INFLAZIONE, COME NEGLI ANNI ‘70 ?

inflazione
All’arrivo dei vaccini quest’anno le economie di tutto il mondo hanno vissuto un momento di eccezionale ripresa economica, principalmente spinta dalla ripresa dei consumi e dalla necessità della gente di tornare ad una vita normale. Pochi mesi dopo il gran rimbalzo però c’è il rischio che il forte rincaro dei prezzi possa agire come una tassa occulta sui nuclei familiari spingendo l’andamento economico esattamente nella direzione opposta, verso cioè una contrazione. Anche i margini industriali sono sotto pressione perché spesso il forte rialzo dei costi non si riesce a trasferirlo sui prezzi di vendita. E le grandi multinazionali stanno rivedendo le loro filiere produttive localizzando gli acquisti e verticalizzando le produzioni.

 

È IL COSTO DELL’ENERGIA CHE PUÒ ACCENDERE LA MICCIA

In Europa la bolletta energetica (tutto compreso: dal riscaldamento agli elettrodomestici fino al costo dei carburanti per gli spostamenti) conta almeno per il 10% della spesa per consumi e le statistiche indicano che la crescita dei costi in questo ambito sta arrivando al 40% rispetto al periodo pandemico. Inutile aggiungere che essa rischia di trascinare verso l’alto i prezzi di buona parte degli altri beni di consumo, a partire dal cibo, fino a buona parte delle materie prime, danneggiando fortemente le filiere abituali di fornitura delle imprese manifatturiere.

Energy is expected to push up inflation

L’INDUSTRIA RIDUCE I VOLUMI PRODUTTIVI

L’aumento dei prezzi dei fattori e dei costi di produzione a sua volta sta spingendo le imprese (soprattutto le più grandi e più internazionalizzate) a rivedere fortemente la propria dipendenza dalle filiere “lunghe” cioè dal commercio internazionale, sia per la forte crescita dei prezzi di trasporto, che per la scarsa affidabilità che hanno mostrato in questi mesi di forte contrazione della disponibilità di componenti essenziali come ad esempio i semiconduttori. Anche perché oramai si teme che la scarsità delle forniture possa durare ancora per qualche annetto.

Backlogs soar at German carmakers

Le fabbriche asiatiche sono costipate di ordini ma la sensazione è quella che esse siano sempre meno interessate ad esportare ad occidente le proprie produzioni dal momento che la domanda locale è in crescita così come i prezzi di acquisto di materie prime e semilavorati. Se questo problema è valso durante l’estate quasi solo per l’industria automobilistica e quella aeronautica, già alla fine di Agosto esso si era esteso a buona parte del resto delle produzioni, generando rialzi dei costi di produzione che in molti casi le imprese non sono state in grado di riversare sui prezzi di vendita e soprattutto forti contrazioni nell’output produttivo.

COME NEGLI ANNI ‘70 ?

La scarsità dei beni che si riversano sul mercato è ovviamente sempre il primo fattore responsabile dei rialzi dei prezzi e, a guardare in prospettiva ciò che sta avvenendo, sembra proprio di essere tornati alla corsa all’accaparramento che si è vista all’inizio degli anni ‘70. E tutti sanno com’è finita: la spirale inflazionistica dei prezzi a due cifre che si è generata dopo un po’ di tempo in cui tutti pensavano che il rialzo fosse temporaneo ha sconvolto il mondo e ha creato problemi tanto ai mercati finanziari quanto ai cambi valute.

Consumer price index

Sebbene gli ultimi dati indichino qualche controtendenza negli Stati Uniti d’America, le cui imprese sono state anche le prime a soffrire di questi problemi, bisogna tener conto del fatto che il continente europeo è molto più esposto di quello americano alle importazioni dal sud-est asiatico ed è molto più dipendente dalle importazioni di quanto lo sia l’America.

IL PESSIMISMO AUMENTA TRA GLI INDUSTRIALI

Tanto che una recente pubblicazione di Bank of America indica tra i fattori di pessimismo per l’economia più l’inflazione che la ripresa della variante Delta del Covid-19. In America poi a scendere sono stati quasi solo i prezzi dei beni e servizi che hanno vissuto più intensamente la ripreso dopo la fine del lockdown, come i ristoranti e i biglietti aerei, ad esempio. I nuovi contagi dovuti alla variante delta hanno di nuovo calmierato quei consumi, ma gli altri prezzi hanno registrato un’ulteriore accelerazione, per cui è legittimo supporre che, quando l’attuale ultima ondata pandemica si sarà esaurita, l’inflazione riprenderà a crescere.

European future gas prices are soaring

E LE TASSE POTREBBERO ADDIRITTURA SALIRE

Il problema è così grande che anche i governi di quasi tutto il mondo si stanno muovendo, nella consapevolezza del fatto che la situazione può peggiorare bruscamente con l’arrivo di un possibile inverno freddo. Si sta pensando a sgravi fiscali e alla possibilità di controbilanciare i timori diffusi con nuove misure fiscali espansive che, se da un lato possono favorire gli investimenti e contribuire a migliorare la fiducia delle imprese, dall’altro lato gettano ulteriori timori circa l’acuirsi dell’inflazione e circa il rischio che il prelievo fiscale possa incrementare ulteriormente nei prossimi mesi per effetto degli interventi governativi. E nel nostro Paese che già ha superato ogni record sarebbe una vera iattura!

European OECD Country Rankings

Il momento magico della ripresa economica sembra insomma essersi esaurito fin troppo velocemente, lasciando il campo alla sensazione che si sia innescato quest’anno il medesimo movimento infernale che ha portato -cinquant’anni fa- al primo importante shock petrolifero globale e all’incapacità da parte delle autorità monetarie, di arginare l’inflazione dilagante.

DI NUOVO TROPPO OTTIMISMO SUI MERCATI

Inutile dire quello che sappiamo già: che i mercati finanziari probabilmente anticiperanno tutto ciò con molto disordine sui listini delle borse e una spiccata ripresa della volatilità complessiva, nonché degli ovvi possibili rialzi dei tassi d’interesse. Correzioni in vista dunque? È assai probabile, sebbene il peggiorare delle condizioni economiche globali possa indurre le banche centrali a continuare a pompare liquidità sui mercati, quantomeno per acquistare titoli del debito pubblico. È su questa base che sino ad oggi c’è stato fin troppo ottimismo, come si può leggere dal grafico riportato:

bearishness

L’effetto di questi interventi però sino ad oggi ha tenuto alto il livello delle quotazioni borsistiche, ed è possibile che questa tendenza non sia affatto esaurita. È ciò che spinge alla prudenza i gestori dei patrimoni in questi giorni, nel timore di fare qualcosa che potrà rivelarsi stupido nel giro di poco tempo, andando a intaccare la bella performance sul valore dei portafogli, accumulata nei primi trimestri di quest’anno.

SCENDERANNO I MARGINI INDUSTRIALI ?

Ma è l’altro timore quello che può giocare un brutto scherzo alle borse: il rischio che i maggiori costi possano provocare una clamorosa riduzione nei margini di profitto delle imprese (sui quali si basano le valutazioni aziendali). Il grafico qui sotto riportato (pubblicato da Bank of America) mostra i risultati di un recente sondaggio tra i gestori di fondi di investimento, e parla fin troppo chiaramente.

Margins expected to worsen

E per quanto anche questo rischio del calo dei margini industriali e di conseguenza dei profitti netti attesi sia ancora prevalentemente percepito come temporaneo e passeggero, qualche riduzione della fiducia dei mercati può provocarla ugualmente, oltre a quella sensazione di amaro in bocca che lasciano le numerose analogie con quanto già avvenuto negli anni settanta, in cui ci vollero un paio d’anni per comprendere che la fiammata inflazionistica non era più da considerarsi “temporanea”.

Stefano di Tommaso




AUTUNNO:PETROLIO A $100 AL BARILE?

Tensioni sul prezzo del petrolio. L’oro nero ha di nuovo superato i massimi di periodo e si appresta ad ulteriori balzi in avanti, con il rischio che possa provocare un’ulteriore inasprimento dei prezzi dei fattori di produzione (e l’inflazione). Il mondo industriale (Cina compresa) è in allarme perché la domanda di petrolio sembra destinata a crescere più dell’offerta. A meno che…

 

I MERCATI FINANZIARI ANTICIPANO LA TENDENZA AL RIALZO

Ieri in una Wall Street stazionaria persino per i titoli tecnologici, i titoli legati all’energia (che viene ancora prodotta principalmente con il petrolio e il gas) hanno guadagnato il 3%, con le quotazioni dell’oro nero che hanno superato i 73 dollari (nuovi massimi) nonostante il dollaro si rafforzasse sui mercati. Ma quel che preoccupa di più è che ciò accada quando le riserve strategiche (in tutto il mondo) sono basse e in buona parte del pianeta il clima si mantenga ora molto mite.

Con l’approssimarsi dell’autunno dunque ora è più probabile che, insieme all’aumento del suo consumo per esigenze di riscaldamento, tornerà a crescere ancora il prezzo di petrolio, gas e degli idrocarburi che da questi sono derivati.

Cosa significa? Che con l’autunno il petrolio potrebbe segnare nuovi importanti incrementi di prezzo e fungere da detonatore di quei timori di inflazione che ancora oggi sono tenuti nel subconscio di buona parte degli analisti finanziari.

Un altro segnale in tal senso proviene dall’altra materia prima energetica per eccellenza: il gas naturale, i cui prezzi sono recentemente cresciuti più che proporzionalmente rispetto al petrolio. Lo sanno i grandi produttori che si riuniscono intorno all’OPEC (il “cartello” dei suoi grandi esportatori) e lo sanno gli Stati Uniti d’America, che di entrambe le commodities sono anch’essi divenuti negli ultimi anni esportatori netti, ma ancora non muovono un dito per rilanciare la capacità estrattiva, poiché annusano il profumo di lauti profitti intorno a fine anno, quando il petrolio potrebbe tornare a infrangere la soglia psicologica dei 100 dollari al barile.


LE PREVISIONI OPEC: ULTERIORE AUMENTO DEI CONSUMI

A questo proposito ha agito da propellente ai prezzi l’aggiornamento da parte dell’OPEC delle previsioni di domanda di petrolio per il prossimo triennio, che -dopo la risalita post-pandemica- è vista in ulteriore crescita anche per il prossimo 2022 (+4%).

Per il momento le previsioni parlano di un prezzo medio di 80 dollari al barile per il prossimo autunno, ma è chiaro che tutti minimizzano, compresi i governanti (di tutto il mondo) e le autorità monetarie, i quali adesso hanno bisogno di tempo per escogitare qualche soluzione e non vogliono ammettere subito quanto grandi siano i rischi di reazione a catena nei rincari dei prezzi di tutte le altre materie prime!


Tanto per usare un paragone “combustibile”: governi e banche centrali non vogliono aggiungere benzina sul fuoco dei timori di ulteriori fiammate inflazionistiche, che accelererebbero il rialzo dei tassi di interesse e creerebbero non pochi problemi ai mercati finanziari, dove invece essi speravano di poter continuare a piazzare a tutto spiano titoli dei relativi debiti pubblici a tassi bassi ancora per un lungo periodo, magari addirittura dando vaghi segnali di “tapering” (riduzione) degli interventi delle autorità monetarie con i quali per qualche settimana si è sperato di placare le aspettative di rialzo dell’inflazione.

MA L’ESTRAZIONE POTREBBE AUMENTARE

Quel che è probabile è che alla fine le esigenze politiche prevarranno sui grandi interessi dei produttori e speculatori del petrolio, arrivando a smuovere i progetti di manutenzione e ampliamento della quantità estrattiva. Così come è possibile che il rialzo di questi giorni possa arrivare far riaprire a molti piccoli operatori i pozzi dello “shale oil” (il petrolio che giace negli interstizi dei giacimenti, che viene estratto con la tecnica del “cracking”, adottata principalmente in America) i cui costi in passato superavano il prezzo della materia prima ottenuta.

Il risultato potrebbe essere un maggior numero di barili di greggio che verranno riversati sul mercato, con evidenti effetti calmieratori sui relativi prezzi di vendita. Ma neanche questo è di per sé un bene, dal momento che l’amministrazione Biden aveva sperato di accelerare la “de-carbonizzazione” del pianeta e di rilanciare l’economia attraverso le grandi opere infrastrutturali del cosiddetto “green deal”. Consumando più petrolio invece, gli utilizzatori lo bruceranno, aumentando le emissioni di anidride carbonica in atmosfera.


Un circolo vizioso insomma, dovuto principalmente al fatto che i governi di tutto il pianeta avrebbero dovuto contrastare con maggior anticipo i grandi interessi sottostanti al rialzo dei prezzi del petrolio e dell’energia, invece di dedicare buona parte della loro attenzione alla retorica anti-COVID e all’esigenza del cosiddetto “booster” (alla lettera: l’amplificatore) come viene chiamata oggi in gergo la terza dose dei vaccini.

Certo l’ulteriore insorgenza della “Variante Delta” potrebbe aiutare a calmare il prezzo dell’energia, ma nessuno vuole sperare su questo, poiché ciò accadrebbe soltanto nel caso di nuove pesanti restrizioni della libertà di circolare e socializzare. Cosa che ucciderebbe del tutto le già ridotte speranze di ripresa economica nel mondo (si veda il mio precedente articolo).

Stefano di Tommaso




LA FRENATA

Negli ultimi giorni si sono propagati timori ed allarmi relativi ad una frenata della ripresa economica americana e alle possibili ripercussioni sul resto del mondo e sulle borse valori. Soltanto un trimestre fa, invece, l’ottimismo dei mercati e degli operatori manifatturieri era alle stelle, soprattutto in funzione dell’andamento dei consumi. Le cause sono numerose ed eterogenee, ma ciò che oramai appare chiaro è come siano state sino ad oggi ampiamente sottostimate.

 

All’inizio di Giugno andava ancora a tutto vapore la locomotiva americana della ripresa post-pandemica. Aveva provocato qualche tensione sulle filiere di fornitura industriale sul prezzo di materie prime e semilavorati (come semiconduttori e microchips, ad esempio), ma tutte le industrie speravano di arrivare a fine anno assai decentemente, in parte aggirando in qualche modo l’ostacolo delle scarse forniture approvvigionandosi altrove nel mondo e in parte perché si riteneva fosse un fenomeno transitorio.

C’era altresì un allarme-prezzi relativamente ai principali fattori di produzione, ma c’era anche un’economia che sembrava tirare così tanto da poter controbilanciare con aumenti dei prezzi al consumo dei prodotti finiti le tensioni sui prezzi dei fattori di produzione. Ma soprattutto c’era la convinzione generale (non la nostra) che la fiammata inflazionistica -a partire dai prezzi di petrolio ed energia- fosse tutto sommato temporanea e non destinata a durare a lungo. Dunque non c’era motivo di precipitarsi ad innalzare i prezzi di vendita di beni e servizi onde non scoraggiare il rinnovato entusiasmo dei consumatori.

ORA LA CONGIUNTURA E’ PIÙ GRIGIA

Nessuno insomma pensava davvero che il combinato disposto di tutti questi fattori negativi avrebbe messo l’industria a dura prova nei mesi successivi. A partire dal deciso ritardo rispetto ai volumi di produzione preventivati (causa mancate e più care forniture), fino ai timori relativi alla disponibilità della clientela finale ad accettare rialzi dei prezzi ben al di sopra di quanto dichiarano le statistiche relative all’inflazione media.

Un’aspettativa che oggi è radicalmente e improvvisamente cambiata in peggio come si può leggere dal grafico qui riportato.

Quel che sta apparendo chiaro negli ultimi giorni invece è che ci sono seri rischi per la tenuta dei margini industriali persino per le più grandi imprese multinazionali. Il rialzo dei costi di produzione e i nuovi timori relativi alle ultime varianti del virus pandemico impongono loro una certa cautela e per di più restano sempre scoperte di numerose posizioni lavorative ad elevata specializzazione. Cosa che induce ulteriori tensioni salariali nonostante le vendite non si prospettino altrettanto stellari.

Le principali banche d’affari non hanno perciò mancato di pubblicare una riduzione sensibile delle loro stime di crescita economica per fine anno negli U.S.A. : Morgan Stanley ad esempio le ha più che dimezzate ma soltanto per il terzo trimestre dell’anno, (dal 6,5% al 2,9% su base annua), ma non si è ancora espressa circa le proprie attese per la crescita complessiva del prodotto interno lordo americano per l’intero 2021. Un tema sul quale è intanto intervenuta Bloomberg, riducendo (per il momento) le proprie stime a una crescita del 6,1% complessivo rispetto alla precedente del 6,6%.

ANCHE IL VIRUS PREOCCUPA

Infine a completare il quadretto -non proprio esaltante-  sono arrivate le ultime notizie relative ai tassi di contagio del virus, che -soprattutto in America- adombrano la minaccia di un nuovo “autunno caldo” e di ripercussioni sulle aperture, i viaggi, la socialità e, in definitiva, i consumi, soprattutto per il trimestre Ottobre-Dicembre. Negli Stati Uniti (che però viaggiano sempre in avanscoperta sugli eventi rispetto al vecchio continente), la percentuale di lavoratori che si sentono a disagio nel tornare in ufficio (dallo smart working) è passata in pochi mesi dal 9% al 43%.

LE BORSE POTREBBERO FLETTERE…

Ovviamente i mercati finanziari non potranno non prendere atto di tutto ciò, soprattutto qualora il quadro appena esposto dovesse mostrare mancati miglioramenti. L’incertezza, che è già ampiamente presente nell’industria, può pesare non poco sui mercati borsistici dal momento che le valutazioni d’azienda restano ai livelli più elevati di sempre.

Non mancano dunque previsioni di un forte ridimensionamento delle quotazioni per fine anno (la solita Morgan Stanley, indicandola nell’ordine del 15% circa), tanto a causa dei timori circa gli profitti attesi, quanto in termini di moltiplicatori dei medesimi, dal momento che i tassi d’interesse sono attesi al rialzo per i prossimi mesi.


…E I TASSI POTREBBERO RISALIRE

A proposito dei tassi ci sono a loro volta due considerazioni da fare al riguardo: quella relativa alle politiche monetarie (tutti si aspettano prima o poi qualche stretta da parte della Federal Reserve Bank of America, con il conseguente possibile rialzo atteso dei tassi nominali), ma anche quella relativa al tasso d’inflazione, che è già ben superiore a quella programmata dalla banca centrale e non potrà mandare troppo a lungo sotto zero i tassi d’interesse reali.

Fino a tutto lo scorso mese di Agosto le mie stesse previsioni erano piuttosto negative circa le prospettive a medio termine per l’economia reale ma restavano positive per le borse valori, soprattutto a causa del fatto che non era (e non è) destinato a cambiare in fretta il quadro generale di abbondante liquidità che caratterizza i mercati finanziari e che pertanto risulta essere la variabile più importante nelle decisioni degli investitori professionali. Resta però il fatto che la congiuntura sta gradualmente peggiorando, e che conseguentemente quantomeno la volatilità dei corsi potrebbe crescere decisamente. Se non addirittura preludere a qualche manrovescio.

LA DIFFERENZA CON I MERCATI EUROPEI

Bisogna tuttavia contestualizzare non poco questa previsione: se è vero che il mercato azionario americano potrebbe anche vedere un ridimensionamento nelle prossime settimane, è altrettanto vero che i mercati azionari europei (e in particolare quello italiano) sono tornati a crescere molto meno di quelli anglosassoni ed avevano già accumulato un bel distacco negli anni precedenti! Questo significa che a casa nostra il potenziale di discesa sembra nettamente inferiore, oltre al fatto che la “frenata” dell’economia reale prevista per gli U.S.A. (dove in passato era cresciuta di più e più velocemente) in Europa deve ancora iniziare a manifestarsi.

Un ulteriore fattore depone infine a favore del mercato azionario europeo: il cosiddetto “tapering” (riduzione) degli acquisti di titoli pubblici da parte della Banca Centrale Europea, pur annunciato, sembra per il momento destinato a vedere soltanto quasi impercettibili variazioni, dal momento che senza il PEPP e le altre operazioni programmate dalla BCE potrebbe essere a rischio la stessa Unione Europea durante un anno caratterizzato da una forte frequenza di elezioni e rinnovi di cariche, cosa che fa pensare che ogni possibile riduzione degli interventi monetari dovrà innanzitutto cercare di essere portato a termine minimizzando le sue ripercussioni sull’economia reale!

Come si può vedere dal grafico qui sopra al momento siamo addirittura al di sopra del target di acquisti indicato a inizio anno e con poca voglia di andare in direzione opposta troppo in fretta…

La “frenata” che a questo punto dell’anno potrebbe essere lecito attendersi per l’economia americana insomma potrebbe al momento non farsi sentire granché al di qua del’Atlantico, attutita e ritardata da una serie di vischiosità rispetto a quella d’oltreoceano.

Ma tutto ciò che accade sull’altra sponda prima o poi arriva anche a casa nostra. Aveva dunque ragione Draghi a considerare la ripresa “un rimbalzo” rispetto alla forte caduta del 2020? Con ogni probabilità si, se non ci lascia distrarre dal tamtam mediatico pre-elettorale che riguarda buona parte del continente europeo!

Stefano di Tommaso




RISVEGLIO D’AUTUNNO

Finita la calma estiva l’Italia si rimette in moto. Il Paese è chiamato ad uno sforzo supremo, derivante dalla fine programmata degli incentivi, delle pubbliche erogazioni, delle moratorie e del blocco dei licenziamenti, fine che fa scopa con una ripresa internazionale incerta e devastata dall’inflazione dei prezzi. Il quadro generale dell’economia reale si presenta dunque incerto e difficile, sebbene le prospettive per i mercati finanziari restino discrete e la grande liquidità in circolazione possa generare indubbie opportunità di razionalizzazioni industriali.

 

MOLTE IMPORTANTI SFIDE CI ATTENDONO

Le sfide sono ardue e le minacce numerose (almeno per l’economia), ma la voglia di tirare a campare degli Italiani è proverbiale e dunque ci sono buone possibilità che il Paese possa “sfangarla” ancora una volta. Almeno adesso c’è un governo credibile, un progetto di investimenti e modernizzazioni ispirato e (in parte) finanziato dall’Europa, nonché un’incidenza piuttosto bassa degli indici di contagio pandemico che fanno sperare non si torni a parlare di chiusure, limitazioni sociali e blocchi alle attività produttive.


IL PESO DEL PASSATO

Ma il peso delle inefficienze e della retorica del passato è però ancora micidiale. Il costo e la vischiosità degli adempimenti imposti dalla pubblica amministrazione, l’incertezza per il business derivante da un sistema giudiziario ancora fortemente inefficiente, il potenziale esplosivo derivante da circa 60 milioni di cartelle esattoriali che verranno progressivamente inviate dall’Agenzia delle Entrate a quasi tutti i cittadini italiani, il progressivo ritrarsi delle moratorie relative a debiti scaduti e i licenziamenti che hanno iniziato a fioccare con l’estate a causa dell’esaurimento dei regimi straordinari della cassa integrazione guadagni, sono tutte cose che farebbero trepidare persino il più spavaldo dei governi! Persino l’Unione Europea ci ha messo del suo, imponendo regole e vincoli persino sulla dimensione dei prodotti agricoli, di fatto imbrigliando l’economia nazionale a sistemi standard che funzionano molto meglio con le economie continentali.

GLI AMMORTIZZATORI VENGONO MENO

Per non parlare della progressiva riduzione della disponibilità di credito, che era stata amplificata nell’ultimo anno dalla garanzia del Mediocredito Centrale piovuta a pioggia per quasi tutti coloro che ne facessero richiesta, ma che progressivamente si ridurrà dal momento che le banche cercheranno di tornare a concentrarsi sulla loro attività principale che non è quella di fungere da agenzie para-statali, bensì quella di fare profitti con la clientela migliore.

Insomma un notevole numero di garanzie statali, incentivi, paracadute, moratorie, cuscinetti ammortizzatori, sovvenzioni e contributi stanno per terminare, e l’economia italiana è oggi chiamata alla sfida suprema di cercare di farcela con le proprie gambe! Ce la farà?

La domanda non è priva di ironia, poiché se da un lato è vero che ce l’ha sempre fatta in passato, d’altro canto è da quasi un secolo che l’economia italiana ha costantemente potuto beneficiare di ogni sorta di contributi pubblici, i quali ovviamente hanno generato quel mostruoso indebitamento di stato che tutti conosciamo (e aborriamo) e anche una montagna di prestiti bancari che non sono mai stati o non saranno rimborsati. Dunque la risposta è tutt’altro che scontata.

L’INFLAZIONE TORNA A MORDERE

Aggiungiamoci che il rimbalzo della crescita economica, sta avverandosi in modalità incontrollabili, dopo la paurosa decrescita conseguente al lockdown. Il primo rischio è quello che il tasso d’inflazione dei prezzi possa superare quello della crescita del prodotto interno lordo, ma ancor più grave è il rischio che molte attività produttive si ritrovino strozzate da una crescita del costo di energia, materie prime, lavoro e subforniture, ben superiore al rincaro che sarà loro possibile imporre sul mercato di sbocco, con la conseguenza di possibili blocchi delle filiere industriali o di nuove crisi finanziarie da sovraindebitamento.

E se il Dollaro si svaluta contro l’Euro, allora il maggior costo delle materie prime ne può essere attutito, ma la competitività delle nostre esportazioni ne risente.

Si parla infine (giustamente peraltro) di riformare decisamente il reddito di cittadinanza, anche perché il nostro Paese è tra quelli che stanno vivendo peggio lo iato crescente tra il grave livello di disoccupazione tra le classi meno agiate e l’impossibilità per chi assume di reperire (a qualsiasi costo) manodopera giovane e qualificata. Ebbene -come dire?- l’ entropia del sistema aumenta ! Le contraddizioni pure. Nel mondo che cambia, si digitalizza e si globalizza sempre più, le nuove sfide sono difficili da affrontare.

La fanfara della politica (e anche quella dei media che la propagano ovunque) continua a declamare la ripresa, ma non è il caso di ricordare il famoso “pollo a testa” di Trilussa a proposito del funzionamento delle statistiche. Tra gli economisti ricorre spesso una battuta a proposito dei tre gradi crescenti di gravità delle menzogne: 1. Le bugie semplici 2. Le gravi ipocrisie 3. Le statistiche! Insomma: per chi fa impresa e s‘ingegna a sbarcare il lunario l’arrivo dell’autunno rammenta che non c’è troppo da stare tranquilli, nemmeno quando lo dicono i leader del Paese al forum di Villa d’Este.


C’è invece da rimboccarsi le maniche e darsi più che mai da fare perché l’inflazione morde già, la concorrenza (soprattutto quella straniera) non dorme e le risorse pubbliche sono già tutte impegnate per gli investimenti infrastrutturali che qualcun altro ha lasciato indietro, la rivoluzione verde, il risparmio energetico e molti altri grandi temi enunciati da eclatanti slogan, i quali quasi sempre sottendono a grandi giochi già fatti a tavolino con grandissimi burattinai.

MA LA FINANZA PUÒ PORTARE GRANDI BENEFICI

Le opportunità però, come scrivevo in premessa, potrebbero ugualmente fioccare copiose, perché la vivacità del mercato dei capitali trae indubbio vantaggio dalla grande liquidità ancora in circolazione, che alimenta fusioni e acquisizioni, investimenti e rinnovamenti digitali che aiutano le imprese a rinnovarsi. È una manna per chi si occupa di economia digitale, sanità, alimentazione naturale, efficientamento energetico e politiche ambientali/ecologia.


Le borse valori ad esempio premiano le imprese più virtuose anche facendo affluire loro a quella liquidità, ma soprattutto può finanziarle e può sostenerne gli investimenti e le valutazioni. Il mercato dei capitali è a caccia più che mai di nuove opportunità, di iniziative creative. Anche se i tassi cresceranno e le borse subiranno nuovi alti e bassi, l’impronta generale resta positiva, ottimista e lungimirante. Una vera e propria cuccagna per chi mostrerà intelligenza e velocità per approfittarne!

Stefano di Tommaso