, ricordiamoci che in tutto il mondo buona parte delle tecnologie che oggi sono parte integrante della nostra vita quotidiana sono in realtà state introdotte da sconosciuti e spesso giovanissimi imprenditori che non lavorano per gli uffici di ricerca e sviluppo delle grandi multinazionali, per mille e un motivo.

E ricordiamoci anche che buona parte di tutte le innovazioni che hanno generato venti o trent’anni fa i colossi che oggi valgono di più a Wall Street (tenendo conto del fatto che ciascuno di essi capitalizza in Borsa quanto il Prodotto Interno Lordo della Gran Bretagna) sono nate in un garage grazie ai cosiddetti “family&friends” e a qualche lungimirante capitalista di ventura.

Se l’America oggi mantiene una leadership tecnologica rispetto al resto del mondo pur con una popolazione inferiore a quella di molti altri Paesi è solo grazie alle sue università (private) e al moltiplicarsi di quegli sparuti lungimiranti investitori di ventura iniziali che hanno scommesso su alcuni giovani promettenti.

 

Questo dovrebbe far riflettere quando si parla di politica economica, di futuro dei giovani e di creare occupazione: questa non si crea per decreto e non si supporta (solo) puntellando le fabbriche del passato oggi in crisi. L’occupazione del futuro -com’è ovvio- sarà generata dalle aziende del futuro.

Eppure in Italia nessuno ne parla e nessuno è disposto ad ammettere che se tutte le volte che un giovane ha un progetto ambizioso questi deve fuggire all’estero per realizzarlo o per non morire soffocato da un eccesso di burocrazia, tassazione e rivendicazioni sindacali, ne avremo poche nel nostro Paese di aziende del futuro, all’altezza dell’evoluzione tecnologica in corso.

Nel nostro Paese già il 93% dei capitali raccolti dalle imprese (spesso tradizionali) quotate in Borsa viene sottoscritto dall’estero, figuriamoci i capitali di ventura! Persino in Europa un decimo di quei 6 miliardi e mezzo raccolti l’anno scorso dal Venture Capital proviene dall’America. E la sola Francia si prepara ad essere uno dei principali incubatori di startup del pianeta. Dopo gli Stati Uniti d’America l’Europa è il secondo ecosistema delle innovazioni, in gran fermento di risorse umane e capitali.

In Italia invece i dati ISTAT parlano di una nazione che spende il 77% della spesa pubblica per gli anziani sopra i 65 anni, mentre il 20% dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni che non studia ancora, non ha e non cerca un lavoro. E il 2,8% per cento della spesa pubblica se ne va in “pensioni di reversibilità”, cioè alle vedove dei pensionati defunti mentre siamo l’ultimo Paese dell’Unione Europea per investimenti in capitale di rischio.

Ma non solo abbiamo politiche economiche sbagliate a dir poco che favoriscono l’esportazione di cervelli e l’immigrazione di braccianti e delinquenti. Se abbiamo il 93% degli investitori in aziende quotate (buona parte delle quali sono banche e società immobiliari) è anche perché il nostro è un contesto economico che rappresenta il bengodi delle rendite di posizione! Rendite le cui dinamiche sono agli antipodi rispetto alla logica di chi investe capitale di rischio!

In Europa sono 13 i fondi di investimento in “venture capital” che hanno raccolto più di €100 milioni. Da noi la più importante operazione di venture capital è stata appena lanciata (dunque non ha ancora raccolto nulla) ed è il fondo dal valore di 100 milioni di euro annunciato da Cariplo Factory e dedicato a growITup, la piattaforma di Open Innovation creata in partnership con Microsoft e rivolto a tutte le startup digitali italiane.

Un ottimo segnale di cambiamento. Ma prima di recuperare tutto il terreno perduto la strada per il Bel Paese si preannuncia molto lunga!
E nel frattempo saremo destinati a crescere e ad assumere molto meno degli altri Paesi sviluppati.
L’esatto opposto di ciò che sarebbe coerente con la nostra vocazione benefica che ci spinge a restare il Paese principe nell’accoglienza degli extracomunitari e nella tolleranza dell’immigrazione clandestina!

 

Stefano di Tommaso




LA NUOVA GEOPOLITICA DELL’ERA TRUMP (SECONDO LARIS GAISER)

Interessantissima discussione al Caffè di BeeBeez, la settimana scorsa, sponsorizzata dalla multinazionale Kroll (http://www.kroll.com/en-us/default.aspx) con la partecipazione della sua Amministratrice Delegata Marianna Vintiadis e condotta da Stefania Peveraro, giornalista e fondatrice di BeeBeez insieme ad Anna Gervasoni e al gruppo Class Editori.
Ospite d’onore il professor Laris Gaiser, membro dell’ITSTIME (Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies) presso l’Università Cattolica di Milano in qualità di esperto d’intelligence economica. Il più recente suo libro: “Intelligence Economica per un nuovo ordine mondiale” è stato l’anno scorso un bestseller il cui estratto è riportato al link che segue dallo stesso autore (https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2016/07/intelligence-economica-Gaiser.pdf). Dal 2009 insegna relazioni internazionali presso l’Università della Georgia (Usa) dove ricopre il ruolo di senior fellow all’istituto Globis. Insegna inoltre relazioni del Mediterraneo e geoeconomia presso l’Accademia Diplomatica di Vienna. Laris ha inoltre lavorato e studiato con il generale Carlo Jean (https://it.m.wikipedia.org/wiki/Carlo_Jean).

 

TRUMP: MOLTO PIÙ CHE UN DILETTANTE ALLO SBARAGLIO

La tesi principale dell’intervento di Laris Gaiser, incentrato sulla figura controversa di Donald Trump quale nuovo Presidente americano, è stata quella della riuscita da parte di Trump nella progressiva instaurazione di un nuovo equilibrio geopolitico globale.
La tesi è ovviamente agli antipodi di quelle quotidianamente proposte al grande pubblico dalla stampa prevalente, ma ha un suo fondamento e Laris si è prodigato nell’argomentarlo.

Laris ci insegna che la geopolitica è una definizione olistica, composta da una parte fissa: la geografia, e da una parte flessibile, che è la politica. Secondo Laris, che è italo-sloveno, non tenere conto dei confini nazionali o delle esigenze economiche derivanti dalle caratteristiche geografiche degli Stati con i quali si intrattengono relazioni internazionali può sospingere i medesimi tra le braccia del nemico o semplicemente causare dure reazioni.

LA TORMENTATA RELAZIONE CON LA RUSSIA

È il caso ad esempio della guerra civile in Ucraina, dove tanto l’America quanto l’Unione Europea non hanno voluto tenere conto del fatto che si tratta di uno stato-cuscinetto al quale la Russia non può mancare di rivolgere delle attenzioni, sia per ragioni etniche (ci sono molti cittadini di origine russa) che per motivi di difesa nazionale.

Secondo Laris, Vladimir Putin ha oramai mostrato di essere un leader a livello internazionale affidabile, prevedibile e razionale. Pare anche che egli abbia scritto di proprio pugno due articoli accademici per i giovani diplomatici in erba nei quali esprime chiaramente la necessità per il suo Paese di far crescere il ceto medio e, con esso, le piccole e medie imprese. Per fare questo Putin aveva stanziato ingenti fondi sovrani che attingevano dalle entrate petrolifere.

La situazione generale ha fatto si che quelle risorse dovessero essere dirottate sugli armamenti, rimandando la rinascita dell’economia della Federazione Russa.

Che ciò non fosse casuale secondo Laris è comprovato dalle Sanzioni Economiche, non necessarie secondo lui. Anzi: di fatto hanno contribuito a spingere la Russia tra le braccia della Cina, storicamente in contrasto con la Russia per numerose questioni territoriali. Le sanzioni hanno inoltre creato l’urgenza di una nuova attività produttiva nazionale e in questo hanno nociuto all’Europa e fatto bene alla Russia.

IL RAPPORTO CON LA CINA E IL RUOLO DI HENRY KISSINGER

La qualità della leadership di Trump secondo Laris è inoltre dimostrata da come egli ha giocato la sua campagna elettorale, tutta in salita perché il sistema mediatico favoriva la fondazione Clinton. Ciò nonostante Trump ha vinto utilizzando le stesse armi  he i suoi rivali gli rivolgevano contro.
Trump però ha molti nemici che intendono oggi proclamarne l’impeachment e ritornare al potere attraverso la dimostrazione del coinvolgimento mediatico della Russia nella fuga di notizie che gli è servita per contrastare la Clinton.

In realtà Trump in campagna elettorale è stato molto ben consigliato dal “dottor stranamore”. Egli dovrebbe aver incontrato Kissinger almeno 5 volte (considerato il più grande tra i lobbisti a favore della Cina).
Ciò nonostante Trump in campagna elettorale ha attaccato più volte la Cina e ha predicato l’isolazionismo.
La retorica è andata dunque in una direzione, infatti in un’altra, dal momento che il rimuovere il Trattato Commerciale Pacifico da parte di Trump è stato nei fatti invece un grandissimo favore che lui ha portato alla Cina.

Una cosa simile Trump l’ha fatta nei confronti della Corea del Nord: nel trattato anti proliferazione l’Iran ha venduto armi atomiche alla Corea del Nord e allora Trump, per arginare il problema senza spaventare il mondo con la minaccia nucleare, la sta facendo “contenere” indirettamente dai cinesi per poi in futuro riservarsi casomai il privilegio e il merito di aver portato avanti un processo di riappacificazione del quale potrebbe avere il merito.

Con la Russia invece Trump, sotto schiaffo a casa propria, non può oggi pensare di fare presto accordi bilaterali, ma ha nominato alla carica di suo rappresentante un genio del settore energetico come Tillerson. Guarda caso oggi il petrolio sta risalendo (facendo un piacere a Putin) nonostante sia divenuto sempre più difficile controllarne il prezzo a causa dell’eccesso di offerta sul mercato.

L’ESATTO OPPOSTO DEL DISEGNO STRATEGICO DI OBAMA

Ovviamente la vera questione irrisolta è se Trump, nel frattempo, riuscirà anche a condurre a termine il suo mandato di Presidente, sulla quale questione non ci sono certezze. Se non ci riuscirà è quantomai probabile che quell’ordine globale che lui oggi sembra segretamente essere riuscito a ristabilire svanirà nel nulla, perché va a contrastare precisi interessi economici.

Secondo Laris esistono due grandi scuole di pensiero nelle relazioni internazionali: quella “liberale” e quella della “realpolitik”. In estrema sintesi una descrizione:

– Secondo la prima -fautrice di un “bene comune” e di grandi aggregazioni sovranazionali, questo può prescindere da ciò che vogliono le singole sovranità nazionali, e ha visto soprattutto Obama applicarla in ogni direzione nel definire i propri disegni geostrategici, scavalcando spesso i governi dei paesi più colpiti da contrasti interni o dal terrorismo.

– Secondo l’altra, la cosiddetta “geopolitica dei rapporti di forza” da sempre applicata da Henry Kissinger (silente ma attivissimo suggeritore di Trump) e oggi anche da Vladimir Putin, ha un’ottica completamente rovesciata e parte dalla considerazione che le singole realtà nazionali vanno rispettate, sebbene “pesino” più o meno nello scacchiere internazionale a seconda del ruolo bilaterale di ciascuno stato.

Come anticipato prima, secondo Laris oggi Donald Trump sta ragionando strettamente in termini di realpolitik e di una ripresa dei rapporti bilaterali dell’America con il resto del mondo, ottenendo come conseguenza il ristabilimento di nuovo ordine dal punto di vista delle relazioni internazionali, nonostante quel che scrive la maggior parte dei media, a lui contrari.

Trump -a torto o a ragione- ritiene che la politica di Obama abbia puntato su una decisa destabilizzazione dell’area mediterranea e medio-orientale e sta usando un approccio completamente diverso, con il ristabilire buoni rapporti bilaterali tra gli U.S.A. e l’Arabia Saudita. Il dialogo (indiretto) con la Russia ha poi permesso a Trump di arginare il problema Iran, vera spina nel fianco della politica estera americana e fornitore di tecnologie nucleari a tutti quei Paesi che sarebbe meglio non le avessero.

IN ATTESA DI TROVARE UN DIALOGO CON L’EUROPA

Nel ristabilire dunque ottimi rapporti di fatto con i due principali attori (Russia e Medio Oriente) nella produzione di materie prime energetiche come gas e petrolio, bisogna notare che Trump ha fatto indirettamente un piacere all’Europa, che ne è il primo consumatore, in attesa di ottenerne uno in cambio, quantomeno relativamente al sostegno economico delle truppe Nato di stanza nel vecchio continente.

Non tanto in termini di estrazione, quanto in quelli della distribuzione. L’aborto dell’oleodotto “South Stream” ha costituito un grande danno per l’Italia (ufficialmente ne era contro l’anti trust europeo) ma adesso viene raddoppiato il “Nord Stream” che ha le stesse problematiche di anti-trust ma circa il quale l’Unione nello scorso marzo 2017 si è espressa favorevolmente.

Nel permettere che ciò avvenga Trump di fatto ha dato una mano alla Germania che diverrà presto il più grande snodo energetico dell’Unione. Questo fatto, fortemente voluto dai Clinton e dai poteri che gli stavano dietro, è stato possibile grazie al sostegno della metà di tutti i costi del progetto da parte di aziende anglosassoni.

SOTTO ATTACCO A CASA PROPRIA

Anche sul fronte interno Trump mostra intelligenza e sta comportandosi di conseguenza, non aprendo troppi forti e aspettando un momento migliore per le due questioni che gli stanno più a cuore:
– il rilancio  dell’economia (con il taglio fiscale e la spesa per infrastrutture)
– lo smantellamento dell’Obamacare.
Su entrambe  le questioni preferisce non esporsi troppo per non creare nuovi fronti di conflitto.

Sempre secondo il professor Laris Gaiser anche per questo motivo Trump potrebbe riuscire a sopravvivere all’attacco politico in corso, facendo concessioni sulle tematiche di confronto con l’opposizione per attirare a sé consensi all’interno del Congresso Americano.

Il risultato perciò delle ritardate politiche economiche trumpiane è una diluizione di quegli stimoli all’economia americana che avrebbero potuto segnare la nuova era Trump come una di quelle più prospere che si potessero ricordare, ma in fondo non ne ha avuto troppo bisogno: i mercati vanno bene ugualmente e l’economia globale tira più del previsto: oggi è forse meglio mettere fieno in cascina per tempi migliori!

Stefano di Tommaso