La Realpolitik di Draghi

La notizia della settimana è sicuramente la visita di Draghi a Washington, ed è una notizia non soltanto per il nostro Paese. Ma quali sono le vere ragioni di questa visita? Riaffermare l’amicizia atlantica è probabilmente solo una parte della verità. E qualcosa è trapelato: Draghi deve riuscire a barcamenarsi tra l’adesione alle tesi americane e l’esigenza di evitare disastri a casa propria!

Egli è oggettivamente un bravissimo presidente del consiglio. Ha usato la sua grande credibilità per rassicurare l’Occidente circa la posizione italiana nello scacchiere internazionale, E’ stato capace di concepire una politica estera del nostro paese che non si vedeva dai tempi di Andreotti, ma per molti versi è un personaggio totalmente opposto: lui è chiaramente schierato con il partito della guerra mentre Andreotti coltivava un ragionamento autonomo e rivendicava per il nostro Paese innanzitutto i suoi interessi! Draghi invece coltiva molto l’ “allineamento” all’Europa, alla NATO e all’America.

Ma forse Draghi non è ancora nella posizione di dire pubblicamente ciò che pensa o non lo dice in pubblico. Il detonatore che ha scatenato la guerra è stata dal 2014 in poi l’aggressione dell’esercito ucraino verso i separatisti del Donbass, con abbondanza di crimini di guerra sui civili. Che poi questa sia ricollegabile all’annessione russa della Crimea è un altro dato di fatto. Ma nessuna nazione bombarda parti del proprio territorio (le repubbliche del Donbass e del Donetsk) per ripicca. La pace e gli accordi di Minsk addirittura ne prevedevano l’autonomia, ma Kiev non l’ha mai concessa. La narrazione dei governi e della stampa occidentale dice invece sostanzialmente che Putin -nonostante il genocidio in quei territori- non doveva intervenire.

L’intervento russo tuttavia è stato mirato a bloccare le forze militari che assediavano quelle repubbliche. Molto diverso -per fare un esempio- da quello americano nella Libia di Gheddafi: 7 mesi di bombardamenti della NATO con notevoli perdite civili libiche e addirittura l’eliminazione fisica del suo leader. Oggi la NATO sostiene che l’Ucraina può vincere la guerra contro la Russia, nonostante molti osservatori indicano che quest’ultima abbia sino ad oggi impiegato una frazione minuscola del proprio esercito e che dunque avrebbe fortissimi margini di incremento della propria potenza di fuoco. Anzi è forse questa la domanda più importante: è vero che la Russia ha scelto di impegnarsi soltanto marginalmente in Ucraina? E perché? C’è qualcuno invece che afferma l’esatto opposto: la Russia è a corto di uomini e munizioni.

E’ probabilmente anche la tesi di Svezia e Finlandia che hanno chiesto di entrare nella NATO: se la minaccia russa fosse solo quella nucleare allora trovarsi sotto l’ombrello NATO potrebbe avere un grande senso. Se invece l’esercito di Putin fosse sufficientemente forte da poter tranquillamente sostenere due o più fronti di Paesi troppo avanzati per lasciarla tranquilla, allora la “provocazione” di una NATO che si avvicina troppo potrebbe sfociare in nuovi conflitti.

L’America insiste nell’alimentare il conflitto ucraino con armi, aiuti e provocazioni ma i leaders europei a casa loro, pur allineandosi alla politica NATO, fanno quattro conti e stanno facendo notare, come aveva già fatto Macron e come stavolta ha fatto Draghi alla Casa Bianca, che non è accettabile che a farne le spese siano solo loro (soprattutto che non sarà sostenibile la carenza di gas nel prossimo autunno). La bilancia va riequilibrata per tempo perché in autunno la mancanza di energie potrebbe scatenare una grossa crisi. Draghi a Washington è stato molto diplomatico ma non ha mancato di farlo notare. Che se ne sappia però egli non ha detto a Biden ciò che secondo logica doveva conseguirne: e cioè che quindi bisogna trovare un compromesso e piantarla con la guerra. Perché non lo ha detto?

Putin fino ad oggi sembra aver scelto di non fare come Obama in Libia, bombardando indiscriminatamente anche gli obiettivi civili pur di dare presto una svolta risolutiva alla sua azione militare. Ma nemmeno questo è certo: i giornalisti occidentali oggi affermano il contrario: le vittime civili sono numerose. Resta allora da comprendere quale possa essere allora la reale strategia Russia, perché sicuramente ne ha una. Osservando l’economia se ne può forse trovare una chiave di lettura: se fosse vero che le sanzioni occidentali le hanno fatto poco danno, creando invece contemporaneamente problemi all’Europa e vantaggi a Cina ed India (che si sono viste indirizzare grandi quantità di petrolio e gas a prezzi scontati) allora la politica dei piccoli passi della Russia in Ucraina potrebbe essere spiegata.

Se la Russia fosse ancora forte (economicamente e militarmente) allora le forniture occidentali di armi agli ucraini non faranno che rallentare la conclusione della guerra, ma è improbabile che permettano di rovesciarne le sorti a favore dell’invasore. I molti morti serviranno soltanto ad affermare la tesi che vuole che le responsabilità siano tutte di quest’ultimo. Inoltre le forniture di armi occidentali all’Ucraina sono anche a carico dei paesi europei ma corrispondono ad altrettanti ordinativi di nuove armi, principalmente a vantaggio delle grandi fabbriche di armi americane. Il rischio di questo passo è che la guerra in Ucraina possa durare molto a lungo, almeno sino a quando l’Occidente non avrà svuotato di vecchie armi i suoi arsenali (10-15 anni) e non le abbia rimpiazzate con quelle nuove.

Il problema è che in questo scenario l’Europa potrebbe subire importanti danni economici per i retro-effetti delle sanzioni e per lo sbilancio nelle forniture energetiche. Chi ci guadagnerebbe invece sarebbero le grandi èlites (americane soprattutto) che controllano l’esportazione di gas e petrolio a prezzi maggiorati e che ovviamente preferirebbero andare avanti con questa situazione molto a lungo.

Esiste un altro scenario, in cui la guerra potrebbe durare assai meno: quello in cui in autunno la maggioranza democratica al Congresso potrebbe dissolversi e i repubblicani addirittura arrivare a votare l’impeachment per Biden, o comunque un taglio alle spese di guerra. A quel punto Russia e America potrebbero trovare un soddisfacente incentivo a fare la pace. Il problema però è che l’Europa non sembra potersi permettere di attendere l’autunno per cercare la pace nell’Ucraina. Nella prima parte del 2022 è già caduta in recessione e, in assenza di sufficienti forniture di gas, in autunno la situazione potrebbe peggiorare.

E inoltre c’è sempre il rischio che nel frattempo il conflitto degeneri: ad esempio che le provocazioni americane si moltiplichino spingendo la Russia ad agire direttamente contro le forze alleate, o che si intensifichi la pressione militare per concludere la campagna d’Ucraina più in fretta, o infine che qualche paese europeo ne venga troppo coinvolto divenendo parte belligerante. E’un rischio concreto, dal momento che l’intelligence NATO sta smaccatamente guidando i missili ucraini per affondare le navi russe. La possibilità che scatti l’articolo 5 dello statuto NATO e che venga coinvolta nella guerra l’intera Europa prefigurerebbe per quest’ultima ingenti danni collaterali sul proprio territorio. A quel punto o la Russia preferirà fermarsi perché impossibilitata a sostenere un confronto così importante oppure una parte consistente dell’Europa si ritroverà in guerra.

Forse tuttavia è proprio ciò che Macron, Draghi e altri capi di stato continentali stanno aspettando: la naturale estinzione del conflitto ovvero il casus belli, per arrivare in tal caso a dire “adesso basta” e puntare i piedi per evitare l’escalation. A quel punto cioè essi potrebbero trovare adeguata giustificazione per alzare la voce e imporre alla NATO una politica diversa. Senza attendere che le fortune politiche del presidente americano scemino da sole. Sono capi di stato e hanno al loro servizio importanti studiosi di strategia. Forse lo sanno già benissimo e forse è per questo motivo che oggi non lo fanno ancora. Attendono semplicemente tempi migliori, pur con un occhio a non incrinare mai la linea politica condivisa con gli americani. Forse hanno anche ragione a comportarsi così ed è questa la realpolitik che debbono avere. Sicuramente però insieme a un certo cinismo!

Draghi è stato uno dei più importanti banchieri centrali che la storia ricordi ed è noto quale sia l’arte di governare una banca centrale: quella di attendere che una serie di variabili possano bilanciarsi a tal punto che basti una piccola mossa (talvolta solo una frazione di punto percentuale dei tassi d’interesse, o una dichiarazione ben assestata relativa alle proprie intenzioni) per orientare massicciamente l’economia. La speranza è che Draghi stia applicando allo scacchiere internazionale la medesima tattica: attendere che le variabili si allineino per poterlo orientare con una sua piccola mossa. E’ una speranza, ma non si comprende quale potrebbe essere l’alternativa perché appare oggi impossibile che la guerra in Ucraina e il conseguente progressivo blocco delle risorse naturali della Federazione Russa non creino una sconvolgente devastazione economica in Europa. E nessun capo di stato europeo sembra davvero poterselo permettere!

Stefano di Tommaso




NEL MONDO PREVALGONO I TIMORI

LA COMPAGNIA HOLDING
La congiuntura internazionale non promette bene. Non sono soltanto i timori relativi all’inflazione e al conseguente rialzo dei tassi d’interesse a spaventare gli operatori. È soprattutto la prospettiva di recessione globale a generare aspettative riflessive e a frenare le borse. E il gioco delle aspettative spesso conta più di ogni altra cosa. Proviamo a osservare i fenomeni inizialmente a livello internazionale, per poi scendere in maggior dettaglio relativamente al nostro paese e alle conseguenze sui mercati finanziari.

 

A livello internazionale la prima cosa che possiamo notare è il rallentamento generalizzato dell’attività economica: una serie di fattori stanno infatti congiurando per una brusca frenata della crescita. La guerra in Ucraina, nonostante il forte impegno finanziario per molti paesi che la sostengono, è soltanto uno dei fattori che portano nella direzione della recessione: ce ne sono ancora molti altri! Così come la pandemia, pur avendo costretto mezzo mondo a stare a casa per mesi non è stata da sola capace di generare una grande recessione globale, oggi invece il quadro è più complesso per l’effetto congiunto di molti elementi negativi e tale possibilità si fa più concreta.

I MEGATRENDS CHE FRENANO

La società di consulenza di Washington Mehlman Castagnetti Rosen & Thomas per esprimere questo concetto ha elaborato il seguente grafico, dove si possono leggere i principali che oggi stanno rallentando la crescita economica:

LA COMPAGNIA HOLDING
Come si può leggere nell’immagine, uno dei fattori che più hanno inciso sui “venti a favore” della crescita fino a un paio d’anni fa e che oggi generano invece “venti frontali” che ostacolano la crescita è quello della geopolitica. Siamo passati dalla cooperazione alla competizione tra America e Cina. Dalla globalizzazione selvaggia al confronto tra crescenti nazionalismi, dalla ricerca dell’efficienza globale delle filiere produttive alla ri-nazionalizzazione delle fabbriche in ottica di “resilienza” strategica.

DALL’INCREMENTO DEI COSTI INDUSTRIALI…

Dalla prevalenza di meccanismi deflattivi quali l’investimento in nuove tecnologie e la diversificazione delle fonti energetiche, siamo arrivati oggi alla restrizione della capacità produttiva delle filiere di approvvigionamento di minerali, materie prime e derrate alimentari, proprio mentre la ripresa post-pandemica ne incrementava la domanda.

LA COMPAGNIA HOLDING
Ovviamente tutto ciò ha provocato un deciso incremento dei costi dei fattori produttivi, a partire da quelli dell’energia e dei trasporti, ostacolando il commercio internazionale. Quelle sopra citate sono inoltre delle tendenze generali di lungo termine che sono state innescate nel corso di diversi anni e che di conseguenza potranno andare avanti ancora molto a lungo. La cosa che più impressiona però è il fatto che nel complesso il mondo è passato da uno scenario di crescita economica e bassa inflazione (o addirittura di de-flazione) ad uno completamente inverso: di stagnazione e inflazione al tempo stesso!

…AL RIALZO DEI TASSI D’INTERESSE

Contestualmente al radicale cambio di scenario si inseriscono poi gli interventi (o sarebbe meglio dire: le tirate di freni) delle banche centrali. Correttamente ma tardivamente preoccupate per l’inflazione galoppante, esse rischiano, nella loro miopia, di fare ora altri danni, generando un rialzo dei tassi e riducendo la liquidità disponibile con la cancellazione delle facilitazioni monetarie. E questo avviene proprio quando i debiti pubblici dei paesi occidentali sono arrivati ad eccessi pericolosi e quando sarebbero potuti finalmente decollare importanti investimenti infrastrutturali (di cui ora si è smesso di parlare).

LA COMPAGNIA HOLDING
Si tratta di politiche monetarie che comportano indubbie tensioni sulla tenuta dei giganteschi debiti accumulati negli anni “facili” della crescita economica (non a caso in Italia lo spread con la Germania sale), e che riducono le risorse disponibili anche per il settore privato, limitando di fatto l’incentivo a proseguire gli investimenti tecnologici e produttivi. Il maggior rialzo dei tassi è stato operato inoltre negli Stati Uniti d’ America, generando grande forza del Dollaro americano e un conseguente enorme danno per i paesi emergenti e le fasce più povere della popolazione mondiale, che pagano in Dollari tanto gli interessi sul debito con il resto del mondo quanto gli approvvigionamenti alimentari.

GLI EFFETTI NEGATIVI DELLE SANZIONI SULL’U.E.

A livello europeo poi c’è un problema in più: la spesa di diverse decine di miliardi di euro per il sostegno della resistenza ucraina e per l’accoglienza dei relativi profughi e, soprattutto, le sanzioni economiche imposte alla Russia, stanno comportando una brusca frenata per le esportazioni di moltissime imprese europee, nonché un calo dei flussi turistici. La guerra ha inoltre generato un problema che per sua natura è globale ma è molto più tangibile in Europa che altrove: esso riguarda il prezzo e la disponibilità di energia, balzato alle stelle il primo, scesa ai minimi storici la seconda. Anche grazie alle sanzioni alla Federazione Russa e ai suoi alleati, il rischio è concreto che l’Europa possa vedere fortemente compromessa la propria capacità di approvvigionamento di gas e petrolio.

LA COMPAGNIA HOLDING
In Italia ad esempio il Centro Studi Confindustria (CSC) fa notare che il prezzo medio del gas naturale è salito di quasi 7 volte (+698%) in due anni (cioè da prima dello scoppio della pandemia). Il costo del petrolio in confronto è salito ben poco: ”soltanto” del 56%. Ora non si può ragionevolmente ritenere che questi aumenti potranno provocare per l’anno in corso un’inflazione limitata a quella oggi riportata dalle statistiche ufficiali (intorno al 7%).

E CHI CI RIMETTE DI PIÙ E’ L’EUROPA

Non a caso le principali economie europee nella prima parte del 2022 ristagnano, mentre Italia e Germania addirittura arretrano. Ha fatto scalpore nelle ultime ore la notizia che nello scorso mese di Marzo la produzione industriale in Germania (la principale economia europea e il principale paese esportatore nel resto del mondo) è discesa di quasi il 4% (del 4,6% se si escludono energia e edilizia). Sempre in Germania a Marzo si è registrato un incremento dei prezzi alla produzione di quasi il 31% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, con una prima rilevazione dell’inflazione dei prezzi sui beni di consumo giunta in Aprile quasi ai livelli americani: 7,4%!

Nel dettaglio, la produzione tedesca di beni strumentali è calata del 6,6%, quella dei beni intermedi del 3,8% e quella dei prodotti energetici dell’11,4% e addirittura la produzione delle auto è scesa del 14%. In Italia la produzione industriale sembra essere scesa a Marzo “solo” del 2,5%, ma molte altre delle dinamiche appena evidenziate per la Germania assomigliano parecchio a quelle nostrane, solo con qualche limitazione a causa della minor dipendenza dell’economia italiana dalla produzione automobilistica.

E IL RE-SHORING COSTA CARO!

Abbiamo già osservato come, dopo la fase delle delocalizzazioni produttive in Asia, il nuovo scenario geopolitico sta spingendo gran parte delle imprese che se lo possono permettere a investire sul “re-reshoring” delle produzioni industriali, spostandole a località e mercati con minore rischio geopolitico. Ma il “tornare indietro” per molte imprese europee sarà un processo costoso, difficile, doloroso e lento, con complicazioni che si aggiungeranno a quelle appena evidenziate!

Molti commentatori fanno poi notare che mentre oggi i principali fattori che rallentano l’economia sono le strozzature e i rialzi dei costi all’offerta di beni e servizi, a breve potrà intervenire a frenare ulteriormente l’economia un fattore che sino ad oggi era parso relativamente stabile: la domanda dei medesimi. L’inflazione dei prezzi ha infatti depauperato buona parte dei consumatori, privandoli sostanzialmente di una quota del loro reddito disponibile. E questo vale per buona parte della popolazione europea, sottoposta a contratti di lavoro più rigidi di quelli dei paesi anglosassoni e dunque meno capaci di reagire con un rialzo repentino delle retribuzioni.

LA COMPAGNIA HOLDING
Ci sono paesi però come la Francia dove il 27% della produzione energetica arriva a costi bassissimi dalla fonte nucleare. Altri come molti paesi nordici che sono esportatori netti di petrolio e gas. Mentre in Italia e in Germania l’emergenza energetica ha spinto i governi a riattivare le centrali elettriche alimentate a carbone, ma con il rischio di un pesante incremento delle emissioni nocive!

LA FIDUCIA SCENDE IN ITALIA

LA COMPAGNIA HOLDING
Tutto ciò non può non influire (negativamente) sul clima di fiducia che si respira nell’industria e che risulta essenziale per sostenere gli investimenti strumentali, a loro volta essenziali per sostenere l’occupazione. A casa nostra siamo inoltre più penalizzati di qualunque altro paese europeo dalla maggior tassazione rispetto a tutto il resto del mondo. Nel corso del 2021 l’Italia ha infatti battuto il record mondiale (nonché storico) di tassazione media dei redditi, arrivando al 43,5% del Prodotti Interno Lordo.

Non a caso l’indice delle attese sull’economia italiana ha registrato un crollo dal +0,6% a inizio anno fino a – 34,8% di aprile, valore comparabile a quello di dicembre 2020 (dopo la seconda ondata pandemica). Il peggioramento dell’indice di incertezza della politica economica che per l’Italia è salito a 139,1 punti a marzo per poi attestarsi su un valore poco inferiore in aprile (129,2 punti, +28,5% rispetto al 4° trimestre del 2021), accresce i rischi di un ulteriore indebolimento.

LA COMPAGNIA HOLDING
I MERCATI FINANZIARI NE RIMANGONO DANNEGGIATI…

Ecco spiegati i contorsionismi delle Borse valori di tutto il mondo. Almeno sino a quando non arriverà qualche segnale positivo. Nonostante si potesse iniziare a sperare che il programma di rialzi dei tassi d’interesse fosse già stato assorbito dai mercati finanziari e che di conseguenza ogni futura flessione del picco inflazionistico attuale potesse tradursi in un rialzo delle Borse, assistiamo invece a un progressivo deterioramento del contesto economico globale, al perdurare di elementi inflattivi che non potranno essere disinnescati tanto presto, allo scemare delle speranze di fine della guerra con la Russia e alla conseguente caduta dell’ottimismo da parte degli operatori economici.

I mercati finanziari vorrebbero riuscire a vedere per primi la luce in fondo al tunnel, ma non la scorgono nemmeno con il più potente dei telescopi. È questo che dunque spinge gli investitori di tutto il mondo a cercare di liquidare buona parte dei propri asset per accumulare ciò che oramai sembra l’elemento che presto potrebbe scarseggiare: la liquidità.

Se le banche centrali non cambieranno presto la loro impostazione infatti l’unico modo di poter un giorno tornare a beneficiare della risalita delle quotazioni è quello di vendere oggi ogni genere di asset finanziario per tornare a disporre di quella liquidità che potrebbe consentire domani di comperare a prezzi più bassi.

…E GLI INVESTIMENTI IN INNOVAZIONE TECNOLOGICA RINVIATI

LA COMPAGNIA HOLDING
Un meccanismo perverso che non può che rallentare gli investimenti di cui avremmo più bisogno: quelli in innovazione e tecnologia, penalizzando al tempo stesso tutte le attività economiche che non risultino strettamente legate all’energia, alla produzione alimentare e alle tecnologie per gli armamenti. E che rischia di provocare una recessione globale peggiore di quella post-pandemica!

Stefano di Tommaso




(DON’T) SELL IN MAY & SAIL AWAY

”Vendi in Maggio e parti in viaggio”. Varrà anche quest’anno il vecchio adagio? Le borse sono destinate a continuare la loro discesa dopo quasi due mesi di alti e bassi? Se guardiamo le statistiche degli ultimi anni infatti storicamente è spesso andata così: la performance cumulativa delle borse da maggio in poi è negativa fino all’incirca alla fine dell’estate. Anche perché ciò è spesso coinciso con l’andamento stagionale al rialzo dei tassi d’interesse.

 

LE STATISTICHE INVITANO ALLA PRUDENZA


MA QUESTA VOLTA PUÒ ESSERE DIVERSO

Se si volesse adottare anche quest’anno questo atteggiamento, date anche le molte preoccupazioni per le sorti dell’economia a livello planetario sarebbe dunque meglio vendere e attendere nuovi ribassi. O quantomeno delle decise schiarite sui fronti geo-politici ed energetici. Ma viviamo tempi eccezionali, e questa volta (così come è già successo nel 2020) potrebbe anche andare diversamente. Il motivo principale è che al momento le borse sono in regime di “ipervenduto” e che dunque si è teoricamente creata una buona occasione di acquisto per gli investitori di lungo termine.


Certo ci vorrebbe un segnale forte per far cambiare direzione ai listini azionari, perché al momento invece le banche centrali sembrano invece molto decise a recuperare il terreno perduto nei confronti dell’inflazione, anche se questo può avere l’effetto di scatenare una recessione globale. E il mercato finanziario in generale è da un mese a questa parte rimasto pesantemente orientato al ribasso perché sconta una doppia escalation: quella delle nuove restrizioni monetarie, così come quella del confronto militare tra Oriente e Occidente. Il punto però è che l’inflazione dei prezzi, soprattutto quelli all’ingrosso, delle materie prime e dell’energia, potrebbe aver già toccato un picco massimo, oltre il quale iniziare a recedere. Questo non significa che si potrà abbassare la guardia sull’inflazione, perché i meccanismi al rialzo attivati nel corso dei primi quattro mesi dell’anno comportano la progressiva trasmissione ai prezzi al consumo degli aumenti dei costi dei fattori di produzione. E non si arresteranno presto, né facilmente.

L’ECONOMIA GLOBALE RALLENTA

Quello che tuttavia sta succedendo è che l’economia globale oggettivamente sta rallentando, o addirittura recedendo. Il P.I.L. degli Stati Uniti d’America ha già percorso all’indietro il primo trimestre dell’anno di un punto e mezzo percentuale (un’enormità rispetto agli zero-virgola dell’Europa). Non è invece dato di conoscere con precisione l’ammontare della frenata economica che ha subìto la Cina nello stesso periodo, (si parla di un rallentamento della crescita dal 6% al 4%, ma molti ritengono le statistiche ufficiali poco attendibili). Certo da Aprile in poi le cose sono andate anche peggio perché è arrivato il lockdown della zona di Shangai, la più attiva economicamente dell’intero paese. E un po’ ovunque tutta l’Asia ha visto l’economia rallentare.

L’Europa d’altro canto, statistiche a parte, è grande difficoltà. Non soltanto per lo sviluppo sostanzialmente negativo del suo prodotto interno lordo (in Italia e Germania innanzitutto, ma ricordiamo che le statistiche ufficiali anche da noi sono spesso “da interpretare”), ma soprattutto per le prospettive: molte imprese stanno chiudendo i battenti, o cercano di ristrutturare le produzioni a causa non soltanto dei costi dell’energia, e della forte dipendenza dalle forniture di gas, su cui era impostata buona parte dell’industria pesante. In realtà calano soprattutto i consumi perché scende il potere d’acquisto dei salari, con un mercato del lavoro sostanzialmente assai rigido.

L’Europa inoltre sta sopportando ingenti sforzi per incrementare la spesa militare e inviare aiuti alla guerra in Ucraina, con il risultato che i bilanci pubblici si appesantiscono, proprio mentre la Banca Centrale Europea si accinge a terminare il proprio programma di acquisto dei titoli pubblici nazionali. Il combinato disposto di tutto ciò come minimo provoca il rischio di downgrading del debito europeo. E genera timori di estensione del conflitto, con l’effetto di fai rinviare o cancellare i programmi di investimento infrastrutturale o quelli di efficientamento produttivo. Le conseguenze di quei timori di oggi si faranno perciò sentire nel tempo e rischiano quindi di essere peggiori di quelle -nell’immediato apparentemente più pesanti- che si avvertono in America.

MA LA FRENATA PUÒ FAR BENE ALLE BORSE

Se tuttavia gli effetti di queste frenate in tutto il mondo nella crescita economica avranno quasi sicuramente importanti conseguenze negative sull’economia reale, è però possibile che vadano a sfociare in minori tensioni sulla dinamica dei prezzi (cioè nella riduzione dell’inflazione) e, di conseguenza, sui tassi d’interesse (prima quelli reali, ma poi forse anche quelli nominali). Potrebbe essere questa, forse, la scintilla che andrebbe a favorire l’ipotetica ripresa dei listini azionari dopo le pesanti aspettative che vengono scontate nei prezzi attuali.


Ma c’è anche un altro fattore che potrebbe contribuire alla ripresa dei listini azionari: la consistente liquidità rimasta in circolazione. È vero che la “normalizzazione” della politica monetaria resta tra i principali obiettivi dichiarati dalle banche centrali occidentali. E’ assai probabile dunque che i tassi cresceranno e che i titoli acquistati dalle banche centrali verranno progressivamente venduti. Ma la verità a volte diverge dalle dichiarazioni d’intento, anche perché nessuna banca centrale ambisce ad eccedere, creando problemi alla liquidità dei titoli pubblici del proprio paese.


Dunque la liquidità residua in circolazione non solo resta oggi abbondante e -al primo segnale positivo sui tassi- potrebbe ancora una volta riversarsi sui listini azionari che garantiscono rendimenti (derivanti dal pagamento dei dividendi) almeno pari a quelli (oggi accresciuti) dei titoli a reddito fisso. Ma addirittura potrebbe non scendere della misura oggi annunciata dalle banche centrali, così come i rialzi già annunciati dei tassi d’interesse, di fronte al raffreddamento dell’economia mondiale e alle possibili flessioni dell’inflazione, potrebbero finire con l’essere interrotti. Le borse oggi scontano infatti una “forward guidance” annunciata dalle banche centrali in decisa contrazione della massa monetaria, e in forte rialzo dei tassi. Qualora le aspettative mutassero, per il mercato dei capitali sarebbe una gran bella notizia!

SE L’INFLAZIONE SI RIDUCE LE BORSE POSSONO RIPRENDERSI

Perché le attese sui tassi d’interesse possono risultare così importanti? Perché le valutazioni delle imprese quotate in borsa possono essere assimilate alla sommatoria attualizzata dei loro flussi di cassa netti futuri. Nel calcolare il valore attuale netto di quei flussi di cassa dunque, il tasso di attualizzazione risulta particolarmente rilevante. Se quel tasso cresce il valore attuale netto scende. Se scende, o cresce meno, quest’ultimo può salire.


D’altra parte ciò era successo anche all’inizio dell’era-Covid 19: dopo un primo importante spavento, le borse da Marzo ad Aprile 2020 erano rimbalzate con decisione, sinanco in presenza di seconde e terze ondate pandemiche, perché la liquidità inizialmente sottratta all’investimento azionario da qualche parte doveva pur essere collocata. E, passato lo spavento, il rimbalzo aveva superato la discesa. Ora è notorio che i mercati finanziari spesso assai cinici e che talvolta vivono di luce propria, anche a prescindere da ciò che accade per l’economia reale. Anche perché i mercati borsistici non sono organismi democratici: sui listini azionari pesano, talvolta anche più che proporzionalmente, gli andamenti dei titoli maggiori, le cui performances riflettono le aspettative sui profitti delle più grandi multinazionali. Che non necessariamente perdono soldi con la guerra, né con l’inflazione.


Per chi vuole una controprova c’è un esempio per tutti: il più famoso finanziere degli ultimi trent’anni, Warren Buffett (patron della più grossa holding quotata a Wall Street: la Berkshire Hathaway, che non si può certo dire sia uno smidollato speculatore) è lo stesso che si era ampiamente tenuto alla larga dal boom dei titoli della “new economy” all’inizio del millennio e che era stato altresì alla larga dalle azioni delle banche americane ai tempi della crisi dei mutui “sub-prime”. Ebbene la sua holding non è mai stata così attiva con gli investimenti in borsa come nell’ultimo paio di mesi! Ha comperato di tutto.

SI, MA QUANDO?

Ovviamente il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: fuor di metafora potremmo cioè essere di principio tutti d’accordo sul fatto che un ribalzo potrebbe arrivare per le borse valori, così come potremmo concordare sul fatto che il picco speculativo sulle materie prime e sull’energia è forse già stato superato, ma non è facile comprendere con quale tempistica si potrebbe tornare -sui mercati finanziari- ad una qualche normalità.

Una possibilità è quella che ciò avvenga molto presto, e in modo del tutto repentino, come spesso succede sui mercati. Cioè che le mani forti del mercato possano decidere di muoversi ben prima che gli altri investitori arrivino a metabolizzare l’idea di un rimbalzo. È verosimile, ma non è una certezza, dal momento che la congiuntura internazionale resta al momento piuttosto nera. L’altra possibilità è che ciò avvenga invece tra qualche mese, ma che comunque avvenga prima che le statistiche ufficiali possano rilevare un rilassamento dell’inflazione e delle tensioni sui tassi d’interesse. Vale a dire poco prima della pausa ferragostana, quando magari la maggior parte dei gestori delle grandi ricchezze inizia ad abbassare l’attenzione per godersi il riposo, e prima di quando ci si possa preparare ad un autunno sicuramente caldo dal punto di vista delle rivendicazioni salariali, che potrebbe rilanciare le preoccupazioni sull’andamento dell’inflazione.


Ovviamente c’è sempre una terza possibilità: quella che le condizioni economiche globali peggiorino così pesantemente da cancellare ogni speranza di rimbalzo in borsa. E nessuno è in grado di saperlo in anticipo. Tutte queste sono soltanto ipotesi, dal momento che parliamo del futuro. Ma sono ipotesi con un certo fondamento. E la probabilità cumulata delle prime due potrebbe eccedere quella della terza.

Stefano di Tommaso




Il futuro del retail: dal Retailoring al neoRetail

Il contesto del settore retail presente e futuro è molto dinamico e richiede un momento di riflessione. Post-pandemia, digitalizzazione e sostenibilità sono i tre fenomeni che impongono un significativo ragionamento del modo di competere per trovare un nuovo equilibrio tra uomo-macchina-ambiente.
RETAILORING tratta questi temi da una prospettiva strategica proponendo un ordine e delle soluzioni per prepararsi alla prossima era del retail, il NEORETAIL, che vedrà una nuova generazione di aziende fortemente informatizzate e digitalizzate nonché governate da principi di sostenibilità economica, ambientale e sociale.

Questo mio nuovo libro è stato arricchito di significativi contributi di Luca Bidoglia che tratta dei nuovi approcci alla formazione per il retail del futuro. Davide Castelvero che descrive le evoluzioni e le nuove frontiere del CRM. Marco De Carli che parla dei nuovi retail innovation patterns e de nuovi modelli e concept retail. Francesco Fedele che racconta dell’empowerment e come una community consapevole costruisce excellent customer experience. Gaia Rancati parla del rapporto Human + Robot e dell’integrazione ideale. Stefano Sacchi che tratta il tema della sostenibilità dal punto di vista dell’onestà, del profitto e del cuore. Ed infine io tratto dell’argomento della blockchain e dei possibili benefici nel retail. In aggiunta a questi aspetti è fondamentale citare la prefazione di Barbara Cimmino e l’introduzione di Francesco Massara che offrono dei contributi interessanti sugli aspetti generali del retail del futuro.

Assunti di partenza
L’assunto di base è che il retailer dovrà diventare, oltre ad essere un produttore e un distributore di prodotti e servizi, anche un collettore e un generatore di dati. L’implicazione più significativa per affermare questo fatto sarà la modifica della governance. Le nuove figure rilevanti per istituire questi nuovi processi saranno il Chief Digital Officer, Chief Information Officer e il Chief Sustenibility Officer oltre alla figura del Chief Marketing Officer. L’agenda del CdA e del CEO dovrà essere aggiornata e ampliata con questi nuovi argomenti che toccano le priorità strategiche delle aree R&D, innovazione, diversità, diversificazione e ovviamente quelle primarie del brand, del prodotto, della distribuzione e della supply-chain.
Altri passaggi centrali:

  • ri-partire dai codici evolutivi che, di fatto, manifestano lo spirito del cambiamento. Le parole chiave che ho identificato sono: armonico, sincrono, circolare, connesso, co-creativo, centripeto, collaborativo, responsabile, trasparente, umano e analitico;
  •  ri-pensare il processo decisionale – data&analitics strategic governance – tramite una raccolta organizzata e processata di informazioni e dati provenienti dal mercato;
  • ri-configurare le priorità commerciali e distributive in un’ottica digitale e tecnologica rafforzando le coerenze più realizzabili nel breve periodo;
  • ri-uniformare l’organizzazione a un elevato rapporto one2one tra il brand e il consumatore adeguando l’organizzazione al nuovo cambio di rotta e iniziando la fase di sperimentazione e di implementazione del rinnovato modello di business;
  • rispettare e sviluppare un senso di responsabilità maggiore per l’impatto ambientale a tutti i livelli dell’impresa.

Conclusione
La possibile conclusione è fluida, quindi in divenire. L’idea che mi sono fatto è che uno degli scenari possibili possa essere una nuova era – neoRetail – nella quale il retail futuribile vedrà una forte eredità con il passato, ma svilupperà una nuova arena competitiva popolata da una generazione di aziende fortemente informatizzate, digitalizzate e guidate da princìpi di sostenibilità ambientale e sociale. Essenzialmente, ci sono delle traiettorie di sviluppo da tenere sotto controllo e ho evidenziato tre linee di tendenza. 1) Dematerializzazione del tempo e dello spazio commerciale. Le nuove tecnologie fortemente immersive multi dimensionali, che combinano più applicazioni, rappresenteranno il contesto nel quale l’azione dell’acquisto viene dematerializzata rispetto alla fisicità di un luogo e di un momento specifico. Il tempo e lo spazio diventano infiniti, il dove e il quando non influiscono sugli acquisti e sui consumi. 2) Realtà della marca. Le nuove soluzioni digitali immersive, virtuali e virali in cui i brand, i prodotti, le storie, le identità, i servizi, i venditori, le fabbriche, costruiranno insieme una nuova fisionomia di realtà equivalente a quella fisica, ma che sarà di fatto un solo insieme. 3) Partecipazione. Le precedenti tendenze necessitano di uno spirito esecutivo rinnovato e maggiormente cooperativo – empowerment – nel quale le funzioni aziendali elevino la semplice collaborazione a una partecipazione più efficace che connetta diverse discipline, conoscenze e competenze.
Il metaverso è la modalità che sostanzialmente rappresenta meglio queste linee di tendenza. Il suo successo consisterà nel dimostrare la reale potenzialità di convertire vendite e di diventare un formato di vendita performante: se non dovesse essere considerato in questo modo diventerà uno strumento di comunicazione per la diffusione di contenuti.

Emanuele Sacerdote