venduti 5 micro gold apr 23 a 1960, ora con stop loss 1940 ( vendita eseguita merc 1 feb durante riunione FEDERAL RESERVE )
venduti 5 micro gold apr23 a 1905, ora con stop loss 1905 ( vendita eseguita ve 3 feb )
Premessa :
la settimana da lu 30 gennaio a ven 3 febbraio ha dato a questa lettera un utile molto elevato, poco usuale.
Se si considera inoltre l’utile percentuale realizzato dal 1 ottobre ad oggi, qualche trader penserebbe di aver già “fatto l’anno”.
Senza farsi prendere dall’euforia, che combatto con ogni mezzo, proveremo a vivere altre settimane simili.
GOLD APR 23
Troppo bello, si tratta anche di fortuna.
Dopo due stop loss consecutivi, costati usd 1270 il 1 dic 2022 e usd 500 il 19 gennaio 2023, la vendita in forza eseguita dalla lettera N.16 a 1960 durante il discorso di Jerome Powell, con successiva salita a 1975,20 senza colpire lo stop loss di 1980, ci ripaga dello sforzo.
Vendere una terza volta dichiaratamente contro trend non è da consigliare a nessuno, ma ho affrontato il rischio per una serie di coincidenze, tra le quali, nella lettera precedente, avevo citato la presenza di un ciclo di 13 settimane dall’ultimo minimo, uguale ai due precedenti, ma dal quale era partito il violento rialzo.
L’enorme outside ribassista dell’ultima settimana è un compenso persino eccessivo anche per tale caparbietà.
Chiacchere a parte, ora la doppia vendita del gold ha un utile solo potenziale, perché la vendita eseguita a 1960 offre un margine di sicurezza, mentre la seconda vendita a 1905 appare a rischio di tornare in perdita, data l’ampiezza del ribasso e la conseguente probabilità di rimbalzi, anche ben oltre il prezzo di ingresso.
Se rileggete la N.16 di sa 28 gen, troverete la condizione per inserire la seconda vendita – avevo scritto :
“Solo se venisse eseguita la vendita e poi GOLD scendesse prima di stoppare, inserirei un secondo ordine di vendita di altri 5 apr fut micro gold a 1905 stop per provare una discesa fino a 1840 – 1820 fut ( 1823 – 1803 gold cash )”
Così, fortunatamente, è avvenuto.
Poiché abitualmente sacrifico i guadagni per non subire perdite, la seconda vendita avrà da lu 6 feb uno stop loss in pari a 1905, mentre rischierò di perdere gran parte dell’utile ora in essere sulla vendita a 1960, inserendo uno stop loss molto ampio a 1940.
L’obiettivo di queste vendite appare intorno a 1800 – 1820 gold cash ( 15 usd in più per gold aprile sul quale è in essere il trade )
Difficile scendere oltre, al primo tentativo.
Di conseguenza la strada già percorsa in discesa è molta rispetto a spazi limitati ulteriori.
BTP FUT MARZO 2023
Solo nell’area 111 – 110 si potrebbe acquistare con stop loss a 108,36 bottom del future marzo 2023, ma il prezzo è lontano e non inserirò alcun ordine. Non merita altre righe.
DOW JONES INDU CASH
La lettera N. 16 proponeva da lu 30.1.23 lo stop loss a 33.850, che è stato centrato già nella mattina di lunedì, registrando un utile di ( 33850 – 33100 = 750 punti ) x 5 usd = 3750 usd.
Sono molto contento.
Resta da capire cosa succederà se il Mercato si appoggerà una seconda volta sul segmento che ho colorato di giallo della linea che avevo tracciato sin nella N.11 di sab 10 dic 2022.
Quella linea ha caratteristiche per le quali può reggere anche due o tre volte, ma il comportamento del DOW JONES nel delineare un possibile doppio massimo in zona 34350 cash ( + 100 per il contratto mar 2023 ) statisticamente concede poco tempo per trovare sostegno nella zona gialla; se non riuscirà a chiudere almeno un giorno sopra 34500 fut, DOW JONES potrebbe fallire l’appoggio e scendere, anche di molto.
Inserirò per la settimana che inizierà lu 6 feb un acquisto di un mini contratto in rottura di 34.500 – top di gennaio, per riaprire la posizione.
Lo stop loss sarà il minimo registrato nella giornata in cui viene eseguito l’acquisto.
Valuterò durante la settimana 6 – 10 feb se inserire una vendita alla rottura del minimo della settimana scorsa ( 33550 circa di mar fut ), ma una simile operazione non può trovare spazio in una lettera che deve durare una settimana, senza possibilità di intervenire.
Felice dell’utile incassato sul DOW JONES e del profitto potenziale su GOLD, penserò come consolidarlo, senza fretta di chiudere.
Leonardo Bodini
ORA IL RISCHIO È “CREDIT CRUNCH”
Se le borse brindano, i mercati applaudono e i banchieri centrali fanno ancora finta di fare il muso duro ma in realtà cercano soltanto di non perdere la faccia, è perché le notizie macroeconomiche delle ultime settimane appaiono piuttosto positive. L’inflazione cala mentre l’economia mondiale -contro tutti i pronostici- cresce ugualmente, seppur meno dello scorso anno. Altra sorpresa è la domanda di lavoro, che appare ancora frizzante nonostante molti licenziamenti, chiusure aziendali, fallimenti e ristrutturazioni. Insomma nonostante tutto la gente continua a spendere e investire, seppure in tono minore, in tutto l’Occidente. E questa -per assurdo- è una brutta notizia per i banchieri centrali perché significa che dovranno rimanere ancora in guardia sul fronte della lotta all’inflazione.
Ma l’inflazione, oramai lo sanno anche i bambini, non si è abbattuta come una scure sulla gente a causa dell’eccesso collettivo di consumi, bensì per fattori obbligati (la ripresa della domanda di beni e servizi dopo il lockdown ) e fattori totalmente discrezionali, quali la necessità di transizione energetica e il conseguente maggior costo dell’energia, i rincari delle materie prime e la scarsità di semilavorati. Ora che da alcuni mesi (più esattamente da Ottobre) i relativi prezzi hanno iniziato a flettere, gli operatori economici hanno riacquistato ottimismo.
IL DEBITO GLOBALE CONTINUA A CRESCERE
Ma c’è un dato che preoccupa un po’ tutti gli osservatori: la crescita spaventosa del debito (pubblico e privato) in giro per il mondo. Di per sé il dato potrebbe non essere del tutto negativo, dal momento che se c’è un soldo di debito esiste da qualche altra parte del mondo il medesimo soldo di credito, cioè qualcuno ha prestato quel denaro e lo riattende indietro. Il credito è inoltre un formidabile moltiplicatore della moneta circolante, dal momento che con il credito la moneta appare nella disponibilità (futura) tanto di chi dovrà riaverla, quanto in quella (attuale) di chi la riceve. E con quella moneta prestata si possono realizzare investimenti in grado di generare crescita economica e dunque reddito e ricchezza.
Ma i timori di un’inflazione fuori controllo hanno spinto le banche centrali a “stringere” la politica monetaria, cioè a ridurre la liquidità in circolazione e rialzare i tassi d’interesse, anche perché -con l’inflazione -i rendimenti finanziari in termini reali erano scesi sotto zero. E c’è un dato che -quando salgono i saggi d’interesse- va osservato con molta attenzione anche perché la sua misurazione è tutt’altro che banale: la sostenibilità del debito. Meno il debito è sostenibile e più danni può generare il suo ampliamento. Più lo è invece e meglio si trova l’economia di chi lo utilizza per investire nel futuro.
Indubbiamente con l’aumento dei tassi d’interesse la sostenibilità del debito rischia di venire compromessa, poiché cresce il saggio di rendimento da pagare e di conseguenza il costo di quel debito. Se sale troppo arriva ad azzerare il beneficio di averlo ricevuto come finanziamento. La domanda di case e beni di consumo durevole ad esempio è molto sensibile all’aumento del costo del loro finanziamento perché entra nel loro costo complessivo. Se i tassi continuano a crescere i mutui e il credito al consumo costano più cari e la gente frena la spesa perché teme di non farcela.
LA SOSTENIBILITÀ DEL DEBITO SI RIDUCE
Presumibilmente dunque la sostenibilità del debito (per una nazione, un’azienda o un individuo) scende al crescere del suo costo. Così come scendono i consumi al crescere del costo per interessi. In definitiva se l’ammontare del debito non è necessariamente un problema per l’economia mondiale, qualora essa si accompagni ad una decisa crescita del suo costo, il problema lo crea eccome, dal momento che, quando sale il costo del credito :
la spesa per impianti e macchinari tende a ridursi,
i consumi possono calare in termini reali
le scorte possono assottigliarsi perché detenerle costa di più
la liquidità complessiva può restringersi anche se aumenta la velocità di circolazione della moneta, perché il credito costa più caro e tutti cercano di scambiarla con beni il cui valore reale potrà preservarsi meglio nel tempo.
La sorpresa delle scorse settimane (il mancato raffreddamento dell’economia in Occidente) ha generato ottimismo e nuova fiducia nelle borse. Ma evidentemente la ripresa economica post-pandemica è stata tale da controbilanciare l’effetto-povertà generato dal rialzo dei prezzi. I sussidi pubblici hanno fatto il resto, così come la corsa ad accaparrarsi beni e servizi prima di vederne salire il costo. Ma può chiamarsi tutto questo sviluppo economico?
LA CRESCITA ECONOMICA È SOSTENIBILE ?
Bisogna infatti distinguere l’aspetto contingenziale della crescita economica (cioè quello che non dura) dall’aspetto strutturale (cioè i motivi per i quali lo sviluppo appare destinato a durare per tempo). Il rischio per gli osservatori è che abbia prevalso parecchio il primo, scarseggiando il secondo. E che dunque nei prossimi mesi probabilmente l’economia globale continuerà a correre (anche a causa dello sviluppo economico dei paesi emergenti), ma meno di prima.
Ora, se coniughiamo il maggior rischio di sostenibilità del debito con la possibilità che consumi e investimenti continuino a ridursi, anche a causa del rialzo dei tassi d’interesse, le probabilità di una progressiva frenata dell’economia aumentano, e al tempo stesso si riduce la liquidità in circolazione, dunque anche la disponibilità di credito. Le banche hanno -giustamente- timore di insoluti, ma è un meccanismo che si avvita perché questi si generano anche a causa del maggior costo del denaro.
In un mondo perfetto a tale rischio dovrebbe contrapporsi -per tempo- qualche organismo collettivo che a a cuore il benessere delle nazioni, fornendo risorse perché l’economia non collassi sotto il peso del debito e a causa della minor disponibilità finanziaria. Ma le banche centrali hanno ancora in animo la volontà di “stringere” ancora la politica monetaria, per eradicare l’inflazione. Storicamente (e deprecabilmente) ciò è stato fatto (soprattutto in America) a scapito del benessere economico, cioè scatenando una recessione.
OGGI C’È PIÙ BISOGNO DI FINANZA
Oggi tuttavia il mondo occidentale ha più bisogno che mai di abbondanza di risorse finanziarie per continuare a investire, finanziare i consumi durevoli, rinnovare le abitazioni e adeguare le tecnologie datate. E sopporta già il fardello del molto debito accumulato con la pandemia e la guerra. Non solo: la corsa al riarmo degli ultimi mesi genera altri forti esborsi, quasi tutti rigorosamente finanziati con nuovo debito, dal momento che non esistono quasi più nazioni con avanzi monetari. La spesa militare può generare ricerca tecnologica e crescita economica, ma se queste vengono finanziate tutte a debito il problema che si crea appare ben più grande dello stimolo allo sviluppo industriale.
E se il debito costerà sempre più caro e non sarà di conseguenza sostenibile molte imprese salteranno in aria e ciò può alimentare una recessione o un lungo periodo di stagnazione. Che potrebbe fare molto male all’economia moderna, ben più che negli anni passati. Come conciliare dunque l’esigenza di domare l’inflazione con quella di sostenere l’economia, se non evitando eccessi di rialzo dei tassi?
COSA NE DISCENDE
Nessuno ha la risposta magica a tale domanda esiziale, ma qualche considerazione di buon senso occorre comunque farla:
quando il credito scarseggia vince sempre chi genera più cassa oppure ha più capitale, anche se la redditività in termini reali di quest’ultimo non può che assottigliarsi
quando i debiti pubblici appaiono meno sostenibili e il gettito fiscale tende a declinare, si determina un’accelerazione degli eventi dal momento che soltanto le innovazioni e lo sviluppo demografico possono controbilanciare la domanda calante
quando i tassi d’interesse salgono e -contemporaneamente- i listini azionari crescono di valore è la finanza a guadagnare a scapito dell’industria e del lavoro. E solitamente questo non è sostenibile nel lungo periodo, dunque comporta un impoverimento collettivo e il rischio di qualche scossone sui mercati
e mentre tutto ciò succede tornano prepotentemente alla ribalta la scienza, le nuove tecnologie, i tagli dei costi e l’automazione industriale, quali ovvi antidoti al saggio marginale decrescente di profitti e alla stagnazione dei consumi.
PREVEDIBILI CONSEGUENZE
Dunque è possibile che il prosieguo del “soft landing” dell’economia (come lo chiamano in Inglese) potrà vedere un’economia ancora abbastanza in salute, ma al tempo stesso è assai probabile che vedremo:
frenare le materie prime, l’energia e l’edilizia,
i servizi e i consumi discrezionali che si riducono
le tecnologie che tornano a dominare la scena
il private equity avrà buon gioco nello smembrare le aziende per ricombinarle con maggior efficienza
le banche ridurranno le erogazioni di credito
molte piccole imprese, di conseguenza, chiuderanno, o saranno cedute o si aggregheranno.
E tornerà alla ribalta la corsa ad accaparrarsi capitali di rischio, che in uno scenario di “credit crunch” saranno ovviamente molto più ambìti. Venture Capital, Private Equity, Private Debt e Borsa compresi. Sarà il trionfo delle banche, delle Fintech e degli Intermediari finanziari, sinché dura però!
Stefano di Tommaso
APPUNTI DI TRADING
N. 16 – sabato 28 gennaio 2023
Operazione in essere :
comperato giovedì 19 gennaio 1 mini Dow Jones mar 23 a 33.100
Il Dow Jones cortesemente vorrebbe restituirmi con gli interessi quanto investito nel secondo stop loss subito su GOLD.
Ringrazio e proseguo questo lavoro di penna.
GOLD APR 23
Da oggi lavorerò sul fut apr 2023 che , al momento in cui scrivo, vale 17 usd oltre GOLD CASH, sul cui grafico eseguo l’analisi.
Anche dopo lo stop loss a 1930, GOLD non ha accelerato con evidenza, ma, dopo il ven 20 gennaio, anche ve 27.1 continua a chiudere sopra 1919, che rappresenta la parte alta del mio range di vendita ( ricorderete 1872 – 1919 ) e quindi, ancora una volta, si dimostra molto forte.
La settimana che inizia lu 30.1.2023 è la tredicesima dall’ultimo minimo a 1616 ( livello fondamentale, in quanto assaggiato 3 volte ) dal quale GOLD è salito con violenza, senza dare occasioni di ingresso a rischio contenuto, salvo una volta a fine nov. 2022, con pull back sul top di sett 2022 ( 1735 cash )
Si tratta di un quarto di anno e quindi osserverò con speciale attenzione il comportamento di GOLD nelle 5 sedute.
Da fine novembre ad ora qualsiasi tentativo di short avrebbe subìto stop loss quasi istantaneo, quindi, con scarso entusiasmo, potrei valutare un terzo tentativo di ribasso, al solo fine di accumulare un profitto da reinvestire al più presto quale stop loss di un successivo acquisto.
Inserirò un ordine di vendita di 5 apr fut micro gold a 1960 con stop loss 1980, assumendo un rischio di 1000 usd.
Solo se venisse eseguita la vendita e poi GOLD scendesse prima di stoppare, inserirei un secondo ordine di vendita di altri 5 apr fut micro gold a 1905 stop per provare una discesa fino a 1840 – 1820 fut ( 1823 – 1803 gold cash )
E’ una strategia complessa e contro trend, quindi quasi ingestibile per una lettera che deve durare una settimana, per l’impossibilità di intervenire quotidianamente secondo la dinamica di mercato.
Mi cimento ugualmente, per provare lo stato di forma, in attesa di tempi che temo interessanti.
BTP FUT MARZO 2023
Attualmente non consente acquisti a basso rischio e non sono interessato a venderlo.
Solo nell’area 111 – 110 si potrebbe acquistare con stop loss a 108,36 bottom del future marzo 2023, ma il prezzo è lontano e non inserirò alcun ordine.
DOW JONES INDU CASH
Alzo da lu 30.1.23 lo stop loss a 33.850, per difendere una grande parte del profitto in essere.
Normalmente inserirei uno stop – loss molto più basso, intorno al pareggio ( 33.100 ) rischiando tutto il profitto, pur di cercare di restare nel trend, che già da giorni giudico al rialzo.
Ora invece mi attendo che questa salita possa fermarsi e far assaggiare una seconda volta il segmento che ho colorato di giallodella linea che avevo tracciato sin nella N.11di sab 10 dic 2022.
Attribuisco alla settimana 16 – 20 gennaio un discreto significato dal punto di vista ciclico ed attendo con particolare attenzione l’uscita dal top di circa 34.500, non ancora verificatasi.
Quindi inserirò :
lo stop loss a 33.850 di 1 MARCH DJ MINI FUT per l’acquisto in essere.
Inserirò per la settimana che inizierà lu 30 gennaio un acquisto di un secondo mini contratto in rottura di 34.500 – top di gennaio, per raddoppiare la posizione, ma, anche se il prezzo è molto più vicino rispetto a 7 gg fa, mi pare prematura una rottura.
Nel caso in cui venga azionato lo stop loss a 33.850 fut, inserirò l’acquisto di 1 march DJ mini fut a 33.400 con stop loss a 33.000.
Lettera molto pesante da scrivere e, temo, da leggere.
Leonardo Bodini
NIENTE RECESSIONE!
Come andrà l’anno appena iniziato? Male grazie, anzi, forse no! È questa la sintesi estrema dei ragionamenti emersi nel corso del World Economic Forum, a Davos, dove i grandi protagonisti dell’industria sono andati più che altro per cercare di comprendere riservatamente come profittare della congiuntura attuale. Ma qualche indicazione per analizzarla e interpretarla pubblicamente è emersa. E lo scenario appare teso, ma al tempo stesso in apparente equilibrio…
UNA SITUAZIONE CONTRADDITTORIA
Che la situazione generale sia fortemente contraddittoria era chiaro a tutti, ma che addirittura si potesse respirare una boccata di ottimismo non era affatto scontato. Ad esempio, le banche centrali: pur continuando a dichiarare che non intendano tornare presto ad allentare la politica monetaria (e dunque che i rialzi dei tassi delle principali banche centrali occidentali probabilmente proseguiranno, quantomeno per un po’ di tempo ancora), iniziano a prendere atto di ciò che al resto dell’umanità è oramai palese: che la fiammata inflazionistica al momento è in ritirata.
Ma le cattive notizie non finiscono qui: se i tassi saliranno ancora le economie dell’Europa e degli Stati Uniti d’America non potranno brillare, perché dovranno sostenere l’onere di maggiori saggi di interesse. E se i debiti pubblici continuano a crescere, con i tassi più alti si dovranno imporre maggiori tasse. Europa e America, in particolare, appaiono destinate a passare i prossimi mesi a chiedersi se la recessione arriverà davvero, dal momento che non soltanto dovranno gestire il crescente onere finanziario, ma si trovano in una situazione geopolitica insidiosa.
Anche in funzione di tali cautele, molte imprese stanno di conseguenza riducendo il personale e rinviando gli investimenti programmati, provocando (ma solo entro certi limiti) ciò che in scienza economica viene definita ”autorealizzazione delle aspettative”.
MA I PROFITTI SEMBRANO CONTINUARE
In realtà però le imprese fanno al tempo stesso efficienza, tagliando i costi, e così possono continuare a fare profitti. Infatti dopo un primo mese dell’anno passato ad esaminare le statistiche, in America (ma anche in Europa) per la prima parte del 2023 più che di recessione sembra lecito attendersi al massimo una stagnazione dei consumi, un obiettivo peraltro corrispondente all’interesse politico dell’attuale presidente Biden: quello di soffocare il più possibile l’inflazione e mantenere compresse le attese di sviluppo economico nel corso di questo anno per partire meglio possibile nel 2024, anno in cui il partito democratico rischia di giocarsi il tutto per tutto perché lo sanno anche le pietre che il suo primo quadriennio è apparso a molti insoddisfacente.
Per il candidato ad altri quattro anni al Campidoglio americano la speranza sembra pertanto quella di comprimere il 2023 ritrovarsi un 2024 in crescita e con l’inflazione riportata in basso, per poter ribaltare i pronostici che lo vedono al momento molto in bilico.
MA LE BORSE AVANZANO
Le borse -pur con qualche sussulto- da Novembre ad oggi hanno continuato invece ad avanzare, dal momento che si aspettano che ancora una volta la Federal Reserve Bank of America possa ritrovarsi ad aver torto e per di più in una posizione molto scomoda, a combattere cioè in retroguardia un’inflazione scesa di più e più velocemente del previsto.
E dunque chi investe si aspetta che FED e BCE debbano presto prendere atto di non poter continuare a rispettare il copione appena annunciato, dal momento che apparirebbero come la palla al piede del sistema finanziario.
Un sistema già particolarmente fragile da altri punti di vista (il forte deficit del bilancio pubblico, l’elevato indebitamento della popolazione, il dollaro in discesa nonostante i rialzi dei tassi, eccetera eccetera…).
l’andamento delindice generale delle borse mondiali MSCI World, dove si può vedere un deciso movimento rialzista che parte addirittura da Ottobre e che, dopo una pausa intorno a fine anno, sembra aver ripreso la sua corsa
Dunque hanno ragione le borse? Apparentemente si, ma la vera partita che può avere forte impatto sull’economia ha invece un esito molto incerto, ed è quella della geopolitica, che ancora oggi (e speriamo ancora per poco nella storia) ha e avrà un ripercussioni sul costo dell’energia, a sua volta il principale responsabile della propagazione dei rialzi dei prezzi nel mondo, e di conseguenza dell’inflazione.
GLI SCENARI GEOPOLITICI INCOMBONO
Gli scenari geopolitici da analizzare sono molteplici, a partire da cosa aspettarsi da parte del grande convitato di pietra tanto del vertice di Davos quanto dell’ultimo vertice Nato: la Cina.
L’ex celeste impero ha fino ad oggi spiazzato tutti per aver esibito un governo che, nonostante venga dipinto dai media occidentali come unipersonale (nella figura di uno Xi Jimping dispotico e scollegato dalla realtà), ha agito con grandissima tempestività e determinazione, dapprima nel riuscire a contenere con misure draconiane la pandemia, negli ultimi mesi ancora insidiosa (grazie all’ultima variante del virus: l’XBB.1.5, detto anche “kraken”, apparentemente meno pericolosa ma molto più resistente ai vaccini e al tempo stesso estremamente capace di propagarsi) e poi a riaprire le frontiere prima di quando ci si potesse attendere, determinando le precondizioni per un deciso ”rimbalzo” dell’economia.
LA CINA SI SMARCA E CRESCE
La Cina si aspetta nell’anno in corso uno sviluppo economico dal 5% al 6% al netto dell’inflazione, che lì appare decisamente più bassa che da noi. Probabilmente le statistiche ufficiali sono “da interpretare” più che da digerire inopinatamente, ma resta il fatto che le prospettive cinesi possono portare la domanda di energia a crescere corrispondentemente, con il rischio che i prezzi di gas e petrolio possano subire una risalita.
Scriviamo di rischio e non di certezza dal momento che le esportazioni russe di materie prime energetiche da un anno a questa parte sono andate quasi solo ad est del mondo, determinando un estremo vantaggio (anche di costo) per Cina e India. Dunque anche loro, come l’America, hanno tratto vantaggio dalla guerra. E’ possibile dunque che un‘accresciuta domanda di energia proveniente da Est venga quasi tutta soddisfatta dall’incremento dì esportazioni russe e mediorientali, calmierandone di fatto le quotazioni.
Non soltanto: Cina e India stanno oramai pagando le forniture principalmente in Renminbi, la divisa valutaria cinese, spiazzando cioè il Dollaro Americano dal suo ruolo di principale valuta di conto per le transazioni commerciali. Anche questo fa calare le quotazioni del biglietto verde!
E se l’economia della Cina corre proprio quando quella americana prende invece fiato, ecco che l’Europa, superato lo shock iniziale delle quotazioni energetiche impazzite e della scarsa disponibilità di forniture, inizia a guardare con più fiducia all’anno in corso, dal momento che le sue esportazioni potrebbero beneficiarne. Resta la palla al piede degli onerosissimi supporti da fornire all’Ucraina e, soprattutto, resta l’incertezza dovuta al rischio che l’intera Eurozona possa venire risucchiata dal conflitto, che invece al momento tutti prevedono placarsi presto.
I RISCHI DI UNA GUERRA MONDIALE
Ed è qui che i mercati finanziari potrebbero non avere del tutto ragione ad essere ottimisti: il conflitto ucraino sta lentamente trasformandosi in una pesante guerra di logoramento ai danni della Russia, dove però l’altro contendente non è solo l’Ucraina, bensì l’intero Occidente. Se i paesi NATO dovessero andare avanti a lungo a finanziare l’Ucraina senza porle alcuna condizione di sedersi al tavolo della pace, allora la guerra potrebbe durare per tutto il 2023 e forse anche ben oltre, con il rischio di estendersi alla Federazione Russa, ma anche all’Europa orientale stessa.
E che possa prendere questa piega lo testimoniano le pressioni americane nei confronti dei paesi europei a fornire mezzi bellici che vanno ben oltre la semplice difesa del territorio ucraino (tant’è vero che Mosca sta correndo a piazzare nuove batterie di sistemi antimissile perché si attende un incremento di attacchi all’interno del suo territorio) e dall’altra parte lo rivelano i supporti indiretti cinesi al conflitto, al momento mascherati da forniture di missili nord-coreani. Una vera polveriera! Voluta dagli americani ma di cui l’opinione pubblica europea è consapevole solo parzialmente.
Non solo: la Cina non ha mai davvero abbassato la guardia sulla questione di Taiwan, sia per non perdere la faccia, ma anche perché la NATO pare aver piazzato nell’isola numerose nuove testate balistiche di lungo raggio, capaci cioè di colpire Pechino. E tutti ricordano cos’ha combinato l’America quando si era ritrovata ai suoi confini i missili sovietici su Cuba! Un’estensione delle ostilità Oriente-Occidente al mar meridionale cinese porterebbe davvero in alto il rischio di una terza guerra mondiale! E i mercati finanziari non poterebbero non risentirne.
Per fortuna si tratta soltanto di scenari possibili, non di certezze, cui fa riscontro un ottimismo pragmatico piuttosto diffuso su quasi tutte le piazze finanziarie del mondo, in particolare su quelle dei principali paesi emergenti, che si candidano ad essere le vere protagoniste del prosieguo dell’anno.
LA DEMOGRAFIA AIUTA GLI EMERGENTI
In particolare le migliori prospettive paiono quelle di India e Cina, la prima per la migliore performance demografica attesa nel prossimo decennio (e il P.I.L. è il prodotto del numero di lavoratori moltiplicato la loro produttività): già oggi l’India ha raggiunto il numero di abitanti della Cina ma ha un’ invecchiamento minore e dunque pare proiettata ad essere a breve il paese più popoloso del mondo.
nei due grafici le curve di invecchiamento della popolazione di Cina e India, dove si vede chiaramente che la Cina sembra essere arrivata alla sommità, mentre l’India no
Quest’ultima invece per la sua crescita economica attesa nell’anno in corso dopo la riapertura dei confini e la ripresa dell’edilizia. Una crescita che dovrebbe riflettersi soprattutto in una ripresa dei consumi e in una nuova fase di investimenti nelle nuove tecnologie, per arrivare a competere con gli USA anche da questo punto di vista. E un certo numero di investimenti saranno esportazioni europee.
Dunque è lecito essere ottimisti per l’economia del 2023? Probabilmente a livello globale si, ma forse anche se parliamo del ”vecchio continente”, nonostante il rallentamento dovuto al peso dell’inflazione e al costante invecchiamento della popolazione che frenano i consumi. Eppure le recenti notizie sul fronte dell’andamento dei profitti aziendali tendono a sgomberare ogni dubbio: le aziende europee sembrano generare margini non soltanto nel 2022 ma -con buona probabilità- anche nell’anno in corso, come ad esempio si può leggere dai grafici qui riportati relativi alla Borsa italiana.
Insomma, grazie alle nuove locomotive dell’economia globale (la Cina, l’India e gli altri paesi dell’estremo oriente) neanche quest’anno dovremmo vedere la recessione. Lo confermano a Davos la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, oltre che i principali banchieri centrali del pianeta e la notizia non è di poco conto!
E se i profitti aziendali non scenderanno e i tassi non saliranno allora per i listini delle borse esiste la teorica possibilità che continuino a salire, soprattutto nei comparti più tradizionali. Chi sembra ancora in ambasce sono i comparti industriali legati ai consumi, perché il rischio che la disoccupazione torni a mordere spinge alla prudenza riguardo alle spese non di prima necessità.
il differenziale di crescita economica tra paesi emergenti e USA (in blu e scala di sinistra) raffrontato all’andamento del cambio del Dollaro (in grigio, scala di destra). Come si può vedere nell’ultimo anno gli andamenti si sono disaccoppiati
IL COSTO DELL’ENERGIA
Una riflessione a parte va poi fatta sull’energia e sul suo costo, apparentemente destinato a crescere se ci sarà un risveglio anticipato dell’economia globale. Non solo: la necessità di tenere duro sotto il profilo della sostenibilità ambientale tornerà di attualità e anche questo fattore (oltre alla guerra che non si placa) dovrebbe contribuire a evitare che l’energia torni a buon mercato. Ma al tempo stesso non è improbabile una ulteriore frenata del cambio del Dollaro, cosa che potrebbe ulteriormente addolcire eventuali rincari. Dunque con un po’ di fortuna oggi molte preoccupazioni appaiono sfumare in una sorta di calma apparente.
Siamo perciò nell’era “riccioli d’oro” (della bambolina cioè che è felice nelle situazioni intermedie)? Sembrerebbe di sì, ma solo in apparenza. Con le spaventose minacce geopolitiche all’orizzonte oggi, a differenza di qualche anno fa, nessuno riesce davvero a rilassarsi. E questo, insieme all’intrinseca debolezza del Dollaro, sembra un altro ottimo motivo perché le quotazioni dell’oro continuino a riprendersi…