INVESTIRE COLLEZIONANDO: L’importanza di un Consulente nell’investimento sugli Orologi di Lusso

Il mercato degli orologi è in forte espansione e rappresenta, se propriamente approcciato, un importante possibilità di diversificazione finanziaria nel management di un portafoglio d’investimenti.
La difficoltà nel ricercare e selezionare appropriatamente i modelli più performanti possono essere tra le necessità per cui è necessario affidarsi, nella gestione del processo di acquisizione, di un consulente certificato e competente.

 

L’orologio vintage come investimento

Oggi più che mai, l’orologio vintage da collezione è diventato un asset prioritario nel mondo dei portafogli d’investimenti. E’ considerato un bene rifugio, al pari di auto d’epoca, vini ed arte, ma con un potenziale decisamente maggiore, dato dalla relativa “giovinezza” del mercato di riferimento.
Sebbene gli orologi possano toccare anche il secolo d’età, il mercato del vintage da collezione è nato solamente alla fine degli anni ’90 e si è sviluppato nell’ultimo decennio. L’ingresso di importanti players e di capitali esteri, specialmente asiatici, ha significato l’inizio di importanti leve speculative che hanno condizionato il comportamento dei vecchi collezionisti nel tempo e ne hanno creati di nuovi.
Mentre il “vecchio” collezionista approcciava il mercato con il mantra “compra quel che ami“, interessandosi poco dell’aspetto speculativo, il mercato di oggi è senza dubbio più interessato all’area finanziaria.

Perché l’orologio?

La forza dell’orologio come asset è concepita in maniera totalmente differente dai tradizionali strumenti di investimento. Gli assets sono sostanzialmente contratti di cui si conosce il contenuto e la forma, ma rimangono intangibili.
Gli orologi, invece, in quanto beni fisici e collezionabili, si muovono in un mercato mosso dalla passione per l’oggetto e la necessità di goderne: il concetto di mera speculazione come unico scopo dell’acquisizione dell’asset è quindi carente.
Uno dei concetti che rende vivo il mercato è sicuramente il senso di appartenenza ad una comunità.
Sebbene gli orologi da collezione siano diventati un asset con caratteristiche a tratti paragonabili con i tradizionali strumenti d’investimento, la maggioranza degli attori non sono solamente speculatori, ma grandi appassionati e studiosi della materia.
Questo porta anche chi si affaccia per la prima volta al mercato a sentirsi parte di qualcosa, di un gruppo, che diventa una comunità globale di appassionati, prima che investitori.
I segnatempo d’epoca spesso hanno una storia unica, un design riconoscibile e dettagli che fanno emozionare. La loro attrattività e scarsità, date da una produzione terminata e non replicabile, li rendono oggetti meravigliosi e piacevoli da indossare.
Come risultato, esistono più potenziali compratori interessati ad entrare nel mercato, ma al contempo le opportunità di acquisire pezzi ragguardevoli si riducono grandemente.
Le ragioni sono sia psicologiche che tecniche. Coloro i quali possiedono questi nuovi assets sono spesso riluttanti alla vendita, rendendo l’offerta di gran lunga inferiore alla domanda
Inoltre, il crescente livello di interesse negli orologi – e conseguentemente, del loro valore – ha portato ad una sempre maggiore ricerca di pezzi in perfette condizioni di conservazione, ricchi di dettagli e coevi in ogni parte, escludendo dal mercato un considerevole numero di modelli che non rispettano queste caratteristiche.

Le caratteristiche di un orologio da investimento

Il fatto che gli orologi d’epoca siano diventati un asset è indubbiamente legato a differenti fattori, come la precedentemente nominata scarsità che li rende oggetti non replicabili.
In ogni caso, non deve credersi che ogni orologio d’epoca si comporti nella stessa maniera. Il mercato, ormai globale, è alla ricerca di tre fondamentali caratteristiche: qualitàdettagli ed origine.
Sono sostanzialmente questi i dettagli che determinano l’importanza di un pezzo e devono quindi essere strettamente osservati.
Anche le più importanti e conosciute referenze, comparabili alle blue chips, performano in un determinato modo solo se la provenienza è tracciabile e le condizioni ottime.
Di fatti, possiamo trovare diversi orologi con referenze importanti che, in asta, hanno performato in maniera deludente a causa di scarse informazioni sulla provenienza o importanti difetti come, ma non solo, lucidature della cassa, riverniciature dei quadranti, inserti ghiera non coevi.
Per semplicità d’esempio, esaminiamo la ben nota referenza 6263 di Rolex.
Questo affascinante modello ha una vasta gamma di caratteristiche che lo rendono rilevante agli occhi dei collezionisti. Considerando esemplari con tratti simili ed analizzando i risultati alle aste recenti, possiamo facilmente osservare un trend tendenzialmente positivo.

Sebbene un trend generalmente in crescita, ci sono risultati “non-bull” in questo range temporale che suggeriscono una minima volatilità dei prezzi.
Questo è dovuto alla varietà di pezzi apparsi in asta: alcuni esemplari non erano in condizioni conservative adeguate o la non coevità di alcuni elementi hanno influenzato i prezzi.
Se, d’altro canto, isoliamo esemplari con uguali caratteristiche importanti per il mercato, notiamo immediatamente come la generale qualità del pezzo viene sempre debitamente pagata. E’ fondamentale comprendere come anche le più importanti performance sono supportate dalle precedenti caratteristiche, ma amplificate dai dettagli.
La quotazione di un orologio in eccellenti condizioni, anche con conosciuta e tracciabile provenienza, può drasticamente cambiare a seconda di dettagli grafici o estetici.
Un esempio sono i font dei quadranti, usati per periodi più o meno lunghi, o pensati per orologi inizialmente riservati a specifici mercati o che, ancora, identificano serie più o meno rare a seconda di “difetti” nella finitura, nell’applicazione del materiale luminoso, ecc…
Parlando di rilevanza storica, non possiamo non menzionare gli orologi assegnati, ovvero quelli forniti a corpi militari, o con quadranti raffiguranti gli stemmi di una nazione o regno.
Nonostante sia stato affrontato qualche punto nei paragrafi superiori, è facile capire come il soggetto degli studi e delle ricerche in termine di collezionismo si espanda esponenzialmente all’approfondirsi dello studio.

Tudor assegnato alla Marina Americana (NAVY), dalla nostra Collezione

 

Rolex con insegna Araba, dalla nostra Collezione


Il COVID-19 e le performance del mercato

Il crescente interesse globale ha portato il mercato, nel corso dell’ultimo decennio, a performare in maniera crescente e con uno stabile incremento dei prezzi. E’ però stato dal 2020 che si è consacrato l’orologio come effettivo oggetto d’investimento (ed interesse). La ragione sta nella storicità ed rilevanza qualitativa dei pezzi proposti ed, ancora una volta, il loro valore viene riconosciuto all’interno di portafogli d’investimento e prestigiose collezioni. Ancora, siccome non sono collegati ai tradizionali strumenti d’investimento, non sono stati influenzati dalla performance globale del mercato e la volatilità è controllabile scegliendo pezzi di qualità che, data l’intrinseca scarsità degli stessi, godranno di un’evoluzione dei prezzi spesso prevedibile da consulenti competenti.

L’importanza del consulente nella selezione dell’orologio

Si rende dunque fondamentale scegliere il giusto consulente, che sia in grado di supportare sia chi si approccia per la prima volta al mercato, sia il collezionista più esperto, nel vasto panorama delle opportunità d’investimento.
Il compito del consulente è innanzitutto consigliare nella fase di acquisto, conoscendo approfonditamente la materia e le ragioni che portano una referenza a performare meglio delle altre, e dunque ad essere considerata un valido asset capace di soddisfare le aspettative del cliente.
E’ altrettanto fondamentale l’importanza della consulenza nella gestione dell’asset e nella sua liquidazione, muovendosi in un mercato non regolamentato dalle classiche procedure finanziarie e dunque complesso nella gestione per l’investitore privato o il collezionista.
Essere in grado di affidarsi ad un consulente competente, certificato ed ufficialmente riconosciuto è d’obbligo se si vuole essere tutelati nella trasparenza e nell’esperienza riservate al cliente in ogni fase della relazione.

 

Per informazioni:marika.lion@lacompagnia.it

 

 




INVESTIRE COLLEZIONANDO: Patek Philippe 1463

LA COMPAGNIA HOLDING
Patek Philippe è senza dubbi il brand più famoso e rispettato dell’industria orologiera, solitamente associato a preziosi ed eleganti orologi da sera. E’ necessario attendere fino alla comparsa del Nautilus nel 1976 perché entri a listino un “orologio sportivo”. Comunque, quando analizziamo le prime referenze di Patek Philippe, è facile distinguere come certi disegni siano chiaramente pensati per clienti dallo stile di vita più vivace.

Ecco spiegato perché parleremo della referenza 1463, uno dei più famosi cronografi nella storia degli orologi ed una pietra miliare nella produzione di Patek Philippe.

Genesi di un mito

La produzione del Patek Philippe 1463 spazia dai primi anni ’40 agli anni ’60 circa, quando venne ritirato. La cassa impermeabile di questo cronografo a carica manuale misura 35 mm di diametro, ed il meccanismo è attivato da due grandi pulsanti rotondi con finitura antiscivolo, è stato velocemente soprannominato “Tasti Tondi” dai collezionisti italiani e così conosciuto in tutto il mondo. La produzione è stimata tra i 700 ed i 750 esemplari, di cui poco più di 200 esemplari sono apparsi sul mercato o nei libri.

Il cuore di tutti i 1463 è il calibro manuale Valjoux 23, che venne assemblato e rifinito da Patek Philippe, che lo rinominò cal. 13-130. Presenta una funzione cronografica con ruota a colonne e due sottoquadranti, con sfera secondi al 9 ed indicatore da 30 minuti del cronografo ad ore 3.

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In produzione per circa trent’anni, l’orologio venne incassato in oro giallo, rosa ed acciaio inossidabile. Con l’oro giallo come più comune – per quanto “comune” possa essere un Tasti Tondi – gli esemplari in oro rosa ed acciaio inossidabile sono incredibilmente rari. Sebbene alcuni studiosi ritengano possibile l’esistenza di altri metalli – probabilmente ordini speciali – non esiste traccia di esemplari in oro bianco, platino o metalli misti.

La cassa

Taubert et Fils, marchio ginevrino fondato da François Borgel (comunemente indicato dalle iniziali FB sul retro dei fondelli) era ben conosciuto per le sue casse impermeabili e venne incaricato di creare la cassa per il 1463. La cassa del primo Patek impermeabile è realizzata in tre pezzi, con fondello a vite ed una copertura interna in ferro morbido con funzione antimagnetica. Inoltre, i famosi grandi pulsanti rotondi furono scelti per aumentare la resistenza all’acqua.

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Possiamo dividere la produzione delle casse in due serie differenti. Possiamo ritrovare la prima, che presenta anse leggermente incurvate, lungo il seriale 620.xxx per l’acciaio, mentre le prime casse in oro rientrano intorno al seriale 623.xxx. La seconda presenta un piccolo ricciolo sulla parte finale dell’ansa, e possiamo trovarla tra il seriale 625.xxx e 2.6xx.xxx per l’acciaio inossidabile, mentre tra il 628.xxx ed il 2.647.xxx per l’oro. Mentre normalmente le casse del 1463 sono a scalino, quattro esemplari prodotti da FB in un range di seriali molto limitato, sono noti per avere una ghiera piatta. Queste casse sono state soprannominate da alcuni “pre-serie”, sebbene non siano tra le più antiche.

Il quadrante

Come i collezionisti ben sanno, il quadrante può essere fonte di grande differenza in collezionabilità e valore quando parliamo di orologi d’epoca. Il Tasti Tondi presenta una discreta varietà di quadranti, che rendono chiaramente più raro l’intero orologio.

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Possiamo dividere i quadranti in due serie, ed è importante chiarire come gli esemplari in acciaio possano presentare solamente quadranti della prima serie, mentre entrambe sono apparse su esemplari in oro. Mentre i primi presentano doppia minuteria a ferrovia, una per i minuti e l’altra generalmente accoppiata ad una scala tachimetrica, i seconda serie sono facilmente riconoscibili per la singola minuteria a ferrovia con tachimetro esterno e minuti interni. Il cambio di quadrante è avvenuto intorno al seriale 2.615.2xx, con una leggera sovrapposizione tra le due serie. Nonostante questo, è comunemente accettato trovare quadranti della seconda serie su seriali più bassi, cambiati durante una revisione.

In prima serie sono stati prodotti un una grande varietà di configurazioni. Il colore più frequente è l’argento, mentre i più rari sono rappresentati dal rosa e dallo champagne e, a seconda delle stampe, possono apparire in due o tre finiture. La scala tachimetrica è la più facile da incontrare nei prima serie, con “Base 1000” meno rara rispetto a “Base 1 Mile”. Punzoni d’importazione, firme di concessionari ed estratti dimostrano come questi più rari modelli fossero destinati al mercato americano, rendendo questi esemplari maggiormente ricercati. In ogni caso, parlando di scale sui quadranti, la più desiderata e rara è la scala pulsometrica, rinvenibile in un numero incredibilmente ridotto di pezzi. Gli indici sono sempre applicati e sono noti tre diverse configurazioni: Breguet ad ogni ora, 12/6 Romani accoppiati a punti o batons, e 12/6 Arabi accoppiati solamente a batons. Le lancette possono essere sia a foglia che a baton.

In seconda serie sono meno vasti in termine di varietà. La maggior parte sono incassati in oro e quasi tutti presentano scale tachimetriche “Base 1000”, con indici baton applicati e numeri arabi applicati al 12 ed al 6. Le lancette sono sia dauphine che baton. E’ possibile trovare alcuni quadranti rari, sia nella prima che nella seconda serie, con la stampa “Swiss” ad ore 6. Nonostante non sia mai stato confermato, la maggior parte di questi quadranti possono essere rinvenuti in esemplari venuti fuori dalla Svizzera, si pensa quindi che siano stati stampati per motivi d’esportazione.

Eccezioni

Il collezionare, come sappiamo, è fatto di eccezioni e la ref. 1463 non è da meno. In realtà, vi sono alcune variazioni su pezzi unici o prodotti in numeri talmente piccoli da non poter essere classificati come “regolare produzione”. Solo quattro orologi sono noti per avere un quadrante nero, con tutte le casse nel range 653.xxx/684.xxx, in tre diverse configurazioni:

  • Tripla scala: telemetro, tachimetro e scala a chiocciola centrale
  • Due quadranti identici, montati su casse consecutive, con numeri Arabi e lancette luminose, di cui uno appartenuto a Briggs Cunningham, famoso sportivo americano.
  • Indici e lancette luminosi, doppia firma Serpico Y Laino

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Credit: Christie’s

Esistono anche due modelli con quadrante argentato ed indici luminosi, entrambi con le iconiche lancette a siringa verniciate al radio, tipiche dei Patek luminosi. Il primo non presenta indici applicati, ma 12/6 arabi al radio ed un punto di vernice al radio per ogni indice, mentre nel secondo troviamo il “classico” quadrante Breguet ed indici al radio applicati. Non unici, ma sicuramente rari abbastanza da meritare una menzione, sono i quadranti a settori, possibili da ritrovare sia su esemplari in oro che in acciaio, in quantitativi limitatissimi. Esistono anche rarissimi esemplari con scala asmometrica, usata dai medici per misurare i respiri al minuto. Mentre uno è nel seriale 644.76x, il secondo venne prodotto senza numero seria e donato da Patek Philippe a Jacques Golay, uno dei migliori maestri orologiai dell’epoca, in occasione del suo pensionamento.

Patek Philippe 1563

Se pensiamo ad esempio alle referenze gemelle 1578/1579 o 2497/2499 è facile capire come, intorno alla metà dello scorso secolo, Patek Philippe usò le stesse casse, con pochissime modifiche, per accogliere diversi movimenti. Questo non è accaduto con la referenza 1463, dato che nessuna referenza parallela ha mai visto la luce della produzione di massa. Nonostante ciò, esistono tre esemplari, marchiati con la referenza 1563, che adottano la stessa cassa impermeabile con tasti tondi, ma presentano il calibro cal.13-130 a carica manuale con cronografo rattrappante, facilmente posizionabili nell’Olimpo del collezionismo d’orologi.

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Credit: Christie’s

I tre esemplari, tutti realizzati in oro giallo, presentano tre diversi quadranti:

  • Quadrante champagne con idici arabi applicati al 12 e 6, scala pulsometrica
  • Quadrante argentato con indici arabi applicati al 12 e 6, scala tachimetrica, appartenuto alla leggenda del jazz Duke Ellington
  • Quadrante argentato con lancette a pugnale, indici Breguet al radio e scala tachimetrica

Il simbolo di un’era

Curiosamente, la referenza 1463 ha visto una timida crescita dei prezzi dagli anni ’80, alzandosi senza dubbio, mantenendo però un trend stabile negli anni. La spiegazione può essere ritrovata nel fatto che le sue dimensioni e la varietà di quadranti, associate ad una presenza discreta al polso ed una spiccata praticità d’utilizzo, lo resero fortemente apprezzato (e prezzato) già quarant’anni fa. Non è un orologio eccezionalmente raro, numericamente parlando. La sua grandissima importanza è data piuttosto dal fatto che è riuscito, in qualche modo, a segnare indelebilmente la storia di Patek Philippe. Il 1463 è stato infatti il primo cronografo impermeabile prodotto dalla maison, ed anche l’unico fino agli anni ’90, che grazie ad un design moderno ed uno charme senza tempo è diventato immediatamente popolare tra appassionati e collezionisti. Per Patek Philippe sarà sicuramente una sfida creare, in futuro, un altro cronografo tanto iconico come il Tasti Tondi.


Per informazioni:marika.lion@lacompagnia.it

 




IN BORSA ARRIVANO I “DISTINGUO”

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Sebbene dopo qualche importante sussulto ci si possa attendere dei possibili rimbalzi, i mercati azionari sono chiaramente ancora sotto choc, soprattutto per il timore di una guerra potenzialmente devastante alle porte dell’Europa. La correzione in atto è stata forte nel corso di gennaio e rischia di continuare, anche per motivi strettamente tecnici (disinvestimenti dei risparmiatori dai fondi comuni, analisi tecnica ancora negativa, possibili ulteriori rialzi dei tassi d’interesse impliciti nei corsi dei titoli obbligazionari).

 

PERCHÉ LE BANCHE CENTRALI POTREBBERO SBAGLIARE

Ma in realtà c’è almeno un altro motivo che può portare ancora scompiglio sui listini azionari, ed è il pericolo che la reazione che le banche centrali possano essere tentare di mostrare i muscoli, di fronte all’oggettivo peggioramento del contesto macroeconomico relativo all’inflazione. Proviamo qui di seguito a comprenderne meglio il perché.

Come si può leggere nel grafico qui riportato, le aspettative del mercato relative ai rialzi dei tassi che verranno praticati dalle banche centrali sono già state più volte aggiornate al rialzo, comportando ogni volta che ciò succedeva una forte delusione per gli investitori e per le borse, con un conseguente “aggiustamento” dei listini azionari al ribasso:

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Dal nostro punto di vista questo significa soltanto una cosa: non è detto che le sorprese siano finite qui. Anche perché il mercato azionario americano, (quello che di solito dà l’intonazione a tutto il resto del mondo) nel corso del 2022 è sceso all’incirca del 7,7%, ciòè più o meno esattamente della misura dell’inflazione dei prezzi al consumo registrata a Gennaio negli USA. Dunque se l’inflazione salirà ancora, anche il listino azionario potrebbe scendere corrispondentemente.

L’INFLAZIONE È ANCORA IN AGGUATO

Ora, dal momento che il principale motore del rialzo dei prezzi è ancora oggi quello dell’energia, e dal momento che quest’ultimo sta continuando a salire vertiginosamente (il prezzo del petrolio è arrivato a 100 dollari al barile), ecco che il meccanismo sopra illustrato appare quantomai possibile, se non addirittura probabile. Con la conseguenza che nel grafico di cui sopra potremmo arrivare a marcare l’ennesima linea aggiuntiva, più in alto delle precedenti, che rispecchi l’innalzamento delle aspettative del mercato per i rialzi dei tassi d’interesse. I mercati azionari potrebbero ancora una volta subire una cocente delusione proprio da ulteriori prospettive di rialzo dei tassi d’interesse.

D’altra parte le banche centrali di tutto il mondo sono oggettivamente state fin troppo accomodanti sino ad oggi, e forse anche per un buon motivo (evitare di provocare recessioni economiche e innalzare il costo dei debiti pubblici). Ma se l’inflazione dovesse rivelarsi ancor più elevata di quella attuale, rischiano di perdere la faccia nel continuare a sostenere che sia passeggera. Cosa che le potrebbe sospingere a rivedere i tassi di sconto più al rialzo di quanto già annunciato.

Resto convinto del fatto che ciò si rivelerebbe nel tempo come un errore, non perché l’inflazione che osserviamo non permarrà davvero a lungo, ma a causa del fatto che il maggior costo del denaro potrebbe a sua volta generare altri problemi all’economia, rallentando gli investimenti produttivi e mandando definitivamente in crisi le aziende più indebitate, le piccole imprese e molti lavoratori autonomi. Il mondo occidentale oggi resta troppo appesantito dai debiti per permettersi di combattere l’inflazione a suon di rialzi dei tassi d’interesse, come poteva avvenire fino a mezzo secolo fa.

E I TASSI HANNO GIÀ INIZIATO A CRESCERE

Ciò nonostante i mercati finanziari hanno ovunque anticipato le possibili mosse delle banche centrali, e i rendimenti impliciti dei titoli a reddito fisso sono comunque saliti. Quindi da un certo punto di vista le sole dichiarazioni di intenzione futura delle banche centrali hanno già ottenuto la cosiddetta “forward guidance” del mercato. Eventuali eccessi in tal senso potrebbero non aiutarne la credibilità.

Ma vediamo cosa ha significato sino ad oggi questa ondata di ribassi che hanno afflitto le borse dall’inizio dell’anno: il doppio grafico qui sotto riportato mostra l’attesa più diffusa sul mercato relativa alla fine prossima ventura della correzione al ribasso a Wall Street, insieme al probabile andamento al rialzo dei profitti aziendali, che al momento sono infatti ancora in crescita.

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Personalmente concordo abbastanza con questa visione a medio termine dei mercati azionari, per una lunga serie di motivi, a partire da quello maggiore: è piuttosto improbabile che si scateni davvero un conflitto armato in Ucraina. Ovviamente ulteriori revisioni al rialzo dei tassi potrebbero porre fine all’aspettativa di crescita dei profitti, e cancellare così anche le prospettive di un rimbalzo.

MA COMUNQUE NON ANDREBBE BENE PER TUTTI…

Tuttavia anche in caso contrario l’andamento potenziale dell’indice generale non deve ingannare l’investitore: rischiamo che rispecchi la media del pollo di Trilussa !

È probabile infatti che al momento alcuni settori industriali continueranno a salire (energia e immobiliare, ad esempio) e altri continueranno a scendere (come ad esempio banche, tecnologia e telecomunicazioni). Altre sorprese potrebbero inoltre provenire da settori sino a oggi considerati “sicuri”, come il farmaceutico e la sanità, a causa del fatto che la spesa sanitaria non può continuare a crescere all’infinito e che, viceversa, i consumi potrebbero tornare ad orientarsi maggiormente verso i beni di consumo durevole e la formazione.

Tra le imprese quotate poi l’accentuarsi dei problemi relativi ai mercati finanziari potrebbe determinare un ennesimo “volo verso la qualità” dei gestori di patrimoni, arrivando a penalizzare le quotazioni delle imprese minori, meno capaci di contrastare il momento difficile con ingenti investimenti, e a valorizzare invece le grandi multinazionali.

QUALI SETTORI E PERCHÉ

Ovviamente non ci sono certezze al riguardo di quali titoli risulteranno davvero premiati e quali penalizzati, ma è abbastanza chiaro che i gestori di patrimoni dovranno fare i conti con una serie di fattori che li costringeranno a fare una maggior selezione, quali:

  • l’elevatissima volatilità, che spinge a cercare imprese con una più bassa probabilità di oscillazione rispetto al resto del mercato;
  • ancora una elevata liquidità in circolazione, che li spinge a tornare a investire cercando però soltanto vere occasioni di investimento (e dunque nelle aree più sicure del mercato);
  • un contesto di tassi d’interesse crescenti ma ancora al di sotto del tasso di inflazione, che spinge a cercare opportunità tra le più resilienti a questo fenomeno, come ad esempio gli investimenti immobiliari, abbandonando invece quelle più esposte ai tassi reali negativi, come i titoli del settore finanziario.

Sebbene dunque il contesto attuale resti piuttosto incerto per gli investitori e anche se l’investimento azionario, in tale congiuntura, possa rimanere di gran lunga il favorito rispetto ad altre opportunità di impiego dei risparmi, la situazione oggi si fa più difficile per determinare dove andrà il livello medio dei listini.

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Che arrivi una guerra o meno, che si decidano ulteriori strette monetarie oppure no. Duole dirlo, perché eravamo rimasti ottimisti nonostante si potesse intravedere un incremento della volatilità. Ma se le banche centrali dovessero cambiare atteggiamento, allora nessuno se la sentirebbe di andare controcorrente!

Stefano di Tommaso

 




LA RUSSIA NON INVADERÀ L’UCRAINA

LA COMPAGNIA HOLDING
Gli ultimi giorni sono stati di vera passione per i mercati finanziari di tutto il mondo, e non soltanto per loro: anche per i prezzi delle materie prime e conseguentemente, del petrolio e in generale dell’energia. Ovviamente la cosa non ha mancato di riflettersi sulle stime dell’inflazione, che aveva già determinato allarme in tutte le direzioni arrivando, a fine Gennaio, al 7,5% in America, ben oltre ogni stima precedente. Anche a prescindere dalla guerra…

 

L’origine dei rincari era inizialmente stata dovuta ad una scarsità di forniture di semiconduttori, componenti essenziali oggi per quasi qualunque produzione manifatturiera, ma poi sono intervenuti i rincari dei prezzi petroliferi. Oggi però il timore diffuso è che persino quel 7,5% possa restare soltanto un bel ricordo e che se il petrolio supererà i 100 dollari per barile, possa spingerla ancora più in alto, sulla scia delle tensioni geopolitiche.

LA GEOPOLITICA SOSPINGE IL PREZZO DEL PETROLIO


Ovviamente non sono tutti d’accordo nel prevedere un’inflazione a doppia cifra, e c’è chi getta aqua sul fuoco continuando a far notare che le ragioni dell’inflazione sono quasi tutte passeggere, con la conseguenza che esse non potranno durare per sempre e che anche l’inflazione stessa alla fine dovrà ripiegare. Concordiamo in parte, ma occorre senza dubbio rammentare che alla base di quasi tutti questi rincari c’è anche un potenziale conflitto strategico nell’Europa dell’Est, dove la NATO vuole espandersi fino all’Ukraina e la Federazione Russa ha ovviamente fatto sapere che non continuerà a digerire senza fiatare ulteriori espansioni verso i propri confini di paesi che mostrano sempre più di allinearsi apoditticamente alle scelte americane.

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Si guardi su questo video, in proposito, il commento di Putin nel giorno della visita di Macron: https://www.youtube.com/watch?v=w7Unk2P8A-Y

Ricordiamoci infatti che da tempo, ma in particolare dal giorno dell’elevatissima adesione popolare al referendum in Crimea che ne sancì il ritorno alla Federazione Russa (staccandosi dall’Ucraina), l’America ha avviato -con la totale compartecipazione degli alleati europei- una serie infinita di sanzioni economiche contro la Russia, considerata dai media occidentali un “invasore”. Sanzioni che non ha poi mai dismesso e che hanno esacerbato i rapporti est-ovest, ivi compresi quelli con la Cina, rimasta molto critica sull’attendibilità delle dinamiche ufficialmente riportate e, anche per questo, oggi grande alleato della Russia.

L’escalation militare sta continuando in Ucraina, con l’arrivo di sempre maggiori forze occidentali, a supporto della repressione di un’eventuale invasione da parte delle forze armate della Federazione Russa, nonostante quest’ultima non abbia mai accennato a tale possibilità e anzi abbia un bel problema: quasi tutta la popolazione di lingua russa in Ucraina è oggi in stato di oggettiva difficoltà ed è sottoposta a legge marziale! Anche per questo quasi 300.000 di essi hanno lasciato tutto e varcato i confini chiedendo asilo alla Russia.

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Mosca ha soltanto fatto sapere che non tollererà un’ulteriore espansione della NATO verso i propri confini (cioè includendo l’Ucraina) e che -se l’Occidente volesse davvero la pace- si preoccuperebbe di rassicurare la Russia sull’infondatezza delle minacce alla propria sicurezza strategica e non cercherebbe invece di continuare a sostenere tentativi di colpi di stato ai propri confini, come ad esempio quello in Kazakhstan, quasi subito fallito.

LA RUSSIA NON VUOLE LA GUERRA, NÉ L’UCRAINA

Ma, magicamente, nonostante l’entrata dell’Ucraina nello spazio NATO sia praticamente già avvenuta da un pezzo (il paese ospita oggi infatti ingenti forze armate occidentali all’interno dei propri confini), la Russia non ha reagito, se non accrescendo la presenza delle proprie forze militari a ridosso dei confini meridionali e incrementando il coordinamento delle medesime con quelle cinesi. Perché non lo ha fatto? Perché un eventuale conflitto in Ucraina non potrebbe che divenire subito un conflitto globale, e anche fatalmente letale, a causa del potenziale nucleare degli armamenti. Ma anche perché le prime vittime di un tale conflitto sarebbero le popolazioni di lingua russa che risiedono all’interno dell’Ucraina.

Ricordiamoci che nessuna guerra importante è stata più combattuta dopo la 2^ guerra mondiale, proprio a causa della capacità di “dissuasione” degli arsenali nucleari. E la Russia ha fatto sapere chiaramente che, qualora le provocazioni dell’Occidente superassero una certa soglia, la sua risposta armata andrebbe direttamente ai “mandanti” (cioè a Washington e a Londra) e non soltanto agli alleati geograficamente più coinvolti (gli europei). E la strategia della dissuasione sino ad oggi ha funzionato.

Ma ciò che i media non dicono è che l’America in questa “campagna d’Ucraina” ha un obiettivo – oramai raggiunto – nel generare questa altissima tensione nei rapporti internazionali: quello di accrescere il valore monetario delle proprie risorse energetiche (è esportatrice netta di gas e petrolio). L’America ha inoltre in tal modo ristabilito la propria leadership politica sull’Occidente, che negli ultimi tempi era oggettivamente stata messa in discussione. Ma in questo ha fatto l’interesse anche della Russia, per lo stesso motivo.

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Anche a causa della strategia della tensione, si sono praticamente interrotte le forniture di gas russo all’Europa, pur in presenza di due nuovi importanti gasdotti appena realizzati: quelli cosiddetti “del Nord” che arrivano in Germania senza passare dall’Ucraina. Facendo largo all’arrivo delle navi americane che trasportano gas da petrolio liquefatto e permettendo così agli americani di vendere (cara) aglio”alleati” la loro produzione in eccesso. Ma se questo obiettivo vede anche nella Russia un importante beneficiario, perché mai l’escalation militare dovrebbe proseguire?

E infatti la nostra tesi è che ciò è improbabile che succeda, sebbene ci siano diverse possibili contromosse all’espansione occidentale in Ucraina, che la Russia potrebbe mettere in atto dal momento che dovrà trovare il modo di ripristinare la propria sicurezza strategica. Il risultato di tali mosse sarà un probabile prolungamento della tensione geopolitica, il cui unico limite è tuttavia l’alleato cinese, che ovviamente ha mal digerito l’accresciuto prezzo dell’energia e che cerca di non fomentare le possibilità che il mondo intero entri in guerra.

MA LA GUERRA FREDDA CONTINUERÀ, RISCALDANDO I PREZZI

Cosa se ne può dedurre, se non che la guerra fredda ha avuto sino ad oggi risvolti molto “caldi” sul fronte dell’inflazione che, alla fine, non potranno che risultare indesiderati alla stessa America, dove l’economia è meno ingessata che in Europa e dove i prezzi rischiano di salire troppo? Il partito “democratico” degli U.S.A. sta favorendo troppo le lobby di petrolio e gas e rischia così seriamente di perdere le elezioni di medio termine proprio a causa dell’inflazione, favorendo la potenziale riscossa dei Repubblicani.

Dunque o la presidenza degli Stati Uniti troverà modo di entrare seriamente nel conflitto armato (con qualche speranza di non infangarcisi troppo), ricompattando i consensi interni sulla base del nazionalismo strisciante, oppure alla fine troverà più utile allentare la tensione militare e far discendere il prezzo del petrolio a livelli più ragionevoli. Ed è questa la nostra tesi: il conflitto non scoppierà, nonostante le provocazioni occidentali (come quella del sottomarino in acque russe) perché non conviene a nessuno e perché i primi contrari a una devastante guerra sono gli stessi Ucraini sulla testa dei quali volerebbero i colpi di mortaio. Ma la tensione resterà alta ancora a lungo.

Il petrolio è dunque ragionevole ritenere che non scenderà troppo, anche perché c’è anche un altro fattore che probabilmente continuerà per un po’ a sostenerne le quotazioni: la limitazione dell’offerta, con una domanda che viceversa sino ad oggi ha mostrato di voler correre ancora a lungo. Dunque anche l’inflazione sembra arrivata per restare a lungo, ben più di quel che i banchieri centrali vorrebbero farci credere. E abbastanza per provocare uno scossone piuttosto violento sui mercati obbligazionari.

I TASSI SALIRANNO (POCO) …

Questo non significherà necessariamente un forte rialzo dei tassi d’interesse (perché le banche centrali getteranno probabilmente altra acqua sul fuoco), ma sicuramente porterà a cercare di controbilanciare i rendimenti reali negativi (dunque un po’ saliranno) e comunque genererà un ulteriore “de-basing” del potere d’acquisto delle principali divise monetarie, con l’eccezione di quelle considerate più sicure, come il Franco Svizzero. Per lo stesso motivo anche l’oro potrebbe riprendere quota (anche per il fatto che Russia e Cina continuano ad accumularlo), ma soprattutto resteranno probabilmente in alto le quotazioni dei principali listini azionari (i cui dividendi saranno sempre molto più appetibili delle cedole), mentre è possibile che saranno più danneggiate le borse periferiche e dei paesi emergenti.

… E L’ITALIA RIPRENDERÀ LE PRIVATIZZAZIONI

Lo scenario non è infine troppo favorevole a paesi come il nostro, a causa del fatto che la sostenibilità del nostro debito pubblico ne sarà minacciata. Ed è molto probabile che i timori sul rating nazionale verranno rintuzzati da un più deciso programma di privatizzazioni (gli immobili di proprietà pubblica, le principali infrastrutture ancora sotto il controllo statale sono ancora un boccone molto interessante per i grandi capitali). Era già una manovra nell’agenda di questo governo e non stupirà dunque il fatto che stavolta, dopo il probabile rialzo dello spread (a primavera la BCE interromperà il suo programma PEPP), possa venir messa in atto in grande stile! Che poi sia davvero così necessaria è tutt’altro discorso, sul quale invece ci permettiamo di dubitare…

Stefano di Tommaso