APPUNTI DI TRADING

N. 88 – sabato 31 agosto 2024

 

Operazioni in essere : nessuna

Nota : riprendo a scrivere dopo che nel mattino di lu 5 ago avevo definito non operativi i livelli indicati nella precedente N. 87 di sa 3 ago.

GOLD DICEMBRE 24

Segnalo che, come immaginavo, il contratto ottobre 2024 scambia solo 1/20 dei volumi registrati dal contratto dicembre 2024, che quindi si fa preferire per la maggiore precisione degli stop loss. Il DIC FUT vale circa 30 USD più di GOLD CASH.

Veniamo ora all’analisi di GOLD.

Dopo la prima chiusura mensile sopra 1998 verificatasi in nov 2023, GOLD ha sempre dimostrato una grande forza.

Si osservi che, dal minimo mensile di 1984 cash registrato in feb 2024, i massimi mensili sono stati tutti crescenti.

Per entrare al rialzo lo stop loss minimo da inserire ha una ampiezza quasi proibitiva, non solo per i criteri prudenziali di questa Lettera.

Il minimo di agosto è stato 2364 GOLD CASH e l’unico acquisto possibile dovrebbe utilizzare tale minimo quale stop loss, in questo momento, molto ampio.

I minimi settimanali evidenziano un forte supporto nell’area 2277 – 2293 e nulla più.

Il grafico giornaliero è interessato da ampi movimenti intraday, con forte rialzo dal minimo di 2365 circa registrato il 5 ago 2024

Siamo ora ad un nuovo massimo storico e una discesa anche solo a 2450 sembra già un regalo.

In realtà GOLD è espresso in dollari U.S.A. e tale valuta ha perso circa il 3 % in agosto, forse alterando il grafico di GOLD.

Comunque ad ora GOLD è forte e le crepe inizierebbero solo sotto :

– 2353 cash, che fu il minimo della Week 90 dal terzo minimo in area 1616 nell’autunno 2022
– 2277 cash che è il più basso dei tre minimi registrati in maggio – giugno 2024

Potrei acquistare una eventuale, poco probabile, discesa in area 2400 GOLD CASH circa con stop loss 2353 GOLD CASH,

oppure

vendere in area 2530 cash ( 2560 contratto dicembre ) con stop loss 2580 DIC FUT, per finanziare un acquisto anche più alto di 2400 cash.

Quindi lu 2 settembre, sin dal mattino, inserirò i seguenti ordini :

vendo 1 MICRO DIC GOLD a 2560 con stop loss a 2580

e, solo dopo l’eseguito, venderò un secondo MICRO DIC GOLD alla rottura del minimo del giorno in cui fosse stata eseguita la vendita a 2560, ugualmente con stop loss a 2580.

Non venderò sotto 2500 del future dicembre.

SILVER DICEMBRE 24

Segnalo che il contratto sett si avvicina alla consegna e quindi le mie eventuali future operazioni verranno effettuate sul dicembre, che vale circa 45 cents in più, vale a dire + 1,5 %, veramente molto.

Avevo scritto :

“Anticipo ai lettori che vi sono segnali temporali di possibile inversione tra lu 22 luglio e venerdì 2 agosto, con impulsi in area 32,50 – 33, per vendere in forza ( aggiornamento : il livello alternativo di questi segnali è tra 26 e 27, per comprare in debolezza )”

Cosa è successo dopo aver scritto queste righe, nelle Lettere da N. 80 a 84 ?

è sceso fino a 26,45 gio 8 ago ben al di sotto dell’unico pivot visibile che era 28,57 e che non mi convinceva, ritenendo che SILVER si trovi ora in stato di debolezza relativa a GOLD, dopo che era salito del 48 % in soli tre mesi.

Il livello di 26 27 è stato raggiunto e l’acquisto si poteva fare, ma non compatibile con la scelta tassativa di questa Lettera di inserire lo stop loss sin dalla ipotesi di apertura dell’operazione.

DOW JONES INDU CASH

DJ continua a sentire molto la forza di attrazione della nota trend line tracciata dal minimo di ott 2022 , il cui ritracciamento al 50 % è stato sfiorato una sola volta in ott 2023 e mai più avvicinato.

Avevo scritto : “Una vendita appare a rischio controllato non sotto 40700 – 41000 di DJ CASH. Serve un rimbalzo del 3 %. Non pochissimo.”

DJ è riuscito a salire da 38499 a 41585 in sole 19 sedute da lu 5 ago a ven 30 ago, riportandosi ai massimi, ancora una volta ( poco ) sopra la trend line settimanale da ott 2022, tracciata molto tempo fa dal minimo di 28660.

Potrebbe bastare per fermarsi, ammirare le indubbie qualità estetiche di questo doppio massimo e tornare un po’ indietro.

Allego un grafico a candele mensili con evidenza in giallo degli outside.

Sono solo 5 in quasi 60 mesi, tutti, salvo dic 2021, forieri di ampi movimenti.

Quindi mi chiedo se l’outside rialzista di agosto possa scatenare, come nei casi evidenziati in giallo un importante movimento ( rialzista ), oppure se la eventuale, ora quasi non immaginabile, rottura del minimo di 38499 sia il vero punto di interesse.

Vedremo.

NASDAQ 100 CASH

Segnalo che ha perso 3256 punti (circa il 16 % ) da 20691 a 17435 in soli 18 gg; una discesa che non si vedeva da luglio – ottobre 2023, ma allora, per fare un calo del 13 %, impiegò 13 settimane, una intera stagione.

Dopo il 5 agosto non ha offerto né un doppio minimo, né una laterale idonea a individuare uno stop loss contenuto per cercare un acquisto, che volevo eseguire per finanziare il rischio di piazzare una vendita intorno al doppio massimo assoluto.

Poi è salito a 20000.

Vedo sul grafico giornaliero una gap aperto in area 20200 intorno al 10 luglio ; area ideale per una vendita.

L’ operazione purtroppo appare non adatta ad una Lettera settimanale, salvo che NAS 100 offra intorno a 20200 – 20500 quella laterale che non abbiamo avuto dopo il 5 agosto a 17435.

 

Leonardo Bodini

 




QUANDO SCENDERANNO I TASSI ?

L’appuntamento estivo dei banchieri centrali a Jackson Hole è stato spesso in passato l’occasione per affermare le indicazioni di fondo e coordinarsi tra loro in tutto il mondo. E stavolta l’incontro non ha deluso le attese: Jerome Powell, governatore della maggiore banca centrale, la Federal Reserve Bank of America (FED), sembra aver parlato con sufficiente determinazione: ”è giunto il momento di riaggiustare la politica monetaria“ nel senso di un allentamento della stretta operata due anni fa. Ma quanto manca perché si passi dalle dichiarazioni ai fatti? I tassi scenderanno anche a casa nostra?

 

ALLA RICERCA DELL’AUTOREVOLEZZA

A dire il vero negli ultimi anni le banche centrali di autorevolezza ne hanno persa parecchia. E infatti il tema del simposio non poteva parlare più chiaro: “Riaffermare l’efficacia delle politiche monetarie”. Viviamo in un’epoca in cui le principali divise monetarie sono dette “fiat currencies”, perché non risultano legate a particolari riserve di valore e dunque battono una moneta che prescinde dal cosiddetto “valore intrinseco” originario. Pertanto le politiche monetarie, per risultare efficaci, debbono riuscire ad avere un impatto sull’economia reale. E di norma una buona maniera per farcela è quella di anticipare gli eventi, piuttosto che reagire pedissequamente di conseguenza.

LA STORIA RECENTE

Due estati fa i banchieri centrali erano rimasti beffati dagli eventi e a Jackson Hole commentarono assai poco il rapidissimo aumento dei tassi d’interesse cui furono costretti per via dell’inflazione, inizialmente da essi giudicata con troppa superficialità “temporanea”, chiudendo però di fatto il recinto dopo che i buoi erano fuggiti. L’anno scorso questi tassi sembravano aver raggiunto la vetta. Ma poi ci sono rimasti un anno intero, senza scendere mai, dal momento che l’obiettivo al 2% dell’inflazione continuava a venire mancato.


Nemmeno l’anno scorso pertanto a Jackson Hole ci si è detto granché, segnalando semplicemente la volontà delle banche centrali di adeguare le politiche monetarie ai dati statistici quando questi avessero segnalato il calo dell’inflazione (la c.d. “data dependency”). Rinunciando in tal modo di fatto a quel ruolo che le banche centrali dovrebbero normalmente avere, anticipando e “guidando”l’andamento dell’economia reale. Non soltanto: spesso le politiche monetarie “data dependent” di fatto assecondano i movimenti del mercato finanziario, più che quelli dell’economia reale, amplificandone le oscillazioni invece di contrastarle.

Non solo dunque negli ultimi tempi FED & compagni hanno letteralmente “perso la faccia”, ma occorre notare che in tutto questo periodo sono lievitati decisamente anche i tassi d’interesse a lungo termine, cioè quelli pagati per interessi dai governi di tutti i Paesi occidentali, notoriamente stra-indebitati, con effetti ovviamente avversi sui bilanci pubblici. Senza contare il fatto che i tassi d’interesse elevati sui finanziamenti ad aziende e privati prelevano ricchezza dall’industria e dal commercio per ingrossare i redditi della finanza, frenando in tal modo lo sviluppo economico.


COME CAMBIERANNO LE VALUTAZIONI D’AZIENDA

I tassi a lungo termine poi risultano cruciali per le valutazioni d’azienda, soprattutto per quelle piccole e indebitate. Non per nulla le quotazioni delle imprese quotate al segmento Growth delle Borse Euronext sono scese moltissimo negli ultimi anni, talvolta sotto al patrimonio netto. Lo stesso vale per l’indice americano Russell 2000, che solo recentemente ha ripreso un po’ di fiato. In America anche a buona ragione, visto che ancora il 40% dei titoli di questo indice stenta a produrre profitti!


Dunque stavolta l’indicazione fornita dal banchiere dei banchieri appare inequivocabile. Potrebbe inaugurare una stagione di ribassi dei tassi e di rialzo dei titoli azionari “sottili”, soprattutto se in autunno sarà seguita da un comportamento coerente, conseguente (e auspicabilmente graduale) all’annuncio dato. La FED potrebbe anzi essere finalmente tornata ad anticipare i mercati, di fatto realizzando una “guidance” che non può che risultare benefica e stabilizzatrice, soprattutto se il “taglio” dei tassi interverrà prima (o in assenza) di una recessione economica americana, sebbene le parole di Powell siano rimaste vaghe relativamente alla tempistica e all’ampiezza della manovra.

LA DEBOLEZZA DEL DOLLARO

I contratti derivati sui mercati finanziari internazionali infatti scontano già una discesa entro la fine dell’anno dei tassi a breve termine (quelli governati dalla FED) di almeno un punto percentuale pieno (vale a dire dal 5,25% al 4,25%), che poi è esattamente il differenziale attuale con il tasso di sconto praticato dalla Banca Centrale Europea. E i mercati sembrano avere preso molto sul serio questa indicazione, tanto che il Dollaro americano si è immediatamente deprezzato, cosa entro certi limiti positiva un po’ per tutti, dal momento che in passato la sua forza aveva creato importanti e inutili squilibri nel commercio globale. Ovviamente rimane da tenere in conto la possibile evoluzione delle tensioni geopolitiche oggi in atto, prima di poter affermare che il biglietto verde continuerà la discesa.


La Banca Centrale Europea (BCE) ad esempio, la cui euro-zona a differenza dell’economia americana già da un paio d’anni non cresce, non può quindi permettersi una Divisa Unica troppo forte ed è piuttosto probabile che calerà di conseguenza ulteriormente il suo tasso di sconto.

LA ZONA EURO

Nel recinto della zona Euro tuttavia ci vorrà ancora parecchio prima di poter tornare a parlare di efficacia delle politiche monetarie della BCE. E’ dai tempi di Mario Draghi infatti che la banca centrale non mostra alcun segno di autonomia rispetto a quella degli Stati Uniti d’America. Non per niente le uniche economie che danno segni di risveglio nel vecchio continente sono quelle che non hanno adottato l’Euro, come la Svizzera, la Norvegia, i paesi dell’Est Europa e -ultimamente- il Regno Unito.

Eppure la BCE ha un ruolo fondamentale per assicurare la stabilità dei debiti pubblici delle diverse nazioni che vi aderiscono. Dunque avrà molta più necessità della FED di tentare di guidare al ribasso i tassi d’interesse pagati sul debito pubblico. E anche la struttura industriale del vecchio continente ha un deciso bisogno di ridurre la spesa per interessi, dal momento che la produzione arranca e i consumi ristagnano.

Ma soprattutto l’Euro-zona deve riprendere pesantemente a investire nelle nuove tecnologie, essendone rimasta fortemente arretrata. E oggi con i tassi d’interesse attuali e con la scarsa liquidità in circolazione, né le imprese né i governi possono permetterselo. Ecco in breve per quali ragioni i tassi d’interesse, a prescindere dal fatto che in America si materializzi o meno una recessione (che di fatto in Europa c’è da un bel po’ di tempo), dovranno necessariamente scendere parecchio.


QUANTO DURERÀ LA DISCESA ?

Quando ciò potrebbe accadere tuttavia non è così chiaro, dal momento che l’inflazione dei prezzi è rimasta strisciante e dal momento che il suo calo appare soprattutto dovuto al ribasso dei prezzi delle materie prime, più che ai consumi (che erano già risicati In Europa e che non sono calati invece negli USA). Le guerre potrebbero spingere nuovamente al rialzo il prezzo del petrolio, cioè quello dell’energia, che in Europa risulta un nervo scoperto, dopo il taglio del gas importato dalla Russia. Dunque è possibile che, dopo le elezioni americane, questi prezzi riprendano a correre, con il rischio che riparta l’inflazione, tagliando forse le gambe alle volontà dei banchieri centrali. Ma non alle loro necessità. Almeno per un po’ i tassi dovranno scendere ugualmente, per riportare in equilibrio la spesa pubblica per interessi.

E’ quindi possibile che presto i tassi d’interesse vengano guidati al ribasso dalle banche centrali “a prescindere” dalle notizie statistiche sull’inflazione, ma sul lungo termine non è detto che potranno restare bassi. Non importa: oggi i mercati finanziari ne hanno comunque già ricevuto un sollievo: i titoli di stato si sono rivalutati (anche per la diminuita allerta sulla capacità dei governi di remunerare il servizio del debito) e si sono visti recuperi delle quotazioni dei titoli azionari di minor dimensione ovvero di quelli alle prese con maggiori oneri finanziari.

E I TASSI PRATICATI ALLE IMPRESE SCENDERANNO ?

Anche gli interessi sul debito (e i relativi “spread” praticati sul tasso interbancario) potrebbero manifestare una riduzione con i prossimi “tagli”, dal momento che la fine delle politiche monetarie restrittive dovrebbe anche consentire maggior liquidità al sistema bancario e provocare dunque maggior disponibilità di credito. Questo però potrebbe valere per i finanziamenti erogati sul mercato dei capitali dagli intermediari finanziari non bancari, i quali in tal modo potrebbero riallinearsi alle condizioni praticate dal sistema bancario.


Le banche invece non ci stupirebbe che mostrino -anche in fase di allentamento delle politiche monetarie- una qual certa rigidità al ribasso dei tassi praticati al pubblico, per due grandi motivi:

  • il primo è che non esiste praticamente più la concorrenza in ambito creditizio, e
  • il secondo motivo sono le innumerevoli “regolamentazioni” del capitale proprio come calcolato ai fini di vigilanza, che impongono agli istituti politiche del credito sempre più severe e dunque sempre minor disponibilità per i soggetti più deboli.

Come dire peraltro che, anche qualora tutto andasse nel migliore dei modi, i tassi scenderanno per tutti, tranne che per buona parte delle piccole imprese italiane! Sic transit pecunia mundi…

Stefano di Tommaso




NON RESTA CHE L’ORO

In attesa di una panoramica più precisa che potrebbe emergere dal convegno annuale dei banchieri centrali di tutto il mondo la settimana prossima a Jackson Hole (stavolta sembrano fare molto sul serio e il tema prescelto riguarda proprio la loro credibilità: “riaffermare l’efficacia delle politiche monetarie”) gli analisti si interrogano tanto sulle prospettive dell’economia reale quanto su quelle dei mercati finanziari. Nel dubbio, il metallo giallo appare come la sponda più sicura…

 

LE PROSPETTIVE DELL’ECONOMIA REALE E QUELLE DEI MERCATI FINANZIARI

Le prime, per una volta, sembrano oggi più legate alle seconde di quanto storicamente sia successo e i motivi sono strettamente congiunturali:

  • i mercati borsistici hanno ripreso vigore ma, al tempo stesso, appaiono decisamente sopravvalutati, anche grazie all’euforia per le nuove tecnologie e i profitti aziendali;
  • le tendenze macroeconomiche che a fine Luglio lasciavano presagire una recessione oggi sembrano migliorate, ma restano pur sempre incerte, non avendola fugata del tutto.

Dunque le borse valori restano liquide e speranzose in un allentamento della politica monetaria da parte delle banche centrali, ma temono segnali di una possibile recessione dall’economia reale. Che però, ancora una volta, tarda ad arrivare, almeno per il continente americano.

Nel frattempo ci si interroga però sulla sostenibilità degli attuali livelli dei listini borsistici, dal momento che sono vicini ai massimi storici di sempre.

LE BORSE SONO SOPRAVVALUTATE?

Per comprendere se le borse sono sopravvalutate, tre sono i parametri più comuni per la valutazione delle imprese quotate: il CAPE (rapporto prezzo/utile aggiustato ciclicamente), il P/E forward (rapporto prezzo/utile basato sugli utili previsti per l’anno in corso o quello successivo) e infine il ”Modello Fed”, che confronta i rendimenti degli utili azionari con quello dei rendimenti obbligazionari. Tutti e tre suggeriscono che le quotazioni delle grandi multinazionali quotate sulle borse americane sono attualmente sopravvalutate, non solo rispetto ai livelli storici, ma anche rispetto a quelle delle imprese di più piccole dimensioni, a quelle degli altri mercati finanziari internazionali, alle obbligazioni societarie e ai titoli di stato. Secondo questi indicatori il recente rimbalzo delle azioni a grande capitalizzazione (dopo il “lunedì nero”) potrebbe essere un fenomeno ingannevole, destinato a ridimensionarsi.

L’INDICE ”CAPE”

sviluppato dal professor Robert Shiller, è un parametro popolare tra gli investitori per esaminare le valutazioni espresse dal mercato. Secondo questo parametro l’indice di Wall Street Standard & Poor’s 500 è attualmente valutato 35 volte gli utili medi dell’ultimo decennio, aggiustati per l’inflazione, il che lo rende il terzo parametro più caro della storia, dalla fine del XIX secolo. E’ persino più caro di quello del picco delle quotazioni azionarie prima della crisi del 1929.

I

L RAPPORTO P/E FORWARD

si basa sulle previsioni degli utili degli analisti, è stato monitorato dal 1985 da IBES (ora parte del London Stock Exchange Group). Come il CAPE, il P/E forward suggerisce che le quotazioni azionarie sono in media attualmente molto elevate, anche se leggermente più economiche rispetto agli anni di picco del 2000 e della fine del 2020.

IL “MODELLO FED”

coniato dallo stratega Edward Yardeni alla fine degli anni ’90, confronta il rendimento implicito dei titoli azionari (utile per azione diviso per il loro prezzo di mercato) con i rendimenti dei titoli obbligazionari considerati privi di rischio. Spesso utilizzato per determinare il premio per il rischio dell’investimento azionario, attualmente esso indica una certa sopravvalutazione di quest’ultimo. Un mese fa, quando i rendimenti dei Treasury a 10 anni erano più bassi, l’S&P 500 era al suo livello più caro dal 2002.


Anche se lo spavento sui mercati finanziari sembra oggi quasi del tutto rientrato, tuttavia gli investitori, nel tornare alla normalità, tendono ad esprimere maggiore prudenza e approfittano della rotazione dei portafogli in corso per selezionare meglio i titoli.

I TASSI A LUNGO TERMINE NON SCENDONO

Al tempo stesso è durata poco anche la grande domanda di titoli a reddito fisso che era conseguita alla forte volatilità delle borse valori. La situazione di timore aveva portato al rialzo le quotazioni dei titoli obbligazionari e dunque al ribasso i tassi d’interesse a lungo termine espressi da questi ultimi. Oggi siamo quasi ritornati alla situazione pre-crisi e sì spiega anche così il ritorno al 4% del rendimento dei titoli decennali del Tesoro americano.

I gestori del risparmio tuttavia, fugato lo spavento, devono fare i conti non soltanto con l’ipotesi di una recessione (che per il momento sembra quantomeno rinviata all’anno prossimo), bensì anche con la possibilità di nuovi importanti conflitti bellici. Senza peraltro tralasciare né i rischi collegati all’eccesso di indebitamento di tutte le principali nazioni, e nemmeno le forti analogie dell’attuale congiuntura con la situazione del 2008 prima dell’innesco della grande crisi: la sovrabbondanza di strumenti finanziari derivati quali l’eccesso di indebitamento del sistema nel suo complesso, l’artificialità della liquidità che oggi droga le valutazioni dei mercati, o la precarietà dei bilanci delle principali banche del pianeta (in difficoltà per i finanziamenti concessi al settore immobiliare e detentrici di grandi quantità di titoli di stato, a loro volta a rischio di default).

IL METALLO GIALLO COME PRINCIPALE BENE RIFUGIO

I gestori del risparmio e gli investitori istituzionali hanno poi davanti a loro l’incubo della riduzione del potere d’acquisto dei risparmiatori, che potrebbe spingerli a ridurre gli investimenti finanziari per preferire la liquidità o i beni rifugio, come l’oro appunto. Lo scorso venerdì le sue quotazioni hanno superato di slancio i 2500 dollari l’oncia segnando non solo un record storico, ma anche l’avvio di una stagione di possibili consistenti ulteriori rialzi!

Non soltanto infatti il picco della volatilità dei corsi borsistici ha spaventato i più, ma la tendenza di fondo del mercato lascia temere che la volatilità non si fermerà agli acquazzoni di inizio Agosto. Forse anche per questo le banche centrali di tutto il mondo stanno accumulando da anni riserve in oro fisico, come si può leggere dal grafico qui riportato:

GLI INVESTITORI ORA SONO PIÙ PRUDENTI

Nel grafico qui sotto riportato si può vedere quale effetto abbia avuto sul risparmio gestito lo spavento che è seguito al “lunedì nero”.

Inoltre i timori di una recessione non sono stati completamente fugati. Spaventa ad esempio la posizione di allerta espressa da Goldman Sachs a proposito delle prospettive di disoccupazione americane, come si può leggere dal grafico qui sotto riportato riguardo alle previsioni per le buste paga non-agricole nel terzo trimestre 2024:


I TASSI D’INTERESSE SONO ATTESI IN CALO

La conseguenza pratica dei timori per l’economia reale è che il mercato finanziario sta prezzando una decisa riduzione del tasso di sconto (di oltre un punto e mezzo percentuale rispetto agli attuali livelli) da parte della banca centrale americana, cui potrebbero fare seguito quasi tutte le altre banche centrali, come si può vedere dal grafico qui riportato.

Ora però il punto è che il prezzo di mercato delle opzioni non fornisce certezze riguardo ai tagli dei tassi, bensì solamente delle aspettative. E nei prossimi mesi ancora una volta le attese di mercato potrebbero risultare fallaci, (cioè la Federal Reserve potrebbe tagliare i tassi di minor misura o più lentamente). Questo potrebbe accadere per mille e un motivo, anche qualora l’economia americana dovesse risultare in rallentamento (il che appunto non è una certezza).

CONCLUSIONI

Se però ancora una volta le aspettattive di taglio dei tassi d’interesse dovessero rimanere deluse, le quotazioni dei principali indici azionari a Wall Street, oggi tarate su quelle attese di mercato, potrebbero scendere. E il prezzo dell’oro, oggi visto più che mai come bene rifugio per eccellenza, al riparo anche da possibili nuove sorprese dell’inflazione, potrebbe salire ancora una volta!

Non è dunque un caso che il mercato a termine (futures) esprima attese al rialzo per il metallo giallo, visto come una riserva di valore migliore di molti altre categorie di investimento e, per di più, suscettibile peraltro di ulteriori rivalutazioni anche qualora i tassi d’interesse dovessero scendere. Come si può vedere dal grafico qui sopra riportato, che indica l’andamento crescente del prezzo dell’oro espresso dai contratti futures :

Stefano di Tommaso

 




LA FESTA E’ DAVVERO FINITA?

L’America sembra aver dismesso l’entusiasmo dilagante per le nuove tecnologie legate all’intelligenza artificiale che prospettavano una seconda rivoluzione digitale, così come sembra che dopo il “lunedì nero” sia aumentato il numero di scettici sul “soft landing” e, in teoria, molti speculatori sono stati costretti ad abbandonare la giostra del “carry trades” sullo Yen giapponese che li spingeva a gonfiare i portafogli di titoli azionari con “denaro facile”. Anche la liquidità del mercato azionario sembra essersi improvvisamente ridotta a causa del grande travaso di denaro, fuggito verso il mercato dei titoli a reddito fisso dopo l’impressionante altalena delle quotazioni della scorsa settimana. Per non parlare della probabile “fine di un’epoca” di calma piatta sul fronte della volatilità delle borse, adesso ritornata a livelli elevati che non si vedevano da mesi.

 

”HARD LANDING” O ”SOFT LANDING”?

D’altra parte gli ultimi dati macroeconomici pubblicati lasciano presagire una prospettiva di rallentamento dello sviluppo economico, una disoccupazione in ulteriore crescita (dunque un possibile calo dei consumi all’orizzonte) e poi gli investitori professionali non dormono tranquilli di fronte all’ulteriore pericolo di una nuova grande guerra tra Oriente e Occidente che, ovviamente, scombussolerebbe non poco la sua stabilità finanziaria. Qualcuno addirittura torna a parlare di “hard landing” (alla lettera: atterraggio duro, cioè passaggio brusco dall’espansione alla recessione) mentre fino a un paio di settimane fa c’erano analisti che prospettavano addirittura un “no landing” (vale a dire nessun rallentamento dell’economia).


DEBITI PUBBLICI FUORI CONTROLLO

Se poi vogliamo completare il quadro degli elementi congiunturali che preoccupano occorre ricordare il fatto che i bilanci pubblici di tutte le principali economie del pianeta sono appaiono non solo costantemente in deficit, ma addirittura i debiti pubblici che ne conseguono stanno addirittura accelerando la loro crescita e che, ovviamente, questo determina la difficoltà dei tassi d’interesse a scendere in modo più deciso e l’improbabilità di una riduzione più marcata dell’inflazione dei prezzi, a causa della svalutazione monetaria che rappresenta l’ovvia conseguenza della monetizzazione progressiva operata dalle banche centrali su una almeno una parte dell’enorme massa di debito pubblico.

ADDIO ALL’ERA DI “GOLDILOCKS”?

Come si può constatare dai fatti appena citati insomma, nelle scorse settimane gli operatori economici sembrano essersi improvvisamente risvegliati dal letargo in cui erano caduti per mesi, coccolati dalle ottime prospettive dipinte dagli economisti ispirati dalla filosofia di “Goldilocks” (la bambola dai riccioli d’oro). E quel risveglio li ha costretti a prendere atto di tutti i rischi appena indicati. Che sembrano averli convinti del fatto che, almeno per le borse, ”l’aria che tira” sembra essere definitivamente cambiata.

Ma sarà davvero così oppure si tratta di un giudizio che rischia di risultare quantomeno affrettato? È vero che grande è stato lo spavento appena vissuto con il “lunedì nero” dei mercati finanziari. Ed è altrettanto vero che quei rischi testé citati , occorre fare chiarezza, esistono eccome! C’è anche tuttavia -incredibilmente- sull’altro piatto della bilancia una lunga serie di ulteriori indicazioni economiche e finanziarie le quali potrebbero spingerci invece a rivedere all’insù le prospettive macroeconomiche.

MOLTI DATI MACRO SONO POSITIVI

Neanche a citare insomma Mark Twain, quando spiegava che tracciare previsioni è sempre molto difficile, specialmente se riguardano il futuro! Non soltanto infatti sono ancora ottime le attese di crescita per il terzo trimestre (quello in corso) del prodotto interno lordo americano, il quale di solito anticipa quello di buona parte del resto dell’Occidente. Non soltanto la corsa globale all’acquisto di armamenti procura un indubitabile stimolo alla crescita economica


Wall Street ora si aspetta numerosi “tagli” dei tassi d’interesse dalla banca centrale, i quali potrebbero avere un ulteriore effetto di stimolo per l’economia. E, soprattutto, è rimasta l’aspettativa di una copiosa crescita dei profitti delle società quotate, misurabile indirettamente dalle condizioni implicite dei mercati finanziari in una crescita media -per le imprese americane- del 12% da qui a fine anno. Ben oltre dunque le attese sulla crescita del prodotto interno lordo (circa il 2,5%) e di quelle sulla produzione industriale, che viene addirittura prevista sotto zero anche quest’anno.

LE BANCHE CENTRALI

C’è inoltre da tenere conto del fatto che la possibile inversione di rotta delle banche centrali, sebbene già considerata tardiva dalla maggior parte degli osservatori, comporterà non soltanto la riduzione dei tassi d’interesse a breve termine (quelli a lungo termine sono appena calati vistosamente quando i disinvestimenti dalle borse hanno fatto crescere le quotazioni dei titoli a reddito fisso riducendone la redditività implicita) bensì anche l’allentamento della politica monetaria, cosa che potrebbe rilanciare la liquidità.


E quest’ultima può risultare forse il primo e più importante fattore a favore della ripresa della corsa dei listini azionari. Dopo una pausa estiva che per fattori stagionali è quasi sempre ballerina e dopo un inizio d’autunno che potrebbe addirittura risultare riflessivo, molti analisti sono pronti a scommettere che le borse nell’ultima parte dell’anno potrebbero addirittura segnare nuovi record!

MY TAKE

Non ne sarei però così sicuro, per un numero infinito di ragioni pratiche che riguardano innanzitutto la psicologia prevalente sui mercati nonché le caratteristiche implicite dell’industria del risparmio gestito, che a un certo punto ha bisogno di fare cassa per soddisfare le richieste di recesso da parte dei sottoscrittori e che per farlo sarà costretta ad abbandonare altre posizioni azionarie. Non soltanto: il possibile calo dei tassi d’interesse potrebbe affliggere le prospettive di guadagno delle principali istituzioni finanziarie e rilanciare gli investimenti in immobili, che fino ad oggi risultano depresse. Due elementi che, inevitabilmente, possono ridurre almeno in parte la corsa gli investimenti in titoli azionari. Ma il ragionamento sopra riportato, espresso da chi si aspetta altri avanzamenti del listino di borsa, non fa una piega. Spesso le borse salgono quando l’economia rallenta e viceversa.


“MAGNIFICENT SEVEN” VS. “RUSSELL 2000”

Così come occorre tener conto della caratteristica principale dell’ultimo clamoroso movimento prima al rialzo e poi al ribasso dei principali indici di borsa: questi ultimi erano mossi quasi esclusivamente da pochissime grandi multinazionali tecnologiche e, dopo lo sgonfiamento dell’ultima bolla speculativa e le prese di profitto di chi ci aveva costruito grandi plusvalenze, era abbastanza normale attendersi un brusco ribasso di quegli stessi indici. Queste imprese tuttavia continuano a macinare grandi profitti e a investire pesantemente sul futuro: due fattori che molto probabilmente impediranno loro di cadere in disgrazia, nonostante la rotazione dei portafogli.


Nel medesimo ultimo anno tuttavia erano rimaste al palo le quotazioni di un notevole numero di titoli azionari emessi da società quotate di minori dimensionI: quelle rappresentate dall’indice “Russell 2000” a Wall Street. Anche a causa del fatto che la categoria di queste ultime è rimasta segnata più delle altre dal rialzo dei tassi d’interesse, ora essa potrebbe beneficiare più delle altre di un loro eventuale ribasso, e non soltanto in America. Casomai il punto è -in questo caso- lo “stock picking”: ci sarà un’ovvia selezione delle imprese più promettenti e dei settori considerati più “sexy”, dal momento che lo scenario di fondo dell’economia non è tale da consentire facili entusiasmi.


Ma basteranno quei -pochi- titoli più proiettati verso il futuro a trascinare al rialzo indici borsistici come lo “Standard & Poor 500”? Probabilmente no. Non basteranno. Occorre tenere conto del peso specifico di giganti come Apple, Google, Microsoft o Tesla per riuscire a orientarsi sul listino di New York. E questi ultimi sono tutti fortemente dipendenti dall’andamento futuro dei consumi per poter continuare a macinare grandi profitti. Il ragionamento dunque torna in maniera circolare alle attese relative allo sviluppo economico, ai salari, alla disoccupazione e al conseguente potere d’acquisto dei consumatori, che anche per le borse valori risultano fondamentali.


OLTRE LA “SAHM RULE”

Per riuscire a pronosticare la recessione è interessante un nuovo indicatore simile alla “Sahm Rule” che però combina i dati sui posti di lavoro vacanti e quelli sulla disoccupazione. Si basa sulla differenza tra la media finale a 3 mesi del tasso di disoccupazione e il suo minimo negli ultimi 12 mesi -da un lato- e la differenza tra la media finale a 3 mesi del tasso di posti di lavoro vacanti e il suo massimo negli ultimi 12 mesi, dall’altro. Quando l’indicatore raggiunge il livello di 0.3 una recessione potrebbe essere in arrivo; quando arriva a 0.8 la recessione è iniziata di sicuro.

Questo indicatore rileva la recessione prima della Sahm Rule cioè 1/2 mesi dopo il suo inizio, mentre la Sahm Rule la rileva almeno un mese dopo. Tracciando con questo indicatore i dati storici si esso identifica perfettamente tutte le recessioni dal 1930, mentre la Sahm Rule non funziona prima del 1960. Con i dati di luglio 2024. Oggi l’indicatore è a 0,5, quindi la probabilità che l’economia statunitense sia già in recessione è del 40%. In effetti, la recessione potrebbe essere iniziata già nel marzo 2024.

 

Stefano di Tommaso