APPUNTI DI TRADING

N. 51 – sabato 11 novembre 2023

 

Operazioni in essere :

venduto mart 7 nov 1 DIC MICRO GOLD a 1975, da ora con stop loss a 1975

PREMESSA

Dal 7 al 10 nov sembra che i cavalli veloci abbiamo venduto lingotti e comperato FAANG + 3. Certamente così si fa più presto a diventare ricchi. Eventualmente, anche a tornare poveri. Ma il Mercato non si critica mai.
Ho venduto anch’io un infimo DIC MICRO GOLD. Viceversa non ho ( ancora ) comprato NAS 100, che è certamente ben popolato dai FAANG + 3.

GOLD DIC 23

Da tempo indico nel corpo della Lettera e sui grafici il valore 1998 che corrisponde al top di apr 2022, mese di grande importanza.

GOLD CASH non ha mai chiuso un mese sopra. Per darne evidenza allego grafico mensile, dal quale si vede che GOLD è salito anche fino a 2060, ma non ha mai chiuso sopra 1998 l’ultimo giorno di ogni mese.

Ancora una volta, martedì 31 ott 2023 GOLD cash non è riuscito a chiudere sopra 1998; data la notevole importanza del top di aprile 2022 per motivi di ciclo temporale, ho quindi venduto, con stop loss molto stretto.

Ho aperto un ribasso su GOLD anche per altri motivi, ma la chiusura sotto 1998 cash dell’ultimo giorno del mese è stato il principale.

Gli ordini erano per 2 MICRO GOLD, ma, prima di scendere, Questo Mercato non è stato così collaborativo da salire prima a 2015, dove avevo l’ ordine in forza, quindi è stato eseguito solo quello in rottura di 1975.

Amen.

Quindi, da lu 13 nov, sin dal mattino, inserirò lo stop loss a 1975, vale a dire in pari.

E’ difficile dare un obiettivo a questa discesa.

Ritengo che 1919 cash ( il top del 2011 ) sia già un ostacolo.

Troverei ideale una discesa sotto 1880 cash, fino a 1850.

Se così fosse, ma il livello sembra tanto lontano, sarebbe uno dei rari casi in cui potrei ribaltare la posizione, in un istante, come nel nuoto in piscina.

Immagino non succederà e quindi farò seguire la ( modesta ? ) discesa da un abbassamento dello stop loss, che ora piazzo a pareggio.

Prima del 30 nov dovrò “rollare” il contratto.

GOLD passerà dal FUT dicembre a febbraio

SILVER DIC 23

Allego un grafico settimanale con la solita trend line da 30,09 assaggiata molte volte e un’altra di pendenza dimezzata, che potrebbe rappresentare il primo ostacolo in alto.

E’ un vero peccato che DIC SILVER FUT non abbia raggiunto il prezzo di esecuzione pari a 23,60 ( toccato 23,36 e poi letteralmente crollato ) Non resta che attendere una zona di acquisto, molto pericoloso sopra 21,00.

Come per GOLD FUTURE, prima del 30 nov dovrò “rollare” il contratto.

SILVER passerà dal FUT dicembre a marzo, per questione di volumi.

Anche se muovo un piccolo capitale, cerco sempre di lavorare una scadenza molto liquida.
Come scrissi all’inizio, ho ricordi di operazioni su mercati poco liquidi e vi riporto che lo svago è improbabile.

DOW JONES INDU CASH

Ven 10 nov la barra giornaliera secondo me dice molto, anche se la salita del DOW JONES è avvenuta soprattutto a causa dei pochi titoli quotati presso il NASDAQ e presenti anche nel DJ.

Forse la dimensione del range di ven 10 non colpisce tutti, ma consiglio di osservare il contesto complessivo, che mi fa pensare che il minimo di gio 9 nov ( 33859 cash ), che è anche il minimo settimanale, è meglio che non venga rotto, pena un primo rischio di accelerazione.

Ricordo a chi legge che da mesi dichiaravo che ritenevo improbabile un movimento violento prima dell’anniversario del minimo del 13 ott 2022 ed inoltre avrei atteso, prima di prendere una posizione netta, il decorso della settimana 56 da quel 13 ottobre.

La settimana 56 è stata il 6-10 nov 2023.

Quindi ritengo i Mercati azionari U.S.A. ora più reattivi a qualsiasi notizia, economica e non.

NASDAQ 100 CASH

Ven 10 nov i titoli del mondo digitale sono saliti in forma corale tra il 4 e il 7 %.

Vediamo se ven 17 nov verrà chiusa la prossima settimana oltre il solito ostacolo di 15600.

Se, per non so quale motivo, diversamente venisse rotto il minimo del 6-10 nov pari a 15065 CASH, personalmente credo che aprirò uno short, con mano leggera, senza attendere il livello di 14058, certamente ormai molto nitido, ma troppo lontano.

Si tratta di una operazione da valutare giorno per giorno, che non può trovare spazio in una Lettera che vuole restare di conservazione del patrimonio, come fu pensata.

Lettera che deve durare 5 gg di trading, 7 gg di calendario. Facile dirlo, ma scriverla talvolta diviene una sfida.

Un’altra Lettera molto prudente, guardando a Israele.

Commento finale, relativo all’azionario U.S.A. : dopo ve 6 ott e lu 30 ott, pare che lo “spintone” sia arrivato nuovamente di venerdì ( 10 nov ).

Leonardo Bodini




SIAMO TORNATI ALL’ECONOMIA DAI RICCIOLI D’ORO?

Sembra arrivato il momento della riscossa: le borse occidentali hanno appena archiviato la miglior settimana del 2023 e di colpo molte delle nuvole nere che si stagliavano all’orizzonte sembrano meno minacciose, se non addirittura in dissolvimento: cosa succede? È davvero tornata un’era di moderazione e stabilità? È quello che cerchiamo di comprendere qui di seguito…

 

IL RIMBALZO DELLE BORSE

Sono rimbalzate come una molla troppo carica dopo mesi di pessimismo, tensioni internazionali, inflazione “appiccicosa” e tassi sempre più alti. Dopo la seconda pausa della banca centrale americana, stanno reagendo con un sospiro di sollievo allo scampato pericolo di un crollo, prendendo per buona tuttavia quella che è solo una speranza degli operatori professionali: e cioè che il prossimo mese e mezzo che ci separa da Natale possa restare su una china positiva, consentendo loro di dichiarare un’ottima performance e ottenere in cambio abbondanti premi di “performance” dalla clientela gestita.


Se andrà così senza dubbio potremo archiviare un annata eccezionale dal punto di vista dei valori di borsa, tanto più che, con i tassi d’interesse che pariebbero voler restare a lungo a questi livelli, potrebbero esserci ancora sorprese positive quando questi dovessero finalmente scendere. Ma scenderanno davvero i tassi d’interesse? Di sicuro non tanto presto! Mi avventuro a scrivere “di sicuro” per due importanti ragioni: perché l’inflazione non è ancora sconfitta (anzi!) e poi perché lo hanno dichiarato pubblicamente i principali governatori delle banche centrali.


IL MEDIO ORIENTE NON FA PAURA

Senza contare poi i rischi geopolitici che -almeno in Medio Oriente- sono tutt’altro che rimossi, in base ai quali il prezzo del petrolio potrebbe tranquillamente riportarsi sui massimi di periodo e di conseguenza alimentare nuove pressioni sui prezzi alla produzione. Che è poi esattamente quello che è successo cinquant’anni fa, dopo la prima ondata di inflazione seguita alla guerra del Kippur, in uno scenario straordinariamente simile a quello attuale.

Nel frattempo però parrebbe che il conflitto israelo-palestinese non sia destinato ad infuocarsi, anzi: glUSA stanno facendo da pompiere, un po’ per interesse dei grandi gruppi economici (che hanno forti interessi nelle risorse di gas e petrolio che sono presenti nella zona) i quali notoriamente influenzano la politica estera americana, e un po’ perché sta iniziando l’anno pre-elettorale per il rinnovo della presidenza americana: un anno in cui l’amministrazione Biden non amerebbe presentarsi agli elettori con ulteriori spese e con un coinvolgimento diretto nel conflitto. Cosa che rischierebbe parecchio in caso di esacerbazione delle tensioni.


PREZZI ED ENERGIA AL PALO

E, visto che il conflitto non si allarga, il prezzo del petrolio non cresce e il pericolo di nuove fiammate d’inflazione non monta, dunque i mercati possono correre! I tassi d’interesse, giunti ad un picco che non raggiungevano da parecchi anni, non sembrano destinati a scendere tanto presto (anche perché aiutano a mantenere forte il cambio del Dollaro e ad attirare investitori stranieri che compreranno i molti titoli pubblici che il tesoro americano dovrà emettere. I tassi non sembrano destinati nemmeno a dover crescere ancora e in questa situazione, quasi ideale per le grandi multinazionali, i profitti possono continuare a correre e, con essi, anche i listini di borsa.

L’ECONOMIA DELLA BAMBOLA DAI RICCIOLI D’ORO

Molti elementi perciò farebbero sperare di essere tornati all’era di “Goldilocks” (la bambola dai riccioli d’oro). Un personaggio della favola dei tre orsetti che risulta particolarmente difficile da accontentare: il suo cibo deve essere alla giusta temperatura – né troppo caldo né troppo freddo – così come il letto e la sedia non devono essere troppo duri né troppo morbidi. Fuori il cielo deve essere sereno e soleggiato, ma non troppo.

Fuor di metafora l’economia dei ”riccioli d’oro” potrebbe riuscire a far sviluppare una crescita moderata, non abbastanza robusta da spingere l’inflazione ma neppure troppo bassa da esaurirsi in una recessione. Un equilibrio fragile e paradossale, sicuramente non perenne e nemmeno omogeneo nelle varie parti del mondo (in Europa per esempio la crescita è più o meno pari a zero mentre l’inflazione è più lenta a calare). Capace tuttavia di risultare particolarmente positivo per i mercati finanziari.

UN FRAGILE EQUILIBRIO

Quanto è realistico che questo equilibrio si mantenga, quantomeno sino alla fine dell’anno? Oscar Wilde diceva che non c’è niente di più permanente della precarietà. E, paradossalmente, il principio potrebbe valere anche per le borse, che potrebbero trovarsi in una condizione assai felice se potrà mantenersi il gioco di equilibri tanto auspicato da Jerom Powell (il governatore della Federal Reserve). Un concetto che fino a ieri veniva denominato “atterraggio morbido” dell’economia e che oggi, in assenza della recessione più annunciata della storia, potrebbe consistere in una crescita moderata, in presenza di inflazione moderata, con i prezzi delle materie prime e del lavoro in crescita sì, ma comunque moderata.

L’EUROPA NON CRESCE MA NON SPROFONDA

Quanto al Vecchio Continente le cose non possono andare altrettanto bene: l’inflazione dei prezzi è un po’ più alta, anche per la minor concorrenza tra molti produttori e fornitori. La crescita economica è più o meno nulla e la dipendenza dalle materie prime che provengono dal di fuori del “blocco occidentale“ assai maggiore di quella americana. In più abbiamo una banca centrale che si è mossa in ritardo, non è riuscita a ottenere dai propri governi un bilanciamento delle politiche monetarie restrittive con politiche fiscali espansive (così come è invece accaduto negli USA) e che, provocando una maggior spesa per interessi che deriva dal rialzo dei tassi, rischia di far collassare la sostenibilità degli ingenti debiti pubblici se non continuerà ad intervenire a supportarne i rinnovi.


I tassi poi anche in Europa sembrano destinati -ancorchè inutilmente- a restare alti. Quantomeno per il fatto che l’inflazione da noi è scesa di meno. E poi i paesi del nord Europa non accetterebbero ulteriori scivolate del cambio dell’Euro su quello del Dollaro. Dunque appare presumibile che i tassi d’interesse non scenderanno almeno sino a quando non verranno calati anche oltre oceano.

IL RALLY D’AUTUNNO

E questo potrà continuare a favorire la grande finanza e le grandi banche, le quali rappresentano una bella fetta della capitalizzazione totale delle borse europee. Ma può danneggiare le piccole, così come le imprese meno capitalizzate, che rischiano di rimanere a secco di liquidità.

Nell’Eurozona però la bassa crescita (per non dire la recessione) è probabile che spingerà la banca centrale a mostrare un minimo di collaborazione nei confronti dei governi nazionali alle prese con il collocamento dei titoli pubblici, cosa che presupporrebbe un qualche allentamento della stretta monetaria e, conseguentemente, un po’ più di liquidità che scivolerà a valle sui mercati finanziari, capace anch’essa di sostenere i listini di borsa nonché le numerose IPO in programma.

QUANTO DURERÀ ?

La congiuntura insomma sembra buona per la sorte dei mercati finanziari, anche se meno buona per l’economia reale, in particolare a casa nostra. Ma quanto saranno capaci di consolidarsi queste tendenze che oggi spingono i mercati al rialzo? Difficile prevederlo, ma è presumibile che -se il rally d’autunno proseguirà- esso sarà accompagnato da una qual certa volatilità, tanto in funzione della concorrenza che i titoli a reddito fisso potrebbero fare ai listini azionari man mano che le aspettative di un ribasso dei tassi si consolideranno, quanto a causa della geopolitica.

I focolai di guerra in giro per il mondo forse non sono mai stati così numerosi e così perniciosi: non c’è infatti soltanto il possibile allargamento del conflitto Israelo-palestinese all’intero Medio Oriente a generare apprensione. La situazione del Niger resta altrettanto difficile, così come quella dell’Ucraina, dove è difficile pensare che non si manifesteranno altri colpi di scena. Il fatto che l’America cercherà di stare ufficialmente fuori da questi conflitti nell’anno delle elezioni del Presidente non significa che i suoi servizi segreti non n e combineranno di tutti i colori, anzi! Più l’esercito resterà in disparte più è probabile che la guerra delle spie si inasprirà.

Sperare quindi che i prossimi mesi siano tranquilli e felici si può, ma senza contarci troppo. Nel frattempo ai grandi speculatori faranno presto seguito quelli piccoli, i fondi di investimento e gli istituzionali. Dunque così come è probabile che la festa sui mercati finanziari non duri a lungo, è altrettanto possibile che essa non si interrompa troppo presto. Una ragione di più per godersi il momento, mantenendo però alta la guardia. E se la geopolitica non guasterà la festa, nel corso del 2024 i tassi d’interesse potrebbero iniziare a scendere e, con tale discesa, gli investimenti tecnologici, (così come quelli infrastrutturali) potrebbero riprendere vigore, generando nuova crescita.


Stefano di Tommaso




APPUNTI DI TRADING

N. 50 – sabato 4 novembre 2023

 

Operazioni in essere :

nessuna

Il problema di ISRAELE rischia di estendersi anche oltre HAMAS e potrebbe divenire più rilevante negli influssi sui Mercati.

Tale fattore esogeno può prevalere grandemente sul normale andamento dei mercati ed è pericoloso inserire ordini.

GOLD DIC 23

Da tempo indico nel corpo della Lettera e sui grafici il valore 1998 che corrisponde al top di apr 2022, mese di grande importanza.

GOLD CASH non ha mai chiuso un mese sopra. Per darne evidenza allego grafico mensile, dal quale si vede che GOLD è salito anche fino a 2060, ma non ha mai chiuso sopra 1998 l’ultimo giorno di ogni mese.

Ancora una volta, martedì 31 ott 2023 GOLD cash non è riuscito a chiudere sopra 1998; data la notevole importanza del top di aprile 2022 per motivi di ciclo temporale, proverò a vendere, con stop loss molto stretto.

Quindi, da lu 6 nov, sin dal mattino, inserirò i seguenti ordini :

vendo 1 DIC MICRO GOLD a 2015 con stop loss a 2025

vendo 1 DIC MICRO GOLD a 1975 stop ( quindi in rottura del minimo della più recente settimana ) ugualmente con stop loss 2025

SILVER DIC 23

Allego un grafico settimanale con la solita trend line da 30,09 assaggiata molte volte e un’altra di pendenza dimezzata, che potrebbe rappresentare il primo ostacolo in alto.

Continuo a evidenziare il livello di 25,01 corrispondente alla 52esima settimana, alla eventuale rottura del quale potrebbe partire un rialzo in grado di saltare con una certa facilità il livello di 26,13 cash.

Ritengo infatti che l’eventuale accelerazione possa partire alla rottura di 25,01 e non di 26,13 che è il top più visibile.

Da lu 6 nov inserirò il seguente ordine :

vendo 1 DIC MINI SILVER a 23,60 con stop loss 23,90

Premessa per azionario U.S.A.

Avevo scritto :

“Penso che vi sarà un secondo tentativo di spingere al rialzo il Mercato nelle prossime due settimane ( 55esima e 56esima dal 13 ott 2022 ) che si svilupperanno da lu 30 ott a ve 10 nov 2023.

Questi acquisti potrebbero partire intorno a 32000 DJ CASH ( + 100 DIC DJ FUT ), se certi signori vedono quello che vedo io.

Se qualcuno riuscisse a far salire DOW JONES CASH oltre il prezzo di 34147 che fu il top dopo la spinta da ve 6 ott, su cui mi ero dilungato, farebbe molto comodo a questa Lettera, creando una figura grafica che troverei più leggibile di quella attuale.”

Scrivevo queste righe sabato 28 ott, dopo una forte discesa, che aveva schiacciato DOW JONES CASH a 32327.

Ritenevo che a 32000 circa ci fosse un buon supporto per tentare di “girare” in Mercato.

Deve averlo pensato anche qualcun altro e quindi 32327 è rimasto il minimo. Il livello di 34147 è stato rotto, anche se ve 3 nov è mancata la conferma in chiusura di giornata e di settimana.

DOW JONES INDU CASH

Avevo scritto :

“La discesa, già ampia, avvenuta nella settimana 16 – 20 ott è proseguita anche il 23 – 27 ott con un range complessivo dal top di 34305 a 32409 di DIC DJ FUT; il range è del 5,5 %. Sembra un grande movimento, ma non è così.”

Tanto è vero che, da lu 30 ott a ve 3 nov, in soli 5 gg il Mercato ha percorso, in senso opposto, il range che aveva richiesto 2 settimane.

Comprerei volentieri su un doppio minimo con 32327, anche a 32500, che ora sembra non raggiungibile, salvo i citati fattori esogeni che nessuno si augura.

NASDAQ 100 CASH

Ha vissuto dal 30 ott al 3 nov un movimento simile al DJ, con maggiore forza relativa, tanto che la salita è stata del 7,77 % contro il 5,68 di DJ

Al momento non mi interessa.

Rammento solo che gli obiettivi restano 15600 ( minimi di dicembre 2021 ) e il doppio max assoluto ( 16764 )

Verso il basso, il recente minimo di 14058 cash ritengo sia già molto rilevante, se rotto, benchè sia trascorsa solo una settimana.

Lettera molto prudente, guardando a Israele.

 

Leonardo Bodini

 

 

 

 




E’ IL MOMENTO DI CAPITALIZZARE LE IMPRESE

L’inflazione, sebbene in discesa, non sembra già pronta a scomparire del tutto (anzi!), l’energia rischia di costare sempre più cara e la pressione dei principali governi occidentali che devono offrire rendimenti crescenti per spingere i sottoscrittori ad alimentare il rinnovo debiti pubblici completa la triade di grandi fattori che rischiano di sostenere ancora a lungo i tassi d’interesse. Le banche tra l’altro sono sempre più preoccupate che una valanga di insolvenze possa abbattersi su di loro e tendono a ridurre l’erogazione di nuovi crediti alle imprese. Allora come potranno finanziarsi queste ultime senza pagare in oneri finanziari tutti i loro margini industriali e commerciali? Dovranno decidersi a cercare sul mercato altri capitali o a quotarsi in Borsa, ma esistono anche valide alternative tra le quali c’è senza dubbio il “POC”.

 

L’ALTERNATIVA DEL MERCATO DEI CAPITALI

Il mercato dei capitali può fornire diverse valide alternative ai pochi strumenti a disposizione degli istituti di credito, ma a una condizione: che le imprese possano risultare trasparenti, intelligibili, sufficientemente credibili e con sufficiente capacità strategica di sostenere la concorrenza globale. Quante imprese riusciranno a vincere questa sfida?

D’altra parte è necessaria esattamente la stessa informativa se si desidera emettere un Minibond o raccogliere un finanziamento privato. Nel solo 2022 sono stati emessi 238 minibond, per un controvalore pari a circa 1,65 miliardi di euro, e il peso delle piccole e medie imprese è cresciuto al 60 % sul totale. oltre a 42 “Green Bond” per circa €205 milioni. Il totale delle emissioni di Minibond delle Pmi ammonta a quasi 8,61 miliardi di euro. Secondo Banca d’Italia risulterebbero quotabili in Borsa quasi subito la bellezza di tremila imprese. Un numero tale da rendere il mercato dei capitali italiano uno dei più attraenti e liquidi al mondo.


Purtroppo però il governo (che finalmente sembra stabile e più vicino dei suoi predecessori alle esigenze degli imprenditori) fatica persino a rinnovare per il 2024 l’incentivo relativo alle spese di quotazione, mentre non favorisce gli investimenti produttivi e non incentiva le imprese a investire nella formazione e nell’assunzione di personale altamente qualificato, cosa che tra l’altro solleticherebbe il rimpatrio di parecchi cervelli italiani, oggi emigrati altrove nel mondo. Vediamo allora, per rispondere alla domanda iniziale (come si finanzieranno le imprese?) di partire dalla congiuntura globale, per provare ad anticipare in quale direzione potrà muoversi nel prossimo futuro il mercato dei capitali.

LA CONGIUNTURA GLOBALE

L’Economia globale è a un bivio: arriverà una recessione (come sembra accadere in Europa) oppure continuerà a correre (come invece sembra in America)? Non lo sa nessuno, per molti motivi. Da un lato il rallentamento della crescita economica globale è tangibile e neppure gli economisti americani sembrano credere troppo allo strappo al rialzo vantato dall’economia americana nell’ultimo trimestre (+4,9% su base annua!). D’altro canto la recessione globale che -forse dopo tanti anni dall’ultima del 2008/2009- prima o poi arriverà, resta la più annunciata e la meno probabile di sempre, sebbene alcune zone del mondo, come l’Europa centrale, sembrano esservi incappate profondamente.


L’AMERICA SI RISOLLEVA

Se guardiamo indietro di un anno, per la fine dell’anno in corso o al massimo all’inizio di quello prossimo, tutti si attendevano la recessione negli USA, che poi si sarebbe probabilmente tradotta in un deciso rallentamento globale. Ma questa sino ad oggi non è mai arrivata, anzi il PIL americano sembra crescere a ritmi cinesi!

E la conseguenza è che, con i tassi d’interesse tornati a livelli così elevati che non si vedevano da decenni (i titoli a reddito fisso con scadenze a medio-lungo termine ora rendono più del 5%, cioè quasi due punti più dell’inflazione stimata), la vera variabile impazzita è l’inflazione: se alla fine arrivasse una recessione -si è detto in molte occasioni- allora una ripresa dell’inflazione sarebbe meno probabile.

Invece la tenuta della crescita nelle principali economie del mondo (Cina e USA in primis) consente anche all’Europa, che in questo momento appare come la cenerentola tra i paesi industrializzati, di non vedere del tutto nero il proprio futuro. Ma al tempo stesso rischia di lasciare alti ancora a lungo i tassi d’interesse.

MENTRE L’EUROPA SOFFRE

In Europa però dei problemi ci sono eccome: innanzitutto la potenziale carenza di materie prime ed energia, a causa delle tensioni geopolitiche in Est Europa e Medio Oriente, che determina un tasso d’inflazione più elevato che oltreoceano. E questo nonostante la dinamica salariale non si sia ancora adeguata pienamente ai rincari nei prezzi al consumo come invece è successo quasi immediatamente in America. Cosa che lascia supporre che prima o poi invece riprenderà a a correre, mantenendo pressione sulla misura complessiva dell’inflazione.

Dunque l’Europa sembra destinata a non vedere scendere l’inflazione tanto presto quanto quella degli USA, nonostante che la propria economia corra assai meno di quella americana.


LA SITUAZIONE ITALIANA

Il PIL italiano sembra marciare meglio di quello di tanti altri Paesi europei, ma se guardiamo alla produzione industriale di casa nostra (che da noi spesso è un indicatore del reale andamento dell’economia migliore del PIL) questa è in deciso rallentamento (prevista in ribasso del 2,3% per la fine di quest’anno su quello precedente). Le ragioni vanno cercate nella moderazione dell’export, indubbiamente penalizzato da sanzioni e tensioni, ma anche nel nostro Paese, a causa del calo degli investimenti (anche quelli pubblici), che risentono degli interessi più elevati e della stretta monetaria, la quale riduce inevitabilmente la disponibilità di credito (i prestiti bancari hanno segnato un bel -6,2% annuo ad Agosto) , quanto in ragione della diminuzione dei consumi, principalmente derivante dalla riduzione del potere d’acquisto dei salari medi.


Tuttavia il costo del lavoro per unità di prodotto in Italia è cresciuto del 4,8% l‘anno scorso, la produttività dell’industria italiana è scesa (-1,8% nel 2022) e si presume possa continuare a volgere al ribasso anche quest’anno, insieme con i margini industriali. È quasi certo poi che le risorse del PNRR, che avrebbero dovuto contribuire positivamente allo sviluppo economico italiano, saranno utilizzate soltanto in parte, tanto quest’anno come nel prossimo. Dunque l’economia italiana resta esposta a molti rischi e mantiene poche speranze di accelerare la propria crescita.



DOVE SI RIVOLGONO GLI INVESTITORI

In questo scenario complessivo con più ombre che luci ovviamente per i risparmiatori l’investimento in titoli a reddito fisso resta da maneggiare con prudenza, dal momento che eventuali tensioni su petrolio e gas potrebbero riflettersi in ulteriori rialzi dei tassi e forti minusvalenze sui titoli a 10, 20 o 30 anni. D’altra parte non si può sperare troppo (o troppo presto) in una Borsa valori molto dinamica, sebbene ci si attenda un piccolo “rally” per fine anno.

Sia perché comunque i vari indici dei listini azionari sono comunque piu in alto di circa il 15% dall’inizio del 2023, ma anche perché altri due fattori tendono a comprimere la performance della Borsa di Milano: l’attesa generalizzata di una riduzione dei profitti e la tendenza alla riduzione della liquidità disponibile che finisce per penalizzare il credito, disincentivando di conseguenza investimenti ed efficientamenti produttivi.

Occorre però rammentare che i tassi d’interesse più elevati che forse resteranno più a lungo di quanto pensavamo comporteranno necessariamente una decisa riduzione delle valutazioni d’azienda oggi correnti per le grandi società quotate. Questo perché quando sale il tasso di attualizzazione dei profitti prospettici di ciascuna impresa, il valore attuale netto di quei profitti non può che ridursi.

Il grafico qui sotto riportato parla chiarissimo in proposito:

IL “VOLO VERSO LA QUALITÀ“ HA DUNQUE SENSO?

Ciò che si potrebbe dunque obiettare è che la tendenza attuale degli investitori, che da un po’ di tempo a questa parte perseguono il cosiddetto “volo verso la qualità” (cioè titoli di società più grandi e più liquide) possa non essere razionale: se il mercato valuta troppo le grandi imprese a scapito di quelle più piccole e meno internazionalizzate (che soffrono valutazioni molto compresse) bisognerebbe casomai censire chi, tra queste ultime, può promettere le migliori performances prospettiche, piuttosto che pagare elevate valutazioni di imprese già grandi.

Per fare un esempio pratico occorre notare che anche in Italia, dove non esistono le “magnifiche sette” cioè le “Big Tech” come spesso vengono chiamate in America, c’è una forte prevalenza -tra le società quotate- di imprese bancarie e finanziarie, che evidentemente in questo periodo hanno beneficiato degli aumenti del margine di interesse (tra tasso attivo e tasso passivo). Gli indici di Borsa che negli ultimi mesi sono cresciuti hanno riflesso soprattutto la risalita dei valori delle banche, che peraltro erano state particolarmente penalizzate negli anni passati.

Nel prossimo futuro però le prospettive rosee che sino ad oggi hanno guidato la corsa dei titoli bancari e finanziari potrebbero evaporare, soprattutto qualora una recessione globale risultasse conclamata, ovvero arrivassero ulteriori rialzi dei tassi d’interesse, che potrebbero portare l’economia italiana a sprofondare.

E’ POSSIBILE CHE LE BORSE NON CRESCERANNO NE’ CROLLERANNO

E’ insomma più probabile che, al di là di qualche euforia momentanea, i listini azionari nazionali (e forse anche europei) non crollino né corrano, ma viaggino invece piuttosto piatti sino appunto all’eventuale “festa” di fine anno. Poi le cose potrebbero cambiare, poiché eventuali altri rallentamenti dell’economia occidentale potrebbero indurre le banche centrali a riaprire i rubinetti della liquidità, anche per sostenere il rinnovo delle emissioni di debito pubblico, assai elevate un po’ dappertutto (cioè non soltanto in Italia). Quando ciò dovesse accadere le borse non potrebbero che risentirne positivamente, sinanco qualora i tassi d’interesse non dovessero scendere presto (cosa che a mio parere resta al momento quasi certa).

I listini delle borse tuttavia tengono conto dei livelli (elevati) di capitalizzazione delle imprese grandi e di quelli (ridotti ma più numerosi) delle imprese minori, non finanziarie e non iper-tecnologiche. La media insomma è un po’ quella del pollo. È relativamente probabile pertanto che nei prossimi mesi tornino a crescere le valutazioni dei titoli minori e si riducano quelle dei titoli a più ampia capitalizzazione, con l’effetto di poca variabilità degli indici generali.


LE IPO TUTTAVIA POTREBBERO BENEFICIARNE

Chi potrebbe beneficiare di questa situazione “bloccata” (niente crescita né decrescita) sono le operazioni I Initial Public Offering (IPO), cioè le matricole di Borsa, che potrebbero trovare terreno fertile per accedere al listino, pur accettando valutazioni non certo elevatissime. I fondatori di quelle imprese che dovessero accedere al mercato dei capitali oggi non stapperanno lo Champagne per le valutazioni astronomiche che si sono viste in passato, ma in compenso otterranno una base più stabile sulla quale costruire percorsi di internazionalizzazione e di sviluppo tecnologico senza dover al contempo pagare tassi di interesse che rischiano di non essere compatibili con la necessità di dedicare tutte le risorse alla crescita e alle acquisizioni. Se sui mercati resterà un po’ di liquidità è possibile pertanto che questa si rivolgerà di più alle IPO piuttosto che ai titoli che risultano già molto “cari” in termini di valutazione, incrementando la diversificazione

I PRESTITI OBBLIGAZIONARI CONVERTIBILE E CONVERTENDO

Se dunque il contesto generale prevede borse relativamente stabili e tassi d’interesse potenzialmente ancora a lungo elevati, cosa converrebbe di più che piazzare sul mercato obbligazioni convertibili alle numerose medie imprese italiane che devono ugualmente reperire risorse? Il prestito obbligazionario convertibile o convertendo (POC) è un finanziamento alle imprese che nel primo caso lascia ai sottoscrittori la libertà di convertire in azioni i titoli a reddito fisso, nel secondo caso prevede invece la conversione automatica in capitale, lasciando casomai all’impresa (e a determinate condizioni) la possibilità di rimborsarlo. In entrambi i casi però le imprese che li emettono possono godersi una riduzione del tasso d’interesse intorno alla misura del tasso neutrale (tipicamente l’EURIBOR cioè il tasso interbancario), ottenuta in cambio dell’opzione di convertibilità concessa ovvero in cambio dello sconto sul prezzo di conversione futuro.

L’ACCESSO AL MERCATO E’ SEMPRE PIÙ AGEVOLE

Ovviamente perché il POC risulti appetibile l’impresa dovrebbe essere quotata su un mercato regolamentato (almeno all’Euronext Growt, se non al MTA, il listino principale) oppure deve inserire l’operazione all’interno di un percorso di quotazione da eseguire nel tempo massimo di due o tre anni. Ma la quotazione è un passaggio che non appare più così impervio com’era in passato! E’ sempre più abbordabile per la maggioranza delle imprese che hanno superato la piccola dimensione (normalmente è sufficiente avvicinarsi alla decina di milioni di fatturato ovvero al milione di margine operativo lordo), ha costi decisamente limitati (che peraltro vengono finanziati con l’aumento di capitale riveniente dal collocamento) e non richiede particolari manovre dal punto di vista della governabilità dell’impresa. Recentemente poi la Borsa ha ridotto i requisiti minimi relativi alle procedure di controllo e alla reportistica contabile delle società quotate, spianando la strada perché accedano al listino anche le società più giovani e meno strutturate.


Al listino Euronext Growth di Milano (EGM) sono arrivate sino ad oggi in media trenta-quaranta matricole l’anno da quando esiste. Diverse delle quali, una volta quotate, hanno successivamente deciso di passare ad altri listini (lo STAR, l’MTA o Borse di altri Paesi al di fuori del nostro) o infine hanno optato di uscire dal listino azionario con un’operazione di “delisting”. Ma con il rialzo dei tassi d’interesse il numero delle società quotate sembra destinato ad aumentare decisamente.

L’ALTERNATIVA ALL’IPO IMMEDIATA: IL “CONVERTENDO”

Se in questo momento le valutazioni d’azienda risultano svantaggiose, per molte imprese che valutano se e quando accedere al mercato borsistico può risultare conveniente rinviare di qualche tempo il momento in cui vengono valutate correttamente. Qualora infatti esse emettano un Prestito Obbligazionari “Convertendo”, di fatto rinviano tale momento all’incirca di due o tre anni. Un tempo che può risultare accettabilmente breve per i sottoscrittori che immobilizzano in questi strumenti in attesa di poter disinvestire in futuro e sufficientemente lungo per gli emittenti (le società e le banche) per poter sperare che le prospettive del listino azionario migliorino sul serio.

I NUMEROSI VANTAGGI DEI POC

Oltre al tasso più basso da offrire ai sottoscrittori di questi titoli, con cui beneficiarli in cambio di una possibilità di guadagnare di più nel medio termine, le imprese emittenti possono inoltre risultare interessate anche a discutere in contemporanea della loro futura quotazione in Borsa con gli emittenti, dal momento che una parte del collocamento di titoli azionari futuri, per il tramite del prestito obbligazionario (soprattutto quello “convertendo”) risulta in tal modo già piazzata sul mercato.

Un altro vantaggio del POC “convertendo” è quello della natura dei titoli emessi, di fatto assimilabili a capitale di rischio dal momento che il loro eventuale rimborso ai sottoscrittori è a discrezione dell’impresa emittente, e dunque capaci di incrementare corrispondentemente il patrimonio netto e contribuendo a fornire all’impresa emittente alcuni dei vantaggi derivanti dal risultare quotata in Borsa pur rinviando nel tempo il momento in cui ciò avverrà davvero. In molti casi infatti l’impresa sta concludendo degli investimenti o completando un percorso di risanamento e non risulterebbe molto appetibile per i sottoscrittori. Spostando invece in avanti di un paio d’anni il momento in cui essa sarà oggetto di valutazione, è nel frattempo libera di eseguire il proprio piano aziendale e di conseguire i risultati attesi, pur incamerando immediatamente parte delle risorse della quotazione futura.


La natura “equity” dell’apporto di risorse in tal modo rende di fatto l’impresa anche più capace anche di attingere credito da altre fonti (tipicamente banche e fondi di private debt). Anche dal punto di vista dei costi di emissione l’operazione di collocamento di un POC può risultare conveniente rispetto al totale degli oneri tipici di un collocamento azionario. Nel caso del convertendo poi c’è anche la certezza di conoscere già l’importo del titolo a reddito fisso che verrà convertita in patrimonio netto, pur mantenendo la possibilità di rimborsarlo a discrezione dell’emittente.

Ma anche laddove l’impresa risultasse già quotata il POC potrebbe risultare utile, dal momento che il prezzo di esercizio della conversione viene rinviato di due o tre anni: il tempo sufficiente per migliorare i propri indici di bilancio. Nel caso di titoli “convertibili” invece il prezzo di conversione è per definizione più alto di quello attuale (anche in ragione della durata del POC).

Vi è infine un effetto “diversificazione delle fonti di finanziamento“ che in tempi di liquidità ristretta del mercato del credito può risultare particolarmente efficace nel permettere all’impresa di ottenere un maggior livello di risorse finanziarie, senza al tempo stesso “ingolfare” la propria posizione in Centrale Rischi o nella percentuale di utilizzi delle linee di credito accordate.

COSA SUCCEDERÀ TRA DUE O TRE ANNI ?

Molti operatori concordano nel ritenere che il mercato azionario, dopo una pausa che potrebbe riguardare l’intero 2024, potrà finalmente tornare a salire in funzione del fatto che le attuali tensioni inflattive, geopolitiche e di rischio di recessione, alla fine potrebbero venire meno, lasciando spazio a situazioni congiunturali più serene. Una prospettiva congiunturale decisamente migliore di quella attuale.


Anche per questo potrebbe risultare interessante mantenere la possibilità di rimborsare anticipatamente il POC (o comunque a scadenza) laddove il mercato potesse esprimere situazioni di maggior convenienza. Dunque la dilazione non gioca soltanto a favore del sottoscrittore, ma anche dell’emittente. Rilanciando la scommessa sulle performances aziendali e di mercato di almeno un paio d’anni. Cosa che potrebbe risultare conveniente a prescindere da quello che succederà davvero.

Ma soprattutto, nella misura in cui l’economia mondiale tornerà a correre, le imprese dovranno necessariamente fare i conti con la necessità di investire fortemente, crescere internazionalmente ed incrementare il contenuto tecnologico delle proprie attività. Ciò sarà tanto più vero quanto più lo sviluppo economico accelererà. E senza aver avuto accesso diretto al mercato dei capitali per raccogliere quelle risorse sarà sempre più difficile per le piccole e medie imprese vincere le proprie sfide. È pertanto un qualcosa che andrebbe messo in cantiere sufficientemente per tempo!

Stefano di Tommaso